L'usato non si può vendere sotto costo: l’Amministrazione Finanziaria non è tenuta a credere che un imprenditore agisca in modo antieconomico


Con sentenza n. 32 del 18 giugno 2009 (ud. del 4 maggio 2009) la Comm. trib. reg. di Venezia – Mestre, Sez. XXIV – ha avuto modo di occuparsi della cd. antieconomicità, nell’ambito del settore autoveicoli, affermando che il sindacato dell’Amministrazione finanziaria in ordine alla compatibilità della condotta economica del contribuente deve essere esercitato avuto riguardo all’esame della complessiva attività esercitata dal contribuente.



La sentenza



L’accertamento dell’Ufficio deriva dalla disamina del movimento delle auto usate, da cui risulterebbe sistematicamente una vendita di usato sottocosto, cioè a prezzi di vendita inferiori ai prezzi di ritiro; pertanto dalla contrapposizione dei ricavi di vendita e dei costi di acquisto risulterebbe una importante differenza negativa.


In realtà – affermano – giudici – “la compravendita delle auto usate va considerata nel quadro della complessiva attività aziendale. Anzitutto bisogna tenere presente che si tratta di un concessionario di automobili, ove il contratto di concessione vincola l’azienda a dei precisi comportamenti e precisamente l’obiettivo principale è la massimizzazione delle vendite di auto nuove (…), per cui sono previsti dei budget di vendita, al cui raggiungimento consegue l’ottenimento di premi ed in tale contesto le operazioni sulle auto usate ed i relativi prezzi vanno considerate solo strumentali alla vendita del nuovo“.


I giudici veneziani, quindi, inquadrano la compravendita delle auto usate “nella complessiva politica commerciale dell’azienda, per cui il fatto che le auto usate vengano talora vendute sottocosto è irrilevante ed anzi opportuno e conveniente. La rivendita dell’usato assume un ruolo meramente strumentale rispetto all’obiettivo prioritario della massimizzazione di vendita di auto nuove, tenendo conto peraltro che ciò consente anche di conseguire dei premi di vendita“.


Prosegue la sentenza: “da un punto di vista economico aziendale ed anche fiscale è inammissibile la considerazione di un risultato economico parziale, cioè del risultato economico relativo alle operazioni sull’usato; in realtà, per qualsiasi azienda e tanto più per un concessionario vincolato da un rapporto di concessione, quello che va considerato è il risultato economico complessivo, che risulta essere significatamente positivo“.


Inoltre, “oltre a considerare il carattere strumentale delle operazioni sull’usato, per cui sono ammissibili ed anzi opportuni prezzi alti all’acquisto e bassi alla vendita, va ulteriormente considerata, a motivazione di prezzi ridotti alla vendita dell’usato, la necessità di vendere celermente a causa del deprezzamento dell’usato con il passare del tempo e soprattutto degli oneri finanziari e di gestione del magazzino“.



Brevi riflessioni



Come è ormai noto, l’antieconomicità investe le scelte di gestione, ponendo al centro del procedimento di accertamento il principio della prevalenza della sostanza sulla forma.


Banalizzando ed estremizzando: se l’azienda non fa utili chiude, non continua a rimanere aperta.


Il comportamento dei verificatori di fronte a situazioni antieconomiche, che possano far ritenere sussistente un fatto elusivo, se è vero che trova un limite nella mancanza, nell’ordinamento tributario, di una norma antielusiva generale, trova oggi forza nei diversi contributi giurisprudenziali della Corte di Cassazione che hanno aperto ampi varchi all’Amministrazione finanziaria.


Il procedimento presuntivo consiste nella interpretazione di un fatto certo per risalire ad un fatto ignoto, e che viene ritenuto provato in quanto correlato con logica consequenzialità al primo.


A legittimare la prova per presunzioni basta che la deduzione sia effettuata alla stregua di un canone di probabilità con riferimento ad una connessione possibile e verosimile.


Per costante giurisprudenza di Cassazione, l’ordinamento tributario è informato al principio fondamentale, che trae fonte dall’ordinamento comunitario e dal disposto dell’art. 53 della Costituzione, in relazione alla capacità contributiva.


Pertanto, a nostro avviso, anche nella sentenza che si annota, trova ancora una volta conferma il generale principio dell’antieconomicità.


Nel caso in questione, i giudici fanno questo tipo di ragionamento: è vero che il rapporto fra costi e ricavi relativi all’usato è in perdita ma è pur vero che l’ufficio deve guardare all’attiva complessiva ( in questo caso anche alla vendita del nuovo). In pratica, io posso vendere sotto costo certi prodotti perché mi servono come civetta o come contorno per aumentare i prodotti relativi all’altra attività.


Pur prendendo per buono tale in principio – in effetti è possibile vendere dei beni sottocosto per interessi diversi ( raggiungimento di budget, premi qualitativi nella grande distribuzione), è pur vero che tale principio sembra configgere con l’attività svolta dal contribuente nel caso sottoposto ai giudici ( vendite di auto usate e nuove), poiché oggi l’usato ha assunto un valore diverso rispetto al passato.


Ma comunque, anche a volere prendere per buono questo principio e quindi guardare all’antieconomicità nel complesso dell’attività, emerge che – di fatto e a contrariis – gli stessi giudici legittimano l’antieconomicità nei casi in cui il rapporto complessivo costi/ricavi sia in perdita, ovvero nel caso in cui il contribuente svolga solo una attività.


Per restare nell’esempio: se un contribuente ha come sua attività solo la vendita dell’usato è possibile contestare l’antieconomicità.


Né vale invocare in senso contrario la libertà delle scelte imprenditoriali, dato che il criterio direttivo che si pone come limite rimane quello della economicità.


Se è vero, infatti che le scelte economiche dell’imprenditore sono normalmente insindacabili, tuttavia l’amministrazione finanziaria non è tenuta a credere che un imprenditore agisca in modo antieconomico.


Sicché, in presenza di un comportamento antieconomico dell’imprenditore, è lecito dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate, con la conseguenza che l’ufficio può presumere maggiori ricavi e l’onere della prova si sposta sul contribuente.


In tal caso, dunque, non solo è legittima la contestazione della veridicità ed esattezza delle registrazioni, ma l’inversione dell’onere della prova determina a carico del contribuente l’onere di dimostrare la ragionevolezza economica delle operazioni, mentre non è sufficiente sostenere genericamente le ragioni di una propria strategia imprenditoriale.


Invero, l’imprenditore, proprio perché tale, non può che agire secondo criteri di logica economica intesi ad ottenere il profitto più elevato.


Non si può escludere, certo, né che l’imprenditore compia errori di valutazione, né che considerazioni di strategia generale lo inducano a compiere operazioni di per sé antieconomiche in vista di benefici su altri fronti, ma occorre in tal caso dimostrare che le varie operazioni rispondano, almeno nelle intenzioni di chi le pone in essere, a criteri di logica economica, sia pure intesa in senso ampio (cfr. Corte di Cassazione, sentenze nn. 417 e 418, depositate l’11 gennaio 2008 – Cfr. La Face, Dall’antieconomicità all’analitico-induttivo il passo è breve, in ” Fiscooggi“, ed. del 7 febbraio 2008).



 


16 marzo 2010


Gianfranco Antico

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