La Cassazione a tutto campo sull'accertamento

 

Con una delle prime sentenze depositate nel corso del 2010 – la n. 857 del 20 gennaio 2010 (ud. del 13 novembre 2009) – la Corte di Cassazione interviene a tutto campo in materia di accertamento, fornendo interessanti principi che qui intendiamo evidenziare, opportunamente sintetizzati.


La questione trae origine da un avviso di accertamento emesso dall’Ufficio II.DD. di Roma 5, sulla base di una verifica eseguita dalla Guardia di finanza nei confronti di una società, esercente l’attività di ristorazione.




Giudicato esterno




La Corte, preliminarmente, esamina e respinge la richiesta di applicazione del giudicato esterno invocato dalla società ricorrente.


Infatti, osserva, la Cassazione, “il vincolo del giudicato esterno è ordinariamente operante nel caso in cui due giudizi tra le stesse parti si riferiscano a medesimo rapporto giuridico ed uno di essi costituisca la premessa logica indispensabile per la statuizione relativa all’altro, donde consegue che la situazione già accertata ne precedente giudizio non può formare oggetto di valutazione diversa, ove permangano immutati gli elementi di fatto e di diritto


preesistenti, mentre non può chiedersene l’ultrattività per un’annualità diversa quando postula l’accertamento di ulteriori presupposti di fatto. Nella specie, si verte nell’ipotesi di valutazione delle prove in ordine a diverse annualità e, pertanto, non è possibile applicare il giudicato non potendo precludersi per ogni giudice il potere di valutare in modo autonomo e discrezionale le prove che gli sono offerte dalle parti che in periodi temporalmente distinti possono presupporre fatti differenti”.




Utilizzabilità dei dati irritualmente acquisiti




La mancanza dell’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, prevista dall’art. 63 del D.P.R. n. 633/72, per la trasmissione di atti, documenti e notizie acquisite nell’ambito di un indagine o un processo penali, a parte le conseguenze di ordine penale o disciplinare a carico del trasgressore, “non determina la inutilizzabilità degli elementi probatori sui quali sia stato fondato l’accertamento tributario, rendendo invalidi gli atti del suo esercizio o la decisione del giudice tributario” (cfr, ex multis, Cass. civ. sentt. nn. 3852/2001, 6939 del 2001).


Infatti, data la completa autonomia tra il procedimento penale ed il processo tributario, vanno seguite le norme dei corrispondenti codici di rito “e, mentre il principio di inutilizzabilità della prova irritualmente acquisita è norma peculiare del procedimento penale, non costituisce, invece, principio generale dell’ordinamento giuridico; in particolare, per il procedimento tributario non sussiste la previsione di inutilizzabilità degli elementi acquisiti in sede di verifica in assenza di autorizzazione dell’autorità giudiziaria, in quanto come più volte affermato da questa Corte in tema di IVA. l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, prescritta dal D.P.R. 26 settembre 1972, n. 633, art. 63, per l’utilizzazione a fini tributari e per la trasmissione uffici finanziari di dati, documenti e notizie bancari, acquisiti nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria, è riferita ad indagini penali in corso, non necessariamente a carico del contribuente sottoposto ad accertamento, ma anche di terzi indagati”.


Tale autorizzazione, inoltre, non è diretta a permettere l’accesso della Guardia di finanza ai dati bancari a fini fiscali, ma soltanto a consentire la trasmissione anche agli uffici finanziari del materiale acquisito per fini esclusivamente penali, “essendo stata introdotta la detta autorizzazione – come sottolineato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 51 del 1992 – per realizzare una maggiore tutela degli interessi protetti dal segreto istruttorio, piuttosto che per filtrare ulteriormente l’acquisizione di clementi significativi fini fiscali” (cfr., ex multis, Cass. civ. Sentt. n. 7208/2003); mentre è necessaria l’autorizzazione del Comandante di zona ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art.52, u.c., e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33, autorizzazione, nella specie, regolarmente acquisita.




Non necessità del contraddittorio nelle indagine bancarie



La società contribuente non ha alcun diritto al contraddittorio durante il procedimento amministrativo di acquisizione dei dati bancari. Infatti, “non sussiste alcun obbligo da parte degli organi preposti alle ispezioni ed alle verifiche di acquisire i dati necessari in contraddittorio con il contribuente, essendo questa una mera facoltà degli stessi per come è dato evincere dall’uso del verbo potere (v. D.P.R. n. 633, art. 5, cit. e l’omologo D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32), essendo sempre possibile contestare la veridicità dei dati acquisiti o la loro riferibilità alla società in sede di sottoscrizione del p.v.c., o a seguito della notifica o, infine, in sede giurisdizionale”.




Estendibilità delle indagini finanziarie a terzi




Anche la censura, relativa alla ritenuta illegittimità dell’estensione della verifica anche ai conti correnti bancari di terzi a seguito del rinvenimento del floppy disk, è stata ritenuta infondata.


Infatti, nel caso in esame, “non si trattava di soggetti del tutto avulsi dal contesto della fattispecie, trattandosi di soci e dei loro familiari, per cui è legittima l’estensione dell’indagine fiscale anche in caso di società di capitali allorché risulti provato dall’A.F., anche tramite presunzioni, la natura fittizia dell’intestazione o comunque la sostanziale riferibilità all’ente dei conti medesimi o di singoli operazioni in essi contenute e, nella specie, gli elementi di carattere presuntivo rilevato nella verifica e nell’istruttoria, sono state anche avvallate e rafforzate dal rinvenimento di documentazione extracontabile quale può essere considerato anche un supporto informatico, nulla rilevando l’eventuale regolarità formale della contabilità ufficiale, in armonia con i principi di giurisprudenza consolidata di questa Corte per i quali il Collegio non ravvisa, nella specie, motivi per discostarsene (cfr. Cass. civ. sentt. cass. nn. 8683/2002, 4423/2002, 6073/2002, 6232/2002, 13391/2003, 2217/2006, 19329/2006, 379/2009)”.




Le risultanze bancarie superano la ricostruzione dei ricavi attraverso il numero dei coperti




Da ultimo, anche le altre censure relative ai calcolo dei coperti, al costo medio di un pasto ed al numero dei clienti giornalieri e quello annuale degli stessi che illegittimamente non sarebbero state prese in considerazione dalla C.T.R. sono state ritenute infondate dagli ermellini, “poiché i giudici del merito non hanno valutato tali rilievi dato il carattere dell’accertamento fondato sulle rilevazioni bancarie e sulla contabilità parallela rinvenuta, né dette censure possono essere valutate in questa sede di legittimità presupponendo accertamenti di fatto, peraltro, in presenza di una motivazione logica, sufficiente e priva di errori di diritto”.







16 febbraio 2010


Roberta De Marchi

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