La proroga dei redditi d’impresa: alcune valutazioni di primo impatto sulla gestione delle prossime scadenze del modello Redditi 2017

Commercialista_Telematico_Post_1200x628px_StressI professionisti e gli operatori possono ora prendere un po’ di fiato. Dopo l’annuncio del MEF con comunicato stampa del 20 luglio scorso e il successivo DPCM, i versamenti delle imposte risultanti dalla dichiarazione dei redditi potranno essere effettuati dal 21 luglio al 20 agosto con la maggiorazione dello 0,40%. In pratica rispetto alla scadenza originaria del 31 luglio l’allungamento dei termini a disposizione per effettuare tempestivamente il versamento è di venti giorni in più.

La proroga non riguarda, però, tutti i soggetti, ma solo i titolari di reddito di impresa e i soci ai quali si applica il regime di trasparenza previsto dagli artt. 5, 115 e 116 del TUIR (società di persone e società di capitali che hanno optato per il regime di trasparenza).

Il comunicato ed il DPCM fanno riferimento esclusivamente ai redditi di impresa.

Possono essere versate entro il 20 agosto con la maggiorazione dello 0,40% non solo le imposte dovute a saldo in base alla dichiarazione dei redditi, ma anche gli acconti. Ad esempio la nuova scadenza riguarderà l’IRPEF, l’IRES, l’IRAP, ma anche i contributi, le imposte sostitutive. Il maggior termine dovrebbe anche riguardare il diritto dovuto annualmente alla camera di commercio i cui termini di versamento sono collegati alle imposte risultanti dalla dichiarazione dei redditi. Potranno beneficiare del maggior termine anche i contribuenti che hanno scelto di versare il saldo annuale dell’Iva 2016 in coincidenza e unitamente alle imposte risultanti dal modello di dichiarazione dei redditi.

In conseguenza della proroga i commercialisti potranno anche valutare con maggiore attenzione l’opportunità dell’assegnazione agevolata dei beni ai soci avente scadenza il 30 settembre prossimo. Entro i prossimi due mesi i professionisti e gli operatori saranno chiamati ad effettuare una serie di scelte non sempre agevoli. Ai fini della disciplina delle assegnazioni risulterà essenziale verificare l’iscrizione nel passivo di bilancio della società di riserve di utili e di capitali. Il legislatore ha previsto la disapplicazione temporanea dell’art. 47 del TUIR nella parte che prevede la presunzione assoluta della prioritaria distribuzione delle riserve di utili rispetto alla riserve di capitali se iscritte in bilancio.

In questo caso, limitatamente alle assegnazioni agevolate, la società può considerare in diminuzione dalle passività le riserve di capitali (la posta versamenti in conto capitale) anziché le riserve di utili. Conseguentemente, in molti casi, la distribuzione/riduzione della riserva versamenti in conto capitale non darà luogo ad un’operazione di distribuzione dei dividendi.

La distribuzione dei dividendi si verifica allorquando il valore del bene oggetto di assegnazione è superiore al valore fiscalmente riconosciuto della partecipazione. In pratica il socio deve ricevere un bene il cui valore è superiore rispetto al conferimento iniziale e ai successivi. In questa ipotesi il differenziale costituisce il dividendo oggetto di distribuzione. Deve però considerarsi che il valore fiscalmente riconosciuto della partecipazione risulta incrementato dell’importo soggetto a tassazione sostitutiva (la plusvalenza).

Si consideri il caso in cui il valore catastale dell’immobile oggetto di tassazione sia pari a 200.000 euro, e il costo fiscalmente riconosciuto dell’immobile sia pari a 50.000 euro. In questo caso sulla plusvalenza pari a 150.000 euro si applicherà l’imposta sostitutiva dell’8%. Si ipotizzi ancora che il valore fiscalmente riconosciuto della partecipazione sia pari a 80.000 euro. Al fine di verificare se la distribuzione della riserva di capitali (costituita dai versamenti in conto capitale) configuri o meno l’ipotesi di distribuzione dei dividendi è necessario incrementare il valore fiscalmente riconosciuto della partecipazione dell’ammontare della plusvalenza. Il valore così determinato sarà pari a 230.000 (80.000 + 150.000). In pratica il socio ottiene un bene il cui valore ammonta a 200.000 euro a fronte di un costo della partecipazione di 230.000 euro. La differenza è negativa e non si realizza la distribuzione di alcun dividendo. Se viceversa il costo della partecipazione fosse stato pari a 220.000 euro, la società avrebbe distribuito un utile pari a 10.000 euro. Infatti a fronte di tale valore il socio avrebbe ricevuto un bene pari a 230.000 euro. Questo reddito sarebbe stato tassato in capo al socio secondo i criteri ordinari.

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21 luglio 2017

Nicola Forte


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