Diario fiscale del 13 ottobre 2014: VIES: resta la non imponibilità IVA anche se la partita IVA del cessioanrio viene cancellata

Pubblicato il 13 ottobre 2014



omissione Iva: non condannabile l’amministratore di società decaduto dalla carica di rappresentante legale; VIES: anche dopo la cancellazione rimane la non imponibilità Iva; ok al falso in bilancio per il componente del Cda; Dogane: verifiche successive all’accreditamento per il rilascio del nulla osta definitivo; scadenza Tasi al 16 ottobre 2014; é giusto l’accertamento bancario anche se l’autorizzazione non è stata esibita al contribuente; accredito figurativo del servizio di leva; convenzione quadro per la fruibilità telematica delle banche dati dell’Inps

 

 Indice:

 1) Omissione Iva: non condannabile l’amministratore di società decaduto dalla carica di rappresentante legale

 2) VIES: anche dopo la cancellazione rimane la non imponibilità Iva

 3) Ok al falso in bilancio per il componente del Cda

 4) Dogane: verifiche successive all’accreditamento per il rilascio del nulla osta definitivo

 5) Scadenza Tasi al 16 ottobre

 6) E’ giusto l’accertamento bancario anche se l’autorizzazione non è stata esibita al contribuente

 7) Accredito figurativo del servizio di leva

 8) Convenzione quadro per la fruibilità telematica delle banche dati dell’Inps

 

 

1) Omissione Iva: non condannabile l’amministratore di società decaduto dalla carica di rappresentante legale

L’ex amministratore non risponde del reato di omissione dell’Iva. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42002 del 9 ottobre 2014, ha, infatti, stabilito che l’amministratore di srl firmatario della dichiarazione Iva dalla quale emerga un debito d’imposta di importo superiore alla soglia prevista per l’integrazione della fattispecie di cui all’art. 10-ter del DLgs. 74/2000 non può essere condannato per tale delitto ove, al momento ultimo per provvedere al versamento, evitando conseguenze penali, non era più rappresentante legale della società, ma mero socio della compagine sociale, seppure genericamente in possesso, per disposizione statutaria relativa a tutti i soci, di poteri rappresentativi. A precisarlo è della Cassazione, depositata ieri.

I giudici di legittimità affermano, innanzitutto, che, nel caso in cui l’omesso versamento di imposte penalmente rilevante si caratterizzi per essere riferito ad una obbligazione tributaria gravante su di un soggetto impersonale, il reato in questione acquista in sostanza le sembianze di un reato proprio, nel senso che è suscettibile di essere commesso solamente dal soggetto, o dai soggetti, che, in base alla relativa normativa tributaria, risultano essere gravati del predetto obbligo. Quindi, in primo luogo, occorre riferirsi al legale rappresentante della società tenuta all’obbligazione tributaria, in quanto ne esercita i poteri di amministrazione con rilevanza esterna; in via subordinata, poi, laddove emerga la non corrispondenza tra rappresentanza formale ed effettivo esercizio dei poteri di amministrazione, occorre considerare colui che svolga, in via di mero fatto, l’attività di gestione della società. Inoltre, dal momento che la fattispecie di cui all’art. 10-ter del DLgs. 74/2000 è reato omissivo in senso stretto – che si perfeziona quando, entro il termine per il compimento dell’atto, questo non è eseguito da chi vi sia tenuto – per l’individuazione del soggetto penalmente responsabile occorre riferirsi alla persona che risulta titolare dell’obbligo al momento della scadenza del termine ultimo per l’adempimento.

Sulla base di tali principi, afferma la Suprema Corte, diviene impossibile condividere l’affermazione di responsabilità (cui invece erano pervenuti nel caso di specie i giudici di merito) del soggetto firmatario della dichiarazione IVA fondata sui seguenti rilievi: da un lato, sul fatto che l’imputato, pacificamente privo della carica di rappresentante legale al momento ultimo per il versamento, avesse ancora un generico potere rappresentativo della società, riservato statutariamente a tutti i soci; dall’altro, sulla circostanza che l’essere stato il firmatario della dichiarazione IVA nella quale era stato liquidato l’importo dovuto, avrebbe fatto emergere uno specifico e più pregnante dovere di attenzione in ordine all’adempimento delle obbligazioni correlate.

Quanto al primo rilievo, si osserva come non sia affatto sufficiente a fondare la responsabilità penale per il reato in questione l’esistenza di un generico potere rappresentativo della compagine sociale attribuito in via statutaria a tutti i soci, essendo, di contro, necessario un potere rappresentativo specificamente rivolto all’adempimento degli obblighi tributari. Ragionando diversamente, infatti, la responsabilità penale per omessi versamenti finirebbe, nelle società di persone, per gravare su tutti i soci, tendenzialmente dotati del potere di impegnare la società.

In relazione al secondo profilo, poi, si evidenzia come esso porterebbe ad ipotizzare – ove il nuovo rappresentante legale della società subentrato a quello che aveva provveduto alla sottoscrizione della dichiarazione dovesse omettere nei termini il versamento dovuto – una inammissibile responsabilità per fatto del terzo in capo all’originario legale rappresentante. Quest’ultimo, d’altra parte, qualora fosse del tutto uscito dalla società, si troverebbe persino nella materiale impossibilità di adempiere.

 

 2) VIES: anche dopo la cancellazione rimane la non imponibilità Iva

Il fornitore comunitario non è debitore nel suo paese. È quanto emerso dalla sentenza emanata il 9 ottobre 2014 dalla Corte di Giustizia Ue nella causa C-492/13. Per la Corte di Giustizia, la successiva cancellazione retroattiva della partita IVA del cessionario non può rimettere in discussione la non imponibilità

Se, al momento della cessione intracomunitaria, la partita IVA del cessionario Ue risulta valida nella banca dati VIES, la sua successiva cancellazione retroattiva (e conseguente modifica dei dati contenuti in detta banca dati) non può rimettere in discussione, in presenza di tutti gli elementi sostanziali che caratterizzano l’operazione, la non imponibilità dell’operazione. Nel caso di specie, una società bulgara operante nel settore dei lavori generali di costruzione di edifici e di opere edili, nella dichiarazione IVA 2009 dichiarava di aver effettuato delle cessioni intracomunitarie di beni, esentate dall’IVA, nei confronti di una società greca, la cui partita IVA risultava valida a seguito di interrogazione della banca dati VIES (sistema di scambi automatici di informazioni tra le Amministrazioni finanziarie degli Stati membri dell’Unione – la cui base giuridica è il Regolamento (UE) 904/2010 – attivato dal 1993 al fine di permettere il controllo delle transazioni commerciali Ue e la verifica dell’esistenza dei soggetti passivi IVA che le pongono in essere).

Per attestare dette cessioni, e in particolare l’arrivo dei beni in Grecia, la società bulgara produceva inoltre, in ossequio alla normativa nazionale sul punto, copia delle fatture contenenti il numero di partita IVA greco della cessionaria, verbali di consegna, lettere di vettura internazionali e una bolla di ricevuta delle merci firmata.

A seguito di una prima verifica nella banca dati VIES, l’Amministrazione finanziaria bulgara confermava che la società cessionaria risultava essere identificata ai fini dell’IVA e che la stessa disponeva di numero di partita IVA valido. In occasione di una successiva verifica fiscale, scaturita dalla circostanza che la cessionaria non risultava aver né dichiarato l’acquisto intracomunitario, né versato l’IVA in Grecia, l’Amministrazione finanziaria, dopo aver nuovamente consultato la banca dati VIES, contestava alla società bulgara che la cessionaria non risultava essere più identificata ai fini dell’IVA dal 2006.

Per conseguenza, l’Amministrazione emanava un avviso di accertamento in rettifica nei confronti della società bulgara, assoggettando le operazioni di vendita alla società greca all’IVA, in quanto quest’ultima non era identificata ai fini dell’IVA in un altro Stato membro, sicché la condizione di esenzione dall’imposta, vertente sulla qualità di soggetto passivo dell’acquirente e prevista dalla normativa comunitaria e nazionale, non risultava adempiuta.La società bulgara proponeva ricorso avverso il citato avviso di accertamento in rettifica, sottolineando la circostanza che, come anticipato, anche da una prima verifica della stessa Amministrazione finanziaria sulla banca dati VIES, risultava che la società greca disponeva di un numero di partita IVA valido al momento dell’operazione. Tuttavia, l’avviso di accertamento in rettifica veniva confermato.

La società, a questo punto, decideva di proporre ricorso avverso tale decisione dinanzi al Tribunale amministrativo, dichiarando di avere fornito all’Amministrazione tributaria tutti i documenti richiesti dalla norma nazionale a dimostrazione l’esistenza di una cessione intracomunitaria e di avere svolto le operazioni in oggetto in buona fede, dopo aver verificato il numero di partita IVA della società greca nella banca dati VIES prima di concludere le operazioni in questione.

Sul punto, la Corte di Giustizia ha preliminarmente ricordato che una cessione intracomunitaria è esente da IVA se soddisfa i requisiti fissati all’art. 138, paragrafo 1 della direttiva IVA; in forza di quest’ultima disposizione, gli Stati membri esentano le cessioni di beni spediti o trasportati, fuori del loro rispettivo territorio ma nell’Unione europea, dal venditore, dall’acquirente o per loro conto, effettuate nei confronti di un altro soggetto passivo o di un ente non soggetto passivo, che agisce in quanto tale in uno Stato membro diverso dallo Stato membro di partenza della spedizione o del trasporto dei beni.

Richiamando poi la propria giurisprudenza in materia (cause C‑273/11 e C‑409/04), i giudici comunitari hanno ribadito che l’esenzione dall’IVA per la cessione intracomunitaria di un bene diviene applicabile solo quando il potere di disporre di tale bene come proprietario è stato trasmesso all’acquirente, il fornitore prova che tale bene è stato spedito o trasportato in un altro Stato membro e, in seguito a tale spedizione o trasporto, esso ha lasciato fisicamente il territorio dello Stato membro di cessione.

Dunque, la Corte di Giustizia ha ribadito che va riconosciuta la buona fede del contribuente, ove questi dimostri di aver operato con l’ordinaria diligenza.

 

 3) Ok al falso in bilancio per il componente del Cda

Anche il componente del Cda risponde per falso in bilancio e bancarotta se non vigila sulla cattiva gestione dell’imprenditore che, esponendo crediti fittizi, ha portato al dissesto societario e quindi al fallimento della società.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 42257 del 9 ottobre 2014, ha confermato la responsabilità penale di una manager, componente del Cda di una società caduta in dissesto a causa della cattiva gestione del rappresentante legale, nonostante agisse come «sovrano assoluto».

Inutile per la donna giustificarsi sostenendo di non avere poteri decisionali sulla gestione. Infatti, dall’esame dei verbali, la Corte di appello ha tratto elementi dimostrativi di interventi specifici svolti dall’imputata in merito alla situazione contabile e, in ultima analisi, il motivato convincimento di una sua attiva partecipazione all’amministrazione della fallita, conclusione, questa, che rende ragione della sussistenza dell’elemento soggettivo.

Ciò tanto più che il componente del Cda risponde del concorso nella bancarotta impropria da reato societario per mancato impedimento dell’illecito anche quando sia consapevolmente venuto meno al dovere di acquisire tutte le informazioni necessarie all’espletamento del suo mandato. Non solo. il Collegio di legittimità ha ricordato che in tema di bancarotta impropria da reato societario, il dolo presuppone una volontà protesa al dissesto, da intendersi non già quale intenzionalità di insolvenza, bensì quale consapevole rappresentazione della probabile diminuzione della garanzia dei creditori.

4) Dogane: verifiche successive all’accreditamento per il rilascio del nulla osta definitivo

L’Agenzia delle Dogane, con la nota n. 112519/RU del 9 ottobre 2014, si è occupata della trattazione delle verifiche successive all’accreditamento per il rilascio del nulla osta definitivo all’inserimento nell’elenco dei taratori di sistemi di misura elettrici utilizzati per i fini fiscali.

E’ previsto il rilascio di un nulla osta preventivo da parte dell’Ufficio delle dogane territorialmente competente sulla sede della Società richiedente, in particolare per quanto concerne quei profili oggettivi e soggettivi valutabili anteriormente all’accreditamento stesso (quali ad esempio: il possesso di solida posizione economica; la non sottoposizione a procedure concorsuali; l’assenza di precedenti in linea finanziaria o procedimenti in corso, di particolare gravità, con specifico riguardo al settore delle accise e delle dogane, ecc..).

Ultimati i riscontri di competenza, Accredia rilascia alla predetta Società un rapporto di valutazione contenente l’elenco delle procedure tecniche esaminate nonché eventuali rilievi concernenti il procedimento e, quindi, qualora nulla osti, ne delibera l’accreditamento.

Poiché l’accreditamento non comprende la verifica di taluni aspetti tecnico – fiscali di stretta competenza dell’Agenzia delle dogane, al fine di consentire i necessari riscontri successivi all’accreditamento, la Società accreditata trasmette, possibilmente in formato elettronico, all’Ufficio in intestazione, all’Ufficio delle dogane competente sulla propria sede ed all’Area Accise della relativa Direzione di vertice di secondo livello il predetto rapporto di valutazione, corredato:

Inoltre, con almeno 15 giorni di anticipo rispetto alla prima verifica su impianto effettuata da ciascuno dei predetti operatori indicati nel DA-05, ciascuna Società di nuovo accreditamento comunica all’Ufficio in intestazione gli estremi dell’officina elettrica presso la quale la predetta verifica è stata programmata, nonché la relativa data, l’ora e l’operatore incaricato, al fine di consentire il riscontro della perizia dello stesso relativamente all’esecuzione:

- delle prove del documento DT-01-DT rev.01;

- del suggellamento del gruppo di misura;

- dell’attività di registrazione dei dati rilevanti in sede di verifica sino all’emissione del certificato.

I gruppi di misura della predetta officina elettrica devono essere muniti di morsettiera di prova per consentire l’effettuazione di verifiche a carico reale ed a carico fittizio.

Ricevuta tale comunicazione, l’Ufficio in intestazione informa preventivamente l’Ufficio delle dogane territorialmente competente sull’officina elettrica, il quale interviene alla verifica (coadiuvato, se del caso, da esperti della sovraordinata Direzione di vertice ed eventualmente alla presenza di ispettori Accredia), per verbalizzare, a latere dell’attivazione dell’officina elettrica, anche la corretta esecuzione delle predette attività da parte dell’operatore interessato.

Copia del verbale è inviata all’Ufficio in intestazione, all’Ufficio delle dogane competente sulla sede della Società accreditata e all’Area accise della relativa Direzione di vertice di secondo livello.

Sulla base di tale verbale ed effettuati i riscontri relativamente alla veridicità della dichiarazione di cui al predetto punto B e dell’elenco di cui al punto C, quest’ultimo Ufficio delle dogane rilascia il nulla osta definitivo all’inserimento della Società e dei relativi dipendenti taratori nell’elenco di che trattasi.

Copia del nulla osta definitivo è inviato anche all’Ufficio in intestazione per la pubblicazione dell’elenco aggiornato sul sito intranet dell’Agenzia.

 

 5) Scadenza Tasi al 16 ottobre

Scade il 16.10.2014 il termine per effettuare il pagamento dell’acconto Tasi 2014, relativamente ai Comuni che hanno inviato le delibere al Dipartimento delle Finanze entro il 10 settembre e che non sono riusciti a farlo entro il 23 maggio. Si tratta di oltre 5.200 Comuni, quindi il secondo appuntamento della Tasi – dopo l’acconto di giugno – riguarda la maggior parte dei contribuenti, in particolare quelli di grandi città come Milano, Roma e Firenze.

La prima scadenza, quella dell’acconto del 16.6.2014, ha riguardato gli immobili situati nei 2.178 Comuni che hanno deliberato a maggio. In tal caso i contribuenti hanno già pagato a giugno e dovranno effettuare il saldo entro il 16 dicembre senza pertanto considerare la tappa intermedia del 16 ottobre, riferita agli oltre 5.200 Comuni che hanno inviato le delibere al Mef entro lo scorso 10 settembre.

Si dovrà invece saltare anche la seconda tappa del 16.10.2014 qualora il Comune non sia riuscito a rispettare la scadenza del 10 settembre per inviare le delibere al Dipartimento delle Finanze. In tal caso – riguardante oltre 600 Comuni – i contribuenti dovranno effettuare l’unico versamento entro il 16 dicembre applicando agli immobili adibiti ad abitazione principale la mini aliquota dell’1 per mille. Per gli altri fabbricati scatta ugualmente l’1 per mille solo se l’aliquota l’Imu non supera il 9,6 per mille, quindi la Tasi non andrà pagata se la corrispondente aliquota Imu è già al massimo (10,6 per mille). Sotto tale soglia si dovrà invece effettuare il calcolo del tributo considerando il margine disponibile: ad esempio, se l’aliquota Imu è al 10 per mille, si pagherà la Tasi per gli altri fabbricati sul residuo 0,6 per mille. Toccherà pertanto ai contribuenti fare i dovuti conteggi, che si complicano ulteriormente nel caso di ripartizione della quota tra possessore e occupante, quest’ultima pari al 10% dell’importo complessivo, misura convenzionale applicabile in mancanza della delibera comunale.

Decise le aliquote e le detrazioni da parte dei Comuni, sorge la necessità di cercare la delibera del proprio Comune sul sito del Dipartimento delle Finanze (l’unica fonte ufficiale) per capire innanzitutto se si dovrà pagare la Tasi e poi con quale aliquota effettuare il calcolo dell’importo dovuto. Operazione non semplice, considerato il tono burocratico e la mole delle delibere, composte in molti casi da decine e decine di pagine (si pensi ai 75 fogli della delibera di Bari o alle 63 pagine di quella di Milano). Poi occorre fare attenzione alle delibere a contenuto plurimo (ad esempio Tasi e Imu) e alle doppie delibere sulla Tasi, ad

esempio nei Comuni che hanno corretto le prime delibere anche alla luce delle interpretazioni ministeriali sull’aliquota supplementare dello 0,8 per mille.

È peraltro possibile che il Comune abbia azzerato completamente il tributo (è il caso dei Comuni di Positano, Amalfi e di pochissimi altri) oppure che abbia azzerato solo l’aliquota per i fabbricati diversi dalle abitazioni principali, caso invece molto diffuso.

Insomma appare evidente la presenza di moltissime variabili (specialmente sulle detrazioni), alle quali si aggiungono quelle introdotte dai Comuni in ordine alle scadenze da rispettare per il pagamento della Tasi.

L’operazione è fattibile per via dell’autonomia regolamentare (art. 52, D.Lgs. 446/1997) e perché la Tasi, diversamente dall’Imu, non ha il vincolo della quota statale. Ciò ha consentito ai Sindaci di scegliere date diverse rispetto a quelle fissate dal calendario nazionale, considerato peraltro che sono gli stessi enti ad attivare accertamenti e sanzioni.

In ordine allo slittamento delle date si ricorda che il Ministero dell’Economia e delle Finanze consente ai Comuni di stabilire un termine ragionevole entro il quale i contribuenti possono effettuare i versamenti senza applicazione di sanzioni e interessi (R.M. 23.6.2014, n. 1/DF).

L’atteggiamento di diversi Comuni è infatti all’insegna di una certa tolleranza nell’accettazione dei pagamenti effettuati in autoliquidazione dai contribuenti, considerate tutte le difficoltà nel reperimento di aliquote e detrazioni Tasi oltre all’esistenza di dubbi interpretativi dovuti all’applicazione del nuovo tributo.

Tra gli enti tolleranti si segnala il Comune di Cesena, che non applicherà alcuna sanzione in caso di versamento in ritardo della prima rata di ottobre, ove effettuato entro il 16 dicembre.

I termini fissati dagli enti locali sono quindi da ritenersi decisivi al fine di verificare la correttezza degli adempimenti posti a carico dei contribuenti. È necessario visionare attentamente le delibere comunali, che potrebbero contenere specifiche indicazioni sulle scadenze o altro. I Comuni dovrebbero pertanto evidenziare tutte le particolarità al fine di consentire di effettuare i dovuti versamenti e di evitare attività postume per la correzione degli errori, che già non mancheranno per via delle numerose incertezze applicative.

 

6) E’ giusto l’accertamento bancario anche se l’autorizzazione non è stata esibita al contribuente

E’ legittimo l’accertamento fondato sulle risultanze delle movimentazioni bancarie anche quando l’autorizzazione all’espletamento delle indagini medesime non sia stata esibita al contribuente e non contenga alcuna motivazione. L’accertamento è illegittimo soltanto nel caso in cui dette movimentazioni “siano state acquisite in materiale mancanza dell’autorizzazione, e sempre che tale mancanza abbia prodotto un concreto pregiudizio per il contribuente”.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20420 del 26 settembre 2014.

Nel caso di specie, a seguito di processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, al titolare di una ditta individuale venivano notificati tre avvisi di accertamento ai fini IRPEF. IRAP e IVA per tre periodi di imposta, attraverso i quali l’Amministrazione finanziaria recuperava a tassazione maggiori ricavi e IVA indebitamente detratta su alcune fatture relative a operazioni ritenute dall’Ufficio inesistenti.

Il contribuente ricorre per Cassazione contro la pronuncia della Commissione Tributaria Regionale, sostenendo che l’Amministrazione finanziaria aveva emesso l’avviso di accertamento sulla base di dati bancari per i quali l’Ufficio non aveva chiesto preventivamente un contraddittorio e che non era stata esibita l’autorizzazione alle indagini bancarie.

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso affermando che la mancata esibizione dell’autorizzazione alle indagini bancarie “non comporta l’illegittimità dell’avviso di accertamento fondato sulle risultanze delle movimentazioni bancarie acquisite dall'Ufficio o dalla Guardia di Finanza” e che pertanto risulta irrilevante che tale autorizzazione sia stata prodotta soltanto nel ricorso in appello.

Per quanto concerne poi la preventiva instaurazione del contraddittorio, i giudici di legittimità affermano che l’accertamento bancario è utilizzabile dall’Ufficio anche in assenza di contraddittorio con il contribuente; infatti, sia in tema di accertamento delle imposte sui redditi che dell’IVA “i dati raccolti dall’amministrazione delle finanze in sede di accesso, ai conti correnti bancari di un contribuente, consentono, in virtù della presunzione contenuta nella detta normativa, di imputare gli elementi, da essi risultanti, direttamente a ricavi dell’attività svolta dal medesimo, salva la possibilità per il contribuente di provare che determinati accrediti non costituiscano proventi delle dette attività. Né la legittimità dell’utilizzazione dei movimenti dei conti correnti bancari è condizionata alla previa instaurazione del contraddittorio.”.

 

7) Accredito figurativo del servizio di leva

L’Inps, con la circolare n. 121 del 10 ottobre 2014, disciplina l’applicazione del regime telematico esclusivo per la presentazione delle domande di accredito figurativo del servizio di leva e l’ampliamento del servizio on line al Fondo di Quiescenza Poste e alla gestione ex-Enpals.

L’Istituto è da tempo impegnato nel complesso e graduale processo di telematizzazione dei servizi avviato dal 2010 a seguito della determinazione presidenziale n. 75 – avente ad oggetto “Estensione e potenziamento dei servizi telematici offerti dall’INPS ai cittadini” – con la quale è stato stabilito l’utilizzo esclusivo del canale telematico per la presentazione delle principali domande di prestazioni/servizi.

A seguito dell’entrata in vigore del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 214, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, che ha disposto la soppressione di INPDAP ed ENPALS e l’attribuzione delle relative funzioni all’INPS, il Presidente dell’Istituto, con la Determinazione n. 95 del 30 maggio 2012, ha esteso agli enti incorporati (Gestione pubblica e Lavoratori dello spettacolo e Sportivi professionisti) il programma di telematizzazione dei servizi.

Per la presentazione telematica, in via esclusiva, delle istanze per il riconoscimento del servizio militare nella Gestione dipendenti pubblici (Ex Inpdap) l’Inps rinvia a quanto già disposto con circolare n.12/2013; per tali domande nulla è innovato in questa sede.

La presentazione telematica diventerà il canale esclusivo dal 1° gennaio 2015.

In seguito l’istanza presentata in forma diversa da quella telematica non sarà procedibile.

Presentazione della domanda

Le domande devono essere presentate attraverso uno dei seguenti canali:

- WEB – servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN attraverso il portale dell’Istituto;

- Contact Center Integrato – n. 803164.

- Patronati – attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi;

a) Presentazione delle domande tramite Servizio Web da parte degli assicurati.

Il servizio di presentazione delle domande è disponibile sul sito internet dell’Istituto (www.inps.it) nella sezione Servizi ON LINE > Elenco di tutti i servizi > Accredito del servizio di leva.

Per poter accedere al servizio, il richiedente deve essere in possesso del PIN “dispositivo” di autenticazione.

 

 8) Convenzione quadro per la fruibilità telematica delle banche dati dell’Inps

Il D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, recante il Codice dell’amministrazione digitale (CAD), detta, all’art. 50, comma 2, il principio che qualunque dato trattato da una pubblica amministrazione, salvi i casi previsti dall'articolo 24 della legge 7 agosto 1990, n. 241, nel rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali, è reso accessibile e fruibile alle altre amministrazioni quando l’utilizzazione del dato sia necessaria per lo svolgimento dei compiti istituzionali dell’amministrazione richiedente.

Inoltre l’articolo 58, comma 2, del CAD prescrive, anche allo scopo di agevolare l’acquisizione d’ufficio ed il controllo sulle dichiarazioni sostitutive riguardanti informazioni e dati relativi a stati, qualità personali e fatti di cui agli articoli 46 e 47 del D.P.R. 445/2000, che le Amministrazioni titolari di banche dati accessibili per via telematica predispongano, sulla base delle linee guida redatte dall’Agenzia per l’Italia Digitale, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, apposite convenzioni aperte all’adesione di tutte le amministrazioni interessate volte a disciplinare le modalità di accesso ai dati da parte delle stesse amministrazioni procedenti, senza oneri a loro carico.

In attuazione delle suddette disposizioni normative, l’Istituto, con determinazione del Commissario Straordinario n. 119 del 18 luglio 2014, ha adottato una convezione quadro per la fruibilità telematica delle banche dati dell’INPS ai sensi del citato art. 58, comma 2 del CAD.

Ha altresì disposto di delegare, alla firma della predetta convenzione, i Direttori delle sedi Regionali, in relazione al proprio ambito territoriale ed il Direttore Centrale Organizzazione relativamente agli Enti o Amministrazioni a valenza nazionale.

La “Convenzione Quadro” sarà a breve pubblicata sul sito Istituzionale ed inviata alla AGID in adempimento agli obblighi di pubblicità e trasparenza.

Unitamente alla Convenzione Quadro sarà pubblicato sul sito il “facsimile di domanda di adesione”, che dovrà essere utilizzato dagli Enti aderenti per l’avvio del procedimento di adesione.

(Inps, circolare n. 123 del 10 ottobre 2014)

 

Vincenzo D’Andò