Poteri ed obblighi del Giudice tributario ed impugnabilità delle sentenze - parte III

Premessa.


Ultima puntata, in attesa di una sicura ulteriore produzione giurisprudenziale, dell’analisi dei poteri e degli obblighi che sussistono in capo al Giudice Tributario. La Corte Suprema manifesta infatti grosse oscillazioni quando è chiamata a pronunciarsi sui poteri delle Commissioni tributarie. Passa infatti da decisioni che circoscrivono l’iniziativa alle sole parti in causa ad altre, assai più possibiliste intorno ai margini d’azione del giudice. Le implicazioni dei due indirizzi sono motivo di incertezza per gli operatori, a cominciare ovviamente dai componenti i Collegi di merito.


La rassegna, nel suo piccolo, cerca di mettere in chiaro le diverse posizioni e di indicare una soluzione ispirata alla lettura sistematica del modello processuale che oggi impronta il rito tributario.


 


 


 


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Impossibile per il Giudice rilevare la decadenza dell’azione del Fisco


Deve richiamarsi il principio secondo cui la decadenza dell’amministrazione finanziaria dall’esercizio di un potere nei confronti del contribuente, in quanto stabilita in favore e nell’interesse esclusivo di quest’ultimo in materia di diritti da esso disponibili, configura un’eccezione in senso proprio che, in sede giudiziale, deve essere dedotta dal contribuente, non potendo essere rilevata d’ufficio dal giudice (cfr Cass., 11 dicembre 2006, n. 26361 e Cass., 24 agosto 2007, n. 18019).


(Cassazione, sentenza n. 21506/2010)


 


 


Decadenza da un diritto sempre rilevabile dal Giudice


La decadenza del contribuente dal diritto di rimborso per non avere presentato l’istanza entro il termine previsto dall’articolo 38 del Dpr n. 602/73 dal versamento dell’imposta indebitamente corrisposta è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, quindi è deducibile per la prima volta in appello.


(Cassazione, ordinanza n. 22008/2010)


 


 


Ordine di esibizione dei documenti


Sino alle modifiche apportate dal D.L. n. 203/05 (che ha espunto il comma 3 dell’art. 7 del D.Lgs. n. 546/92), il giudice tributario poteva ordinare alle parti l’esibizione di documenti ritenuti necessari ai fini della decisione. La Corte rileva che i documenti esibiti in ottemperanza al suddetto ordine hanno lo stesso valore probatorio degli altri documenti.


(Cassazione, ordinanza n. 11206/2010)


 


 


Obbligo del Giudice di sospensione del processo


L’istituto della sospensione del processo nelle ipotesi legislativamente previste tutela l’esigenza fondamentale avvertita dalla giurisdizione di evitare la formazione di giudicati contrastanti. Avverso la decisione di non disporre la sospensione, nelle ipotesi in cui sia assunta la necessità, può essere censurata – in quanto astrattamente idonea ad inficiare la successiva pronuncia di merito e lesiva di una norma processuale – con il mezzo di cui all’art. 360, n. 4, c.p.c., fatto salvo l’esperimento dell’istanza di regolamento di competenza ex art. 42 c.p.c..


Nel processo tributario, la questione relativa alla proposizione della querela di falso è disciplinata in via esclusiva dall’art. 39, D.Lgs. n. 546/1992, non potendosi fare riferimento alcuno all’art. 295 del codice di rito ed alla relativa giurisprudenza formatasi sulla menzionata disposizione.


L’art. 39 del D.Lgs. n.546/1992 stabilisce che il processo tributario deve essere sospeso quando una delle parti abbia proposto querela di falso dinanzi al giudice civile.


La Corte di Cassazione ha specificato che, ai fini della sospensione:


– la proposizione della querela di falso deve esscre rituale;


– l’atto impugnato mediante querela di falso deve essere rilevante ai fini della decisione della controversia.


In ordine al primo punto, viene precisato che la valutazione di ritualità della querela deve essere di tipo estrinseco e formale, per cui deve escludersi che la Commissione possa vagliare la validità della querela con riferimento alla competenza del Giudice civile o all’integrità del contraddittorio. Piuttosto, il controllo potrebbe concernere i casi di querela mancante di sottoscrizione o di querela rivolta a soggetto diverso dall’autorità giudiziaria.


Per ciò che concerne il secondo punto, i giudici evidenziano che la rilevanza deve essere accertata in maniera specifica e analitica.


Tuttavia, è da escludere che la valutazione possa riguardare la “natura” della falsità al fine di escludere che si tratti di circostanza assistita da fede privilegiata, posto che ciò rientra, in linea di principio, nella giurisdizione del giudice civile, così come è da escludere un vaglio sull’idoneità dei mezzi di prova offerti a privare di efficacia probatoria il documento impugnato con querela.


Nella fattispecie in oggetto, nelle more del processo dinanzi alla Commissione tributaria regionale, il contribuente ha proposto querela di falso in quanto, a suo avviso, le attestazioni contenute nel pvc non erano veritiere.


La richiesta di sospensione del processo è stata disattesa posto che, erroneamente, i giudici hanno sostenuto che nella querela erano state offerte “prove non intese a confutare l’esistenza storica dei fatti ma il significato attribuito ai suddetti” .


(Cassazione, ordinanza n. 4003/2009)


 


 


Sentenza di rigetto con motivazione compiuta


Qualora la rettifica con metodo induttivo del reddito e del volume d’affari del contribuente sia fondata su un numero particolarmente esiguo di documenti e scritture contabili, il giudice del merito ha l’obbligo di motivare compiutamente le ragioni per le quali il risultato dell’attività di accertamento si rivela insoddisfacente, particolarmente laddove il contribuente non abbia contestato il rilievo sulla violazione dell’obbligo di tenuta delle scritture contabili.


 (Cassazione, sentenza n. 3853/2009)


 


 


Il Giudice non può rimediare d’ufficio alla carenza di prove del Fisco


Il ruolo di giudice del rapporto (e non dell’atto) rivestito dal giudice tributario (rilevante ad altri fini) certamente non abilita tale giudice a sopperire, d’ufficio, alle carenze istruttorie delle parti; atteso, peraltro, che tale supplenza non è consentita al giudice tributario nemmeno dalla previsione di cui all’art. 7, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992, che gli conferisce poteri officiosi, solo in via dei tutto eccezionale e per la sola ipotesi che il compiuto assolvimento dell’onere della prova a carico della parte sia impossibile o sommamente difficile: (cfr. Cass. nn. 4589/09, 4617/08)


(Cassazione, sentenza n. 23176/2009)


 


 


Il Giudice deve esaminare anche nel merito se non ci sono motivi formali per il rigetto del ricorso


Il processo tributario ha natura di giudizio di impugnazione-merito ed è rivolto alla rimozione dall’ordinamento giuridico dell’atto illegittimo quanto alla statuizione sul merito della controversia, ponendosi la pronuncia quale lex specialis sostitutiva degli effetti della dichiarazione del contribuente e dell’accertamento impugnato ritenuto non conforme al dettato normativo per motivi di carattere sostanziale. In tale ultimo caso, l’attività del giudice non consiste esclusivamente nella dichiarazione di illegittimità ma si estende – nei limiti prescritti dal principio della domanda – alla verificazione della pretesa tributaria da ricondursi correttamente nell’alveo delle disposizioni fiscali. Non è pertanto ammesso il ricorso a criteri di valutazione equitativa, particolarmente laddove neppure siano illustrate le ragioni poste a fondamento del ragionamento dell’organo giudicante.


(Cassazione, ordinanza n. 19079/2009)


 


 


Il Giudice non può “riscrivere” un accertamento


La cognizione della commissione tributaria regionale sulla pretesa fiscale fatta valere discende dalla natura di mezzo di impugnazione a carattere sostitutivo dell’appello. Conseguentemente, il giudice adito deve adottare la decisione sul merito della questione non potendo limitarsi ad una mera pronuncia di illegittimità e di annullamento dell’atto impugnato. Siffatta decisione ricorre infatti soltanto nelle ipotesi di vizi formali dell’accertamento o di atti presupposti che ne costituiscano fondamento giuridico o fattuale.


(Cassazione, sentenza n. 15717/2009)


 


 


Estinto il giudizio con ricorso viziato


Il giudice tributario d’appello, ove venga dedotta dinanzi a lui l’avvenuta definizione della lite per adesione del contribuente al condono, ha l’obbligo di dichiarare estinto il giudizio, anche nei casi in cui il gravame sia, in ipotesi, viziato da cause di inammissibilità od improcedibilità, trattandosi di questione officiosa, di ordine pubblico, che deve essere rilevata dal giudice prima di ogni altra (cfr. Cass. n. 25239/2007, Cass. nn. 4398/2008, 17142/2008)


(Cassazione, sentenza n. 11501/2009)


 


 


Acquisibili d’ufficio solo alcune prove


A fronte del mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del soggetto onerato, il giudice tributario non è tenuto ad acquisire d’ufficio le prove in forza dei poteri istruttori attribuitigli dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, perché tali poteri sono meramente integrativi (e non esonerativi) dell’onere probatorio principale e vanno esercitati, al fine di dare attuazione al principio costituzionale delle parti nel processo, solo per sopperire all’impossibilità di una parte di esibire documenti in possesso dell’altra. (Nella specie, in applicazione del riferito principio la Suprema Corte ha confermato la pronuncia impugnata che aveva rigettato l’appello dell’Ufficio per essersi questo limitato ad asserzioni labiali dei fatti, mai allegando supporti documentali e atteso, altresì, le doglianze generiche contenute nell’appello, sul negato rilievo probatorio della documentazione extra contabile mai messa peraltro a disposizione della commissione)”.

(Cassazione, sentenza n. 683/2009)

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