La responsabilità amministrativa (penale) delle imprese, il modello organizzativo ed il testo unico sulla sicurezza

          Il Decreto Legislativo 231/2001 ha posto a carico delle imprese organizzate in forma societaria, un’autonoma responsabilità a carattere anche penale nel caso in cui amministratori, dirigenti, dipendenti (e, in alcune ipotesi, altri rappresentanti o consulenti) commettano reati nell’interesse o a vantaggio dell’impresa stessa. Tale peculiare responsabilità viene definita come “amministrativa”, tuttavia, la realtà sostanziale è che si tratta di una responsabilità di tipo strutturalmente penale. In questo senso, accertato il compimento di uno dei reati elencati nel Decreto (si tratta dei reati cosiddetti “rilevanti”), la magistratura penale apre due distinti procedimenti: uno a carico della persona fisica che ha materialmente commesso il reato e l’altro – indipendente dal primo – a carico del soggetto societario.

 

          A circa 8 anni di distanza dall’introduzione nell’ordinamento giuridico italiano di questo sistema di responsabilità, iniziano a moltiplicarsi i casi in cui le società sono chiamate a difendersi innanzi ai giudici penali per fattispecie di reato commesse da propri collaboratori.

          In estrema sintesi, i presupposti della responsabilità penale d’impresa sono:

 

a)       il fatto che l’autore del reato sia soggetto funzionalmente legato alla società;

b)       che il reato sia compiuto nell’interesse e/o a vantaggio della società;

c)       che il reato sia tra quelli elencati nel Decreto (reati rilevanti).

 

          I presupposti in questione devono sussistere tutti e contestualmente affinché il giudice possa considerare la società penalmente responsabile ai sensi del D.Lgs 231/2001. ad ogni buon conto, ravvisati gli estremi della responsabilità in discorso, il giudice può applicare all’impresa:

 

         sanzioni pecuniarie fino a 1.500.000,00 euro

e/o

         sanzioni interdittive, tra le quali l’interdizione dell’esercizio dell’attività;

         il divieto di contrarre con la Pubblica Amministrazione;

         la revoca di concessioni, licenze, autorizzazioni.

 

          In casi specifici il giudice può anche procedere al commissariamento dell’impresa. Inoltre è sempre disposta la confisca del prezzo o del profitto tratto dal reato commesso, che può anche avvenire “per equivalente”: in questo caso saranno confiscati denaro, beni o altre utilità della società fino a concorrenza del valore da confiscare. Peraltro, anche prima della definizione del processo, in alcune ipotesi, il giudice può applicare misure cautelari di tipo interdittivo.

 

          In questo contesto, ricorrendo i presupposti sopra considerati, la società sarà sanzionata salvo il caso in cui sia in grado di dimostrare di avere adottato ed adeguatamente reso operativo un modello di organizzazione, gestione e controllo (articolo 6 del Decreto 231/2001, il “Modello organizzativo”) idoneo a prevenire gli illeciti. La società sarà inoltre tenuta a provare di avere verificato nel tempo la corretta applicazione del modello organizzativo, eventualmente attraverso l’istituzione di un Organismo di Vigilanza (“OdV”), ossia un organo aziendale indipendente dall’organo amministrativo, dotato di autonomi poteri di iniziativa, di spesa e di controllo.

          A questo proposito va sottolineato che il Decreto 231/2001 non ha dettato norme specifiche sui contenuti del “modello organizzativo”, ma si è limitato ad elencare le esigenze che esso deve soddisfare, tra le quali:

 

         l’individuazione delle attività aziendali nel cui ambito possono essere commessi “reati rilevanti”;

         l’indicazione dei responsabili e delle procedure decisionali sviluppate a fini preventivi;

         il controllo dei flussi finanziari;

         la previsione di obblighi informativi nei confronti dell’OdV);

         l’introduzione di sanzioni disciplinari per il mancato rispetto delle prescrizioni del Modello organizzativo.

 

          La costruzione e la messa in opera del Modello organizzativo in un momento precedente a quello della commissione del “reato rilevante”, può costituire una delle esimenti dalla responsabilità; successivamente al verificarsi dell’illecito, ma prima della dichiarazione di apertura del dibattimento nel processo penale, avrà efficacia attenuante, per cui il giudice dovrà mitigare il trattamento sanzionatorio.

          Peraltro, l’adozione del Modello organizzativo (e dell’OdV) è formalmente facoltativa ma, a parere di chi scrive, sostanzialmente obbligatoria: la responsabilità della società potrà essere esclusa o attenuata solo se il modello organizzativo è stato adottato ed efficientemente implementato. Si osservi, inoltre, che sull’organo amministrativo di una società incombe l’obbligo – e la connessa responsabilità – di valutare l’adeguatezza dell’assetto organizzativo e amministrativo e di attivarsi per evitare ed eliminare qualsiasi conseguenza dannosa per la società derivante da fatti pregiudizievoli dei quali fossero a conoscenza: in questo senso una attenta analisi del rischio di commissione di reati rilevanti e una valutazione di opportunità circa l’adozione di un modello organizzativo costituiscono obblighi ai quali l’organo amministrativo della società è chiamato a rispondere.

 

          Tanto considerato, l’incremento dei procedimenti penali a carico di imprese verificatosi negli ultimi anni è da porre in relazione anche al progressivo ampliamento del novero dei “reati rilevanti”: interventi del legislatore successivi al 2001 hanno grandemente ampliato il ristretto nucleo originario che era sostanzialmente strutturato sui reati contro la Pubblica Amministrazione (ad esempio la truffa in danno dello Stato o di altro Ente pubblico, corruzione in atti d’ufficio, concussione, ecc.). Ad oggi si contano ben 12 macrocategorie di reati rilevanti, nell’ambito delle quali sono elencate decine di singole fattispecie penali. Coerentemente, le imprese hanno o avrebbero dovuto adeguare i loro modelli organizzativi.

 

          A questo proposito va sottolineato che l’articolo 9 della Legge 123/2007 – le cui previsioni sono poi state recepite nel recente D.Lgs 81/2008 (“Testo Unico sulla Sicurezza” così come modificato ed integrato dal D.Lgs 3 agosto 2009, n. 106 recante “Disposizioni integrative e correttive del Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”). – ha definito fra i” reati rilevanti” l’omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro. In merito, l’articolo 30 del Testo Unico sulla Sicurezza, ha disciplinato con dettaglio i contenuti del “modello organizzativo” (o meglio, di quella parte del modello) concernente la prevenzione degli infortuni sul lavoro, rimandando “in sede di prima applicazione (ai modelli) definiti conformemente alle linee guida UNI-INAIL per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro (SGSL) del 28 settembre 2001 o al British Standard OHSAS 18.1.2007 (articolo 30, comma 5).

 

          Nel contesto così delineato è interesse di tutte le imprese (costituite in forma societaria) – che ancora non vi abbiano provveduto – strutturare ed implementare modelli organizzativi che risultino essere pienamente conformi alle previsioni del recente testo Unico sulla Sicurezza. La politica aziendale in materia di sicurezza, gli obiettivi concreti ed i comportamenti da seguire in tema di sicurezza e tutela dei lavoratori dovranno essere formalizzati per iscritto in un modello organizzativo costruito per la specifica impresa che lo implementerà, tenendo attentamente conto sia del settore produttivo in cui essa opera, che della sua struttura produttive, delle modalità di acquisizione delle commesse, delle modalità di esecuzione delle stesse.

          Da una parte l’impresa (e la sua dirigenza) potrà in tal modo più agevolmente evitare di incorrere in violazioni delle norme a tutela dei lavoratori e nelle specifiche sanzioni previste dal testo Unico; dall’altra, in caso di incidente che integri gli estremi dell’omicidio colposo o delle lesioni colpose gravi o gravissime, potrà disporre di un insostituibile strumento di difesa nel procedimento ai sensi del D.Lgs 231/2001. evitando così di esporsi al rischio di sanzioni che potrebbero seriamente comprometterne l’operatività.

 

Massimo Pipino

19 Settembre 2009


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