Remissione al giudice del lavoro delle liti sul cd. sommerso in carenza di giurisdizione delle Commissioni Tributarie


          La Corte Costituzionale con sentenza 14 maggio 2008 n. 130 ha  dichiarato  la “illegittimità  costituzionale del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (…), nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”. Di conseguenza, per effetto di tale declaratoria, deve affermarsi che la giurisdizione a conoscere delle “controversie”, “relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici  finanziari” appartiene al giudice ordinario, e non già a quello tributario, perché quelle  sanzioni conseguono “alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”.

 

          Per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 130/2008 le Commissioni Tributarie risultano carenti di  giurisdizione in ordine all’irrogazione delle sanzioni previste dal D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3”, per cui la sentenza della ct regionale emessa è “nulla in quanto pronunciata da giudice   carente di giurisdizione”; sussiste, a tal riguardo, l’obbligo del giudice di legittimità in caso di pronuncia sulla giurisdizione di  rimettere le parti innanzi al giudice territorialmente competente in applicazione del principio della traslatio iudicii dal giudice ordinario al giudice speciale e viceversa.

 

          Tali importanti principi sono stati statuiti dalle sezioni unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 15846 del 7 luglio 2009.

          La Suprema Corte(Cass., Sez. Unite, 15846/2009  dep. 07/07/2009)  si è conformata al decisum della Consulta, rilevando che “la giurisdizione a conoscere delle “controversie” quale quella in esame,relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari” appartiene al giudice ordinario, e non già a quello tributario, perché quelle sanzioni conseguono “alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”Per i giudizi instaurati prima del decorso degli effetti della pronuncia della Consulta n. 130/2008, la declaratoria di difetto di giurisdizione dei Giudici Tributari determinerà la c.d. translatio iudicii. La pronuncia della Suprema Corte n. 4109/2007 e della Consulta n. 77/2007 hanno infatti affermato il principio secondo cui la translatio può operare anche fra Giudici di ordini giurisdizionali diversi.In sostanza è possibile salvare gli effetti processuali e sostanziali della domanda già proposta davanti al Giudice Tributario, nella fase successiva alla riassunzione davanti al Giudice Ordinario.

          Questione controversa è quella relativa alla forma dell’atto di riassunzione davanti al Giudice Ordinario;infatti la riassunzione può essere proposta mediante:

A. atto di citazione;

B. ricorso;

C. comparsa di costituzione ex art. 125 disp. att. cod. proc. civ.

 

          Alla luce delle peculiarità del giudizio ex L. 689/1981 e del chiaro disposto dell’art. 125 disp. att. cod. proc. civ., richiamato nella circolare n. 56/E del 2008 la forma di riassunzione mediante la comparsa di costituzione sembra la forma preferibile. Tuttavia la giurisprudenza della Suprema Corte ammette l’utilizzo dell’atto di citazione senza che ciò determini alcun vizio suscettibile di incidere sul giudizio successivo alla riassunzione.

 

          Va ricordato che la circolare n. 56/E del 24 settembre 2008 dell’Agenzia delle entrate aveva fornito le seguenti indicazioni, in linea a quanto precisato dalla citata e successiva sentenza n. 15846/2009 delle sezioni unite. Per i giudizi pendenti innanzi alle Commissioni tributarie, instaurati antecedentemente alla data da cui decorrono gli effetti della sentenza n. 130/2008 della Consulta (vale a dire i giudizi instaurati anteriormente al 22 maggio 2008), in forza dell’efficacia retroattiva della sentenza della Corte costituzionale n. 130 del 2008, va esclusa l’operatività della c.d. perpetuato jurisdictionis prevista dall’articolo 5 del codice di procedura civile, pertanto, nelle controversie di cui si tratta risulta applicabile la c.d. translatio iudicii, ciò comporta che – a seguito della declaratoria di difetto di giurisdizione pronunciata dalla Commissione tributaria presso cui pende il giudizio instaurato prima della pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale n. 130 del 2008 – il processo può essere riassunto innanzi al Tribunale del luogo in cui è stata commessa la violazione entro il termine indicato dal Giudice a quo o, in mancanza, entro il termine di sei mesi di cui al primo comma dell’art. 50 del codice di procedura civile. Se la riassunzione non avviene nei termini predetti, il processo si estingue (artt. 50, secondo comma e 307, terzo comma del codice di procedura civile).

 

          Successivamente alla statuizione del Giudice tributario sul difetto di giurisdizione il giudizio può essere riassunto innanzi al Tribunale del luogo in cui è stata commessa la violazione ovvero al diverso Tribunale indicato dal Giudice, con conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda introduttiva del giudizio tributario. Pertanto, in applicazione dei criteri enunciati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 77 del 2007, nel giudizio di riassunzione non possono essere formulate domande ulteriori rispetto a quelle sollevate nel giudizio originariamente instaurato innanzi al Giudice tributario. La mancata riassunzione determina l’estinzione dell’intero processo, con il venir meno delle sentenze emesse nel corso di lui e la conseguente definitività dell’atto di irrogazione originariamente impugnato (cfr. Cass. n. 3040 dell’8 febbraio 2008).

 

          Nell’ipotesi di riassunzione effettuata a cura di controparte, gli Uffici devono primariamente verificare il rispetto del termine indicato dal Giudice a quo ovvero, in mancanza, del termine di sei mesi previsto dall’art. 50 del codice di procedura civile. In considerazione dell’ammissibilità del giuramento e della prova testimoniale nel giudizio è possibile avvalersi innanzi al Giudice di tali strumenti probatori, esclusi dall’ambito del giudizio tributario.

          Nel giudizio di riassunzione innanzi al Tribunale, pur essendo ammessa la possibilità di avvalersi della prova testimoniale – non ammessa nel processo tributario -, i fatti oggetto della prova sono pur sempre e solo quelli già ritualmente introdotti nel giudizio tributario, considerato che non si tratta di un nuovo giudizio, ma della prosecuzione di quello già instaurato, senza possibilità di modifica della domanda e dei fatti posti a fondamento della stessa. Più specificamente, la mancata allegazione in sede amministrativa o processual-tributaria di dichiarazioni rese da terzi si ritiene che escluda la possibilità di utilizzare validamente la prova per testi nell’ambito del giudizio di riassunzione.

 

Il difetto di giurisdizione e la “translatio iudicii”

          Nelle controversie tra giudici di diverso ordine risulta applicabile la c.d. translatio iudicii, come statuito dall’innovativo orientamento della giurisprudenza di legittimità e, successivamente, della giurisprudenza costituzionale, che si sono entrambe espresse a favore dell’operatività di detti principi anche tra giudici di diverso ordine.

          Sulla applicabilità della translatio iudicii tra Giudici di ordine diverso è intervenuta la Corte costituzionale con sentenza n. 77 del 12 marzo 2007, concernente la dichiarazione di illegittimità costituzionale – per contrasto con gli artt.24 e 111 della Costituzione – dell’art. 30 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, “nella parte in cui non prevede che gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione si conservino, a seguito di declinatoria di giurisdizione, nel processo proseguito davanti al giudice munito di giurisdizione”.

 

          I principi specificati dalla Consulta con la sentenza n. 77/2007, che è successiva alla pronuncia della Corte di cassazione, SS.UU. n. 4109/2007, entrambe favorevoli (anche se con un iter logico-giuridico diverso) all’introduzione nel nostro sistema della translatio iudicii nei rapporti tra giurisdizioni diverse, anziché tra diversi giudici di una stessa giurisdizione, evitano le prescrizioni e le decadenze interrotte dalla tempestiva proposizione del ricorso iniziale presso il giudice carente di giurisdizione; in buona sostanza, tali principi assicurano il rispetto del principio del giusto processo: l’applicazione della translatio iudicii rappresenta, infatti, un’adeguata tutela del cittadino che deve avere la possibilità di ricorrere alle garanzie apprestate dall’ordinamento sul piano giurisdizionale attraverso un percorso lineare e privo di “trappole formali”, senza che tuttavia le esigenze di semplificazione e celerità del processo si convertano in una violazione dei limiti costituzionali.

 

          L’art. 59 della legge 18 giugno 2009, n. 69  stabilisce, in proposito, che il giudice che dichiari il proprio difetto di giurisdizione, dovrà indicare, con sentenza, il giudice munito di giurisdizione. La pronuncia, qualora resa dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione, è vincolante per ogni giudice e per le parti. Entro tre mesi dal passaggio in giudicato della suddetta sentenza, la parte interessata dovrà riproporre la domanda inanzi al giudice indicato, facendo così salvi gli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del primo giudizio, ferme restando le eventuali preclusioni e decadenze intervenute. Se le sezioni unite del giudice di legittimità non si sono già pronunciate sulla questione di giurisdizione, il giudice adito successivamente potrà sollevare d’ufficio il proprio difetto di giurisdizione dinanzi alla medesima Corte di cassazione. L’eventuale mancato rispetto dei termini fissati per la riassunzione o per la prosecuzione del giudizio comporterà l’estinzione del processo. Infine, la legge n. 69/2009 stabilisce, che le prove raccolte dal giudice privo di giurisdizione potranno essere utilizzate come “argomenti di prova” dal giudice dinanzi al quale si ripropone la domanda.

 

Angelo Buscema

20 Agosto 2009

 

*********************

 

ALLEGATO

 

Sent. n. 15846 del 7 luglio 2009 (ud. del 26 maggio 2009) della Corte Cass., SS.UU. Civ.

 

    Svolgimento del processo – Con ricorso notificato all’Ufficio di Rimini  dell’Agenzia delle Entrate il  25  luglio  2008  (depositato,  a  mezzo  del servizio postale, con plico spedito il 14 agosto 2008), la s.a.s. “L.B.” di R.V. & C. – premesso di avere impugnato il provvedimento notificato l’undici dicembre 2004 da detto Ufficio, di irrogazione delle  “sanzioni  di  cui  al D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3, convertito con L. n. 73 del 2002.., in relazione a preteso rapporto di lavoro irregolare” per due lavoratrici -, in forza di TRE motivi, chiedeva di cassare (con refusione delle “spese dei tre gradi dei giudizio”) la sentenza n. 41/02/07 depositata il giorno 1.1 giugno 2007 con cui la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia  Romagna aveva rigettato il suo appello avverso la decisione (77/01/06) della Commissione Tributaria Provinciale di Rimini che, in  parziale accoglimento del suo ricorso, aveva dichiarato doversi commisurare  la  sanzione  della  solo  al periodo dal primo maggio al 20 luglio 2003.

    L’intimato  Ufficio  locale  dell’Agenzia  delle  Entrate  non  svolgeva attività difensiva.

 

    Motivi della decisione – 1. Con la sentenza gravata, la Commissione Tributaria Regionale ha disatteso l’appello della società affermando:

    – “in mancanza di una prova  diversa  fornita  dal  datore  di  lavoro”, “bene”  ha  fatto  il giudice di primo grado, “data la stagionalità dell’attività del bar”, a “ritenere plausibile” la durata  del  rapporto  di lavoro dal primo maggio al 28 luglio 2003;

    – “nessun rilievo assumono in sede tributaria le dichiarazioni fatte dai lavoratori … non valendo nel campo tributario la prova testimoniale”.

    2. Con il primo motivo di ricorso la s.n.c. “L.B. di R.V. s C.” – ricordato  che: a essa  aveva  sollevato “eccezione di illegittimità costituzionale” del D.L. n. 12 del 2003, art. 3, comma 3,  in  primo  grado, “per violazione dogli artt. 3, 25 e 27 Cost.”,  e, in appello,  anche  per violazione dell’art. 102 Cost.; (b) la Corte Costituzionale (sentenza n. 64 del  14  marzo  2008: recte, 14  maggio  2008 n. 130) aveva dichiarato “l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nella L. 30 dicembre 1991, n. 413, art. 30), nella  parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria  le  controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici  finanziari,  anche  laddove  esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura  tributaria”  – chiede la cassazione della decisione impugnata.

    1) adducendo che “per  difetto  della  suddetta  sentenza  della  Corte Costituzionale le Commissioni Tributarie risultano carenti di  giurisdizione in ordine all’irrogazione delle sanzioni previste dal D.L. n. 12  del  2002, art. 3, comma 3”, per cui la sentenza  impugnata  è  “nulla  e/o  di  nessun effetto  giuridico in quanto pronunciata da   giudice   carente   di giurisdizione”, e 2) formulando il seguente quesito di diritto:

    “vero che in conseguenza della dichiarazione di incostituzionalità del D.L. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, nella parte  in  cui attribuisce lla giurisdizione  tributaria  le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche  laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria, la sentenza pronunciata dal giudice tributario in merito  ad  una  controversia avente ad oggetto l’irrogazione di sanzione prevista  dal  D.L.  n.  12 del

2002, art. 3, comma 3, sia nulla e/o inefficace”.

    3. Il motivo deve essere accolto perchè fondato.

    A. In via preliminare va evidenziata l’ammissibilità della questione di carenza di giurisdizione del giudice tributario a conoscere della  presente controversia – avente ad oggetto l’impugnazione  del  provvedimento,  emesso dal  competente  Ufficio  dell’Agenzia  delle  Entrate,  di  irrogazione  di sanzioni per  “l’impiego  di  lavoratori  dipendenti  non  risultanti dalle scritture o altra documentazione obbligatorie” previste dal D.L. 22 febbraio 2002, n. 12, art. 3, comma 3, introdotto dalla L. 23 aprile 2002, n. 73,  di conversione -, sollevata con il primo motivo di ricorso, atteso che, come si evince univocamente dalla lettura dei  conferenti  atti  (ricorso  di  primo grado e atto di appello) della società – il cui diretto esame è consentito a questa Corte dalla natura del vizio – la società ha sempre contestato  detta giurisdizione avendo sottoposto ad entrambi i giudici tributari di merito le ragioni di non manifesta infondatezza  della norma per assunto  contrasto della stessa, in particolare (nell’atto  di  appello), (a) con l’art.  25 Cost., sub speda di “sottrazione” della  controversia  al  giudice  naturale “precostituito per legge”, individuato nel tribunale in funzione di  giudice del lavoro, e (b)  con  l’art.  102  Cost.,  per avere “il  legislatore… allargato la giurisdizione” del  “giudice speciale” (id est,  tributario) “oltre  i  limiti  intrinseci  della  originaria  giurisdizione,  tributaria appunto, demandandogli la cognizione di controversie che nulla hanno  a  che fare con il sistema tributario”.

    Per effetto di tali prospettate illegittimità costituzionali    siccome tese, nella sostanza, a far rilevare la carenza di giurisdizione del giudice tributario e ad affermare quella del  giudice  ordinario  (segnatamente  del tribunale  in  funzione  di  giudice  del  lavoro,  come per le ordinarie controversie in materia di previdenza obbligatoria)  -,  quindi,  non  si è verificato quel giudicato implicito in ordine alla propria giurisdizione – sostanzialmente affermata dalla Commissione Tributaria Regionale laddove ha negato ingresso alle eccezioni di incostituzionalità delineate dalla  parte privata – da considerare, altrimenti (cfr., Cass., un.: 9 ottobre  2008 n. 24803; 2 dicembre 2008 n. 28545; 30  marzo  2009  n.  7581), ostativo alla deducibilità, innanzi a questo giudice  di  legittimità,  della  carenza  di giurisdizione del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.

    B. Nel merito, la questione relativa a tale carenza  si  rivela  fondata perché la Corte Costituzionale – preso atto della interpretazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (come  sostituito  dalla  L.  28 dicembre 2001, n. 448, art. 12, comma 2), per il  quale  “appartengono  alla giurisdizione tributaria tutte le controversie  aventi  ad  oggetto…le sanzioni amministrative, comunque irrogata da uffici finanziari…”, adottata da queste sezioni unite (ordinanze 10 febbraio 2006 n. 2888 e 11 febbraio 2008 n. 3144), secondo cui excerpta dalla prima), pur non potendosi “certamente” riconoscersi “natura tributaria” alla “disposizione in tema di registrazione dei lavoratori occupati” (“e ciò in considerazione  delle più generali finalità perseguite con i provvedimenti volti a  favorire l’emersione del lavoro irregolare, cui  l’obbligo di  registrazione dei lavoratori impiegati e legato da rapporto di strumentalità” ), “la  sanzione amministrativa” di cui al D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3,  (convertito in L. n. 73 del  2002),  “sebbene non  correlata al mancato pagamento o all’inosservanza di un obbligo tributario”, “si  aggiunge al sistema sanzionatorio contenuto nel D.Lgs. 18 dicembre 1997,  n. 471, D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, e D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 473″, e pertanto “in relazione a  tale  sanzione  sussiste  la  giurisdizione  delle  commissioni tributarie, dal momento che, ai sensi del D.L. n. 12, art. 3, comma 4, sopra riportato, competente, ad irrogare la sanzione è l’Agenzia delle entrate e viene perciò in considerazione la specifica previsione di  competenza  del giudice tributario per le  sanzioni  amministrative, comunque  irrogate  da uffici finanziari, come recata dal D.Lgs. n. 546 del  1992,  novellato  art. 12″, – con sentenza 14 maggio 2008 n. 130 ha  dichiarato  la  “illegittimità costituzionale del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 2, comma 1, (…), nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse  conseguano  alla  violazione  di  disposizioni   non   aventi   natura tributaria”.

    Di conseguenza, per effetto di tale declaratoria, deve affermarsi che la giurisdizione a conoscere delle “controversie”,  quale  quella  in  esame, “relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici  finanziari” appartiene al giudice ordinario, e non già a quello tributario, perché quelle sanzioni conseguono “alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria”.

    C. L’accoglimento del primo motivo di ricorso per l’accertato difetto di giurisdizione del giudice tributario a conoscere della controversia  importa la necessaria automatica  caducazione  di  tutte  le  statuizioni  in  essa contenute e, quindi, l’assorbimento (per carenza di oggetto) delle doglianze – 1) “assoluta omessa motivazione circa il punto decisivo della controversia relativo alla nullità dell’atto impugnato per difetto di  motivazione  in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, nonché  all’art.  360  c.p.c.,  n.  4″, compendiata nei seguenti quesiti  di  diritto:  (a)  “vero  che la  mancata indicazione in un atto dell’amministrazione finanziaria  delle  modalità  di calcolo per la determinazione della sanzione irrogata comporta la violazione della L. n. 241 del 1990, art. 3, e dell’art. 7 statuto del  contribuente  e da tale violazione consegue la nullità dell’atto medesimo”; b) “vero che  la mancata motivazione da parte del giudice adito in ordine  ad  uno  specifico motivo di appello (… mancata indicazione in un  atto  dell’amministrazione finanziaria delle sanzioni irrogate) comporta omessa  motivazione  circa  un punto decisivo della controversia con  conseguente  nullità  della  sentenza impugnata”; 2) “violazione e falsa applicazione dell’artt. 2697, 2700, 2727 e 2129 c.c., anche con riferimento all’art. 24 Cost., comma 2, in  relazione all’art. 360  c.p.c.,  n.  3″,  sintetizzata  nel  quesito:  “vero  che  gli accertamenti contenuti in un verbale  ispettivo … da  considerarsi  atto pubblico, anche qualora siano fondati  solo  sulle  dichiarazioni  rese  dai lavoratori, costituiscono piena prova, o comunque costituiscono  presunzioni gravi, precise e concordanti, e lo sono o per l’intero accertamento, o  non lo sono per nulla, ed a maggior ragione devono essere quando il datore di lavoro abbia fatto acquiescenza senza riserve, rendendo pertanto il  verbale inoppugnabile” – svolte dalla ricorrente contro quelle statuizioni  negli altri due motivi di gravame.

    D. L’accertata carenza di giurisdizione del giudice tributario che la ha pronunciata determina la necessità di cassare la decisione impugnata e –  in applicazione del principio affermato da queste sezioni unite nella  sentenza 22 febbraio 2007 n. 4109 (ribadito da Cass., un., 4 giugno 2007 n. 13048) secondo cui, ricavandosi dalla “chiara enunciazione della norma dell’art. 382 c.p.c., comma 3,… univocamente…che la pronuncia di cassazione senza rinvio non deve avvenire in tutte  le  ipotesi  in  cui  questo giudice di legittimità stabilisce che la  sentenza  impugnata è stata  emessa  da  un giudice sfornito di giurisdizione, ma solo in quei casi in  cui, affermando che né il giudice che detta sentenza ha emesso né  alcun  altro giudice  è fornito di giurisdizione” (quindi, in “ipotesi di  improponibilità  assoluta della domanda sia innanzi al giudice ordinario che al giudice speciale”), “è stato dato ingresso nell’ordinamento  processuale al principio della traslatio iudicii dal giudice ordinario al giudice speciale, e viceversa, in caso di pronuncia sulla giurisdizione” – di rimettere le parti innanzi al giudice ordinario territorialmente competente.

    4.  La  sopravvenienza, rispetto alla sentenza impugnata, della declaratoria di   incostituzionalità della norma regolatrice della giurisdizione in base alla quale è stata decisa la controversia consiglia la totale compensazione tra le parti delle spese  processuali  dell’intero giudizio ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2.

 

    P.Q.M. –  La Corte accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e dichiara la giurisdizione del giudice ordinario, innanzi al quale rimette le  parti; compensa integralmente tra le parti le spese dell’intero giudizio.


Partecipa alla discussione sul forum.