Illecito dell'ex amministratore di snc: anche per i soci scattano le denunce penali

In mancanza di prova contraria, reddito per i singoli soci che sono illimitatamente responsabili delle conseguenze dell’illecito (anche se subentrati dopo i fatti illeciti contestati all’ex amministratore).


E’ questo contenuto della sentenza emessa dalla Corte di cassazione, n. 23988, depositata il 24 settembre 2008.



Normativa di riferimento per le società in nome collettivo


 


Ambito civilistico


         Come noto, la società in nome collettivo è un tipo di società di persone disciplinato dagli artt. 2291-2312 del codice civile in cui tutti i soci rispondono solidalmente e illimitatamente per i debiti sociali (art. 2291 c.c.).


         La responsabilità dei soci è:


–       illimitata in quanto rispondono con tutto il loro patrimonio personale per i debiti sociali;


–       solidale in quanto i soci sono responsabili per l’intero debito e i creditori sociali possono pretendere il pagamento del credito da qualsiasi socio, che dopo aver estinto il debito, può esercitare l’ azione di regresso nei confronti degli altri soci chiedendo il rimborso della loro quota;


–       sussidiaria in quanto i creditori della società possono agire sul patrimonio personale dei singoli soci solamente dopo aver agito inutilmente sul patrimonio sociale.


 


         I soci di una società in nome collettivo hanno il diritto di escussione preventiva del patrimonio sociale quindi non è il socio che ha l’onere di chiedere al creditore di agire prima sul patrimonio sociale ma è il creditore che per poter agire nei suoi confronti deve dimostrare di aver gia agito inutilmente sul patrimonio della società e di non essere riuscito in questo modo a soddisfare il suo credito


         Circa l’amministrazione della società, si ricorda che l’amministratore che ha la rappresentanza della società può compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale, salvo limitazioni della procura o dell’ atto costitutivo che non possono essere opponibili a terzi se non iscritte nel registro delle imprese (art. 2298 c.c.).


 


Legislazione fiscale


         L’articolo 5, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica 2 dicembre 1986, n. 917,  prevede che “…i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato sono imputabili a ciascun socio, indipendentemente dalla percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili…”.


         La norma prevede, sostanzialmente, che il reddito di partecipazione agli utili del socio di una società di persone, oltre a costituire, ai fini Irpef, reddito proprio del contribuente, è a lui imputato sulla base della presunzione di effettiva percezione, in adozione di un principio di trasparenza (vale a dire vera e propria finzione giuridica. tributaria). 



         I singoli soci devono indicare il reddito da partecipazione nei loro modelli di dichiarazione.
         In tal modo, i redditi di partecipazione mantengono la stessa natura che hanno in capo alla società o associazione da cui provengono ad esempio:


          redditi d’impresa, se provengono da società commerciali,


          di lavoro autonomo, se provengono da associazioni professionali)


e devono essere dichiarati nello stesso anno in cui la società o associazione li ha realizzati.


         L’imputazione del reddito ai singoli soci o associati o partecipanti avviene in proporzione alle quote di partecipazione agli utili. Le quote di partecipazione si presumono proporzionate al valore dei conferimenti dei soci, se non risultano determinate diversamente da atto pubblico o scrittura privata autenticata di data anteriore all’inizio del periodo d’imposta.


         In caso di rettifica del reddito della società da parte dell’Amministrazione finanziaria, si ricollegano alla citata presunzione di effettiva percezione,


a)     sia la volontarietà della condotta del socio, consistente nel non avere incluso nella propria dichiarazione anche il reddito derivatogli dalla partecipazione agli utili occultati dalla società,


b)     sia l’applicabilità della sanzione per l’infedeltà della dichiarazione stessa.


Sentenza Corte di Cassazione n. 23988/08


 


Fatto accertato e giudizi di merito


         La controversia trae origine dall’impugnazione di un avviso di accertamento, con il quale l’agenzia delle Entrate aveva accertato un maggior reddito d’impresa, a seguito del rinvenimento, presso altra ditta, di fatture fittizie emesse dall’ex amministratore di una Snc.


         Nel giudizio di merito, la società aveva eccepito che la condotta illecita dell’ex amministratore non poteva essere estesa ai soci, in quanto questi ultimi erano estranei alla vicenda, essendo subentrati nella compagine sociale dopo i fatti contestati.


         L’opposizione del contribuente veniva accolta dalla Commissione tributaria provinciale, con sentenza confermata dai giudici di appello.
         In particolare, la Commissione tributaria regionale rilevava che:


–       “…per la emissione delle fatture false era stato condannato in sede penale l’amministratore della societa’ all’epoca dei fatti contestati:


–       “…la responsabilità della condotta illecita non poteva essere estesa ai soci subentrati nella compagine sociale, estranei alla vicenda…”;


–      “…gli atti del processo penale non autorizzavano la presunzione che i proventi dell’attivita’ illecita fossero stati acquisiti dalla societa’, dovendosi ritenere che fossero stati conseguiti dall’autore dell’illecito…”


 


         Nel ricorso in Cassazione, l’agenzia delle Entrate deduceva che i proventi illeciti, fino a prova contraria, “…devono ritenersi acquisiti dalla società e ripartiti fra i singoli soci” (ripartizione “per trasparenza” – cfr articolo 5, comma 1, del Tuir).

La decisione di legittimità


         Dalla lettura combinata delle due norme si evince – affermano i Giudici della Corte di Cassazione – che il rapporto organico tra società e amministratore non viene meno nemmeno quando quest’ultimo operi illegittimamente, purché, ovviamente, il comportamento illecito dell’amministratore risponda a un interesse riconducibile, anche indirettamente, all’oggetto sociale.


         In pieno accoglimento delle istanze del Fisco i Giudici hanno confutato il ricorso presentato dall’Amministrazione, affermando, in aderenza all’indirizzo interpretativo dominante (Cass. 10814/1991, 4768/1999) che “…il fatto illecito dell’amministratore di una società commesso nell’ambito dell’attività sociale e per il raggiungimento degli scopi sociali costituisce illecito della società ed impegna tutti i soci illimitatamente responsabili, salvo che la responsabilità di chi ha agito debba considerarsi esclusivamente personale in quanto correlata ad un atto doloso, intenzionalmente diretto alla lesione dell’altrui diritto…”.


         Pertanto, hanno concluso i giudici di legittimità, i proventi illeciti conseguenti a operazioni commerciali fittizie, poste in essere dall’ex socio amministratore nell’ambito dei poteri di rappresentanza conferitigli, costituiscono, in mancanza di prova contraria, reddito per i singoli soci che sono illimitatamente responsabili delle conseguenze dell’illecito (anche se subentrati dopo i fatti illeciti contestati all’ex amministratore – cfr articolo 2269 c.c.).


In definitiva, è affermato il principio secondo il quale non va esclusa la responsabilità della società di persone per i fatti illeciti commessi dall’ex amministratore nell’esercizio dei poteri di rappresentanza conferitigli.


Brevi di commento


         La posizione assunta dalla Corte di Cassazione riprende concetti di stampo civilitistico estendendoli, forse oltremisura, anche in materia penalistica.


         E’ noto che il soggetto entrato a far parte di una società in nome collettivo già costituita risponde con gli altri soci per le obbligazioni sociali anteriori all’acquisto della qualità di socio, secondo quanto previsto dall’art. 2269 del codice civile in tema di società semplice, essendo tale norma ricompresa fra quelle richiamate per le società in nome collettivo dall’art. 2293 dello stesso codice (Corte di Cassazione 4.03.1993, n. 2597).


         Tuttavia, appare eccessivamente penalizzante per il socio di società in nome collettivo, sfornito di penetranti poteri di controllo sull’operato dell’amministratore, l’imputazione di responsabilità penali per condotte illeciti compiute dall’amministratore medesimo.


         Ciò, a fortiori, se trattasi di soci subentrati successivamente alla consumazione dell’illecito penale da parte dell’amministratore.


         In tale ottica, non appare quindi privo di pregio – a nostro parere – il principio secondo cui si debba presumere che i proventi dell’illecito siano stati fatti propri esclusivamente dall’autore materiale della condotta, pur rientrante nell’oggetto sociale e nei poteri di rappresentanza .


         Probabilmente, come osservato dalla stessa sentenza n. 23988/08, nella fattispecie in esame, la conclusione di estraneita’ della societa’, e quindi dei soci illimitatamente responsabili, anche se subentrati dopo i fatti (articolo 2269 c.c.), alle conseguenze dell’illecito, avrebbe pertanto dovuto motivarsi con considerazioni ulteriori, fondate sulle specifiche circostanze della fattispecie che tutte o alcune delle fatture false risultavano emesse dopo la cessazione della carica dell’amministratore responsabile.


 


Antonino Romano


16 Ottobre 2008







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