La rivalutazione volontaria dei beni di impresa


Premessa


La legge Finanziaria per il 2006 (ovvero la Legge n. 266/05) offre la possibilità di rivalutare i beni posseduti dalle imprese. Per quanto riguarda le modalità operative, essa rimanda a quelle stabilite dalla L. 21 novembre 2000, n. 342 (la finanziaria per l’anno 2001). Ai fini dell’attuazione della rivalutazione dei beni d’impresa, fa ugualmente riferimento, per quanto compatibili, alle modalità stabilite rispettivamente dal DM n. 162/01 e dal DM n. 86/02.


            Sulla scorta di tali indicazioni, ci proponiamo dunque di illustrare le principali caratteristiche di tale operazione, al fine di dare lo spunto per valutarne la convenienza o meno.


 


Ambito applicativo: i soggetti legittimati, i beni rivalutabili, i criteri di rivalutazione.


Possono operare la rivalutazione sia le società (di capitali e di persone), sia gli enti commerciali, sia le imprese individuali, nonchè le stabili organizzazioni di società non residenti situate nel territorio dello Stato.


I beni oggetto di rivalutazione devono risultare dal bilancio relativo all’esercizio in corso alla data del 31 dicembre 2004, e devono essere stati posseduti almeno fino al 31 dicembre del 2005; devono inoltre essere iscritti tra le immobilizzazioni, e, se partecipazioni, devono costituire un rapporto di controllo o di collegamento. Pertanto, non possono essere rivalutati i beni in leasing riscattati nel 2005, nè i beni cc.dd. merce.


            Il concetto fondamentale in questa operazione è quello di raggruppare i beni che si vuole rivalutare in “categorie omogenee”, in quanto l’operazione deve riguardare (pena il disconoscimento degli effetti) tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea e deve essere annotata per ciascun bene nel relativo inventario. In altre parole, non è possibile rivalutare solo alcuni dei beni di una stessa categoria. Illustriamo dunque tutti i criteri che vanno seguiti per raggruppare nella categoria omogenea i beni che possono essere oggetto di rivalutazione, nonché le relative categorie.


I beni immobili devono essere distinti in:


a) aree fabbricabili aventi la stessa destinazione urbanistica;


b) aree non fabbricabili;


c) fabbricati non strumentali;


d) fabbricati strumentali per natura;


e) fabbricati strumentali per destinazione.


I beni mobili iscritti in pubblici registri vanno divisi come segue:


a) aeromobili;


b) veicoli;


c) navi e imbarcazioni iscritte nel registro internazionale;


d) navi e imbarcazioni non iscritte nel registro internazionale.


Anche i beni immateriali (ad esclusione dunque delle c.d. spese pluriennali) possono essere oggetto di rivalutazione, ed essi andranno raggruppati in base alla loro natura:


a) diritto di brevetto industriale;


b) diritto di utilizzazione delle opere dell’ingegno;


c) diritti di concessione;


d) licenze;


e) marchi;


f) know-how;


g) altri diritti simili.


Anche le azioni e quote oggetto di rivalutazione vanno raggruppate per natura, ed in conformità ai criteri fissati dall’articolo 94 del Tuir; a tal fine, il comma 3 dello stesso articolo 94 dispone che si considerano della stessa natura i titoli emessi dallo stesso soggetto ed aventi uguali caratteristiche.


Di conseguenza, le categorie omogenee sono le seguenti:


a) azioni emesse da ciascuna società controllata o collegata;


b) azioni ordinarie, privilegiate e di risparmio emesse dalla stessa società controllata o collegata;


c) le quote delle S.r.l. per ciascuna società controllata o collegata.


Per quanto riguarda i beni materiali ammortizzabili, che non costituiscono beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, il criterio da seguire è l’anno di acquisizione e il coefficiente di ammortamento.


Nell’operazione di rivalutazione, va poi tenuto presente che non sembra conveniente rivalutare i beni a deducibilità limitata e ad uso promiscuo (come ad esempio, le autovetture e i telefoni cellulari). Sembra quindi il caso di avvalersi della facoltà concessa dalla legge, di escludere tali beni dalle categorie omogenee. A ciò si aggiunga che nel caso in cui invece l’impresa non intenda escludere dalla relativa categoria omogenea un bene a deducibilità limitata, dovrà corrispondere l’imposta sostitutiva sull’intero saldo attivo di rivalutazione, con una evidente riduzione di beneficio fiscale.


Anche i beni materiali di importo non superiore ad euro 516,46 possono essere rivalutati; in tale ipotesi, l’importo della rivalutazione non può però essere interamente dedotto in unica soluzione, ma ammortizzato in base ai noti coefficienti, in quanto la spesa per l’acquisizione del bene è stata sostenuta in esercizi precedenti a quello di rivalutazione.


Nel caso di cespiti relativamente ai quali sono stati ottenuti contributi in conto impianti e questi siano stati iscritti nei risconti passivi per essere utilizzati in correlazione con l’ammortamento del bene, occorrerà tenere presente che l’imputazione a conto economico della successiva quota di contributo avrà rilevanza, anche ai fini fiscali, in correlazione al nuovo piano di ammortamento del cespite.


 


Costo dell’operazione ed effetti fiscali


Sui maggiori valori dei beni iscritti in bilancio è dovuta un’imposta sostitutiva dell’Irpef/Ires e dell’Irap nella misura del 12 % per i beni ammortizzabili, e del 6 % per quelli non ammortizzabili.


Tale imposta va versata entro il termine di versamento del saldo dell’Ires/Irpef. Essa è indeducibile ai fini dell’Ires/Irpef e dell’Irap e deve essere imputata direttamente in diminuzione del saldo attivo di rivalutazione, senza dunque transitare dal conto economico.


La scrittura contabile sarà quindi la seguente:


























bilancio


voce


conto


sezione


SP


A VII


Riserva da rivalutazione L. n. 266/05


D


SP


D12


Debiti tributari


A


 


 


 


 


Descrizione: per determinazione dell’ imposta sostitutiva sulla rivalutazione.


 


La principale differenza tra la rivalutazione di cui alla finanziaria 2006 e quella di cui alla finanziaria 2001, a cui la prima, come detto, fa rinvio, è nel riconoscimento fiscale del maggior valore determinato. Infatti, il maggior valore attribuito ai beni in sede di rivalutazione si considera riconosciuto, ai fini dell’Ires/Irpef e dell’Irap, (soltanto) a decorrere dal terzo esercizio successivo a quello nel cui bilancio la rivalutazione è eseguita e quindi, per le imprese con esercizio coincidente con l’ano solare, nel bilancio che verrà chiuso al 31 dicembre 2008. Ne consegue che gli ammortamenti fiscali saranno calcolati sul valore del cespite rivalutato nel bilancio che sarà chiuso al 31 dicembre 2008.


Essendo questa norma di carattere fiscale, essa non riguarda l’aspetto civilistico, per cui negli esercizi precedenti la società dovrà calcolare gli ammortamenti civilistici su questo maggior valore, i quali non saranno fiscalmente deducibili ai fini Ires/Irpef e genereranno le imposte anticipate.


 


Norme antielusive


            Nel caso in cui si verifichi la cessione, l’assegnazione ai soci, l’autoconsumo o la destinazione a finalità estranee al regime di impresa dei beni rivalutati, la rivalutazione rimane priva di effetti fiscali, anche se ovviamente limitatamente a quei particolari beni. Le medesime conseguenze si producono anche nel caso in cui i beni rivalutati vengono successivamente conferiti prima della decorrenza degli effetti fiscali. Le plusvalenze o minusvalenze derivanti dalle ipotesi in esame devono essere calcolate con “riguardo al costo dei beni prima della rivalutazione”. All’impresa che ha eseguito la rivalutazione è attribuito un credito d’imposta pari all’ammontare dell’imposta sostitutiva riferibile alla rivalutazione dei beni oggetto della cessione, all’assegnazione ai soci, e alle altre ipotesi summenzionate. L’ammontare complessivo dell’imposta sostitutiva riconosciuta a credito dell’impresa va portato ad aumento del “saldo attivo” risultante dalla rivalutazione. Conseguentemente, la parte della riserva di rivalutazione riferibile ai beni oggetto di tali operazioni non si considera più in sospensione d’imposta.


 


La riserva da rivalutazione


            La rivalutazione dei beni determina l’iscrizione in bilancio di una specifica Riserva di rivalutazione in sospensione d’imposta, iscritta in una sottovoce specifica della voce AVII.


            Nel caso di attribuzione ai soci (anche se essa si verifica in data anteriore a quella di decorrenza degli effetti fiscali della rivalutazione), l’importo attribuito concorre al reddito imponibile del soggetto che e dei soci. Al soggetto che ha effettuato la rivalutazione è concesso un credito d’imposta, ai fini Irpef ed Ires, pari all’ammontare dell’imposta sostitutiva riferibile alla parte di saldo attivo attribuito.


            Nel caso di distribuzione parziale della riserva, il riconoscimento fiscale dei maggiori valori opera fino a concorrenza degli importi attribuiti ai soci ed il contribuente dovrà indicare i beni per i quali opera tale riconoscimento.


Il saldo attivo di rivalutazione può essere liberamente destinato a copertura delle perdite, anche negli esercizi precedenti a quello in cui si producono gli effetti fiscali, tale utilizzo non ha alcuna conseguenza ai fini della rivalutazione.


            Concludo evidenziando come la Finanziaria 2006 preveda altresì la possibilità di affrancamento della Riserva di rivalutazione mediante il pagamento di una specifica imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap nella misura del 7%; tale imposta sostitutiva è ovviamente in aggiunta a quella relativa ai beni.


 


Gennaio 2006


Danilo Sciuto


dottore commercialista in Catania

danilosciuto@https://www.commercialistatelematico.com


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