Verifiche INPS su soci di SNC e SAS con oggetto sociale la locazione/gestione di beni immobili propri – Diario quotidiano del 12 giugno 2017

Pubblicato il 12 giugno 2017



1) Sciopero dei commercialisti: fattibile, ok del Cndcec anche in occasione del cambio di vertice alle Entrate
2) Entrate: arrivati i provvedimenti su come cedere i bonus antisisma e del 65% dei condomini
3) Corte di giustizia Ue: ok a nota credito prima del fallimento
4) Fondazione Enasarco: le regole per fruire dei contributi per i figli portatori di handicap
5) Operazioni Poseidone: continuano le verifiche previdenziali nei confronti dei soci di Snc e Sas
6) Nuovi contributi dovuti per il rilascio del permesso di soggiorno: D.M. in G.U.
7) Tassazione delle somme per premi di risultato percepite sotto forma di benefit senza averne i requisiti: conseguenze chiarite dalle Entrate
8) Modello 730/2017 con esito a rimborso: ecco come vengono individuate le incoerenze per i controlli preventivi
9) Cdm ok a decreto reddito inclusione
10) Le opportunità del welfare aziendale: documento del CNCL
11) Debiti doganali sorti prima di maggio 2016: gli uffici delle dogane archiviano solo se la pretesa non è fondata
sherlock1) Sciopero dei commercialisti: fattibile, ok del Cndcec anche in occasione del cambio di vertice alle Entrate 2) Entrate: arrivati i provvedimenti su come cedere i bonus antisisma e del 65% dei condomini 3) Corte di giustizia Ue: ok a nota credito prima del fallimento 4) Fondazione Enasarco: le regole per fruire dei contributi per i figli portatori di handicap 5) Operazioni Poseidone: continuano le verifiche previdenziali nei confronti dei soci di Snc e Sas 6) Nuovi contributi dovuti per il rilascio del permesso di soggiorno: D.M. in G.U. 7) Tassazione delle somme per premi di risultato percepite sotto forma di benefit senza averne i requisiti: conseguenze chiarite dalle Entrate 8) Modello 730/2017 con esito a rimborso: ecco come vengono individuate le incoerenze per i controlli preventivi 9) Cdm ok a decreto reddito inclusione 10) Le opportunità del welfare aziendale: documento del CNCL 11) Debiti doganali sorti prima di maggio 2016: gli uffici delle dogane archiviano solo se la pretesa non è fondata ****

1) Sciopero dei commercialisti: fattibile, ok del Cndcec anche in occasione del cambio di vertice alle Entrate

Si rafforza l’ipotesi dello sciopero dei commercialisti. Ne ha parlato Massimo Miani, presidente del Consiglio nazionale, durante l’assemblea generale dei vertici della categoria che si è svolta l’8 giugno 2017 a Roma. I presenti erano oltre 1.200.

Miani dà voce al disagio dei professionisti. «Nessun argomento contrario può essere opposto a colleghi che invitano a uno sciopero degli intermediari fiscali». Il presidente chiede all’agenzia delle Entrate, alla vigilia del passaggio di consegne da Rossella Orlandi a Enrico Maria Ruffini, un «cambio di registro e un dialogo vero: quello che è avvenuto in questi ultimi mesi è stato talmente sorprendente che è necessario ripartire da zero». Il viceministro all’Economia, Luigi Casero, ha cercato di dare qualche segnale di disgelo.

Fisco: Agenzia Entrate cambia guida, finisce era Orlandi

Ruffini (Equitalia) tra più quotati come nuovo direttore. Si avvicina il cambio della guardia alla guida dell'Agenzia delle Entrate. Il 12 giugno scade infatti il mandato di direttore di Rossella Orlandi. Al suo posto, voci insistenti danno il nome di Ernesto Maria Ruffini, attuale amministratore delegato di Equitalia, che da luglio potrebbe ereditare qualcosa in più rispetto alla sola guida delle Entrate. La sparizione di Equitalia disposta dal decreto fiscale collegato alla manovra 2017 dà infatti vita alla nuova Agenzia della Riscossione, ente pubblico economico, di cui sarà a capo proprio il prossimo direttore delle Entrate. Infine, secondo quanto riporta una nota dell’Ansa del 3 giugno 2017, il nuovo direttore sarà nominato dal consiglio dei ministri su proposta del ministero dell'Economia, una volta sentita anche la Conferenza delle Regioni.

Miani alle Entrate, ora cambiare registro

Nell'intervento all'Assemblea generale di Roma, il presidente dei commercialisti ha detto che “nessun argomento contrario può essere opposto a colleghi che invitano a uno sciopero”.

Il Consiglio Nazionale dei Commercialisti è un’istituzione aperta al dialogo, ma di fronte alle scelte di merito e di metodo compiute negli ultimi mesi dall’amministrazione finanziaria, nessun argomento contrario può essere opposto a colleghi che invitano a uno sciopero degli intermediari fiscali”.

Nell’intervento tenuto davanti ai 1500 delegati arrivati alla Nuvola di Fuksas a Roma per l’Assemblea generale dei commercialisti, il presidente nazionale della categoria, Massimo Miani, non ha certo aggirato il tema dei rapporti problematici con l’Amministrazione finanziaria, facendo un’apertura sull’eventualità di un’astensione dal lavoro degli intermediari fiscali.

Rivolgendosi all’Agenzia delle Entrate, Miani ha chiesto “un cambio di registro e un dialogo vero”. Le scelte compiute negli ultimi mesi in ambito fiscale da Governo e Agenzia sono state, secondo il presidente dei commercialisti, “inaccettabili”. Per questo, anche in vista dell’ormai imminente cambio al vertice delle Entrate, la cui guida sarà a breve affidata a Marco Maria Ruffini, Miani ha parlato della necessità di “ripartire da zero”. Rapporti da reimpostare ex novo, dunque, anche perché tra i commercialisti c’è un “profondo disorientamento”. “È impensabile”, ha spiegato, “che all’esito di un anno di confronto al cospetto di tavoli tecnici sugli adempimenti fiscali con la prospettiva di una dozzina di semplificazioni micro-settoriali ci si ritrovi, direttamente in Consiglio dei Ministri, dinanzi a decreti che quadruplicano gli adempimenti con novità di cui non si è mai fatto nemmeno lontanamente cenno”. “Se diventa sistematico”, ha proseguito, “come lo è stato alla fine del 2016 e in queste settimane, il mancato aumento di imposte accompagnato però dall’aumento esponenziale degli adempimenti e dei vincoli, allora non vi è reale contenimento della pressione fiscale, ma pura e semplice concentrazione degli aumenti tutti in capo a chi lavora e produce in un contesto di crescente e preoccupante burocratizzazione del sistema”.

Miani ha quindi parlato di “sagra della complicazione fiscale”, ricordando come gli interventi fiscali negli ultimi mesi “si sono succeduti in modo disorganico con alcune timide semplificazioni alla rinfusa e, di contro, in modo assolutamente organico con alcune significative complicazioni tutte concentrate sui titolari di partita Iva”.

L’introduzione delle comunicazioni trimestrali delle liquidazioni IVA, la quadriplicazione dei termini di presentazione dello spesometro, l’ampliamento dello split payment e la stretta sulle modalità di compensazione e di detrazione dell’IVA – ha detto - disegnano un quadro insostenibile”.

A dimostrazione delle difficoltà che la categoria si trova ad affrontare, Miani ha illustrato i risultati di un sondaggio al quale hanno risposto quasi quattromila commercialisti, dai quali emerge come il 70% dei ricavi di uno studio tipo (un titolare e due addetti) vada ogni anno in fumo proprio a causa dei costi imputabili agli adempimenti fiscali.

I costi dello studio tipo per gli adempimenti, calcolati dal sondaggio partendo dalle risposte fornite dai commercialisti intervistati, sono pari a 61.500 euro annui e sono composti dal costo medio delle ore lavorate dei due addetti pari a 52.900 euro, dal costo medio del software pari a 6.370 euro e dal costo medio di formazione, banche dati e riviste pari a 2.230 euro. Il fatturato dello stesso studio tipo derivante dagli adempimenti è invece stimato in 73.600 euro. Sempre sulla base dei risultati del questionario, il valore delle ore lavorate dal titolare per gli adempimenti fiscali (100 giornate per 400 euro al giorno) è pari a 40mila euro annui, di cui solo 12,100 realmente incassati. Infatti vanno in fumo per i costi degli adempimenti 27,900 euro all’anno, quasi il 70% del totale.

Di fronte a questa evidente difficoltà economica e reddituale, certificata anche dal Rapporto 2017 sulla professione, messo a punto dalla Fondazione nazionale dei commercialisti, Miani ha insistito sulla necessità di introdurre l’equo compenso per i professionisti e sulla individuazione di funzioni sussidiarie che la Pubblica amministrazione potrebbe delegare alla categoria, come previsto dal Jobs act del lavoro autonomo. Quattro quelle per il momento suggerite dai commercialisti alla politica: si va dal rilascio del Durc fiscale (Durf) alla gestione del Registro dei Revisori Legali, dall’attestazione degli adempimenti previsti dalle norme anticorruzione alla certificazione nell’ambito dei finanziamenti comunitari. Il tutto in quadro che, secondo Miani, dovrebbe valorizzare la funzione insostituibile dei liberi professionisti italiani.

(CNDCEC, nota del 9 giugno 2017)

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2) Entrate: arrivati i provvedimenti su come cedere i bonus antisisma e del 65% dei condomini

Arrivate le regole per cedere i bonus antisisma e del 65% dei condomini. Viene stabilito che se manca l’invio della comunicazione ai fini della precompilata la cessione è inefficace.

L’Agenzia delle entrate, con i provvedimenti direttoriali nn. 108572 e 108577 del 8 giugno 2017, ha individuato le modalità con le quali i beneficiari della detrazione IRPEF/IRES per determinati interventi antisismici e di riqualificazione energetica realizzati sulle parti comuni di edifici condominiali possono cedere il credito corrispondente a tale detrazione per le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021.

Ecco come cedere il credito legato all’ecobonus e al sismabonus

I chiarimenti in due provvedimenti dell’Agenzia.

I condòmini beneficiari della detrazione d’imposta per particolari interventi di riqualificazione energetica sulle parti comuni di edifici e per gli interventi che prevedono l’adozione di misure antisismiche di maggior rilievo, possono cedere un credito d’imposta corrispondente alla detrazione per le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021. Con i due provvedimenti pubblicati sul sito delle Entrate, l’Agenzia indica le modalità di cessione del credito d’imposta.

Con due separate risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate, saranno istituiti i codici tributo per la fruizione del credito acquisito da indicare nel modello F24.

Per le ipotesi previste dal disegno di legge di conversione del Dl n. 50 del 2017, che amplia la possibilità per i soggetti no tax area di cedere il credito d’imposta corrispondente alla detrazione per gli interventi condominiali di riqualificazione energetica, saranno emanate ulteriori istruzioni.

Chi può cedere il credito

I condòmini, anche non tenuti al versamento dell’imposta sul reddito, a condizione che siano teoricamente beneficiari delle detrazioni di imposta per gli interventi antisismici e di riqualificazione energetica, possono cedere il credito a favore dei fornitori di beni e servizi necessari alla realizzazione degli interventi e di altri soggetti privati quali persone fisiche, anche esercenti attività di lavoro autonomo o d’impresa, società ed enti. Tali soggetti possono a loro volta cedere il credito ottenuto dai condòmini.

E’, invece, esclusa la cessione del credito a favore di istituti di credito, intermediari finanziari e anche delle amministrazioni pubbliche.

Il credito cedibile è quello che corrisponde alla detrazione teoricamente attribuita al condòmino, pari alla percentuale delle spese prevista per gli interventi agevolabili.

Come cedere il credito

Il condòmino che cede l’intero credito d’imposta, se i dati della cessione non sono già indicati nella delibera condominiale, deve comunicare all’amministratore di condominio, entro il 31 dicembre dell’anno di riferimento, l’avvenuta cessione e la relativa accettazione da parte del cessionario, indicando la denominazione e il codice fiscale di quest’ultimo. L’amministratore, entro il successivo 28 febbraio, comunica questi dati all’Agenzia delle Entrate con la procedura prevista per l’invio dei dati ai fini della dichiarazione precompilata.

L’Agenzia, sulla base delle informazioni ricevute e dopo aver ricevuto l’assenso del cessionario, gli mette a disposizione nel “Cassetto fiscale” il credito d’imposta che gli è stato attribuito e che potrà utilizzare.

Utilizzo del credito d’imposta in compensazione

Il credito d’imposta può essere utilizzato con la stessa tempistica con cui il condòmino avrebbe fruito della detrazione e, quindi, deve essere ripartito in cinque quote annuali di pari importo, in caso di interventi di riduzione del rischio sismico e in dieci quote, per i lavori di riqualificazione energetica, con la possibilità di portare in avanti la quota non utilizzata.

La prima quota è utilizzabile a partire dal 10 marzo dell’anno in cui l’amministratore di condominio comunica i dati all’Agenzi, limitatamente all’importo corrispondente alle spese sostenute dal condominio nell’anno precedente e riferibili al condòmino cedente.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 136 del 9 giugno 2017)

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3) Corte di giustizia Ue: ok a nota credito prima del fallimento

Corte di giustizia Ue: ok a nota credito prima del fallimento. E contraria alla direttiva comunitaria la normativa italiana secondo la quale l'emissione di nota di credito Iva risulta possibile solo al momento della conclusione infruttuosa delle procedure concorsuali. È questa la conclusione a cui è giunto, in data 8 giugno 2017, l'Avvocato generale e su cui dovrà pronunciarsi la Corte Ue nella causa 246/16.

La vicenda finita all'attenzione della Corte di Giustizia fa seguito ad un avviso di accertamento con cui veniva contestata l'emissione di una nota di variazione Iva per una fattura precedente emessa nei confronti di una società che nel frattempo era stata dichiarata fallita. Secondo l'amministrazione finanziaria, per l'emissione delle note di credito nei casi in cui il committente o cessionario siano assoggettati a procedure concorsuali, occorreva dimostrare la prova della definitiva irrecuperabilità del credito; circostanza, questa, subordinata alla chiusura della procedura fallimentare, ovvero, alla data di presentazione di un piano di riparto.

Nell'esaminare la questione circa la procedura di variazione in diminuzione ex articolo 26, secondo comma, del Dpr 633/1972, l'Avvocato generale ha innanzitutto analizzato la compatibilità del diritto nazionale con la direttiva Iva.

In particolare, secondo l'Avvocato, appare non proporzionata, per le finalità che vuole perseguire, una normativa che inibisce la possibilità di emettere la variazione Iva nonostante il mancato pagamento del corrispettivo. Ciò in considerazione che rinviare la possibilità di recuperare l'Iva al momento della definitiva infruttuosità delle procedere concorsuali comporterebbe una forte limitazione alla rettifica e contrasterebbe con il principio di neutralità dell'imposta.

Se venissero confermate le conclusioni bisognerà rivedere la norma contenuta nella legge di Bilancio 2017 che ha ripristinato il principio secondo cui l'emissione della nota di variazione Iva risulta possibile solo al momento della conclusione infruttuosa delle procedure concorsuali.

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4) Fondazione Enasarco: le regole per fruire dei contributi per i figli portatori di handicap

Welfare: le scadenze del 30/06. La Fondazione Enasarco mette a disposizione dei propri iscritti in attività e in pensione una serie di prestazioni assistenziali, tecnicamente definite prestazioni integrative di previdenza: basta essere in possesso di alcuni requisiti contributivi di base per accedervi sostanzialmente a titolo gratuito. Si può così beneficiare di una gamma di prestazioni che, rispetto al panorama previdenziale italiano, è tra le più complete e che viene aggiornata annualmente.

In particolare, si avvicina la data di scadenza per la presentazione delle domande relative ai contributi per i figli portatori di handicap e per l’assistenza personale permanente, rivolta quest’ultima ai pensionati Enasarco di inabilità permanente.

Coloro i quali volessero usufruirne dovranno farne richiesta entro il 30 giugno prossimo, pena la decadenza del diritto. Si potrà scegliere se utilizzare la posta elettronica certificata (PEC) o la raccomandata a/r, in entrambi si deve allegare alla domanda (disponibile nel sito enasarco.it e presso gli uffici della Fondazione) la necessaria documentazione. Queste due prestazioni sono pensate soprattutto per gli iscritti e le loro famiglie, dal momento che rappresentano un sostegno economico per affrontare le spese mediche e sanitarie. Il contributo per le famiglie con figli portatori di handicap è pari a 1.000 euro annui, mentre l’importo erogato per l’assistenza personale personale permanente è di 1.200 euro annui, non cumulabili con l’erogazione straordinaria e/o con il contributo per spese di ospitalità in case di riposo.

Si ricorda infine che è possibile consultare online il testo completo del Programma delle prestazioni integrative 2017.

(Fondazione Enasarco, comunicato del 8 giugno 2017)

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5) Operazioni Poseidone: continuano le verifiche previdenziali nei confronti dei soci di Snc e Sas

Verifiche INPS su soci di snc e sas con oggetto sociale la locazione/gestione di beni immobili propri: l’Inps, con il messaggio n. 2345 del 7 giugno 2017, ne ha fornito i particolari.

A seguito della conclusione delle operazioni per l’estrazione dei soci di società di persone (s.n.c. e s.a.s.), i quali, dalla dichiarazione Unico SP 2013 relative all’anno 2012, risultavano svolgere in maniera prevalente e continuativa attività lavorativa nell’impresa, l’INPS ha iscritto in automatico nella Gestione Commercianti, con decorrenza 1 gennaio 2012, ben 4.376 soggetti, mentre ha avviato le attività di controllo e verifica per altri 3.081 soggetti.

Tuttavia poiché le precedenti operazioni Poseidone hanno dato luogo a contenziosi amministrativi e giudiziari relativi a soci di società di persone con oggetto sociale la locazione e gestione di beni immobili propri, con il suddetto messaggio l’Istituto ha fornito istruzioni in merito.

In particolare l’Avvocatura centrale dell’Istituto ha reso noto che i giudici di legittimità hanno affermato il principio di diritto secondo cui nelle società in accomandita semplice la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l'obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, ma è necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall'istituto assicuratore.

Per quanto sopra in corso di istruttoria dei ricorsi saranno svolte le seguenti verifiche:

- presenza dell’indicazione del solo reddito per godimento beni propri nella dichiarazione dei redditi della società e del socio;

- verifica del quadro di determinazione del reddito della società (quadro Rf o Rg) ed eventuale indicazione di redditi da beni strumentali o non strumentali;

presenza della dichiarazione iva;

- presenza tra i redditi percepiti di eventuali aziende commerciali quali sostituto d’imposta;

- verifica della presenza della compilazione degli studi di settore o delle eventuali cause di esclusione;

- verifica delle informazioni presenti nella funzione “atti di registro”;

- verifica dell’atto costitutivo da cui si evincano i conferimenti patrimoniali dei soci ed i beni di cui dispone la società;

- analisi dei contratti di locazione stipulati dalla società, volta a verificare da un lato che gli immobili oggetto di tali contratti coincidano con gli immobili di cui la società dichiara nei modelli reddituali la proprietà, dall’altro che l’ammontare dei canoni indicati nei contratti coincida con quello denunciato come reddito d’impresa;

- reperimento di atti negoziali che dimostrino che la società gestisce anche beni non di proprietà o non conferiti dai soci, svolgendo quindi un’attività di intermediazione immobiliare.

Successivamente l’Istituto valuterà l’opportunità di richiedere la produzione dei registri contabili, delle fatture o delle ricevute emesse, della documentazione inerente i costi eventualmente indicati nella dichiarazione dei redditi nonché degli eventuali studi di settore o altra documentazione ritenuta utile.

Sarà, inoltre, rilevata anche l’organizzazione aziendale, la sussistenza o meno di una sede sociale e l’impiego di personale.

Se al termine degli adempimenti istruttori la Sede accerterà l’infondatezza delle ragioni sostanziali che hanno determinato l’emissione della richiesta di pagamento, interverrà in autotutela annullando il provvedimento emesso.

INPS, messaggio n. 2345 del 07 giugno 2017

<<Gestione Artigiani e Commercianti - Poseidone 2012

1. Premessa.

Si comunica che sono state ultimate le operazioni per l’estrazione dei soci di società di persone (s.n.c. e s.a.s.), i quali, dalla dichiarazione Unico SP 2013 relative all’anno 2012, risultano svolgere in maniera prevalente e continuativa attività lavorativa nell’impresa.

Sono stati individuati complessivamente 7.457 soggetti da iscrivere alla gestione Commercianti con decorrenza dall’1/1/2012.

Al termine delle elaborazioni predisposte centralmente, sono risultati 4.376 soggetti iscritti in automatico e 3.081 scartati e messi a disposizione delle sedi (2.067 scartati per diverse motivazioni - 1.014 scartati per mancanza dell’indirizzo dell’azienda) per le consuete attività di controllo e verifica.

In merito, poiché a seguito delle precedenti operazioni Poseidone si è sviluppato un particolare contenzioso amministrativo e giudiziario limitatamente a talune fattispecie relative ai soci di società di persone aventi ad oggetto sociale la locazione e gestione di beni immobili propri, si è ritenuto opportuno estrapolare un’evidenza di detta casistica, al fine di gestire l’eventuale contenzioso secondo le indicazioni che seguono, condivise con l’Avvocatura Generale.

In via prioritaria sono stati identificati tutti i soci di società di persone che, nell’anno d’imposta 2012, risultano svolgere le attività identificate con codice 68.20.1 e 68.20.2 ATECO 2007, nonché codice 70.20.0 ATECO 2002; dal campione individuato sono stati esclusi quelli che erano stati già interessati da un precedente accertamento Poseidone conclusosi con un annullamento del periodo contributivo (300 soggetti).

All’esito di tali elaborazioni, sono risultati 1.213 soggetti (rispetto al totale dei 7.457) trasmessi per l’iscrizione centralizzata nel rispetto dei termini prescrizionali (916 soggetti sono stati iscritti centralmente, 149 sono stati scartati per motivazioni varie e 148 sono stati scartati per mancanza dell’indirizzo azienda evidenziati con codice 91).

Con il presente messaggio si forniscono alle sedi le istruzioni per gli adempimenti connessi alle operazioni istruttorie dell’eventuale contenzioso amministrativo per i casi di ricorso o istanze di intervento in autotutela avverso l’accertamento contributivo rivolto ai soci delle società di persona di locazione e gestione di beni immobili.

2. Iscrizioni di soci di società di persone aventi ad oggetto sociale la locazione e gestione di beni immobili propri.

L’ Avvocatura centrale dell’Istituto, con apposito parere, ha reso noti i più recenti orientamenti della Suprema Corte di Cassazione con riferimento al filone di contenzioso relativo alle iscrizioni di soci di società di persone aventi ad oggetto sociale la locazione e gestione di beni immobili propri.

In particolare, i giudici di legittimità, con sentenza n. 3835 del 26 febbraio 2016, hanno affermato il seguente principio di diritto, secondo cui "ai sensi della Legge n. 662 del 1996, articolo 1, comma 203, che ha modificato la Legge n. 160 del 1975, articolo 29, e della Legge n. 45 del 1986, articolo 3, nelle società in accomandita semplice la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l'obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall'istituto assicuratore".

Per i motivi sopra esposti, tenuto conto che per l’anno 2012 oltre 1200 soggetti hanno svolto le attività indicate in oggetto, in veste di socio accomandatario di s.a.s. oppure di socio di s.n.c., sottraendosi all’eventuale obbligo contributivo, l’Istituto ha avviato l’Operazione Poseidone anche nei confronti di tali soci che non risultano iscritti alla gestione commercianti nell’anno 2012.

Con successiva PEI saranno fornite le liste dei soggetti che risultano svolgere attività di "affitto e gestione di immobili di proprietà o in leasing", contraddistinti dai codici Ateco2007 68.20.1, 68.20.2, codice Ateco2002 70.20.0.

Per l’eventuale contenzioso amministrativo avverso l’iscrizione di tali soggetti l’accertamento istruttorio potrà interessare, a seconda delle motivazioni eccepite dal ricorrente, la conferma della sussistenza dei requisiti della prevalenza e della abitualità o perfino la natura commerciale stessa della società; ipotesi quest’ultima che all’ esito del ricorso potrebbe condurre all’affidamento del caso all’attenzione della competente Agenzia delle Entrate.

In ogni caso in corso di istruttoria dei ricorsi si raccomanda vengano svolte le seguenti verifiche:

- Punto fisco: presenza dell’indicazione del solo reddito per godimento beni propri nella dichiarazione dei redditi della società e del socio; verifica del quadro di determinazione del reddito della società (quadro rf o rg) ed eventuale indicazione di redditi da beni strumentali o non strumentali; presenza della dichiarazione iva; presenza tra i "redditi percepiti" di eventuali aziende commerciali quali sostituto d’imposta; verifica della presenza della compilazione degli studi di settore o delle eventuali cause di esclusione; verifica delle informazioni presenti nella funzione "atti di registro";

- Telemaco: verifica dell’atto costitutivo da cui si evincano i conferimenti patrimoniali dei soci ed i beni di cui dispone la società; analisi dei contratti di locazione stipulati dalla società, volta a verificare da un lato che gli immobili oggetto di tali contratti coincidano con gli immobili di cui la società dichiara nei modelli reddituali la proprietà, dall’altro che l’ammontare dei canoni indicati nei contratti coincida con quello denunciato come reddito d’impresa; reperimento di atti negoziali che dimostrino che la società gestisce anche beni non di proprietà o non conferiti dai soci, svolgendo quindi un’attività di intermediazione immobiliare.

A seguito delle verifiche delle banche dati la sede valuterà l’opportunità di richiedere la produzione dei registri contabili, delle fatture o delle ricevute emesse, della documentazione inerente i costi eventualmente indicati nella dichiarazione dei redditi nonché degli eventuali studi di settore o altra documentazione ritenuta utile. In tale contesto dovrà essere rilevata anche l’organizzazione aziendale, la sussistenza o meno di una sede sociale e l’impiego di personale.

La sede potrà inoltre avviare eventuali accertamenti ispettivi, al fine di acquisire le notizie e la documentazione non rinvenuta attraverso la consultazione delle banche dati o non fornite spontaneamente dalla società.

Particolare attenzione si raccomanda di porre nella acquisizione della documentazione, che dovrà essere allegata all’istruttoria tanto del ricorso amministrativo quanto all’eventuale successivo procedimento giurisdizionale. Da tale documentazione e dalle informazioni assunte nel corso dell’espletamento dell’attività ispettiva dovrà derivarsi la prova della sussistenza della circostanza, da ritenersi indefettibile ai fini dell’iscrizione alla gestione commercianti dei soci in questione, dello svolgimento, ad opera degli stessi, di un’attività abituale e prevalente.

La mancata o carente allegazione documentale e/o attività probatoria compromette, come precisato dall’Avvocatura generale, l’esito del giudizio.

Al termine degli adempimenti istruttori come sopra delineati, la Sede, qualora accerti l’infondatezza delle ragioni sostanziali che hanno determinato l’emissione della richiesta di pagamento, dovrà intervenire in autotutela annullando il provvedimento emesso. Analoghe attività verranno poste in essere in presenza di precedenti accertamenti oggetto di impugnazione in via amministrativa o giudiziaria.

Soltanto all’esito di tale verifica, qualora l’accertamento impugnato risulti munito delle caratteristiche indicate nel presente messaggio, i ricorsi tuttora in carico alle sedi territoriali e regionali saranno da queste trasmessi alla direzione centrale per la deliberazione del Comitato.

Pertanto, nel caso in cui il provvedimento venga annullato per l’inesistenza del presupposto della natura commerciale della società, circostanza peraltro eccepita dal ricorrente, la sede invierà gli atti all’Agenzia delle Entrate territorialmente competente al fine di valutare la corretta applicazione del regime fiscale delle società al soggetto giuridico che dagli accertamenti risulti in realtà svolgere un’attività connessa al mero godimento del bene immobile>>.

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6) Nuovi contributi dovuti per il rilascio del permesso di soggiorno: D.M. in G.U.

I nuovi importi del contributo dovuto per il rilascio del permesso di soggiorno sono pubblicati in Gazzetta.

A seguito della disapplicazione del D.M. 06.10.2011, per la parte che impone ai cittadini di paesi terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno in Italia di pagare un contributo di importo variabile tra 80 euro e 200 euro, giacché ritenuto irragionevole, discriminatorio, sproporzionato e d’ostacolo all’integrazione, sono stati ridefiniti i nuovi importi del contributo richiesto ai fini del rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno, tenuto conto dei costi di istruttoria e di integrazione degli stranieri, in linea con i diritti riconosciuti dalla direttiva n. 2003/109/CE.

Lo ha fatto il Ministero finanze con il Decreto 05 maggio 2017, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 131 del 8 giugno 2017.

Sono stati, quindi, rideterminati gli importi del contributo dovuto dai cittadini extraUE ai fini del rilascio/rinnovo del permesso soggiorno, a fronte della disapplicazione degli importi precedenti in quanto ritenuti irragionevoli, discriminatori, sproporzionati e d’ostacolo all’integrazione.

Il Tar del Lazio, con la sentenza n. 6095/2016, ha decretato, per contrasto con la normativa di fonte comunitaria, la disapplicazione del citato D.M. 06 ottobre 2011 (annullato limitatamente agli artt. 1, co. 1, 2, co. 1 e 2, nella sola parte riferita al contributo e 3), che impone ai cittadini di paesi terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno in Italia di pagare un contributo di importo variabile tra 80 euro e 200 euro.

Tale sentenza è stata poi confermata anche dal Consiglio di Stato (sentenza n. 4487/2016) che, come il Tar, ha considerato il suddetto contributo irragionevole, discriminatorio, sproporzionato e d’ostacolo all’integrazione.

Inutile poi è stato il ricorso proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero dell’Interno e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che con l’impugnazione delle sentenza del Tar avevano l’intenzione di mantenere in essere il contributo.

In tal senso, con decreto del 05 maggio 2017, il Mef ha rideterminato la misura del contributo per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno a carico dello straniero di età superiore ad anni diciotto:

- € 40,00 per i permessi di soggiorno di durata superiore a tre mesi e inferiore o pari a un anno;

- € 50,00 per i permessi di soggiorno di durata superiore a un anno e inferiore o pari a due anni;

- € 100,00 per il rilascio del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo e per i dirigenti e i lavoratori specializzati richiedenti il permesso.

I suddetti nuovi importi risultano cosi dimezzati rispetto a quelli precedentemente previsti (rispettivamente € 80, € 100, € 200) e sono in vigore dal 09 giugno 2017.

La rideterminazione ha poi aggiunto tra i casi di esonero dal contributo, anche la richiesta del duplicato del permesso di soggiorno.

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7) Tassazione delle somme per premi di risultato percepite sotto forma di benefit senza averne i requisiti: conseguenze chiarite dalle Entrate

Tassazione delle somme per premi di risultato percepite sotto forma di benefit in assenza dei requisiti previsti per accedere al regime agevolato.

Sul tema l’Agenzia delle entrate si è soffermata con la risoluzione n. 67/E del 9 giugno 2017.

Alcuni operatori hanno chiesto chiarimenti in merito alla modalità di compilazione del modello 730/2017 e del modello Redditi Persone Fisiche 2017 nel particolare caso in cui l’agevolazione non spettante sia stata erogata, in tutto o in parte, sotto forma di benefit.

Al riguardo, viene precisato che nei modelli dichiarativi sono previsti dei campi distinti per l’indicazione dei compensi per premi di risultato e dei benefit, poiché, nel caso in cui il contribuente scelga in dichiarazione la tassazione ordinaria ritendendola più favorevole, la procedura di liquidazione del 730 (o il software nel caso del modello Redditi) farà confluire nel reddito complessivo solo i compensi, mentre i benefit resteranno detassati.

Se, invece, il datore di lavoro ha riconosciuto la detassazione dei benefit in assenza dei requisiti previsti dalla legge, al fine di consentire l’applicazione della tassazione ordinaria su tutte le somme percepite, è necessario aggiungere gli importi erogati sotto forma di benefit alle somme assoggettate ad imposta sostitutiva dal datore di lavoro.

In particolare, nel modello 730/2017, l’importo dei benefit, risultante dal punto 573 della Certificazione Unica 2017, va indicato nel quadro C, rigo C4, colonna 3 (denominata “Somme imposta sostitutiva”). Lo stesso importo non va, pertanto, inserito nella successiva colonna 5 (denominata “Benefit”). Va ovviamente barrata la colonna 6 (denominata “Tassazione ordinaria”) del rigo C4, al fine di ricondurre a tassazione ordinaria l’intero importo esposto nella casella denominata “Somme imposta sostitutiva”, comprensivo del benefit.

Analogamente, nel modello Redditi Persone Fisiche 2017, nelle ipotesi in argomento, l’importo dei benefit risultante dal punto 573 della Certificazione Unica 2017 va indicato nel quadro RC, rigo RC4, colonna 3 (denominata “Somme imposta sostitutiva”), barrando la colonna 6 denominata “Tassazione ordinaria” del medesimo rigo RC4.

Riguardo ai contribuenti che utilizzano, per la presentazione della dichiarazione dei redditi, la dichiarazione precompilata, premesso che i dati proposti dall’Agenzia sono quelli presenti nelle certificazioni uniche pervenute dai datori di lavoro, nel particolare caso sopra descritto (ossia se il datore di lavoro ha riconosciuto la detassazione dei benefit in assenza dei requisiti previsti dalla legge), il contribuente dovrà modificare la dichiarazione precompilata eliminando gli importi presenti nelle colonne 5 di ciascun rigo C4 (o RC4 del modello Redditi) e inserendoli nella colonna 3 denominata “Somme imposta sostitutiva” del rigo C4 (o RC4) o aggiungendoli a quelli eventualmente già presenti nel campo. Inoltre, dovrà essere barrata la colonna 6 del rigo C4 (o RC4), denominata “Tassazione ordinaria”.

L’Agenzia ricorda, infine, che per effettuare qualsiasi correzione di modelli 730 già trasmessi mediante l’apposita applicazione web è possibile annullare il 730 già inviato, dal 29 maggio al 20 giugno, e presentare una nuova dichiarazione entro il 24 luglio 2017.

Come è noto, nei modelli 730/2017 e Redditi Persone Fisiche 2017, approvati rispettivamente con provvedimenti del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 16 gennaio 2017 e del 31 gennaio 2017, è prevista l’indicazione delle somme percepite per premi di risultato al fine di fruire delle misure fiscali agevolative per le retribuzioni premiali previste dall’articolo 1, commi 182-190, della legge 28 dicembre 2015, n. 208. Tali agevolazioni si sostanziano nell’applicazione di un’imposta sostitutiva del 10% sulle somme percepite e nella detassazione delle somme erogate sotto forma di benefit (ad esempio opere o servizi in natura), nel limite di euro 2.000 (elevabile a euro 2.500 in casi particolari).

Le misure di favore in argomento non sono riconosciute se non sussistono i requisiti previsti dalla norma (ad esempio se nel 2015 il contribuente ha percepito redditi da lavoro dipendente d’importo superiore a 50.000 euro). Al riguardo, con la circolare n. 28/E del 15 giugno 2016, è stato chiarito che, nel caso in cui il contribuente non abbia i requisiti per fruire del regime agevolato, il sostituto d’imposta assoggetta a tassazione ordinaria tutte le somme percepite, incluse quelle ricevute sotto forma di benefit.

Qualora il datore di lavoro, pur in assenza dei requisiti previsti, abbia comunque riconosciuto al contribuente l’agevolazione fiscale di cui trattasi, il contribuente è tenuto a tassare ordinariamente tutte le somme percepite, compresi i benefit, mediante la presentazione della dichiarazione dei redditi.

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8) Modello 730/2017 con esito a rimborso: ecco come vengono individuate le incoerenze per i controlli preventivi

Modello 730/2017 con esito a rimborso: ecco come vengono individuate le incoerenze per i controlli preventivi.

Il direttore dell’Agenzia delle entrate, con il provvedimento prot. 108815 del 9 giugno 2017, detta i criteri per l’individuazione degli elementi di incoerenza delle dichiarazioni dei redditi modello 730/2017 con esito a rimborso e di modalità di cooperazione finalizzata ai controlli preventivi.

Criteri per l’individuazione degli elementi di incoerenza delle dichiarazioni dei redditi modello 730/2017

Gli elementi di incoerenza delle dichiarazioni dei redditi modello 730/2017 con esito a rimborso, presentate dai contribuenti con modifiche rispetto alla dichiarazione precompilata che incidono sulla determinazione del reddito o dell’imposta, sono individuati nello scostamento per importi significativi dei dati risultanti nei modelli di versamento, nelle certificazioni uniche e nelle dichiarazioni dell’anno precedente, o nella presenza di altri elementi di significativa incoerenza rispetto ai dati inviati da enti esterni o a quelli esposti nelle certificazioni uniche.

Viene altresì considerata elemento di incoerenza delle dichiarazioni dei redditi modello 730/2017 con esito a rimborso la presenza di situazioni di rischio individuate in base alle irregolarità verificatesi negli anni precedenti.

Modalità di cooperazione per l’applicazione dei criteri di incoerenza finalizzati ai controlli preventivi delle dichiarazioni

Ai fini dell’applicazione dei criteri di incoerenza, alle dichiarazioni dei redditi presentate dai contribuenti con il modello 730 ai Centri di assistenza fiscale (CAF) e ai professionisti abilitati, per le quali l’INPS riceve i risultati contabili (modello 730-4) direttamente dal soggetto che ha prestato l’assistenza fiscale, si provvede in cooperazione tra l’Agenzia delle entrate e l’INPS secondo modalità attuative stabilite con un protocollo d’intesa.

Le motivazioni del provvedimento

L’articolo 5, comma 3-bis, del decreto legislativo 21 novembre 2014, n. 175, introdotto dall’articolo 1, comma 949, della 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità per il 2016), prevede che “nel caso di presentazione della dichiarazione direttamente ovvero tramite il sostituto d'imposta che presta l'assistenza fiscale, con modifiche rispetto alla dichiarazione precompilata che incidono sulla determinazione del reddito o dell'imposta e che presentano elementi di incoerenza rispetto ai criteri pubblicati con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate ovvero determinano un rimborso di importo superiore a 4.000 euro, l'Agenzia delle entrate può effettuare controlli preventivi, in via automatizzata o mediante verifica della documentazione giustificativa, entro quattro mesi dal termine previsto per la trasmissione della dichiarazione, ovvero dalla data della trasmissione, se questa è successiva a detto termine. Il rimborso che risulta spettante al termine delle operazioni di controllo preventivo è erogato dall'Agenzia delle entrate non oltre il sesto mese successivo al termine previsto per la trasmissione della dichiarazione, ovvero dalla data della trasmissione, se questa è successiva a detto termine. Restano fermi i controlli previsti in materia di imposte sui redditi.”.

Pertanto, i controlli preventivi si possono applicare anche in relazione alle dichiarazioni presentate ai CAF o ai professionisti abilitati.

Per tali motivi adesso il neo provvedimento ha approvati i criteri per individuare gli elementi di incoerenza da utilizzare per effettuare i controlli delle dichiarazioni dei redditi modello 730/2017 con esito a rimborso.

Inoltre, tenuto conto che il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 16 marzo 2016, confermando quanto stabilito dal provvedimento del 22 febbraio 2013, prevede che l’INPS mediante l’utilizzo di propri sistemi, riceva direttamente dai CAF e dai professionisti abilitati i risultati contabili (modelli 730-4) relativi alle dichiarazioni presentate dai contribuenti, il presente provvedimento stabilisce che l’effettuazione della verifica preventiva avviene con modalità di cooperazione con l’INPS.

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9) Cdm ok a decreto reddito inclusione

Primo sì da Cdm a decreto reddito inclusione. Ora provvedimento passa a commissioni parlamentari per pareri

Primo sì del Consiglio dei ministri al decreto legislativo che introduce in Italia “una misura nazionale di contrasto alla povertà”. Il provvedimento attua la delega approvata a marzo, rendendo operativo il Reddito d'inclusione (Rei). Ora il provvedimento dovrà acquisire i pareri delle commissioni parlamentari competenti.

La misura appena approvata per la lotta alla povertà nella prima fase si rivolgerà “a 660mila famiglie, di cui 560mila con figli minori”.

Lo ha spiegato, il 9 giugno 2017, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine del Cdm. La priorità nel riconoscimento del Reddito d'inclusione, spiega, verrà data ai nuclei “con almeno un figlio minorenne o con disabilità anche se maggiorenne, a quelli con una donna in stato di gravidanza o un over50 in disoccupazione”.

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10) Le opportunità del welfare aziendale: documento del CNCL

Il welfare aziendale rappresenta di certo una grande opportunità per aziende e lavoratori. Questo strumento, infatti, consente di azzerare il cuneo fiscale a prescindere dal possesso, da parte del datore di lavoro, del Documento Unico di Regolarità Contributiva (Durc). Il chiarimento, opportuno e condivisibile, è giunto attraverso una risposta ufficiale del Ministero del Lavoro ad uno specifico quesito formulato in occasione del 15° Forum Lavoro e Fiscale organizzato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e dalla Fondazione Studi.

I vantaggi economici, fiscali e contributivi del welfare aziendale sono pertanto più immediati e facilmente fruibili, senza alcuna correlazione con le disposizioni di cui all’art. 1, comma 1175, della Legge n.296/2006. Questa la conclusione a cui giungono gli esperti della Fondazione Studi nell’approfondimento del 9 giugno 2017, in cui vengono analizzate tutte le novità emerse al Forum.

Ecco di seguito il documento di approfondimento:

Il welfare aziendale rappresenta certamente una grande opportunità per datori di lavoro e lavoratori sia in termini economici sia in termini produttivi. In ordine al profilo di tassazione dei trattamenti, infatti, le erogazioni poste all’interno di un piano di welfare aziendale godono del sostanziale azzeramento del cuneo fiscale. Questo specifico regime deriva direttamente dall’applicazione del comma 2 dell’art. 51 del Tuir che dispone espressamente la non concorrenza alla formazione del reddito delle erogazioni welfare pur nell’ambito di un principio di tassatività delle singole voci.

Il legame con il comma 1175, art. 1, Legge 296/2006

In ordine ai benefici contributivi e fiscali aziendali occorre comunque analizzare l’eventuale legame con il comma 1175, art. 1, della Legge 296/2006. Tale disposizione prevede che, a decorrere dal 1° luglio 2007, i benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale sono subordinati al possesso, da parte dei datori di lavoro, del documento unico di regolarità contributiva, fermi restando gli altri obblighi di legge ed il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Sul punto è intervenuto il Ministero del Lavoro con la Circolare n. 5 del 30/01/2008 e la nota n. 1677 del 28/01/2016 rilevando che:

il concetto di beneficio richiama inevitabilmente il rapporto fra “regola ed eccezione” in quanto, a fronte di una disciplina generale che impone oneri di carattere economico-patrimoniale ad una generalità di soggetti, il beneficio si configura come una “eccezione” nei confronti di coloro che in presenza di specifici presupposti soggettivi sono ammessi ad un trattamento agevolato che riduce o elimina totalmente tali oneri;

per quanto attiene ai benefici contributivi, pertanto, gli stessi sembrano potersi individuare in quegli sgravi collegati alla costituzione e gestione del rapporto di lavoro che rappresentano una deroga all’ordinario regime contributivo, deroga che però non configura una ipotesi agevolativa nel caso in cui lo sgravio non sia costruito come “abbattimento” di una aliquota più onerosa, calcolata secondo i normali parametri statistico-attuariali, ma rappresenti la “regola” per un determinato settore o categoria di lavoratori;

non rientrano nella nozione in esame quei regimi di “sottocontribuzione” che caratterizzano interi settori (agricoltura, navigazione marittima, ecc.), territori (zone montane, zone a declino industriale ecc.) ovvero specifiche tipologie contrattuali (apprendistato) con una “speciale” aliquota contributiva prevista dalla legge, ambiti nei quali il totale abbattimento o la riduzione dell’onere economico-patrimoniale nei confronti della platea dei destinatari costituisce l’ipotesi ordinaria, in quanto l’intervento a carico del bilancio statale, dettato da ragioni di carattere politico-economico, prescinde da specifiche ed ulteriori condizioni richieste al soggetto beneficiario.

Orbene, il particolare regime fiscale e previdenziale previsto per i trattamenti welfare, anche in virtù del dato testuale normativo, appare coincidente con le caratteristiche della “regola”, non risultando elementi di “eccezione” rispetto al regime generale né lo stesso può essere individuato come ulteriore agevolazione di carattere contributivo non generalizzato a tutti i beneficiari o legato a specifici presupposti o condizioni posti in essere solo da alcuni di essi. In occasione del 15° Forum Lavoro e Fiscale, organizzato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e dalla Fondazione Studi, è stato comunque posto uno specifico quesito al Ministero del Lavoro per richiedere se l’erogazione di trattamenti di welfare sia subordinata al rispetto dell’art. 1, comma 1175, della Legge 296/2006 ivi compreso il possesso del Durc regolare.

Il Ministero, con interpretazione condivisibile e per altro coincidente con le considerazioni sopra esposte, ha formulato la seguente risposta: “Le disposizioni di cui all’art. 51, co.2, del DPR 917/86 definiscono il criterio di calcolo dell’imponibile fiscale (ed indirettamente quello contributivo), con riferimento a trattamenti erogati ad intere categorie di lavoratori dipendenti, indipendentemente dalla posizione soggettiva dei singoli lavoratori dipendenti appartenenti alle medesime categorie. Il regime fiscale/contributivo previsto per il welfare aziendale non appare, quindi, correlato al rispetto delle condizioni di cui all’art.1, comma 1175, della L. n.296/06, che sono state introdotte per soddisfare altre finalità. Naturalmente la parola spetta al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, non trattandosi di materia di competenza specifica dell’Ispettorato nazionale”.

La stipula di accordi o contratti con organizzazioni sindacali

Nella medesima sede di confronto e analisi è stata, inoltre, posta all’esame di parere da parte del Ministero del Lavoro la questione dell’applicabilità dell’art. 51 del D.Lgs. n.81/2015 anche alla stipula di accordi o contratti per l’erogazione di trattamenti di welfare. La citata norma del 2015 dispone che per contratti collettivi si intendono i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria.

Sul punto è utile precisare che lo specifico riferimento alle caratteristiche necessarie e qualificanti delle organizzazioni sindacali di riferimento per la stipula di accordi o contratti è previsto a livello normativo in analisi esclusivamente dal comma 187, art. 1 della Legge di Bilancio 2016, in ordine ai contratti territoriali o aziendali utili ai fini della detassazione dei premi di produttività.

Sul piano delle disposizioni legali, infatti, in materia di welfare l’art. 51, comma 2, lettera f) del Tuir si limita ad enunciare che non concorrono alla formazione del reddito l'utilizzazione delle opere e dei servizi riconosciuti dal datore di lavoro volontariamente o in conformità a disposizioni di contratto o di accordo o di regolamento aziendale, offerti alla generalità dei dipendenti o a categorie di dipendenti e ai familiari indicati nell'articolo 12 per le finalità di cui al comma 1 dell'articolo 100.

Parallelamente, l’interpretazione autentica della stessa lettera f) introdotta dalla Legge di bilancio 2017, art. 1, comma 162, dispone che le regole in essa contenute si applicano anche alle opere e servizi riconosciuti dal datore di lavoro, del settore privato o pubblico, in conformità a disposizioni di contratto collettivo nazionale di lavoro, di accordo interconfederale o di contratto collettivo territoriale.

Si potrà facilmente notare che entrambe le disposizioni citate non contengono alcun riferimento circa eventuali requisiti di rappresentatività richiesti alle organizzazioni sindacali stipulanti. Il quesito posto all’attenzione del Ministero del Lavoro nella sede del 15° Forum richiede specificatamente se la stipula di accordi o contratti per l’erogazione di trattamenti di welfare, così come previsto dall’art. 51, comma 2, lettera f) del Tuir deve avvenire con le organizzazioni sindacali di cui all’art. 51 del D.Lgs. n.81/2015. In risposta, il Ministero chiarisce che la Legge n.232/16 (Legge di bilancio 2017) al comma 162 prevede che “Le disposizioni di cui all'articolo 51, comma 2, lettera f), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, come da ultimo modificate dalla legge 28 dicembre 2015, n. 208, si interpretano nel senso che le stesse si applicano anche alle opere e servizi riconosciuti dal datore di lavoro, del settore privato o pubblico, in conformità a disposizioni di contratto collettivo nazionale di lavoro, di accordo interconfederale o di contratto collettivo territoriale”, senza far riferimento a valori di rappresentatività delle organizzazioni stipulanti gli accordi.

La disposizione, tuttavia, pare dover essere coordinata con l’art.1, comma 1, del D.L. n.338/89, conv. con L. n.389/89, (La retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza e di assistenza sociale non può essere inferiore all'importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo) ed alla disposizione di interpretazione autentica di cui alla L. 28 dicembre 1995, n. 549, secondo la quale il citato art.1, del D.L. n.338/89 si interpreta nel senso che “in caso di pluralità di contratti collettivi intervenuti per la medesima categoria, la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi previdenziali ed assistenziali è quella stabilita dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative nella categoria”.

Considerazioni finali

In conclusione, i contratti legittimati a definire la base imponibile, anche ai fini della sottrazione dei trattamenti welfare dal suo calcolo, sembrano quelli identificati dall’art.51 del D.Lgs. n.81/15. In sostanza, in relazione a tale criticità, pur evidenziando la mancanza di un riferimento legale specifico, la stipula di accordi o contratti per l’erogazione di trattamenti welfare dovrà essere trattata con organizzazioni sindacali di riferimento aventi caratteristiche di maggiore rappresentatività comparata a livello nazionale. Per completezza si evidenzia che, laddove vengano stipulati accordi o contratti che prevedano la facoltà per il lavoratore di sostituire in tutto o in parte i premi di risultato in trattamenti welfare, il relativo strumento contrattuale di attivazione dovrà seguire certamente i precetti del citato comma 187, art. 1, della Legge di bilancio 2016, essendo necessario individuare le organizzazioni sindacali stipulanti con le caratteristiche proprie di rappresentatività prevista dall’art. 51 del D.Lgs. n. 81/2015.

Tale correlazione deriva infatti direttamente dal citato comma 187 che, nel disporre la necessaria valutazione di rappresentatività sindacale delle organizzazioni stipulanti, richiama integralmente, tra gli altri, anche il comma 184 della Legge 28 dicembre 2015 n. 208, ove è prevista la non concorrenza al reddito di lavoro dipendente né l’assoggettamento all'imposta sostitutiva dei premi di produttività nell'eventualità in cui gli stessi siano fruiti, per scelta del lavoratore, in sostituzione, in tutto o in parte, attraverso l’erogazione di trattamenti welfare, fermo restando i limiti ivi previsti.

In continuità con le precisazioni di cui sopra si può pertanto affermare che, laddove si scelga per le erogazioni di trattamenti welfare lo strumento contrattuale o di accordo in alternativa a quello del regolamento, risulteranno necessarie le valutazioni in ordine al grado di rappresentatività delle organizzazioni sindacali stipulanti secondo le indicazioni del Ministero del Lavoro, pur in assenza di specifico riferimento normativo. Viceversa, se tali erogazioni welfare derivano direttamente dalla conversione di premi di produttività, le disposizioni di legge vincolano, oltre ogni ragionevole dubbio, all’utilizzo dello strumento contrattuale di secondo livello con gli elementi di rappresentatività sindacale di cui all’art. 51 del D.Lgs. n. 81/2015.

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11) Debiti doganali sorti prima di maggio 2016: gli uffici delle dogane archiviano solo se la pretesa non è fondata

In presenza di obbligazioni doganali sorte prima del 1° maggio 2016, qualora i contribuenti eccepiscano l’intervenuta prescrizione già nell’ambito del contraddittorio ex art. 22.6 del CDU e sempreché l’invocata circostanza (la maturata prescrizione) risulti, in base agli atti, inequivocabilmente certa ed effettiva, gli Uffici interessati devono procedere all’archiviazione del contesto. Al contrario, ove l’eccezione addotta dal debitore risultasse infondata o vi siano comunque dubbi circa la sua effettiva fondatezza, occorre proseguire nell’attività di accertamento e di recupero del credito, fino ad eventuale contraria verifica da parte del giudice adito e relativo accoglimento dell’eccezione in sentenza.

Lo precisa l’Agenzia delle dogane, con la nota 51424/RU del 8 giugno 2017 (e pubblicata il 9 giugno 2017), relativa ai termini per la comunicazione del debito derivante da obbligazione doganale – Applicazione ratione temporis dell’art. 221.4 del Codice doganale comunitario – Eccezione della prescrizione esercitata in sede di esercizio del diritto ad essere ascoltati ex art. 11, comma 4-bis, Dlgs 374/1990. Circ. 8/D del 19 aprile 2016. Precisazioni.

A tal fine, viene precisato che le istruzioni esposte al punto C 3.3), inizio pag. 55, della Circ. 8/D (relative alla “gestione intertemporale dei contesti”) devono intendersi riferite alle obbligazioni sorte anteriormente al 1° maggio 2016.

A seguito di un ulteriore approfondimento della questione scaturito dall’esame di un caso specifico di applicazione dell’art. 221.4 del CDC affrontato d’intesa con l’Avvocatura Generale dello Stato, si rende ora necessario precisare le sopra richiamate istruzioni anche alla luce del principio fissato, in materia, dalla Corte di Giustizia UE con sentenza del 23/2/2006 relativa al caso C-201/04: con detta pronuncia, i giudici europei hanno in sintesi statuito che una norma che regola l’operatività della decadenza/prescrizione del debito doganale - in quanto norma di natura “sostanziale” - non può essere applicata retroattivamente alle obbligazioni sorte prima della sua effettiva entrata in applicazione, rilevando invece, in questi casi, la “pregressa” pertinente disciplina sostanziale (oltre che le disposizioni “vigenti” di carattere meramente “procedurale”), sebbene l’attività di riscossione dei tributi avvenga successivamente4.

Tale principio deve intendersi valido, mutatis mutandis, anche per la trattazione intertemporale dei contesti relativi ad obbligazioni sorte prima dell’entrata in applicazione del nuovo Codice doganale dell’Unione (1° maggio 2016), ai quali deve quindi continuare ad applicarsi la disciplina recata dal CDC, prendendo a riferimento non più il momento dell’“accertamento” dell’obbligazione (come indicato con la citata Circolare 8/D), bensì quello dell’“insorgenza” della stessa.

Occorre inoltre osservare che il criterio operativo sinora adottato dall’amministrazione, in base al quale l’eccezione della intervenuta prescrizione (relativa alla tardiva comunicazione della notizia di reato) debba essere necessariamente opposta in sede giurisdizionale, è stato in più occasioni contestato dai contribuenti davanti ai giudici nazionali, con l’argomento che - non sussistendo alcun preciso vincolo/obbligo di legge al riguardo – la prescrizione ben potrebbe essere fatta valere anche in sede di esercizio del “diritto ad essere ascoltati” (ex art. 22.6 del CDU); mediante, cioè, apposita eccezione formale del debitore contenuta nella risposta all’invito dell’amministrazione ad esprimere, entro 30 giorni, le osservazioni sulla pretesa tributaria.

In proposito, sentita l’Avvocatura Generale dello Stato, quest’ultima si è recentemente espressa in senso favorevole alla prospettata opzione, invocando sia la pertinente normativa (in particolare l’art. 12 dello “Statuto del contribuente” di cui alla legge n. 212/2000) sia la consolidata giurisprudenza prodotta in materia dalla Suprema Corte di Cassazione, pervenendo in definitiva alle seguenti deduzioni:

a) nell’ambito del c.d. contraddittorio preventivo grava sul contribuente “l’onere di una opposizione di natura sostanziale e non meramente formale e/o pretestuosa”;

b) avendo l’eccezione di prescrizione natura indubbiamente sostanziale, la formulazione della stessa da parte del contribuente già in sede di esercizio del diritto ad essere ascoltati, comporta per l’ufficio, in caso di sicura fondatezza, l’abbandono della pretesa tributaria, ovvero, in caso di infondatezza e quindi di rigetto, l’obbligo di motivare al riguardo.

Vincenzo D’Andò