Diario quotidiano del 14 ottobre 2016: tanti nuovi casi in tema di IRAP: medici, agenti di commercio, amministratori di condominio. E’ stato approvato il modello Ipea, l’istanza per il computo in diminuzione delle perdite pregresse

Pubblicato il 14 ottobre 2016



1) Quando il medico di base paga l’Irap: nuove dalla Cassazione
2) L’agente di commercio è soggetto ad Irap?: nuove dalla Cassazione
3) Nello studio associato l’amministratore di condominio non paga l’Irap
4) Frodi carosello: l’acquirente deve provare la sua buona fede, altrimenti perde la detrazione IVA
5) Solo la cessione di tutte le quote societarie equivale alla cessione d’azienda
6) Accertamento: approvato nuovo modello (IPEA) con istruzioni per l’istanza di computo in diminuzione delle perdite pregresse dai maggiori imponibili
7) Come determinare il credito d’imposta a favore degli enti previdenziali
8) Risoluzione di un contratto di cessione d’azienda con riserva di proprietà per inadempimento del compratore
9) Antiriciclaggio: pesanti i costi con la depenalizzazione, riflessioni dalla Fondazione commercialisti (FNC)
10) Esecutività delle sentenze favorevoli al contribuente ed inadempimenti della pubblica amministrazione

diario-quotidiano-articoli-8Indice:

1) Quando il medico di base paga l’Irap: nuove dalla Cassazione 2) L’agente di commercio è soggetto ad Irap? Nuove dalla Cassazione 3) Nello studio associato l’amministratore di condominio non paga l’Irap 4) Frodi carosello: l’acquirente deve provare la sua buona fede, altrimenti perde la detrazione IVA 5) La cessione di tutte le quote societarie equivale alla cessione d’azienda? 6) Accertamento: approvato nuovo modello (IPEA) con istruzioni per l’istanza di computo in diminuzione delle perdite pregresse dai maggiori imponibili 7) Come determinare il credito d’imposta a favore degli enti previdenziali 8) Risoluzione di un contratto di cessione d’azienda con riserva di proprietà per inadempimento del compratore 9) Antiriciclaggio: pesanti i costi con la depenalizzazione, riflessioni dalla Fondazione commercialisti (FNC) 10) Esecutività delle sentenze favorevoli al contribuente ed inadempimenti della pubblica amministrazione *****

1) Quando il medico di base paga l’Irap

Le recenti decisioni della giurisprudenza hanno escluso che i medici di base possano essere soggetti ad Irap, tuttavia la Corte di cassazione con la sentenza n. 19817 del 4 ottobre 2016 precisa che il medico con due collaboratori è, invece, costretto a dovere pagare l’imposta regionale.

Sul caso la Suprema corte ha ricordato la precedente sentenza n. 9451/2016 che ha negato al professionista con più di un dipendente di essere escluso dall’imposizione poiché il requisito dell’autonoma organizzazione ricorre quando il contribuente si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell'impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente esecutive. Nella fattispecie, la Corte negava che il professionista con più di un dipendente potesse essere escluso dall’imposizione fiscale, perché: “il requisito dell’autonoma organizzazione […] ricorre quando il contribuente […] impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente esecutive”. Appare pertanto evidente che il requisito dell’autonoma organizzazione fosse, nel caso in esame, assolutamente pertinente: e, infatti, i giudici della Cassazione hanno condannato il contribuente a pagare l’Irap annullando la precedente sentenza di appello.

Niente Irap se il professionista ha soltanto collaboratori occasionali

Viceversa, la medesima Corte di Cassazione, stavolta con l’ordinanza n. 20099 del 6 ottobre 2016, ha stabilito che non deve pagare l’Irap il professionista se paga terzi per collaborazioni occasionali.

Nel caso di specie, il contribuente aveva fatto ricorso contro il silenzio - rifiuto dell’ufficio sulle istanze di rimborso che aveva presentato per l’Irap versata negli anni dal 1998 al 2004. Diversamente dalla sentenza di primo grado, a lui favorevole, la Commissione regionale aveva accolto l’appello dell’ufficio. Per cui il contribuente ha dovuto ricorrere in cassazione, questa volta con esito vincente.

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2) L’agente di commercio è soggetto ad Irap? Nuove dalla Cassazione

L’agente di commercio paga l’Irap solo se l’attività è autonomamente organizzata. Secondo la Corte di cassazione (sentenza n. 19899 del 05 ottobre 2016), l’agente di commercio paga l’Irap quando svolge l’attività in forma imprenditoriale e quando sussiste il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione se l’attività viene svolta in forma autonoma

L’agente di commercio non può essere considerato a priori esercente attività imprenditoriale, in quanto può svolgere l’attività anche come lavoratore autonomo. Non può essere quindi assoggettato ad Irap senza l’accertamento del presupposto dell’autonoma organizzazione che ricorre qualora:

- sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; - impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza dell’organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.

Solo in presenza di entrambe le condizioni, l’agente di commercio che svolge l’attività come lavoratore autonomo è assoggettato al pagamento dell’Irap.

Paga l’Irap l’imprenditore che si avvale della collaborazione del coniuge

Se l’imprenditore familiare si avvale della collaborazione del coniuge, allora è soggetto a Irap. La conferma arriva dalla Corte di Cassazione, che con l’ordinanza n. 20282 del 7 ottobre 2016, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.

Il Fisco era ricorso contro un imprenditore che aveva impugnato il silenzio-rifiuto mosso dall’Amministrazione finanziaria avverso l’istanza di rimborso dell’IRAP versata negli anni 2001-2004. Le Entrate, dopo la sentenza favorevole al contribuente in secondo grado, erano ricorse evidenziando come la Corte di appello avesse

Viceversa la C.T.R. aveva escluso l’esistenza di autonoma organizzazione nonostante il contribuente si avvalesse dell’ausilio del coniuge quale collaboratore familiare e nonostante avesse compilato il quadro RG relativo al reddito di impresa ed in particolare il rigo “quote imputate ai collaboratori dell’impresa familiare o al coniuge di azienda coniugale”. Dunque, “l’omesso esame del fatto anzidetto ha inficiato la logicità e la completezza della motivazione della sentenza impugnata – hanno osservato gli Ermellini di piazza Cavour – secondo la giurisprudenza di questa Corte l’imprenditore familiare è soggetto ad IRAP; integrando la collaborazione dei partecipanti quel quid pluris dotato di attitudine a produrre una ricchezza ulteriore (o valore aggiunto) rispetto a quella conseguibile con il solo apporto lavorativo personale del titolare”.

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3) Nello studio associato l’amministratore di condominio non paga l’Irap

L’amministratore di condominio non è soggetto all’Irap. La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 19327 del 29 settembre 2016, ritiene, infatti, che è legittima la richiesta di rimborso Irap presentata dal componente di uno studio associato relativamente all’Irap versata sui compensi percepiti per incarichi di controllo ed amministrazione ricoperti in società ed enti, fatturati nell’ambito della posizione personale, priva di dipendenti e di beni strumentali di rilievo.

Dunque, secondo la Corte Suprema tale richiesta deve essere accolta. La decisone potrebbe portare a nuove richieste di rimborso da parte dei professionisti che, prudentemente, si erano comportati diversamente.

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4) Frodi carosello: l’acquirente deve provare la sua buona fede, altrimenti perde la detrazione IVA

L’inconsapevole coinvolgimento nelle frodi carosello deve essere provato dal cessionario...

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5) La cessione di tutte le quote societarie equivale alla cessione d’azienda?

Imposta di registro: la cessione di tutte le quote societarie è assimilabile alla cessione d’azienda? La cessione totalitaria delle quote sociali costituisce una vera e propria cessione d'azienda?

Si, a detta della C.T.R. della Liguria, i cui Giudici con la sentenza n. 946/01 del 5 luglio 2016, rifacendosi all'orientamento della Corte di Cassazione, espresso nella recente ordinanza n. 24594 del 2/12/2015, accolgono l'appello dell'Ufficio che aveva riscontrato un intento elusivo, da parte dei ricorrenti, nella cessione totalitaria delle quote sociali di una S.r.l..

Nella suddetta ordinanza, infatti, la Suprema Corte ha ribadito il principio secondo cui la cessione totalitaria delle quote sociali ha la medesima funzione economica della cessione della società, consistente nel trasferimento dei poteri di godimento e disposizione della stessa e, ai fini dell'imposta di registro, è a quest'ultima assimilabile, senza che occorra alcuna prova dell'intento elusivo.

In tema, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24594 del 2 dicembre 2015, ha potuto osservare che "la cessione totalitaria delle quote di una società ha la medesima funzione economica della cessione dell'azienda sociale. Entrambi tali contratti tendono infatti a realizzare l'effetto giuridico del (e trovano la loro causa concreta nel) trasferimento dei poteri di godimento e disposizione dell'azienda sociale da un gruppo di soggetti (i partecipanti alla società che cedono le loro quote) ad un altro soggetto, o gruppo di soggetti (l'acquirente, o gli acquirenti, della totalità delle quote sociali).

Il contratto di cessione totalitaria delle quote di una società è dunque assimilabile, ai fini dell'imposta di registro, al contratto di cessione dell'azienda sociale, senza che al riguardo sia necessario ....che l'Agenzia delle entrate fornisca in giudizio la "prova certa dell'intento elusivo".

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6) Accertamento: approvato nuovo modello (IPEA) con istruzioni per l’istanza di computo in diminuzione delle perdite pregresse dai maggiori imponibili

Il nuovo Modello IPEA, approvato con provvedimento direttoriale del 12 ottobre 2016, andrà presentato solo per via telematica; per 60 giorni si potrà ancora trasmettere il vecchio modello via PEC.

L’articolo 25 del decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 158 ha introdotto l’articolo 42, quarto comma, del D.P.R. n. 600 del 1973 e l’articolo 7, comma 1-ter, del D.lgs. n. 218 del 1997, ove sono disciplinate le modalità e i termini di computo in diminuzione delle perdite nell’ambito del procedimento di accertamento ordinario e per adesione.

In tale ambito, si prevede che le perdite “pregresse” possano essere scomputate dal maggior imponibile accertato solo a seguito di apposita istanza presentata dal contribuente.

Il nuovo provvedimento direttoriale n. 164492 del 12 ottobre 2016, emanato in attuazione del punto 4.2. del Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate prot. n. 2016/51240 dell’8 aprile 2016, individua l’ambito di applicazione, i contenuti, le modalità e i termini di presentazione dell’istanza di computo in diminuzione delle perdite da parte del contribuente ed approva il relativo Modello denominato IPEA da trasmettere all’Agenzia delle entrate esclusivamente in via telematica.

Inoltre, sono indicati gli adempimenti che l’ufficio competente è tenuto a effettuare a seguito della presentazione dell’istanza, finalizzate al computo in diminuzione delle perdite dai maggiori imponibili accertati oppure definiti, in relazione alle diverse fasi del procedimento di accertamento, ordinario e con adesione, nonché alla conseguente riduzione, nell’ultima dichiarazione dei redditi presentata, delle perdite scomputate, ex articolo 36-bis, comma 3-bis, del D.P.R. n. 600 del 1973.

Il modello Ipea cambia percorso: niente più Pec, diventa telematico

Passati 60 giorni, l’istanza per lo scomputo delle perdite viaggerà solo attraverso Entratel o Fisconline: invio diretto da parte dei contribuenti abilitati o tramite soggetti incaricati

Con il suddetto provvedimento 12 ottobre 2016, è stato approvato il modello Ipea, l’istanza per il computo in diminuzione delle perdite in accertamento o in adesione, da presentare mediante trasmissione telematica.

Il periodo transitorio

Il nuovo modello sostituisce quello approvato con provvedimento 8 aprile 2016 che non potrà più essere utilizzato dopo il sessantesimo giorno dalla data di pubblicazione del provvedimento odierno.

In virtù dell’articolo 3, comma 2, della legge 212/2000 (“Statuto dei diritti del contribuente”), viene previsto un periodo transitorio durante il quale l’istanza è validamente presentata sia utilizzando il precedente modello Ipea, trasmesso all’indirizzo di posta elettronica certificata dell’ufficio accertatore sia avvalendosi del nuovo modello per via telematica.

Trascorso tale periodo transitorio, il modello Ipea potrà essere presentato esclusivamente in via telematica, direttamente dai contribuenti abilitati a Entratel o Fisconline ovvero tramite i soggetti incaricati, utilizzando il prodotto informatico “Ipea”.

Nel provvedimento sono riproposte le indicazioni già fornite in quello dell’8 aprile 2016 in merito all’ambito di applicazione, ai contenuti e ai termini di presentazione dell’istanza di computo in diminuzione delle perdite pregresse.

Quando si presenta l’Ipea

La possibilità di computare in diminuzione dai maggiori imponibili le perdite di periodo e pregresse è disciplinata dall’articolo 42, quarto comma, del Dpr 600/1973 e, nell’ambito dei procedimenti di adesione, dall’articolo 7, comma 1-ter, del Dlgs 218/1997.

Mentre le perdite di periodo, ossia quelle relative al periodo d’imposta oggetto di rettifica, sono computate in diminuzione dal maggior imponibile accertato automaticamente e in via prioritaria dall’ufficio accertatore, le perdite pregresse possono essere scomputate solo su richiesta del contribuente, mediante la presentazione del modello Ipea.

Le perdite pregresse che possono essere chieste con l’Ipea sono quelle maturate anteriormente al periodo di imposta oggetto di rettifica e ancora utilizzabili alla data di chiusura dello stesso ai sensi degli articoli 8 e 84 del Tuir. Non possono essere richieste, perché già utilizzate alla data di presentazione del modello Ipea, le perdite scomputate nelle dichiarazioni dei redditi presentate dal contribuente relative ai periodi d’imposta successivi a quello oggetto di rettifica e le perdite rettificate o scomputate dagli uffici a seguito di precedenti atti impositivi.

Il modello Ipea è presentato:

entro il termine per la proposizione del ricorso, nell’ipotesi di notifica al contribuente dell’avviso di accertamento, anche qualora sia presentata istanza di adesione

nel corso del contraddittorio instaurato con l’ufficio, nell’ipotesi di accertamento con adesione.

Resta ferma, per i soggetti aderenti al consolidato nazionale, l’applicazione dell’articolo 40-bis, comma 3, Dpr 600/1973, e dell’articolo 9-bis, comma 2, Dlgs 218/1997, che disciplinano la possibilità per la società o ente consolidante di chiedere, mediante la presentazione telematica del modello Ipec, il computo in diminuzione delle perdite del consolidato dai maggiori imponibili accertati con l’atto unico o definiti nell’ambito dei relativi procedimenti di adesione.

 

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7) Come determinare il credito d’imposta a favore degli enti previdenziali

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 92/E del 13 ottobre 2016, chiarisce i criteri di determinazione del credito di imposta a favore degli enti di previdenza obbligatoria, introdotto, a decorrere dal periodo d’imposta 2015, dalla Legge di 190/2014, rispondendo a tre quesiti posti con istanza di interpello.

Si tratta del bonus fiscale che è dato dalla differenza tra l’ammontare delle ritenute e imposte sostitutive applicate nella misura del 26% sui redditi di natura finanziaria, dichiarate e certificate dai soggetti intermediari o dichiarate dagli enti medesimi, e l’importo di tali ritenute e imposte sostitutive computate nella misura del 20%.

A tal fine è però necessario che i proventi assoggettati alle ritenute e imposte sostitutive siano investiti in attività a carattere finanziario a medio e lungo termine. Le condizioni, i termini e le modalità di applicazione del beneficio sono state regolamentate dal DM 19 giugno 2015.

Momento di effettuazione dell’investimento

Per quanto riguarda il momento di effettuazione dell’investimento in quote di Oicr che investono prevalentemente in strumenti finanziari emessi da società non quotate, la neo risoluzione specifica che per i Fondi di investimento alternativo (Fia) italiani chiusi occorre che il patrimonio sia raccolto secondo le modalità stabilite dal regolamento o dallo statuto.

Una volta terminato il periodo di sottoscrizione:

- se il patrimonio è stato sottoscritto in misura non inferiore all'ammontare minimo indicato nel regolamento o nello statuto, il gestore può decidere di ridimensionare il Fia, in conformità alle previsioni del regolamento o dello statuto;

- se, invece, il patrimonio del Fia è stato sottoscritto in misura superiore all'offerta, il gestore può decidere di aumentarne il patrimonio. I versamenti relativi alle quote o azioni sottoscritte devono essere effettuati entro il termine stabilito nel regolamento o nello statuto.

Nel diverso caso di fondi riservati, i versamenti possono essere invece effettuati in più soluzioni, a seguito di impegno del sottoscrittore a effettuare il pagamento a richiesta del gestore in base alle esigenze di investimento del Fia medesimo. Un investimento può pertanto considerarsi eseguito, ai fini della fruizione del credito di imposta, nel momento in cui le relative somme sono effettivamente versate alla società partecipata o finanziata o, nel caso di investimento indiretto, all'Oicr che partecipa nella società interessata. Tale principio di effettività dell'investimento è rinvenibile, seppur indirettamente, nel paragrafo 3 della circolare 14/E del 27 aprile 2016.

Criterio del tipo first in first out

Per quanto concerne le attività di carattere finanziario rilevanti ai fini del credito d'imposta, le stesse debbano essere detenute per almeno cinque anni e che, in caso di cessione o di scadenza dei titoli oggetto di investimento prima del quinquennio, il corrispettivo deve essere reinvestito in attività anch'esse rilevanti ai fini della concessione del credito entro 90 giorni.

Per i fondi chiusi, infatti, prima della scadenza della durata dell'organismo di investimento non vi è un diritto al rimborso delle quote. Tuttavia, precedentemente a tale data, indipendentemente dal verificarsi di tali presupposti, è possibile che intervengano parziali rimborsi anticipati al verificarsi di determinati eventi previsti nel regolamento, quali ad esempio disinvestimenti realizzativi di attivi del fondo.

Tali eventi nella sostanza costituiscono un disinvestimento del capitale oggetto di agevolazione e, pertanto, rilevano sia ai fini della verifica della permanenza del requisito di detenzione minimo di cinque anni che dell'eventuale obbligo di reinvestimento. In altri termini, il rimborso del capitale investito rileva se, e nella misura in cui, costituisce la restituzione di investimenti in relazione ai quali è stato attribuito il credito. A tal fine, in mancanza di elementi atti a collegare il rimborso a uno specifico versamento del capitale investito progressivamente nel fondo, la restituzione del capitale deve essere imputata a partire dai versamenti cronologicamente più risalenti, utilizzando un criterio di tipo first in first out. Società in fase di start-up

La spettanza del credito è connessa essenzialmente alla reale effettuazione dell'investimento e alla circostanza che lo stesso riguardi soggetti che, formalmente e sostanzialmente, operino in prevalenza nei settori infrastrutturali indicati nel decreto (come indicato nei paragrafi 3.1 e 3.2 della circolare 14/E del 2016).

Al riguardo viene chiarito che non è necessario fissare il momento di verifica del criterio della prevalenza per le start up al terzo anno di attività delle stesse. Tale criterio appare troppo generico e difficilmente applicabile indistintamente all'intera platea dei soggetti economici.

È verosimile, infatti, che le start up nell'anno in cui effettuano l'investimento considerato potrebbero non rispondere ai criteri di prevalenza richiesti per l'attribuzione del credito in questione perché l'attività delle predette società inizialmente può consistere essenzialmente nello studio della fattibilità di progetti oppure può essere limitata, non essendo state ancora raccolte tutte le risorse necessarie.

Pertanto, per quanto concerne gli investimenti diretti in società che, al momento dell'investimento, non hanno ancora realizzato lo scopo sociale che, nel medesimo momento, sono ancora in fase di raccolta, il requisito della prevalenza non può essere verificato avendo riguardo alle risultanze dell'attività già svolta, ma può essere verificato concretamente solo in un momento successivo a quello dell'investimento.

Questo, pertanto, acquisisce rilevanza per la fruizione dell'agevolazione, solo da tale ultimo momento, perché risultano verificate le condizioni (quella formale e quella sostanziale) necessarie affinché venga rispettato il requisito della prevalenza (circolare 14/E del 2016).

Ciò che rileva non è tanto il momento in cui sono completate le operazioni di raccolta delle risorse destinate dai soci, ma quello in cui le risorse già conferite sono impiegate in maniera prevalente, direttamente o indirettamente, nei settori infrastrutturali.

Nel caso della start up che, nel caso di specie, è essenzialmente una società di investimento, il credito d'imposta, relativo ad investimenti effettuati nei primi anni in cui la società inizia la sua attività, diventa fruibile nel primo periodo, coincidente o successivo all'effettuazione degli investimenti, in cui sia la società partecipata dalla Cassa istante sia le società partecipate dalla stessa rispondono al requisito di prevalenza degli investimenti effettuati.

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8) Compratore inadempiente: conseguenze fiscali sulla risoluzione di un contratto di cessione d’azienda con riserva di proprietà

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 91/E del 13 ottobre 2016, fornisce chiarimenti sulle conseguenze fiscali per la risoluzione di un contratto di cessione d’azienda con riserva di proprietà per l’inadempimento del compratore.

Contratto di vendita con riserva di proprietà

Il contratto di vendita con riserva di proprietà si caratterizza per il fatto che la proprietà si trasferisce con il pagamento dell’ultima rata di prezzo da parte dell’acquirente; tuttavia fin dalla conclusione del contratto gravano su quest’ultimo i rischi ed oneri, non solo di manutenzione e riparazione, ma anche fiscali, relativi al bene. Infatti, all’acquirente spettano immediatamente le facoltà e i poteri, di diritto sostanziale e processuale, caratterizzanti il diritto di proprietà.

Disallineamento tra normativa civile e fiscale

Risulta, quindi, evidente il disallineamento esistente tra la disciplina codicistica e la normativa fiscale in tema di vendita con riserva di proprietà: la prima stabilisce che il trasferimento della “proprietà civilistica” del bene avvenga al momento del pagamento dell’ultima rata di prezzo; la seconda fissa il trasferimento della “proprietà fiscale” del bene al momento della stipulazione dell’atto di vendita.

Conseguenze per la risoluzione del contratto per inadempimento

Ciò comporta che la risoluzione del contratto per inadempimento (mancato pagamento, da parte dell’acquirente, di almeno due rate di prezzo della compravendita) produce il ritrasferimento della “proprietà fiscale” dell’azienda dalla acquirente alla società cedente. In altri termini, ai fini fiscali si verifica un nuovo evento realizzativo (cessione d’azienda) di segno contrario rispetto a quello verificatosi a seguito della stipula del contratto di compravendita.

Per conseguenza, l’Agenzia delle entrate ritiene che nel momento dell’eventuale riconsegna del complesso aziendale, conseguente all’esercizio della clausola risolutiva espressa o al provvedimento d’urgenza, la società che aveva ceduto l’azienda deve:

- attribuire all’azienda riconsegnata un valore pari al valore normale dei beni che la compongono;

- stornare il valore residuo del credito per un importo pari al valore dell’azienda riconsegnata.

Perdita o sopravvenienza

Pertanto, nell’ipotesi in cui il valore dell’azienda sia inferiore al valore residuo del credito, la differenza costituirà una perdita su crediti deducibile ai fini IRES ai sensi dell’articolo 101 del TUIR; tale perdita risulterà indeducibile ai fini IRAP in quanto relativa ad un fenomeno non rilevante per la determinazione del valore della produzione; diversamente, nell’eventualità - puramente teorica - in cui il valore dell’azienda sia superiore al valore residuo del credito, emergerà una sopravvenienza attiva che concorrerà alla formazione della base imponibile ai fini IRES ai sensi dell’articolo 88 del TUIR e che risulterà irrilevante ai fini IRAP.

Riduzione dell’indennità disposta dal giudice

Inoltre, si chiarisce che qualora le parti del contratto abbiano preventivamente liquidato l’indennità in misura uguale all’importo delle rate pagate, la norma conferisce al giudice il potere di ridurre l’indennizzo convenzionale al fine di evitare un indebito arricchimento del venditore.

Nel caso di specie, l’Agenzia concorda con la società cedente sul fatto che l’eventuale riduzione dell’indennità disposta dal giudice sia assimilabile ad una rideterminazione del prezzo relativo alla cessione d’azienda.

In considerazione del fatto che tale prezzo ha assunto rilevanza, ai fini IRES, nella determinazione della plusvalenza/minusvalenza derivante dalla predetta cessione d’azienda, l’Agenzia ritiene che l’importo relativo alla eventuale riduzione dell’indennità costituisca, per la società istante (cedente), una sopravvenienza passiva deducibile ai sensi dell’articolo 101 del TUIR; tale sopravvenienza risulterà indeducibile ai fini IRAP in quanto correlata ad un componente reddituale (plusvalenza/minusvalenza) che non ha assunto rilevanza nella determinazione della base imponibile di periodi d’imposta precedenti.

Responsabilità solidale

Infine, valutata l’irrilevanza, ai fini fiscali, della disciplina codicistica del contratto di vendita con riserva di proprietà e considerato che la restituzione dell’azienda al cedente deve essere fiscalmente qualificata come ulteriore trasferimento del complesso aziendale, in coerenza con l’indirizzo interpretativo

della Suprema Corte, l’Agenzia delle entrate ritiene che la ratio antielusiva della normativa comporti comunque la responsabilità solidale dei soggetti interessati.

Imposta di registro

Infine, l’Agenzia delle entrate conclude la propria disamina precisando che la risoluzione del contratto derivante dall’esercizio della clausola risolutiva espressa, prevista dall’articolo 6 dell’atto di compravendita di azienda commerciale che risulta allegato all’istanza di interpello, é soggetta, in assenza di corrispettivo, all’imposta di registro nella misura fissa di euro 200.

Per quanto concerne, invece, il trattamento applicabile, ai fini dell’imposta di registro, ai provvedimenti cautelari di cui all’articolo 700 del codice di procedura civile, l’Agenzia rileva che tali provvedimenti, così come le sentenze, sono da sottoporre alla formalità della registrazione in termine fisso, come chiarito con la risoluzione n. 255/E del 14 settembre 2007, qualora abbiano contenuto definitorio analogo a quello riferibile alle fattispecie elencate nell’articolo 8 della Tariffa, parte I, allegata al TUR.

Pertanto, l’eventuale provvedimento d’urgenza ex articolo 700 del codice di procedura civile, richiesto dalla società istante, qualora abbia contenuto definitorio dovrà essere assoggettato a registrazione in termine fisso.

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9) Antiriciclaggio: pesanti i costi con la depenalizzazione, riflessioni dalla FNC

I pesanti costi della depenalizzazione antiriciclaggio: La Fondazione nazionale commercialisti ha pubblicato il documento del 13 ottobre 2016, di Maurizio Arena e Annalisa De Vivo, contenente alcune riflessioni sul cumulo sanzionatorio dopo il D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8.

Rispondendo ad una precisa scelta politica, volta a deflazionare il sistema penale sostanziale e processuale, il D.lgs. 15 gennaio 2016, n. 8, recante disposizioni in materia di depenalizzazione, include nel proprio ambito applicativo anche alcune violazioni già punite con la sanzione penale ex art. 55 del d.lgs. n. 231/2007 (disciplina antiriciclaggio) che, a far data dal 6 febbraio 2016, risultano pertanto trasformate in illecito amministrativo.

Nel presente documento vengono presi in considerazione gli effetti controversi di tale provvedimento che, impattando acriticamente sull’impianto generale della normativa, da un lato produce un aggravio insostenibile delle sanzioni pecuniarie a carico dei professionisti e, dall’altro, lascia insolute le ormai annose questioni connesse alla inadeguatezza e alla sproporzione del carico sanzionatorio in relazione a condotte che spesso corrispondono a mere inadempienze formali.

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10) Esecutività delle sentenze favorevoli al contribuente ed inadempimenti della pubblica amministrazione

Esecutività delle sentenze favorevoli al contribuente ed inadempimenti della pubblica amministrazione: la Fondazione nazionale commercialisti con il documento del 13 ottobre 2016, fornisce i primi spunti per una riflessione.

Il principio secondo cui le sentenze sono di regola immediatamente esecutive è ormai pacificamente applicato nel diritto civile e nel diritto amministrativo.

Invece, secondo una prassi assai risalente, le sentenze dei giudici tributari favorevoli al contribuente vengono eseguite solo dopo il loro passaggio in giudicato; quasi che la giurisdizione tributaria sia una giurisdizione “minore”, meno attendibile di altre.

In questa situazione di fatto è apparsa una rilevante novità che l’art. 10 della legge delega 23/2014 abbia demandato al legislatore delegato il compito di inserire nell’ordinamento processuale tributario “10) la previsione dell'immediata esecutorieta', estesa a tutte le parti in causa, delle sentenze delle commissioni tributarie”.

Il sistema delineato dal legislatore delegato presenta però difficoltà interpretative e lacune.

Alle preoccupazioni che ne derivano, è dedicato questo documento del Presidente Cicala, che va considerato come apripista ad un Convegno specifico sul tema previsto per il prossimo 9 novembre 2016 e del quale vi daremo ampia informativa.

Controllo individuale dei soci sull'amministrazione della S.r.l.

Nelle società a responsabilità limitata un ampio potere di controllo sull’andamento della gestione è affidato all’iniziativa individuale del socio non amministratore. Più specificamente, i diritti di informazione e di consultazione, attraverso cui si attua tale controllo, rappresentano strumenti essenziali per la tutela del concreto interesse individuale del socio al buon funzionamento dell’attività gestoria.

Su questi presupposti, la Fondazione nazionale commercialisti, con il documento del 13 ottobre 2016, delinea i tratti essenziali dell’istituto del controllo individuale del socio sull’amministrazione della s.r.l., ex art. 2476, 2° comma c.c., mettendone in evidenza il contenuto sostanziale, le modalità di attuazione e le discordanze interpretative in merito ai confini entro cui definire gli ampi spazi di autonomia concessi ai soci in conformità ai principi stabiliti dalla disciplina legale.

Vincenzo D’Andò