Diario fiscale quotidiano del 14 ottobre 2015: le novità per il contenzioso ed i reati trbutari

Pubblicato il 14 ottobre 2015



nuove sanzioni penali in vigore dal 22 ottobre 2015; il nuovo contenzioso tributario si applica dal 1° gennaio 2016: tutte le novità; cartelle esattoriali: prescrizione ordinaria ko; limite per l’iscrizione di ipoteca, rilevano tutti i crediti iscritti a ruolo; aiuti di Stato: esenzione dell’obbligo di notifica preventiva, pubblicati nuovi regolamenti; azzeramento perdite del capitale sociale: soci mai esclusi dalla società; Legge stabilità 2016: limite contante sale a 3000 euro; maxi-ammortamenti anche per il leasing; rapporto MEF sulle frodi con carta di pagamento; compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con le prestazioni di sostegno al reddito

 

 Indice:

 1) Nuove sanzioni penali in vigore dal 22 ottobre 2015

 2) Il nuovo contenzioso tributario si applica dal 1° gennaio 2016: tutte le novità

 3) Cartelle esattoriali: prescrizione ordinaria ko

 4) Limite per l’iscrizione di ipoteca, rilevano tutti i crediti iscritti a ruolo

 5) Aiuti di Stato: esenzione dell’obbligo di notifica preventiva, pubblicati nuovi regolamenti

 6) Azzeramento perdite del capitale sociale: soci mai esclusi dalla società

 7) Legge stabilità 2016: limite contante sale a 3000 euro

 8) Maxi-ammortamenti anche per il leasing

 9) Rapporto MEF sulle frodi con carta di pagamento

 10) Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con le prestazioni di sostegno al reddito

 

 

1) Nuove sanzioni penali in vigore dal 22 ottobre 2015

La riforma delle sanzioni penali entra in vigore dal 22 ottobre 2015, ovvero 15 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Difatti, il Decreto Legislativo n. 158 del 24 settembre 2015, riguardante la “Revisione del sistema sanzionatorio, in attuazione dell’articolo 8, comma 1, della legge 11 marzo 2014, n. 23”, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 233 del 7 ottobre 2015.

Viceversa, le nuove sanzioni di natura tributaria entreranno in vigore solo dal 1° Gennaio 2017.

Il Titolo I si occupa della “Revisione del sistema sanzionatorio penale tributario”, richiamando in premessa la legge 11 marzo 2014, n. 23, con la quale é stata conferita delega al Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita e, in particolare, l’articolo 8, comma 1, che delega il Governo a procedere alla revisione del sistema sanzionatorio penale tributario secondo criteri di predeterminazione e di proporzionalità rispetto alla gravità dei comportamenti e alla revisione del sistema sanzionatorio amministrativo.

I primi nove articoli si occupano tutti delle modifiche al D.Lgs. n. 10 marzo 2000, n. 74, apportando, in generale, un aggravamento delle sanzioni.

In particolare, l’art. 1 prevede una serie di modifiche all'articolo 1 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74. L’art. 2 del D.Lgs. in esame modifica l’art.2 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

L’art. 3 modifica l’articolo 3 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. L’art. 4 si occupa della modifica dell’articolo 4 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di dichiarazione infedele.

L’art. 5 modifica l’articolo 5 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di omessa dichiarazione; l’art. 6 modifica dell’articolo 10 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di occultamento o di distruzione di documenti contabili. L’art. 7 modifica dell'articolo 10-bis del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di omesso versamento di ritenute certificate.

L’articolo 8, a sua volta, si occupa della modifica dell’articolo 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di omesso versamento dell’Iva. L’articolo 9, invece, modifica l’articolo 10-quater del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di indebita compensazione.

L’articolo 10 del Decreto Legislativo 24 settembre 2015, n. 158, tratta il tema della “Confisca”, prevedendo che - dopo l’articolo 12 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 - é inserito il seguente:

«Art. 12-bis (Confisca). - 1. Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale per uno dei delitti previsti dal presente decreto, é sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non é possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto.

La confisca non opera per la parte che il contribuente si impegna a versare all’erario anche in presenza di sequestro. Nel caso di mancato versamento la confisca é sempre disposta.».

L’art. 11 si occupa della “Modifica dell’articolo 13 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, in materia di cause di estinzione e circostanze del reato. Pagamento del debito tributario”.

L’articolo 15 tratta delle modifiche al decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471.

Il Capo II della norma in esame si occupa delle “Sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie”.

L’articolo 16, in particolare, tratta delle modifiche al decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472. L’art. 17 precisa la “Sanzione applicabile in caso di cessioni, risoluzioni e proroghe anche tacite dei contratti di locazione e di affitto di beni immobili”. L’articolo 18, tratta di “Altre modifiche in materia di sanzioni ai fini dell'imposta di registro”. L’art. 19 delle “Associazioni sportive dilettantistiche”.

L’articolo 20 del Decreto Legislativo in esame prevede la “Modifica dell'atto di recupero” mentre il successivo articolo 21 si occupa di “Violazioni in materia di certificazione unica”.

L’articolo 22, a sua volta, tratta delle “Violazioni degli obblighi di comunicazione degli enti e delle casse aventi esclusivamente fine assistenziale”. L’art. 23 delle “Violazioni degli obblighi di comunicazione al Sistema tessera sanitaria”.

L’articolo 24 si occupa della “Riduzione sanzionatoria in caso di rettifiche del CAF o del professionista”; l’art. 25 del “Procedimento di computo in diminuzione delle perdite in accertamento”.

Il successivo art. art. 26 si occupa di “Ulteriori modifiche in materia di imposta di registro”, mentre l’articolo 27 di “Modifiche in materia di imposte ipotecaria e catastale”. L’articolo 28 affronta il tema delle “Modifiche in materia di imposta sulle successioni e donazioni”.

Il successivo art. 29 di quelle in materia di imposta di bollo. L’articolo 30 del Provvedimento di cui si discute tratta la questione delle “Modifiche in materia di imposta sugli intrattenimenti”.

Infine, l’articolo 31 si occupa delle “Modifiche in materia di fatture per operazioni inesistenti”.

In virtù dell’articolo 32 le novità relative alle sanzioni penali per i reati fiscali entreranno in vigore dal 22 ottobre 2015 (nel momento stesso di entrata in vigore del Decreto, ovvero dopo 15 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale), mentre le nuove sanzioni amministrative entreranno in vigore dal 1 Gennaio 2017.

In generale, il provvedimento distingue i comportamenti illeciti seppur non fraudolenti, ritenuti per questo meno gravi, da quelli in cui si configura la frode ai danni dello stato.

Sanzioni penali per reati fiscali

Nel caso dell’omessa dichiarazione rimane tutto sostanzialmente invariato, tranne la pena prevista per il sostituto d’imposta che viene elevata alla seguente soglia: da un minimo di 1,5 anni a un massimo di 4 anni. Nel caso della frode fiscale, caso nel quale la sanzione penale prevista rimane invariata a 6 anni di carcere, vengono specificati i casi di condotta fraudolenta che possono configurarsi quando:

- si mettono in atto operazioni simulate oggettivamente o soggettivamente o artifizi per ostacolare l’attività di accertamento;

- il contribuente si avvale di documenti falsi, fatture false o altri mezzi fraudolenti;

Il reato di frode fiscale continuerà a configurarsi, come già avviene attualmente, quando il contribuente evade somme superiori ai 30.000 euro.

Per quanto riguarda le soglie di punibilità le maglie saranno più larghe, tale soglia viene collegata all’ammontare dei ricavi non dichiarati, che dovranno essere superiori a 1,5 milioni di euro e non a 1 milione di euro come avveniva prima.Altro caso in cui si configura la frode fiscale è quello in cui l’ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie che vengono portate in diminuzione dell’imposta, è superiore al 5% dell’imposta complessiva, o comunque a 30.000 euro.

Anche nel caso della dichiarazione infedele la normativa diventa più permissiva ed elastica nei confronti degli evasori dal momento che si configura una situazione di reato quando:

- viene evasa l’imposta dovuta per importi maggiori a 150.000 euro (contro i 50.000 precedenti);

- l’imponibile evaso supera i 3 milioni di euro (precedentemente il limite era di 2 milioni) o comunque il 10% del totale dei ricavi, caso nel quale il reato è punito con il carcere fino a 3 anni;

Anche nel caso dell’omesso versamento dell’IVA viene previsto un innalzamento della soglia di punibilità a 250.000 euro per un periodo di imposta.

Sanzioni amministrative per reati fiscali

In tutti i casi in cui per i reati descritti sopra non si superano le soglie di punibilità indicate, si incorre nella sola sanzione amministrativa prevista per condotte illecite che riguardano le imposte dirette, l’Iva e la riscossione dei tributi. Le sanzioni vengono comunque graduate, rendendole proporzionali sia all’entità dell’illecito sia al ritardo nell’adempimento, come spiegano i seguenti casi:

- per l’omessa dichiarazione se la presentazione avviene entro il termine per la dichiarazione dei redditi successiva, la sanzione base è ridotta della metà;

- nei casi di condotte fraudolente la sanzione viene aumentata del 50%;

- la sanzione viene ridotta a un terzo della sanzione base nei casi in cui la maggiore imposta accertata o il minore credito accertato siano complessivamente inferiori al 3% rispetto all’imposta o al credito dichiarato.

Un’ulteriore novità viene introdotta anche riguardo alla disciplina del ravvedimento operoso: chi, infatti, mette in atto la procedura di ravvedimento per omessi versamenti o dichiarazioni infedeli che hanno dato luogo a versamenti di imposte inferiori a quelli effettivamente dovuti, entro i 90 giorni successivi al momento in cui è stato commesso l’illecito, si vede comminare una sanzione dimezzata che, quindi, è pari al 15% (e non più al 30% come avveniva prima) dell’importo non versato o pagato in ritardo.

 

2) Il nuovo contenzioso tributario si applica dal 1° gennaio 2016: tutte le novità

Si applicheranno a decorrere dal 1° gennaio 2016 le nuove disposizioni in materia di contenzioso tributario. Infatti, come è noto, è stato pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale n. 233 del 7 ottobre 2015, il D.Lgs. n. 156 del 24 settembre 2015, in attuazione alla delega fiscale in materia di revisione della disciplina degli interpelli e del contenzioso tributario. Le novità del decreto si applicheranno già dal prossimo mese di gennaio, ad eccezione delle previsioni relative all’esecutività delle sentenze, che si applicheranno dal 1° giugno 2016, nonché della previsione relativa al pagamento delle somme dovute fino a 20.000 euro in caso di giudizio di ottemperanza, che entra in vigore dalla data di pubblicazione in G.U. del decreto.

L’articolo 9 del D.Lgs. n. 156 del 24 settembre 2015 modifica notevolmente la disciplina del contenzioso tributario, intervenendo sulla formulazione degli articoli del Decreto legislativo n. 546 del 1992.

Ecco di seguito tutte le modifiche che sono contenute nel citato articolo 9 che vanno a cambiare tutta una serie di articoli del Decreto Legislativo n. 546 del 1992:

Competenza (art. 4, D.Lgs. 546/1992)

La competenza del giudice tributario deve essere sempre individuata con riferimento alla sede dell’ente impositore o dell’agente della riscossione, diversamente da quanto veniva previsto in precedenza dal ex art. 4, D.Lgs. n. 546/1992, secondo la quale si richiamano gli uffici del Ministero delle Finanze, degli enti locali e dei concessionari della riscossione.

Parti del giudizio e capacità di stare in giudizio (articoli 10 e 11, D.Lgs. 546/1992)

Il legislatore individua in maniera puntuale le parti del processo tributario. Infatti, viene adesso estesa a tutti gli enti impositori e, in particolare all’Agente delle riscossione, e ai c.d. “concessionari locali” la possibilità di essere assistiti mediante i propri funzionari, senza la necessità di rivolgersi ad un difensore abilitato.

Assistenza tecnica (art. 12, D.Lgs. 546/1992)

Il legislatore conferma la regola generale dell’obbligatorietà dell’assistenza tecnica nelle controversie tributarie, salvo i casi di contenzioso di modico valore.

Viene, invece, elevata da 2582,28 a 3.000 euro la soglia al di sotto della quale il contribuente può stare in giudizio personalmente.

Per individuare il valore della lite si conferma l’attuale criterio in base al quale esso è dato dall’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato; in caso di controversie aventi ad oggetto soltanto l’irrogazione delle sanzioni, il valore della lite è dato dalla somma delle stesse.

Per quanto riguarda i soggetti abilitati all’assistenza tecnica, il neo decreto introduce dei criteri di distinzione per materia, operando così una differenziazione tra:

- coloro che possono assistere i contribuenti nella generalità delle controversie (commercialisti, avvocati);

- coloro che sono abilitati alla difesa con riguardo a controversie aventi ad oggetto materie specifiche (periti agrari, ingegneri, ecc.);

- coloro che possono assistere esclusivamente alcune categorie di contribuenti (dipendenti del CAF, dipendenti di associazioni di categoria rappresentate nel CNEL, ecc.).

Spese del giudizio (art. 15, D.Lgs. 546/1992)

Il decreto interviene in maniera significativa in materia di spese di giudizio, rafforzando il principio in base al quale le spese di giudizio tributario seguono la soccombenza.

In primo luogo, viene confermato che la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese del giudizio liquidate con la sentenza.

Quindi, viene introdotto il principio (comma 2) in base al quale le spese di giudizio possono essere compensate in tutto o in parte dalla Commissione tributaria soltanto qualora vi sia soccombenza reciproca oppure sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate dal giudice.

Mediante l’inserimento di una serie di nuovi commi viene stabilito che:

- (comma 2-ter) le spese di giudizio comprendono, oltre al contributo unificato, gli onorari e i diritti del difensore, le spese generali e gli esborsi sostenuti, oltre al contributo previdenziale e IVA, se dovuti;

- (comma 2-quater) la statuizione sulle spese della lite deve essere contenuta anche nell’ordinanza con cui il giudice stabilisce la fase cautelare del giudizio;

- (comma 2-quinquies) i compensi spettanti agli incaricati all’assistenza tecnica sono liquidati in base alle rispettive tariffe professionali;

- (comma 2-sexies) nella liquidazione delle spese a favore dell’ente impositore e dell’Agente della riscossione, se assistiti da propri funzionari, si applicano le disposizioni per la liquidazione del compenso spettante per gli avvocati, con la riduzione del 20% dell’importo complessivamente previsto;

- (comma 2-septies) le spese di giudizio sono maggiorate del 50% nelle controversie proposte avverso atti reclamabili;

- (comma 2-octies) laddove una parte abbia rifiutato, senza giustificato motivo, la proposta conciliativa dell’altra parte, la prima è tenuta a sostenere le spese processuali quando il riconoscimento delle sue pretese risulti inferiore al contenuto della proposta conciliativa. Se è intervenuta la conciliazione le spese si intendono compensate, salvo che le parti stesse abbiano diversamente convenuto nel processo verbale di conciliazione.

Inoltre, al fine di una maggiore leggibilità, viene introdotto l’obbligo di indicare nei ricorsi tributari la categoria di appartenenza del difensore ex art. 12, D.Lgs. n. 546/1992; tale indicazione risulta necessaria per consentire al giudice la liquidazione delle spese secondo la tariffa della categoria di appartenenza.

Notificazione (art. 16, D.Lgs. 546/1992)

Viene esteso all’Agente delle riscossione e agli enti impositori la possibilità di eseguire le notificazioni a mezzo messo comunale o di messo nominato dall’Amministrazione finanziaria.

Comunicazione e notificazione per via telematica (art. 16-bis, D.Lgs. 546/1992)

Sono introdotte specifiche disposizioni volte ad incentivare il ricorso allo strumento della posta elettronica certificata per le comunicazioni e le notificazioni nel processo tributario. Inoltre, l’indirizzo di posta elettronica del difensore o delle parti deve essere indicato nel ricorso o nel primo atto difensivo. Nei procedimenti nei quali la parte sta in giudizio personalmente e il relativo indirizzo di posta elettronica certificata non risulta dai pubblici elenchi, il ricorrente può indicare l’indirizzo di posta al quale vuole ricevere le comunicazioni.

In caso di mancata indicazione dell’indirizzo di posta elettronica ovvero di mancata consegna del messaggio di posta per cause imputabili al destinatario, le comunicazioni sono eseguite esclusivamente mediante deposito in segreteria della Commissione tributaria.

Le notificazioni tra le parti e i depositi presso la competente Commissione tributaria possono avvenire in via telematica secondo quanto disposto dal D.M. 23 dicembre 2013, n. 163.

Reclamo e mediazione (art. 17-bis, D.Lgs. 546/1992)

Relativamente agli istituti deflativi del contenzioso, il legislatore estende l’applicabilità del reclamo non soltanto alle controversie che coinvolgono l’Agenzia delle entrate, ma a tutte le controversie, qualunque sia l’ente impositore.

Viene precisato che il reclamo:

- non riguarda le liti su atti aventi valore indeterminabile, ad eccezione di quelle di cui all’art. 2, comma 2 D.Lgs. n. 546/1992, che riguardano gli avvisi di accertamento;

- opera, in quanto compatibile, anche per gli agenti della riscossione e i concessionari locali.

Viene infatti previsto che il ricorso non è procedibile fino a 90 giorni dalla sua notifica, termine entro il quale va conclusa la mediazione.

Trascorso i 90 giorni, decorrono altri 30 giorni per la costituzione in giudizio da parte del contribuente. Laddove la costituzione dovesse avvenire in un momento precedente, il giudice rinvia la causa per consentire l’esame del reclamo.

Con riferimento alla mediazione viene stabilito che:

- se ha ad oggetto un atto impositivo o di riscossione, si perfeziona con il versamento, entro il termine di 20 giorni dalla firma dell’accordo, delle somme dovute o della prima rata;

- se ha ad oggetto la restituzione di somme, si perfeziona con la sottoscrizione dell’accordo nel quale sono indicate le somme dovute e con i termini e le modalità di pagamento. L’accordo costituisce titolo per il pagamento delle somme dovute al contribuente.

Le sanzioni amministrative si applicano nella misura del 35% nel minimo.

Contenuto del ricorso (art. 18, D.Lgs. 546/1992)

La nuova formulazione dell’art. 18, comma 3, prevede che il ricorso deve contenere la firma del difensore (viene eliminata la previsione attuale per cui la firma deve essere apposta sia sull’originale sia sulla copia), la categoria professionale a cui lo stesso appartiene e il suo indirizzo PEC.

Sospensione del processo (art. 39, D.Lgs. 546/1992)

Mediante l’inserimento dei nuovi commi 1-bis e 1-ter viene disposto che:

- la Commissione tributaria dispone la sospensione del processo in ogni altro caso in cui la stessa o altra Commissione tributaria debba risolvere una controversia dalla cui definizione dipende la decisione della causa;

- il processo è sospeso su richiesta conforme delle parti, nel caso in cui sia iniziata la procedura amichevole ai sensi delle Convenzioni contro le doppie imposizioni ovvero sia iniziata una procedura amichevole ai sensi della Convenzione relativa all’eliminazione delle doppie imposizioni in caso di rettifica degli utili di imprese associate n. 90/463/CEE del 23 luglio 1990.

Sospensione dell’atto impugnato (art. 47, D.Lgs. 546/1992)

In caso di eccezionale urgenza il presidente, previa delibazione del merito, può disporre con decreto motivato la sospensione dell’esecuzione fino alla pronuncia del collegio.

Il collegio, sentite le parti in camera di consiglio e deliberato il merito, provvede con ordinanza motivata non impugnabile. Il dispositivo dell’ordinanza deve essere immediatamente comunicato alle parti in udienza. Durante il periodo di sospensione cautelare si applicano gli interessi al tasso previsto per la sospensione amministrativa.

Conciliazione giudiziale

Viene completamente riscritta la disciplina relativa alla conciliazione giudiziale, prevedendone le due seguenti tipologie:

- Conciliazione fuori dall’udienza (art. 48, D.Lgs. 546/1992);

- Conciliazione in udienza (art. 48-bis, D.Lgs. 546/1992).

In relazione alla conciliazione in udienza viene disposto che ciascuna parte possa presentare istanza per la conciliazione totale o parziale della controversia. All’udienza la commissione, se sussistono le condizioni di ammissibilità, invita le parti alla conciliazione rinviando eventualmente la causa alla successiva udienza per il perfezionamento dell’accordo conciliativo. La conciliazione si perfeziona con la redazione del processo verbale nel quale sono indicate le somme dovute con i termini e le modalità di pagamento.

Definizione e pagamento delle somme dovute (art. 48-ter, D.Lgs. 546/1992)

Resta confermato che le sanzioni si applicano nella misura del 40% del minimo edittale in caso di perfezionamento della conciliazione nel corso del primo grado di giudizio e nella misura del 50% del minimo edittale in caso di perfezionamento nel corso del secondo grado di giudizio.

Il versamento di quanto dovuto o della prima rata deve essere effettuato entro 20 giorni dalla sottoscrizione dell’atto o dalla redazione del processo verbale di conciliazione.

In caso di mancato pagamento delle somme dovute o di una delle rate, compresa la prima, entro il termine di pagamento della rata successiva, gli importi derivanti dall’accordo sono iscritti a ruolo, maggiorati di interessi e sanzioni, maggiorati della sanzione del 60% parametrata sull’importo residuo.

Nel caso di versamento rateale delle somme dovute, si applicano, se compatibili, le disposizioni di cui all’art. 8, D.Lgs. n. 218/1997.

Sospensione della sentenza di primo grado (art. 52, D.Lgs. 546/1992)

Può essere richiesto alla Commissione regionale di sospendere in tutto o in parte l’esecutività della sentenza impugnata, laddove sussistano gravi e fondati motivi. Inoltre, il contribuente può richiedere la sospensione dell’atto se dalla sua esecuzione può derivare un danno grave e irreparabile.

La decisione avviene nella prima camera di consiglio utile dandone comunicazione alle parti almeno 10 giorni liberi prima.

In caso di eccezionale urgenza, la sospensione può essere disposta dal presidente mediante decreto.

L’ordinanza non è impugnabile e può essere subordinata alla prestazione di idonea garanzia.

Ricorso per Cassazione per saltum (art. 62, comma 2-bis)

Sull’accordo delle parti la sentenza della CTP può essere impugnata con ricorso per Cassazione soltanto in caso di violazione e falsa applicazione delle norme di diritto.

Sospensione dell’atto impugnato (art. 62-bis, D.Lgs. 546/1992)

La parte che ha proposto ricorso per cassazione può chiedere alla Commissione che ha pronunciato la sentenza di sospendere in tutto o in parte l’esecutività al fine di evitare un danno grave e irreparabile.

La decisione avviene nella prima camera di consiglio utile dandone comunicazione alle parti almeno 10 giorni liberi prima.

In caso di eccezionale urgenza, la sospensione può essere disposta dal presidente mediante decreto fino alla pronuncia del collegio.

L’ordinanza non è impugnabile e può essere subordinata alla prestazione di idonea garanzia.

Riassunzione in rinvio (art. 63, D.Lgs. 546/1992)

Viene dimezzato da un anno a sei mesi il termine per la riassunzione del processo a seguito del rinvio della causa, in primo o in secondo grado, ad opera della Corte di Cassazione.

Revocazione (art. 64, D.Lgs. 546/1992)

Le sentenze pronunciate in grado d’appello o in unico grado dalle Commissioni tributarie possono essere impugnate direttamente in Cassazione.

Riscossione in pendenza di giudizio (art. 68, D.Lgs. 546/1992)

In caso di sentenza di Cassazione di annullamento con rinvio, la riscossione avviene per l’ammontare dovuto nella pendenza del giudizio di primo grado; in caso di omessa o non tempestiva riassunzione del processo in sede di rinvio, la riscossione avviene per gli interi importi indicati nell’atto impugnato.

Esecuzione delle sentenze di condanna in favore del contribuente (art. 69, D.Lgs. 546/1992)

La nuova disposizione prevede l’immediata esecutività delle sentenze di condanna in favore del contribuente e di quelle emesse avverso gli atti relativi alle operazioni catastali, il cui pagamento può essere subordinato dal giudice alla prestazione di idonea garanzia qualora l’importo sia superiore a 10.000 euro ed abbia accertato e argomentato in sentenza la solvibilità del contribuente, valutata sulla base della consistenza del suo patrimonio e dell’ammontare delle somme oggetto del rimborso.

Il pagamento delle somme dovute deve essere eseguito entro 90 giorni dalla notifica della sentenza ovvero della prestazione della garanzia.

Giudizio di ottemperanza (art. 70, D.Lgs. 546/1992)

In caso di mancato rimborso degli importi a seguito di sentenza favorevole al contribuente, questi può immediatamente agire in ottemperanza. Analoga previsione è inserita nell’art. 69 per quel che attiene le sentenze di condanna alla restituzione delle somme, derivanti anche da domande di rimborso del contribuente.

L’ottemperanza può essere richiesta sia alla CTP sia alla CTR, a seconda della sentenza oggetto del giudizio.

Inoltre, dall’art. 70 viene eliminato il riferimento all’esecuzione forzata e stabilito che:

- il giudizio di ottemperanza può essere proposto anche nei confronti degli Agenti della riscossione e dei concessionari locali di cui all’art. 53, D.Lgs. n. 446/1997;

- per il pagamento delle dovute fino a 20.000 euro e comunque per il pagamento delle spese di giudizio, il ricorso è deciso dalla Commissione in composizione monocratica.

Norme di coordinamento (art. 10, D.Lgs. n. 156/2015)

L’articolo 10 del D.Lgs. n. 156 del 24 settembre 2015 relativo alle norme di coordinamento introduce varie modifiche tra cui quelle all’articolo 63 del D.P.R. 600/1973.

Altre modifiche (art. 11, D.Lgs. n. 156/2015)

Per ultimo l’art. 11 si occupa delle modifiche al Decreto Legislativo 31 dicembre 1992, n. 545.

Decorrenza delle modifiche (art. 12, D.Lgs. n. 156/2015)

Infine, l’articolo 12 del D.Lgs. n. 156 del 24 settembre 2015, relativo alle disposizione transitorie, dispone che le modifiche ai applicano a decorrere dal 1° gennaio 2016, ad eccezione delle previsioni relative all’esecutività delle sentenze, che trovano applicazione dal 1° giugno 2016, nonché della previsione relativa al pagamento delle somme dovute fino a 20.000 euro in caso di giudizio di ottemperanza, in vigore dalla data di pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale.

 

3) Cartelle esattoriali: prescrizione ordinaria ko

Cartelle esattoriali. Niente prescrizione ordinaria senza titolo definitivo. L’applicabilità del termine di prescrizione ordinaria in dieci anni è riferibile a titoli di accertamento-condanna, amministrativi o giudiziari, divenuti definitivi, non già, invece, a cartelle esattoriali che - se adottate in virtù di procedure che consentono di prescindere dal previo accertamento dell’esistenza del titolo – non possono per questo considerarsi rette dall’irretrattabilità e definitività del titolo di accertamento.

Queste, pertanto, ripetono la loro legittimità, sotto il profilo della tempestività della procedura di notifica alla parte destinataria, dalla legge che le regola.

Da ciò consegue che, per poter postulare l’applicabilità al caso esaminato del termine di prescrizione decennale, l’agente riscossore è tenuto ad indicare l’esistenza di un titolo definitivo a pretendere, antecedente all’emissione delle cartelle.

Diversamente, deve ritenersi intervenuta la prescrizione relativa alla tipologia di imposta, quinquennale nel caso di Tarsu/Tia.

Potere esattivo Tarsu/Tia, prescrizione in cinque anni

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20213 del 8 ottobre 2015, di conferma della statuizione della Ctr con cui, in accoglimento delle prospettazioni di un contribuente avverso avvisi di mora notificatigli per omesso pagamento di cartelle relative a Tarsu/Tia, era stata dichiarata l’intervenuta prescrizione quinquennale ex articolo 2948 c.c. del potere esattivo dell’imposta, alla luce del fatto che i ruoli apparivano tardivamente consegnati all’esattore, per quanto fossero poi state effettivamente notificate le cartelle di pagamento.

La Commissione tributaria, in particolare, aveva evidenziato come alla fattispecie in esame fosse applicabile la norma di cui all’articolo 2948 del Codice civile e non quella di cui all’articolo 2946 del medesimo codice.

Giurisprudenza - CORTE DI   CASSAZIONE - Ordinanza 08 ottobre 2015, n. 20213

Tributi - Contenzioso tributario - Comunicazione e   notificazioni - Agente della riscossione - Cartelle esattive - Prescrizione   decennale - Non sussiste - Insussistenza di un titolo definitivo a pretendere   - Antecedente all’emissione della cartella - Prescrizione quinquennale -   Sussiste

Osserva

La CTR di Catanzaro ha respinto l’appello proposto da   "Equitalia Sud spa" contro la sentenza n. 37/13/2010 della CTP di   Cosenza che aveva accolto il ricorso proposto da M.A. avverso avvisi di mora   notificati a seguito dell’omesso pagamento di cartelle relative a TARSU/TIA   per gli anni dal 1998 al 2004.

La Commissione di primo grado aveva accolto il ricorso   del contribuente sul presupposto che fosse intervenuta la prescrizione   quinquennale (ex art. 2948 cod. civ.) del potere esattivo dell’imposta (alla   luce del fatto che i ruoli apparivano tardivamente consegnati all’esattore,   per quanto fossero state poi effettivamente notificate le cartelle di   pagamento) e la CTR adita in appello ha motivato la propria decisione nel   senso che "contrariamente a quanto dedotto dall’appellante....si applica   alla fattispecie in esame la norma di cui all’art. 2948 e non quella di cui   all’art. 2946 del codice civile", con conseguente tempestività della   cartelle notificate tra il 2002 ed il 2006, a fronte di crediti maturati tra   il 1998 ed il 2006.

La parte concessionaria ha interposto ricorso per   cassazione affidato a unico motivo. La parte contribuente non si è difesa.

Il ricorso - ai sensi dell’art.380 bis cpc assegnato   allo scrivente relatore- può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc.

Con il motivo di impugnazione (improntato alla   violazione dell’art. 2946 cod. civ., in combinato disposto con l’art. 26 del   DPR n. 602/1973) la parte ricorrente si duole dell’erronea applicazione da   parte del giudice del merito delle norme dianzi menzionata, alla luce del   fatto che -a riguardo della cartella di pagamento, che è titolo esecutivo- la   norma applicabile è quella dell’art. 2946 cod. civ. concernente la   prescrizione ordinaria. Secondo la ricorrente, d’altronde, "a tutto   voler concedere", le cartelle esattoriali risultavano tempestivamente   notificate, "entro il termine di prescrizione breve".

Il motivo appare infondato e da disattendersi.

Premesso che la parte ricorrente ha dato generico conto   della sequenza temporale delle intervenute notificazioni delle cartelle dì   pagamento (sicché, quand’anche volesse considerarsi ciò che si assume in   ricorso a proposito di rispetto del termine breve di prescrizione, o meglio:   del termine decadenziale previsto per la notifica degli atti esattivi,il   motivo sarebbe comunque difettoso in punto di autosufficienza), resta   comunque che la giurisprudenza che la parte ricorrente ha valorizzato in   ricorso a proposito della applicabilità del termine di prescrizione ordinaria   è tutta riferibile a titoli di accertamento-condanna (amministrativi o   giudiziari) divenuti definitivi, non già invece a cartelle esattive che —se   adottate in virtù di procedure che consentono di prescindere dal previo   accertamento dell’esistenza del titolo- non possono per questo considerarsi   rette dall'irretrattabilità e definitività del titolo di accertamento e   ripetono la loro legittimità (sotto il profilo della tempestività della   procedura di notifica alla parte destinataria) dalla legge che le regola.

Non vi è perciò dubbio sul fatto che -per poter   postulare l’applicabilità alla specie di causa del termine di prescrizione   decennale- la parte ricorrente avrebbe dovuto indicare l’esistenza di un   titolo definitivo a pretendere, antecedente all’emissione delle cartelle, di   cui non è stata fatta menzione alcuna.

Pertanto, si ritiene che il ricorso può essere deciso in   camera di consiglio per manifesta infondatezza.

Roma, 30 luglio 2014

ritenuto inoltre:

che la relazione è stata notificata agli avvocati delle   parti;

che non sono state depositate conclusioni scritte, né   memorie;

che il Collegio, a seguito della discussione in camera   di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella   relazione e, pertanto, il ricorso va rigettato;

che le spese di lite non necessitano di regolazione,   atteso che la parte vittoriosa non si è costituita.

Rigetta il ricorso. Nulla sulle spese.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del DPR n. 115 del   2002, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento,   da parte del ricorrente principale, dell'ulteriore importo a titolo di   contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma   del comma 1 -bis dello stesso art. 13.

 

 

4) Limite per l’iscrizione di ipoteca, rilevano tutti i crediti iscritti a ruolo

Iscrizione di ipoteca per tutti i crediti iscritti al ruolo. In tema di iscrizione ipotecaria relativa a debiti tributari, per il raggiungimento della soglia minima di 8.000 euro (oggi 20.000 euro) occorre fare riferimento a tutti i crediti iscritti a ruolo, a prescindere dal fatto che siano o meno crediti di natura strettamente tributaria ed anche se oggetto di contestazione da parte del contribuente.

E’ quanto ha stabilito è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20055 del 7 ottobre 2015.

Una contribuente riceveva un avviso di iscrizione ipotecaria su un immobile di sua proprietà per il mancato pagamento di alcune cartelle esattoriali per circa 48.000 euro. Avverso l’atto veniva proposto ricorso innanzi la competente CTP che accoglieva il ricorso. La sentenza veniva confermata anche dalla CTR. In particolare, i giudici di appello ritenevano che fosse illegittima l’iscrizione ipotecaria sull’immobile della contribuente poiché il credito tributario per cui si procedeva era inferiore al limite di 8.000 euro previsto dalla normativa (art. 77, D.P.R. n. 602/1973). Infatti, le cartelle a cui era seguito l’avviso di ipoteca avrebbero riguardato non solo crediti di natura di tributaria (che nel complesso non superavano l’importo predetto), ma anche crediti previdenziali che esulavano dall’ambito di applicazione dell’ipoteca.

 

5) Aiuti di Stato: esenzione dell’obbligo di notifica preventiva, pubblicati nuovi regolamenti

Assonime, con una nota del 12 ottobre 2015, interviene sui nuovi regolamenti di codificazione in materia di aiuti di Stato andati in GUE.

Lo scorso 24 settembre sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea L 248 sono stati pubblicati due regolamenti del Consiglio che, a fini di chiarezza e razionalizzazione, codificano le disposizioni stratificate riguardo al potere della Commissione di esentare determinate categorie d aiuto dall’obbligo di notifica e alle procedure in materia di aiuti di Stato.

Il regolamento (UE) n. 2015/1588 sull’applicazione degli articoli 107 e 108 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea a determinate categorie di aiuti di Stato orizzontali sostituisce il regolamento (CE) n. 994/98 relativo all’estensione delle categorie d’aiuto per le quali gli Stati sono esentati dall’obbligo di notifica preventiva di cui all’articolo 108, paragrafo 3, TFUE. Il regolamento attribuisce alla Commissione il potere di definire le condizioni in base alle quali le nuove categorie d’aiuto possono godere dell’esenzione. Tale potere è stato esercitato dalla Commissione con l’adozione del Regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014.

Il regolamento (UE) 2015/1589, sulle modalità di applicazione dell’articolo 108 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, sostituisce il regolamento (CE) n. 659/1999.

 

6) Azzeramento perdite del capitale sociale: soci mai esclusi dalla società

Soci al sicuro anche dopo l’azzeramento del capitale sociale, difatti non possono comunque essere esclusi dalla società sia pure in presenza di perdite rilevanti.

Difatti, secondo una recente massima del Comitato interregionale dei consigli notarili delle tre Venezie (raccolte negli Orientamenti in materia di atti societari 2015), la riduzione del capitale sociale di una società a responsabilità limitata a causa di perdite d’esercizio non annulla le quote di partecipazione dei soci non essendoci più, dopo la riforma, un nesso diretto tra il capitale versato e la partecipazione sociale con i suoi relativi diritti.

Si tratta di vere e proprie regole di comportamento per risolvere problemi e questioni che di frequente vengono sottoposti alla attenzione dei vari operatori del diritto nell’esercizio della quotidiana attività lavorativa.

“Nelle s.r.l. le quote di partecipazione sono concettualmente distinte da quelle di conferimento, sono da queste indipendenti, e sono naturalmente prive di valore nominale esplicito. Per tali motivi vengono propriamente individuate con una percentuale o con una frazione e non subiscono modifiche nel caso di aumento gratuito di capitale (art. 2481 ter, comma 2, c.c.) o di riduzione per perdite (art. 2482 quater c.c.)”.

Seguendo la struttura logica della massima la stessa arriva alla seguente conclusione in caso di totale annullamento del capitale per perdite ove lo stesso non rispecchi il reale valore economico della società: “le quote di partecipazione non offerte in sottoscrizione con l’aumento di capitale rimarranno nella titolarità dei soci preesistenti, in proporzione a quelle che detenevano anteriormente all’azzeramento, ancorché il precedente capitale sociale sia stato annullato. Pertanto, qualora i medesimi non esercitino i propri diritti di sottoscrizione/opzione, non resteranno esclusi dalla società.”

Sul tema si era già espresso il notariato milanese con la massima n. 122: “La presenza di perdite superiori al terzo del capitale, anche tali da ridurre il capitale ad un importo inferiore al minimo legale previsto per le s.p.a. e le s.r.l., non impedisce l’assunzione di una deliberazione di aumento del capitale che sia in grado di ridurre le perdite ad un ammontare inferiore al terzo del capitale e di ricondurre il capitale stesso, se del caso, a un ammontare superiore al minimo legale. […]”.

Ecco di seguito la massima I.G. 49

Legittimità di un’operazione di azzeramento del capitale per perdite e sua ricostituzione senza l’integrale annullamento delle partecipazioni preesistenti – 1° pubbl. 9/15 – motivato 9/15.

Nelle s.r.l. le quote di partecipazione sono concettualmente distinte da quelle di conferimento, sono da queste indipendenti, e sono naturalmente prive di valore nominale esplicito. Per tali motivi vengono propriamente individuate con una percentuale o con una frazione e non subiscono modifiche nel caso di aumento gratuito di capitale (art. 2481 ter, comma 2, c.c.) o di riduzione per perdite (art. 2482 quater c.c.).

Lo scioglimento di qualsiasi legame tra quote di partecipazione (art. 2463, comma 2, n. 6, c.c.) e quote di conferimento (art. 2463, comma 2, n. 5, c.c.) è la conseguenza di una precisa scelta operata dalla legge delega di riforma del diritto societario (L. n. 366/2001), la quale, all’art. 3, comma 2, lett. c), ha previsto che fosse consentito ai soci di s.r.l. di regolare l’incidenza delle rispettive partecipazioni sociali sulla base di scelte contrattuali (dunque, senza alcun obbligo di rispettare una qualche proporzione con i conferimenti).

A quanto sopra consegue che in tutte le operazioni di aumento di capitale a pagamento non ricorre mai l’obbligo di far coincidere il valore nominale implicito complessivo delle partecipazioni offerte in sottoscrizione con quanto richiesto in conferimento a titolo di capitale.

È dunque possibile, a fronte di un aumento di capitale, offrire in sottoscrizione una percentuale delle quote di partecipazione nella società avente valore nominale implicito sia superiore che inferiore a quello del deliberato aumento (vedi orientamento I.G.33), all’unica, ovvia, condizione, che il prezzo richiesto non sia complessivamente inferiore all’aumento di capitale deliberato (in analogia con quanto previsto in sede di costituzione dall’art. 2464, comma 1, c.c.).

Tale regola trova applicazione anche nell’ipotesi di aumento di capitale in ricostituzione di quello precedentemente azzerato per perdite, ove, pertanto, non ricorre alcun obbligo di offrire in sottoscrizione il 100% delle partecipazioni sociali, essendo possibile offrire ai sottoscrittori solo una parte di esse, dunque quote di partecipazione aventi un valore nominale implicito complessivamente inferiore a quello del deliberato aumento.

È così, ad esempio, possibile deliberare un aumento in ricostituzione di euro 10.000 del capitale precedentemente azzerato per perdite, con offerta in sottoscrizione di quote di partecipazione rappresentanti il 60% della società, dunque di valore nominale implicito complessivo di euro 6.000.

In tale ipotesi, le quote di partecipazione non offerte in sottoscrizione con l’aumento di capitale (nell’esempio quelle rappresentanti il 40% della società) rimarranno nella titolarità dei soci preesistenti, in proporzione a quelle che detenevano anteriormente all’azzeramento, ancorché il precedente capitale sociale sia stato annullato.

Pertanto, qualora i medesimi non esercitino i propri diritti di sottoscrizione/opzione, non resteranno esclusi dalla società.

Una siffatta delibera trova la sua applicazione naturale, e giustificazione causale, ogniqualvolta sia necessario azzerare il capitale sociale per perdite in dipendenza di un patrimonio solo contabilmente negativo ma in realtà positivo, in quei casi, cioè, in cui sussistono plusvalori inespressi dalle scritture contabili.

Verificandosi tale fattispecie, infatti, se venissero offerte ai sottoscrittori del capitale ricostituito le intere partecipazioni sociali si realizzerebbe, qualunque fosse il prezzo di emissione, un esproprio dei plusvalori latenti insiti nelle partecipazioni di quei soci che non possono o non vogliono esercitare integralmente il diritto di sottoscrizione/opzione sul deliberato aumento.

 

 

7) Legge stabilità 2016: limite contante sale a 3000 euro

Pensioni: Renzi, ok in pochi mesi. In stabilità limite contante sale a 3000 euro

Il premier a Rtl: "E' un modo per aiutare i consumi. Basta al terrore. Sono soldi tracciati"

Tempi certi e dialogo sulle pensioni. Li garantisce il premier Matteo Renzi dopo la notizia di ieri dello slittamento al 2016 della flessibilità dell'uscita dal lavoro che ha fatto infuriare i sindacati. Il premier, inoltre, in un intervento a trecentosessanta gradi sui temi dell'agenda economica del governo definisce "tecnicamente straordinaria" la Finanziaria che sarà varata giovedì. "Gli 80 euro - assicura il premier parlandone e citando il bonus per i dipendenti - rimangono anche l'anno prossimo, rimangono per sempre. Sono una misura acquisita".

L'intervento sulla flessibilità delle pensioni - fa sapere - "sono pronto a chiuderlo nel giro di pochi mesi ma non in modo raffazzonato". "Sono molto preoccupato di non fare pasticci come in passato: faremo partire con l'Inps un grande lavoro di coinvolgimento degli interessati".

Limite contante sale a 3mila euro - "Una delle cose che proporremo al Parlamento con la legge di stabilità è riportare i livelli del contante alla media europea, al livello francese, portandolo da 1000 a 3000 euro". "E' un modo per aiutare i consumi" e dire "basta al terrore", sapendo che quei soldi "sono comunque tracciati". "In passato con il governo Monti si è fatta una grande battaglia contro l'evasione e sono assolutamente d'accordo. Ma non sono d'accordo sul metodo, non si fa mettendo fuori dai grandi negozi le gazzelle della finanza. Attraverso gli strumenti informatici recuperi molta più evasione di quanta ne recuperi giocando a cane e gatto sulle strade", afferma il premier Matteo Renzi. "Portare il limite del contante è un piccolo gesto per incentivare i consumi", sottolinea Renzi. "L'evasione la stiamo combattendo sul serio ed è uno dei motivi per cui in legge di stabilità abbiamo soldi per abbassare le tasse. Ma non attuiamo la politica del terrore: se si ha la possibilità di spendere fino a 3000 euro in contanti, lo si faccia, naturalmente è tutto tracciato. Chi fa il furbo lo stronco per bene ma i cittadini per bene non devono essere assediati da un esercito...".

(Agenzia Ansa, nota del 13 ottobre 2015)

 

8) Maxi-ammortamenti anche per il leasing

Super-ammortamenti anche per acquisti in leasing e per quelli dei liberi professionisti, mentre nel capitolo degli enti locali si studia la soluzione per il rilancio degli investimenti nei Comuni con i conti in ordine. Il Governo prosegue nella messa a punto della legge di stabilità e dopo aver incontrato i sindacati, vedrà i governatori. I tecnici lavorano sulle misure per le imprese che si concentreranno sui super-ammortamenti e sul taglio dell’Ires già dal 2016. Il sottosegretario all'Economia, Zanetti ha chiarito che l'estensione del bonus per chi investe riguarderà anche i beni in leasing. I super-ammortamenti riguarderanno l’acquisto di beni nuovi e non saranno limitati all'incremento di spesa come per la ‘Guidi-Padoan' scaduta a giugno. Sul taglio dell’Ires anticipato si discute una riduzione tra i 2 e i 3,5 punti percentuali.

 

9) Rapporto MEF sulle frodi con carta di pagamento: fenomeno sotto controllo, cresce su internet ma più sicuri i bancomat

Il “Rapporto statistico sulle frodi con le carte di pagamento”, stilato annualmente dall’Ufficio Centrale Antifrode Mezzi di Pagamento (UCAMP) del Dipartimento del Tesoro, rivela che nel 2014 il fenomeno delle frodi associate alle carte di pagamento elettroniche risulta sotto controllo, con un considerevole aumento del totale dei pagamenti ‘genuini’, sia in valore sia in numero, rispettivamente del 4 per cento e del 6 per cento rispetto al 2013. Diminuisce il valore delle frodi (transazioni non riconosciute e quindi contestate dal proprietario della carta) sul totale dei pagamenti genuini che passa dallo 0,0195% del 2013 allo 0,0189% del 2014. Paesi affini, come Francia e Regno Unito, mostrano dati più elevati, per entrambi intorno al 0,07 per cento, sia nel 2013 che nel 2014.

In particolare, il 2014, ha visto un consistente incremento dell’uso delle carte nei pagamenti via Internet: + 12,9% in valore , + 15,4% in numero delle transazioni. A questo incremento corrisponde un aumento dell’incidenza del canale Internet sul valore totale delle frodi pari all’11%.Il valore medio delle frodi su tutti i canali è sceso da 177 a 151 euro. Un fenomeno che trova spiegazione nella possibile scelta della criminalità di moltiplicare e parcellizzare le transazioni allo scopo di eludere le soglie di attenzione degli istituti emittenti e degli utenti ai quali invece si raccomanda sempre la massima attenzione nel controllare l’estratto conto delle operazioni. L’analisi della serie storica 2009-2014, mostra la tendenza all’aumento generalizzato delle transazioni effettuate con carte di pagamento, a cui fa riscontro, in linea con quanto accade negli altri Paesi, una crescente importanza del mezzo Internet nelle frodi con carta. Il rapporto analizza anche le manomissioni degli sportelli per il prelevamento automatico, che risultano ridotte del 60 per cento rispetto all’anno precedente, specialmente nelle regioni centro-settentrionali. In controtendenza le Isole, dove si assiste a un leggero aumento.

Le revoche delle convenzioni POS registrano un calo dell’8 per cento. A livello regionale si nota un marcato incremento in Emilia-Romagna, un lieve aumento in Campania, dove storicamente il fenomeno si concentra. In controtendenza la Sicilia, che presenta una significativa discesa.

(MEF, Comunicato Stampa N° 203 del 13/10/2015)

 

10) Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con le prestazioni di sostegno al reddito

L’Inps, con la circolare n. 170 del 13 ottobre 2015, descrive, in maniera sintetica, l’istituto del lavoro accessorio, con particolare riferimento alla sua compatibilità e cumulabilità con le prestazioni di sostegno al reddito (indennità di mobilità, NASpI, disoccupazione agricola, Cassa Integrazione Guadagni).

L’articolo 48 del decreto legislativo n. 81 del 2015 stabilisce che, per prestazioni di lavoro accessorio, si intendono attività lavorative che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 7.000 euro nel corso di un anno civile, annualmente rivalutati sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati.

L’articolo conferma che, fermo restando il limite complessivo dei 7.000 euro, per anno civile, nei confronti di committenti imprenditori o professionisti, le attività lavorative rese col sistema dei buoni lavoro possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2.000 euro, anche essi rivalutati annualmente.

Per lo svolgimento di lavoro accessorio i committenti acquistano, esclusivamente attraverso modalità telematica, uno o più carnet di buoni orari, numerati progressivamente e datati.

Il valore nominale dei buoni orari è fissato con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Nelle more dell’emanazione del decreto, il valore nominale del buono orario è fissato in 10 euro; nel solo settore agricolo il valore è pari all’importo della retribuzione oraria delle prestazioni di natura subordinata, individuata dal contratto collettivo stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più’ rappresentative sul piano nazionale.

Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con le prestazioni a sostegno del reddito

L’articolo 48 del decreto legislativo n. 81 del 2015, al secondo comma, prevede che prestazioni di lavoro accessorio possano essere rese, “in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, nel limite complessivo di 3.000 euro di compenso per anno civile, anche essi rivalutati, da percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito. L’INPS provvede a sottrarre dalla contribuzione figurativa relativa alle prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito gli accrediti contributivi derivanti dalle prestazioni di lavoro accessorio.”

Dalla relazione illustrativa al decreto legislativo n. 81 citato emerge come l’intento del legislatore sia stato quello di rendere strutturale la misura sperimentale (prevista per gli anni precedenti), che ha consentito ai percettori di ammortizzatori sociali di rendere prestazioni di lavoro accessorio in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, nel limite complessivo di 3.000 euro di corrispettivo per anno civile.

Pertanto la nuova disciplina, che fa riferimento a redditi percepiti nel corso dell’intero anno civile (dal 1 gennaio al 31 dicembre), deve essere interpretata, nell’ottica costituzionalmente orientata di tutela del lavoratore, come applicabile anche alle fattispecie in esame sorte già nel periodo del 2015 precedente la sua entrata in vigore.

Tanto anche al fine di garantire un’equiparazione tra lavoratori percettori di prestazioni a sostegno del reddito che abbiano percepito redditi tramite voucher tra il 1 gennaio 2015 e il 24 giugno 2015 e quelli che abbiano percepito tali redditi fino al 31 dicembre 2014 e a partire dal 25 giugno 2015 (data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 81 del 2015).

Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con l’indennità di mobilità

Dal 1 gennaio 2015 l’indennità di mobilità è interamente cumulabile con i compensi derivanti dallo svolgimento di lavoro accessorio nel limite complessivo di euro 3.000 per anno civile, rivalutati annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati. Per i compensi che superano detto limite, fino a 7.000 euro per anno civile (limite massimo annuale rivalutabile di reddito percepibile nell’ambito del c.d. lavoro accessorio), il reddito derivante dallo svolgimento del lavoro accessorio sarà compatibile e cumulabile con l’indennità di mobilità nei limiti previsti dall’articolo 9, comma 9, della legge n. 223 del 1991 (cfr. circolare Inps n. 229 del 1996).

Il beneficiario dell’indennità di mobilità è tenuto a comunicare all’INPS, entro cinque giorni dall’inizio dell’attività di lavoro accessorio o, se questa era preesistente, dalla data di presentazione della domanda di indennità di mobilità, il reddito presunto derivante dalla predetta attività nell’anno solare, a far data dall’inizio della prestazione di lavoro accessorio.

Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con la disoccupazione agricola

Per i trattamenti di disoccupazione agricola, l’articolo 48, comma 2, del decreto legislativo n. 81 del 2015, conferma la compatibilità con lo svolgimento di attività di lavoro occasionale accessorio. Il diritto di cumulo dell’indennità in argomento con il reddito derivante dal lavoro accessorio svolto nell’anno di riferimento della prestazione è possibile nel limite complessivo annuale di 3.000 euro netti di compenso, rivalutati sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati.

Per quanto riguarda l’applicazione della norma in argomento, si ritiene utile rammentare, in considerazione del fatto che l’indennità di disoccupazione agricola viene richiesta ed erogata nell’anno successivo a quello in cui si è verificato lo stato di disoccupazione, che la cumulabilità con tale prestazione deve essere valutata con riferimento all’eventuale attività di lavoro accessorio svolta nell’anno di competenza della prestazione.

Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con la Cassa Integrazione Guadagni

Anche le integrazioni salariali sono interamente cumulabili con i compensi derivanti dallo svolgimento di lavoro accessorio nel limite complessivo di euro 3.000 per anno civile, rivalutabile annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati.

Per i compensi che superano detto limite, fino a 7.000 euro per anno civile (limite massimo annuale rivalutabile di reddito percepibile nell’ambito del c.d. lavoro accessorio), si applicherà quanto previsto dall’articolo 8, commi 2 e 3, del decreto legislativo n. 148/2015 che ripropone le abrogate disposizioni (v. articolo 46, comma. 1 lettera L, decreto legislativo n. 148/2015) di cui ai commi 4 e 5 dell’articolo 8 della legge n. 160/88. Quindi, le remunerazioni da lavoro accessorio che superino il limite dei 3.000 euro non sono integralmente cumulabili: ad esse dovrà essere applicata la disciplina ordinaria sulla compatibilità ed eventuale cumulabilità parziale della retribuzione (cfr. circolare Inps n. 130 del 2010). Conseguentemente, per il solo caso di emolumenti da lavoro accessorio che rientrino nel limite dei 3.000 euro annui, l’interessato non sarà obbligato a presentare all’INPS la comunicazione preventiva di cui all’art. 8, comma 3, decreto legislativo n. 148/2015. Viceversa, la suddetta comunicazione preventiva andrà resa prima che il compenso determini il superamento del predetto limite dei 3.000 euro, anche se derivante da più contratti di lavoro accessorio stipulati nel corso dell’anno, pena la decadenza dalle integrazioni salariali (a tal riguardo restano in vigore i chiarimenti forniti con le circolari nn. 75/2007 e 57/2014).

Il Ministero del Lavoro ha emanato la circolare n. 26 del 12 ottobre 2015, con la quale fornisce, ai propri ispettori, le prime indicazioni operative all’articolo 22, del decreto legislativo n. 151/2015 (c.d. decreto Semplificazioni), per una corretta applicazione delle nuove disposizioni sanzionatorie in materia di lavoro e legislazione sociale e per assicurare l’uniformità di comportamento.

L’articolo 22 apporta rilevanti modifiche al regime sanzionatorio relativo ad alcune fattispecie di illecito amministrativo. In particolare, si tratta di illeciti in materia di lavoro nero, di Libro unico del lavoro, di prospetti paga e di assegni per il nucleo familiare.

La circolare fornisce le prime indicazioni operative necessarie per una corretta applicazione delle nuove disposizioni al fine di assicurare l’uniformità di comportamento di tutto il personale ispettivo.

 

Vincenzo D’Andò