Diario fiscale quotidiano del 7 ottobre 2015: dal 2016 cambierà il trattamento fiscale degli interessi passivi

Pubblicato il 7 ottobre 2015



dal 2016 cambia il trattamento fiscale degli interessi passivi; nuove regole per la stabile organizzazione in Italia di non residenti; amento del bollo: contrassegno da assolvere con procedure telematiche; proroga della Voluntary Disclosure e rinvio degli aumenti delle accise sui carburanti; Fisco: nuovi limiti di punibilità in ambito penale; accertamenti bancari anche nei confronti dei privati; disposizioni attuative per i “non residenti Schumacker” in G.U.; le casse edili fruiscono dell’esenzione da IMU e TASI; leasing finanziario: intervento delle sezioni unite della Cassazione; nuovo trattamento di CIGS: circolare del Welfare

 

 Indice:

 1) Dal 2016 cambia il trattamento fiscale degli interessi passivi

 2) Nuove regole per la stabile organizzazione in Italia di non residenti

 3) Pagamento del bollo: contrassegno da assolvere con procedure telematiche

 4) Proroga della Voluntary Disclosure e rinvio degli aumenti delle accise sui carburanti

 5) Fisco: nuovi limiti di punibilità in ambito penale

 6) Accertamenti bancari anche nei confronti dei privati

 7) Disposizioni attuative per i “non residenti Schumacker” in G.U.

 8) Le casse edili fruiscono dell’esenzione da IMU e TASI

 9) Leasing finanziario: intervento delle sezioni unite della Cassazione

 10) Nuovo trattamento di CIGS: circolare del Welfare

 

 

1) Dal 2016 cambia il trattamento fiscale degli interessi passivi

Il cd. “Decreto internazionalizzazione” apporta modifiche alla disciplina fiscale degli interessi passivi: Nel ROL rientrano i dividendi incassati da controllate non residenti. Eliminati alcuni limiti di deducibilità e la possibilità di trasferire gli interessi indeducibili alle società estere che partecipano virtualmente al consolidato nazionale.

Come è noto, è stato pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale n. 220 del 22 settembre 2015, il Decreto Legislativo n. 147 del 14 settembre 2015, recante disposizioni per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese, in vigore dal 7 ottobre 2015.

In particolare l’art.4 introduce alcune modifiche alla disciplina fiscale degli interessi passivi (art. 96 TUIR), in vigore dal periodo d’imposta 2016.

Ai fini del calcolo del ROL (reddito operativo lordo), bisognerà tenere conto anche dei dividendi percepiti da società controllate estere.

Viene abrogata l’indeducibilità assoluta prevista precedentemente per gli interessi su titoli obbligazionari di cui all’art. 3 comma 115 della Legge 549/1995, secondo cui gli interessi passivi su obbligazioni emesse da società per azioni non quotate ovvero da società a responsabilità limitata sono indeducibili a condizione che il tasso di rendimento non superi:

- il doppio del tasso ufficiale di riferimento per le obbligazioni similari quotate in borsa;

- il tasso ufficiale di riferimento aumentato di 2/3 delle obbligazioni diverse dalle precedenti.

Gli interessi eccedenti tali limiti sono indeducibili dal reddito d’impresa.

Poiché detto comma è stato abrogato dal decreto internazionalizzazione, a partire dal periodo d’imposta 2016 non dovrebbero più sussistere i suddetti limiti di deducibilità.

Viene abrogata la possibilità di cui al comma 8 dell’art.96 TUIR, secondo cui è possibile trasferire l’eccedenza di interessi passivi indeducibili all’interno del consolidato nazionale alle società estere per le quali ricorrano i requisiti previsti per il consolidamento nazionale.

Gli interessi passivi relativi a finanziamenti garantiti da ipoteca su immobili destinati alla locazione non rilevano ai fini dell’art. 96 TUIR per le società che svolgono in via effettiva e prevalente attività immobiliare. Si considerano tali le società che soddisfano i seguenti requisiti:

- valore dell’attivo patrimoniale prevalentemente costituito dal valore normale degli immobili destinati alla locazione;

- valore dei ricavi costituito per 2/3 da canoni di locazione o affitto di aziende, il cui valore complessivo sia prevalentemente costituito dal valore normale di fabbricati.

 

2) Nuove regole per la stabile organizzazione in Italia di non residenti

Tra le numerose novità introdotte dal decreto internazionalizzazione imprese, le previsioni in tema di stabile organizzazione. La riforma attua la legge delega fiscale con una rimodulazione della disciplina in tema di determinazione del reddito della stabile organizzazione sul suolo italiano e attraverso l’introduzione del regime opzionale di branch exemption.

L’approccio OCSE entra nel TUIR in relazione alle stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti: Il Decreto internazionalizzazione introduce nell’ordinamento nazionale alcune nuove regole volte alla determinazione del reddito delle stabili organizzazioni in Italia dei soggetti non residenti.

L’articolo 7 del D.Lgs. n. 147 del 14 settembre 2015 ha riformulato gli articoli 151, 152 e 153 del TUIR, abrogando l’articolo 154 (assorbito dal novellato art. 153): tali modifiche apportate al D.P.R. 917/1986, sono state introdotte per allineare le disposizioni nazionali sulla determinazione del reddito delle stabili organizzazioni in Italia dei soggetti esteri agli orientamenti espressi in ambito OCSE.

Ai fini della determinazione del reddito è stato introdotto l’approccio OCSE che vede la stabile organizzazione quale impresa indipendente, entità distinta e separata dalla casa madre di appartenenza, ossia una “functionally separate entity” (nuovo articolo 152 del TUIR); le modifiche sono state attuate anche nell’ottica di una semplificazione degli adempimenti delle società e degli enti non residenti i quali, con l’entrata in vigore del nuovo impianto normativo (decorrenza dal periodo d’imposta 2016), potranno presentare un’unica dichiarazione dei redditi per i redditi prodotti all’interno del territorio dello Stato, distinguendoli per ciascuna categoria di appartenenza.

Il reddito da attribuire alla stabile organizzazione, così come l’entità del relativo fondo di dotazione, sarà quello che scaturisce da un’analisi funzionale e fattuale volta a determinare i rischi assunti e i beni impiegati dalla stessa nel territorio dello Stato, coerentemente al dettato delle Convenzioni contro le doppie imposizioni: in particolare l’articolo 7 del modello Convenzione OCSE, rispetto all’attribuzione degli utili e delle perdite alla stabile organizzazione dispone che “gli utili di un'impresa di uno Stato Contraente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che l’impresa non svolga la sua attività nell'altro Stato Contraente per mezzo di una stabile organizzazione ivi situata. Se l’impresa svolge in tal modo la sua attività, gli utili dell’impresa sono imponibili nell’altro Stato ma solo nella misura in cui detti utili sono attribuibili a detta stabile organizzazione”.

Secondo le disposizioni del primo comma dell’articolo 151 del TUIR (invariato), il reddito complessivo delle società ed enti commerciali non residenti, di cui all’art. 73, comma 1, lettera d) del TUIR, è formato soltanto dai redditi prodotti nel territorio dello Stato, ad esclusione di quelli esenti dall’imposta e di quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o ad imposta sostitutiva. Ai sensi del secondo comma dell’articolo 151, per determinare quali redditi sono prodotti nel territorio dello Stato, è necessario rimandare ai criteri dettati dall’art. 23 TUIR (principio territoriale di tassazione – collegamento tra le diverse tipologie di reddito e il luogo di produzione dello stesso).

Dal secondo comma dell’articolo 151 del TUIR vengono invece eliminati i riferimenti:

- alle plusvalenze/minusvalenze derivanti dalla cessione di beni relativi alle attività commerciali esercitate nel territorio dello Stato, anche se conseguiti dalla casa madre straniera;

- agli utili distribuiti da società ed enti commerciali residenti di cui alle lettere a) e b) del comma 1 dell’articolo 73 e le plusvalenze indicate nell’articolo 23, comma 1, lettera f).

L’articolo 151 accoglie inoltre i nuovi commi 3, 4 e 5, i quali stabiliscono quanto segue:

- i redditi prodotti in Italia concorrono a formare il reddito complessivo e sono determinati secondo le disposizioni del Titolo I del TUIR, relative alle categorie nelle quali rientrano; (comma 3);

- dal reddito complessivo si deducono gli oneri indicati nell’art. 10, comma 1, lettere a) e g); (comma 3);

- per il riporto delle perdite di devono applicare le disposizioni di cui all’art. 101, comma 6; (comma 3);

- dall’imposta lorda si detrae fino a concorrenza del suo ammontare un importo pari al 19% degli oneri indicati nell’art. 15, co.1, lettere a), g), h), h-bis), i), i-bis) e i-quater); (comma 4).

I componenti di reddito che derivano da operazioni intercorse tra la stabile organizzazione nel territorio dello Stato e la casa madre di appartenenza dovranno essere determinati nel rispetto delle disposizioni in materia dei prezzi di trasferimento (art. 110, comma 7 del TUIR), secondo quanto disposto dal nuovo art. 152, comma 3, del TUIR.

In merito alla determinazione del reddito complessivo degli enti non commerciali non residenti, per coerenza sistematica dell’impianto normativo, l’ex art. 153 del TUIR viene riformulato in maniera speculare al nuovo art. 151, assorbendo parte della precedente disciplina disposta dall’art. 154.

Si evidenzia infine che la relazione illustrativa allo schema del decreto legislativo conferma l’applicazione dell’approccio “functionally separate entity” ancheai fini della determinazione del valore della produzione netta ai fini IRAP.

Determinazione del reddito della stabile organizzazione

Ai fini della determinazione del reddito complessivo conseguito in Italia da imprese estere, viene posta una distinzione netta tra i redditi imputabili direttamente al soggetto estero e i redditi conseguiti attraverso una stabile organizzazione sul territorio italiano. Il reddito della stabile organizzazione è costituito esclusivamente dagli utili e dalle perdite a essa riferibili, sulla base di un rendiconto economico e patrimoniale, redatto secondo i principi contabili applicabili a soggetti aventi le medesime caratteristiche. La stabile organizzazione è dotata di un fondo di dotazione, determinato secondo i principi OCSE (funzioni svolte, rischi assunti, beni disponibili). La disciplina di transfer pricing trova applicazione nei rapporti tra stabile organizzazione e casa madre.

Viene definitivamente superato il principio della forza di attrazione della stabile organizzazione, alla quale non potranno più essere riferiti redditi in realtà da attribuire direttamente alla casa madre. Conformemente alle indicazioni OCSE, la stabile organizzazione è considerata, ai fini della determinazione del reddito, un’entità separata e indipendente (functionally separate entity approach). Risulta di favore la previsione di escludere, dai i criteri di comparabilità con soggetti residenti al fine di individuare il trattamento contabile da applicare al rendiconto della stabile, quello della quotazione di strumenti finanziari su mercati regolamentati.

Branch exemption

Viene introdotto il regime opzionale di esenzione dei redditi e delle perdite realizzati dalle stabili organizzazioni estere di soggetti residenti, che si pone come alternativo al meccanismo del credito per le imposte assolte dalla stabile organizzazione all’estero.

L’opzione deve riguardare tutte le stabili organizzazioni estere, è irrevocabile e si applica, per le nuove, dal momento della loro costituzione. Un regime transitorio è disposto per le stabili organizzazioni già esistenti. È previsto, in caso di stabile organizzazione già esistente o di "cessione" della stabile organizzazione ad altra società residente del gruppo, un regime di recapture delle perdite nette realizzate dalla stabile organizzazione nei cinque anni precedenti, che rendono gli utili successivi imponibili fino a concorrenza del loro ammontare. L’esistenza di una stabile organizzazione estera, ai fini dell’attribuzione del credito per le imposte all’estero o dell’alternativo regime di branch exemption, potrà essere oggetto di interpello ordinario.

L’introduzione della possibilità di esercitare l’opzione per la branch exemption costituisce un valido incentivo all’internazionalizzazione per le imprese residenti e rappresenta un fattore potenzialmente decisivo al fine di aumentare l’attrattività dell’Italia come destination country nei confronti degli investimenti esteri.

Viene, inoltre, precisato che il transfer pricing si applica sia con riferimento ai rapporti tra stabile organizzazione e casa madre sia tra stabile organizzazione e altre società del gruppo.

La volontà di prevenire possibili applicazioni elusive dell’istituto della branch exemption ha introdotto nella disciplina elementi di rigidità eccessiva, in grado di minarne l’attrattività.

Decreto internazionalizzazione: Sospensione della riscossione per trasferimento all’estero

Sospensione estesa, per persone fisiche e imprese, anche all’area dello Spazio economico europeo.

L’art. 11 del D.Lgs. 147/2015 ha previsto, a partire dal 7 ottobre 2015, l’estensione territoriale della sospensione della riscossione anche agli Stati facenti parte dell’accordo sullo Spazio economico europeo con i quali l’Italia abbia stipulato un accordo sulla reciproca assistenza in materia di riscossione dei crediti tributari comparabile a quella assicurata dalla direttiva 2010/24/UE del Consiglio del 16 marzo 2010, per i soggetti che trasferiscono la propria residenza ai fini delle imposte sui redditi. Precedentemente la norma, prevista all’art. 166 c. 2-quater del TUIR, riduceva la sua portata ai soli Stati membri dell’Unione europea.

A ciò il decreto aggiunge che tale disposizione si applica anche “al trasferimento, da parte di un’impresa non residente nel territorio dello Stato, di una parte o della totalità degli attivi collegati ad una stabile organizzazione, aventi ad oggetto un’azienda o un ramo d'azienda, verso altro Stato appartenente all'Unione europea ovvero aderente all’Accordo sullo Spazio economico europeo”. In tal caso, ai fini della riscossione, i componenti dell’azienda o del complesso aziendale si considerano realizzati al valore normale (ex art. 179 c. 6 del TUIR).

Credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero: ampliata la platea dei beneficiari

L’art.15 del Decreto internazionalizzazione (D.Lgs. 147/2015), modificando i commi 5 e 6 dell’articolo 165 del TUIR, ha apportato alcune modifiche alla disciplina del credito d'imposta per i redditi prodotti all’estero.

Il credito d’imposta estera viene, così, esteso a tutte le tipologie di reddito prodotte all’estero e comprende anche le imposte non coperte da convenzioni internazionali.

Il primo intervento è volto ad estendere il credito d’imposta anche ai redditi diversi da quelli d’impresa, uniformando il trattamento tra i soggetti imprenditori e non; a tal fine è stato modificato il comma 5 dell’art. 165 del TUIR che nella previgente versione riconosceva tale credito ai soli soggetti con reddito d’impresa. Viene, inoltre, chiarito che il riporto delle eccedenze d’imposta estera rispetto all’imposta italiana, spetta anche per i redditi d’impresa prodotti all’estero senza una stabile organizzazione, confermando quanto già indicato nella circolare n. 9/E del 5 marzo 2015.

Con il comma 2, dell’articolo 15 del D.Lgs. 147/2015 viene inoltre fornita un’interpretazione autentica del comma 1 dell’art. 165 del TUIR, volta a chiarire che le imposte estere, per le quali il contribuente può ottenere il riconoscimento del credito d’imposta, sono sia quelle oggetto di una convenzione contro le doppie imposizioni sia le altre imposte o gli altri tributi gravanti sul reddito.

In caso di obiettive condizioni d’incertezza riguardanti la natura di un tributo estero non oggetto delle convenzioni, il soggetto interessato potrà presentare un’istanza d’interpello all’Agenzia delle entrate, ai sensi dell’articolo 11, della Legge n.212 del 27 luglio 2000.

Infine, si dispone che, per effetto del comma 3 del medesimo art. 15, tali modifiche entrano in vigore a decorrere dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del decreto internazionalizzazione (7 ottobre 2015).

 

3) Pagamento del bollo: contrassegno da assolvere con procedure telematiche

Come assolvere il pagamento del bollo in modo virtuale? il contrassegno si emette con modalità telematiche così come previsto dal recente Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate.

Come noto l’art. 3 del D.P.R. n. 642/1972 stabilisce che il pagamento dell’imposta di bollo debba avvenire:

- mediante pagamento dell’imposta ad intermediario convenzionato con l’Agenzia delle Entrate, il quale rilascia, con modalità telematiche, apposito contrassegno. Sul punto si segnala che il contrassegno deve essere emesso con modalità telematiche così come previsto dal Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate 5 maggio 2005. Inoltre, il contrassegno, recante l’indicazione del giorno e dell’ora di emissione, deve essere applicato precedentemente alla sottoscrizione degli atti;

- in modo virtuale, mediante pagamento dell’imposta all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate o ad altri uffici autorizzati o mediante versamento in conto corrente postale. Al riguardo si fa presente che per determinate categorie di atti analogici, in luogo del contrassegno, è possibile effettuare un pagamento virtuale dell’imposta di bollo; in tal caso, gli atti e documenti analogici (per meglio dire cartacei) dovranno recare la dicitura indicante il modo di pagamento dell’imposta (“Imposta di bollo assolta in modo virtuale”) e gli estremi della relativa autorizzazione. L’iter da seguire per avvalersi di tale modalità di pagamento è normato dall’art. 15 del D.P.R. n. 642/1972;

- in modo virtuale, sui documenti digitali rilevanti ai fini tributari non subordinato ad autorizzazione ai sensi dell’art. 6, D.M. 17 giugno 2014, sostitutivo dell’art. 7, D.M. 23 gennaio 2004;

- sulle istanze e documenti rivolte alle pubbliche Amministrazioni con modalità telematica – art. 1, comma 596, L. n. 147/2013 (cd. Servizio @e.bollo).

Modalità di pagamento   dell’imposta di bollo

Procedura

Riferimenti   normativi e di prassi

Contrassegno

Pagamento dell’imposta ad intermediario convenzionato   con l’Agenzia delle Entrate, il quale rilascia, con modalità telematiche,   apposito contrassegno.

 

Assolvimento in   modo virtuale su documenti e atti analogici (cartacei)

Al fine di effettuare il pagamento virtuale dell’imposta   di bollo, i soggetti interessati devono richiedere apposita autorizzazione   all’Agenzia delle Entrate, mediante domanda corredata da una dichiarazione   contenente l’indicazione del numero presunto degli atti e documenti che   potranno essere emessi e ricevuti durante l’anno. L’Agenzia delle Entrate,   sulla base della domanda presentata, concede l’autorizzazione a tempo indeterminato,   salvo revoca o rinuncia dell’interessato.

Sulla base della dichiarazione presuntiva presentata   dall’interessato, l’Agenzia delle Entrate competente procede alla   liquidazione provvisoria dell’imposta dovuta per il periodo compreso tra la   data di decorrenza dell’autorizzazione ed il 31 dicembre. L’ammontare   complessivo dovuto in via presuntiva viene ripartito in tante rate uguali   quanti sono i bimestri compresi nel detto periodo con scadenza alla fine di   ciascun bimestre solare.

Quindi, entro il successivo mese di gennaio, il   contribuente autorizzato al pagamento virtuale dell’imposta di bollo deve   presentare all’Agenzia delle Entrate «una dichiarazione contenente   l’indicazione del numero degli atti e documenti emessi nell’anno precedente   distinti per voce di tariffa e degli altri elementi utili per la liquidazione   dell’imposta, nonché degli assegni bancari estinti nel suddetto periodo».

In funzione delle informazioni indicate nella   dichiarazione a consuntivo trasmessa dal contribuente, l’Agenzia delle   Entrate, effettuati gli opportuni riscontri, procede alla liquidazione   definitiva dell’imposta dovuta per l’anno precedente ed imputa la differenza   a debito o a credito della rata bimestrale scadente a febbraio o in quella   successiva.

Attenzione

L’art. 1, comma 597 della Legge n. 147/2013, ha innovato   il disposto contenuto nell’art. 15, comma 5 del D.P.R. n. 642/1972,   prevedendo l’obbligo di redazione della dichiarazione definitiva, “a pena di   nullità, su modello conforme a quello approvato con provvedimento dal   direttore dell’Agenzia delle entrate”. A tal proposito, con il Provvedimento   del 14 novembre 2014, n. 146313, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate ha   approvato il modello di dichiarazione dell’imposta di bollo assolta in modo   virtuale, nonché le relative istruzioni.

Il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle   Entrate del 3 febbraio 2015 ha esteso, a partire dal 20 febbraio 2015, le   modalità di versamento dell’imposta di bollo virtuale con Modello F24 di cui   all’art. 17 del D.Lgs. n. 241/1997 , in attuazione del D.M. 8 novembre 2011;   con la Risoluzione 3 febbraio 2015, n. 12/E sono stati istituiti i relativi   codici tributo.

Pertanto il versamento avviene, tramite Modello F24 e   F24EP (per le PA), con i codici tributo:

«2505» denominato «Bollo virtuale - Rata»;

«2506» denominato «Bollo virtuale - Acconto»;

«2507» denominato «Bollo virtuale - Sanzioni»;

«2508» denominato «Bollo virtuale - Interessi».

Provvedimento Agenzia delle Entrate 14 novembre 2014, n.   146313

Assolvimento in   modo virtuale sui documenti digitali rilevanti ai fini tributari (libri   registri e altri documenti, compreso fatture elettroniche)

Dal 27 giugno 2014 l’entrata in vigore dell’art. 6 , D.M.   17 giugno 2014 ha stabilito che l’imposta di bollo sui documenti informatici   fiscalmente rilevanti è corrisposta mediante versamento con Modello F24   telematico.

Il pagamento dell’imposta relativa ai libri, registri e   altri documenti informatici fiscalmente rilevanti, rispettivamente utilizzati   o emessi durante l’anno, avviene in un’unica soluzione entro 120 giorni dalla   chiusura dell’esercizio.

Attenzione

Per i documenti aventi rilevanza tributaria, compreso le   fatture elettroniche, ai sensi dell’art. 6, D.M. 17 giugno 2014, riguardante   l’assolvimento dell’imposta di bollo non è più previsto e necessario   richiedere l’autorizzazione preventiva all’Agenzia delle Entrate o fare una   dichiarazione a consuntivo, nonché procedere al versamento dell’acconto per   il nuovo anno (dal momento che l’imposta è dovuta unicamente a consuntivo).   L’imposta di bollo verrà versata per l’intero anno precedente, ai sensi della   Risoluzione 2 dicembre 2014, 106/E, sempre con riferimento al D.M. 17 giugno   2014, con Modello F24 ordinario e codice tributo 2501, mentre le sanzioni e   gli interessi da ravvedimento con codice tributo rispettivamente 2502 e 2503   (questi ultimi stabiliti con la RIsoluzione 23 marzo 2015, n. 32/E).

 

Assolvimento sulle   istanze e documenti rivolte alle pubbliche amministrazioni, cd. servizio   @e.bollo

L’art. 1, Legge n. 147/2013:

con i commi 591 e 592 ha introdotto il nuovo art. 3,   comma 1-bis della Tariffa Parte Prima allegata al D.P.R. n. 642/1972 ove si   prevede che le istanze trasmesse per via telematica agli Uffici e agli organi   dell’Amministrazione dello Stato, delle Regioni, delle Province, dei Comuni,   compresi i loro consorzi e le loro associazioni, delle Comunità montane e   delle ASL, nonché agli enti pubblici in relazione alla tenuta di pubblici   registri, per ottenere l’emanazione di un provvedimento amministrativo o il   rilascio di certificati, estratti, copie e simili, scontano l’imposta nella   misura di Euro 16 indipendentemente dalla dimensione del documento;

con i commi 593 e 594 ha introdotto il nuovo art. 4,   comma 1-ter della Tariffa Parte Prima allegata al D.P.R. n. 642/1972 ove si   prevede che gli atti e provvedimenti amministrativi o il rilascio di   certificati, estratti, copie dichiarate conformi e simili degli enti di cui   sopra, rilasciati per via telematica scontano l’imposta nella misura di Euro   16 indipendentemente dalla dimensione del documento;

al comma 596 prevede che al fine di consentire a   cittadini e imprese di assolvere per via telematica a tutti gli obblighi connessi   all’invio di una istanza a una P.A. o a qualsiasi ente o autorità competente,   con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate d’intesa con il   capo del Dipartimento della funzione pubblica, da adottare entro 180 giorni   dal 1° gennaio 2014, sono stabilite le modalità per il pagamento per via   telematica dell’imposta di bollo dovuta per le istanze e per i relativi atti   e provvedimenti, anche attraverso l’utilizzo di carte di credito, di debito o   prepagate.

Attenzione

In attuazione della norma di cui sopra l’Agenzia delle   Entrate di concerto con il Dipartimento della Funzione pubblica ha emanato il   provvedimento 19 settembre 2014 che disciplina la fattispecie.

La stessa norma prevede che all’assolvimento è tenuto il   contribuente, in via telematica, per le istanze trasmesse telematicamente a   una P.A. e per i relativi atti e provvedimenti, ai sensi degli artt. 3, comma   1-bis, e 4, comma 1-quater della Tariffa, parte prima , allegata al D.P.R. n.   642/1972.

Il contribuente deve acquistare la Marca da bollo   digitale tramite il servizio @e.bollo che può essere messo a disposizione   delle P.A. riceventi le istanze e producenti gli atti e le certificazioni.

Provvedimento Agenzia delle Entrate 19 settembre 2014

 

Tipologia

Modalità   assolvimento

Obbligo   autorizzazione preventiva

Obbligo   dichiarazione periodica

Termini versamento   modalità

Registri, atti e   documenti analogici (cartacei)

Contrassegni telematici

No

No

All’origine con applicazione contrassegno sul documento

Registri, atti e   documenti analogici (cartacei)

Virtuale

a seguito istanza

telematica annuale entro il 31 gennaio dell’anno   successivo

A seguito atto di liquidazione dell’ufficio in rate   bimestrali e acconto con F24 ordinario e F24EP

Documenti   informatici rilevanti ai fini tributari (fatture elettroniche e registri)

Virtuale

No

No

Entro 120 giorni dal termine dell’esercizio con F24   ordinario e F24EP

Istanze e documenti   rivolte alle PP.AA. con modalità telematica

 

Procedimento provvedimento 19 settembre 2014

No

Si applica la disciplina in collegamento con   intermediario piattaforma CAD

Marca da bollo digitale Servizio @e.bollo (IUBD

Nuovo modello di dichiarazione per il bollo virtuale

La Legge n. 147/2013, intervenendo sul disposto di cui all’art. 15, comma 5 D.P.R. n. 642/1972 ha previsto:

- l’obbligo di indicazione nella dichiarazione periodica degli atti “distinti per voce di tariffa”;

- l’obbligo di redazione della medesima dichiarazione su modello conforme a quello approvato con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 14 novembre 2014, n. 146313.

Da tenere presente che dal 1° gennaio 2015, tale modello deve essere utilizzato per la dichiarazione ai fini dell’imposta di bollo in modo virtuale relativa agli atti e documenti emessi nell’anno precedente, nonché, in caso di rinunzia, per il periodo compreso tra il 1° gennaio e il giorno da cui ha effetto la rinunzia.

L’Agenzia delle Entrate ha previsto che, al fine di ridurre l’accesso fisico dei contribuenti presso i pubblici uffici e favorire la dematerializzazione degli archivi, il modello debba essere presentato esclusivamente in modalità telematica:

- direttamente, dai contribuenti abilitati a Entratel o Fisconline, in relazione ai requisiti posseduti per la presentazione delle dichiarazioni di cui al D.P.R. n. 322/1998, e successive modificazioni;

- tramite uno dei soggetti incaricati della trasmissione delle dichiarazioni di cui all’art. 3, commi 2-bis e 3 del D.P.R. n. 322/1998.

Periodo transitorio

È stato previsto un periodo transitorio dall’1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2015 in cui le dichiarazioni da inviare a seguito di rinunzia all’autorizzazione (anche nei casi in cui quest’ultima avvenga in relazione ad operazioni straordinarie) devono essere presentate in formato cartaceo presso l’Agenzia competente.

In relazione alla composizione del modello vengono distinte le seguenti sezioni:

- frontespizio che, oltre all’informativa sul trattamento dei dati personali di cui all’art. 13, D.Lgs. n. 196/2003, contiene i dati generali, tra cui gli estremi dell’autorizzazione al pagamento in modo virtuale dell’imposta di bollo, i dati del contribuente e del rappresentante firmatario della dichiarazione, nonché la sezione riservata all’impegno alla presentazione in via telematica da parte dell’intermediario;

- quadro A «Atti e documenti soggetti a imposta fissa» per i quali è ammesso il pagamento in modo virtuale;

- quadro B «Atti e documenti soggetti a imposta proporzionale» per i quali è ammesso il pagamento in modo virtuale;

- quadro C «Versamenti effettuati» relativi alla liquidazione provvisoria per l’anno di riferimento della dichiarazione;

- quadro D «Riepilogo imposta da dichiarazione» che fornisce uno schema riepilogativo di quanto dichiarato dal contribuente.

Modello di dichiarazione dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale

(Provv. n. 146313 del 14 novembre 2014)

Modalità di   presentazione

Esclusivamente in modalità telematica:

direttamente, dai contribuenti abilitati a Entratel o   Fisconline, in relazione ai requisiti posseduti per la presentazione delle   dichiarazioni di cui al D.P.R. n. 322/1998, e successive modificazioni;

tramite uno dei soggetti incaricati della trasmissione   delle dichiarazioni di cui all’art. 3, commi 2-bis e 3, D.P.R. n. 322/1998.

Composizione

Frontespizio;

quadro A «Atti e documenti soggetti a imposta fissa»;

quadro B «Atti e documenti soggetti a imposta   proporzionale»;

quadro C «Versamenti effettuati»;

quadro D «Riepilogo imposta da dichiarazione».

Decorrenza

Dall’1 gennaio 2015

Periodo transitorio

Dall’1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2015 in cui le   dichiarazioni da inviare a seguito di rinunzia all’autorizzazione (anche nei   casi in cui quest’ultima avvenga in relazione ad operazioni straordinarie)   devono essere presentate in formato cartaceo presso l’Agenzia competente.

 

4) Proroga della Voluntary Disclosure e rinvio degli aumenti delle accise sui carburanti

L’art. 1, comma 1, della legge 15 dicembre 2014, n. 186, “Disposizioni in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero” ha introdotto una particolare procedura di collaborazione volontaria per l’emersione ed il rientro di capitali detenuti all’estero (c.d. Voluntary Disclosure).

Assonime, con una nota del 05 ottobre 2015, segnala che il Decreto Legge n. 153 del 30 settembre 2015, pubblicato sulla G.U. n. 227 del 30 settembre 2015, superando, di fatto, le disposizioni contenute nel precedente Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 14 settembre 2015, ha disposto la proroga al 30 novembre 2015 del termine di presentazione dell’istanza di Voluntary Disclosure, nonché la proroga al 30 dicembre 2015 per l’eventuale integrazione di tale istanza e per la presentazione della relazione e della documentazione di corredo.

Questa ultima novità normativa verrà approfondita in una prossima circolare, nella quale verranno affrontate anche alcune tematiche emerse a seguito dell’emanazione del citato Provvedimento nonché delle circolari dell’Agenzia delle entrate nn. 27, 30 e 31 del 2015, con le quali sono stati forniti ulteriori importanti chiarimenti in ordine allo svolgimento della procedura.

Assonime segnala, inoltre, che il citato D.L. n. 153 del 2015 ha modificato la “clausola di salvaguardia” prevista dalla Legge di stabilità 2015 (cfr.: art. 1, comma 632, legge n. 190 del 29 dicembre 2014) per la copertura degli effetti negativi sul gettito, stimati in 728 milioni di euro annui a decorrere dal 2015, derivanti dalla mancata autorizzazione comunitaria della misura IVA di estensione del sistema di inversione contabile (c.d. “reverse charge”) alle cessioni di beni effettuate nei confronti di soggetti appartenenti al settore della grande distribuzione organizzata.

Per effetto di tale modifica, al recupero dei predetti oneri si provvede, per il 2015, mediante l’utilizzo delle maggiori entrate derivanti dall’applicazione della normativa in materia di Voluntary Disclosure e, a decorrere dal 2016, con l’aumento delle aliquote dell’accisa sulla benzina e sulla benzina con piombo, nonché sul gasolio usato come carburante.

 

5) Fisco: nuovi limiti di punibilità in ambito penale

Il Consiglio dei ministri ha ormai approvato (lo scorso 22 settembre) definitivamente cinque decreti legislativi di attuazione della delega per il riordino del sistema fiscale (legge 11 marzo 2014 n. 23):

- misure per la revisione della disciplina degli interpelli e del contenzioso tributario;

- misure per la semplificazione e razionalizzazione delle norme in materia di riscossione;

- misure per la revisione della disciplina dell’organizzazione delle agenzie fiscali;

- misure per la revisione del sistema sanzionatorio;

stima e monitoraggio dell’evasione fiscale e monitoraggio e riordino delle disposizioni in materia di erosione fiscale.

In particolare, riguardo l’approvazione del decreto legislativo concernente la revisione delle sanzioni penali in ambito tributario, in attuazione della delega fiscale, queste di seguito solo le principali novità.

Il decreto legislativo intende fornire risposte sanzionatorie adeguate alle condotte evasive caratterizzate da intento fraudolento nel rispetto dei criteri di:

- predeterminazione e proporzionalità rispetto alla gravità dei comportamenti, prevedendo la punibilità con la pena detentiva compresa tra un minimo di sei mesi e un massimo di sei anni;

- rilevanza della configurazione del reato per i comportamenti fraudolenti, simulatori o finalizzati alla creazione e all’utilizzo di documentazione falsa;

- specificazione dei confini tra le fattispecie di elusione e quelle di evasione fiscale e delle relative conseguenze sanzionatorie;

- attenuazione della pena in caso di adesione alle forme di comunicazione e di cooperazione rafforzata.

In relazione alle soglie di punibilità, si prevede una serie di modifiche in ragione del principio di adeguatezza della pena rispetto alla gravità della condotta così come prevede la legge delega.

Per quanto concerne le soglie di punibilità, lo schema del decreto prevede, in sintesi che:

- l’omesso versamento IVA (art. 10/ter D.lgs. 74/2000) è penalmente rilevante quando supera la soglia di euro 250.000 (in passato la soglia era di euro 50.000). Il reato si consuma entro il termine del versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo e prevede la sanzione della reclusione da sei mesi a due anni;

- l’omesso versamento di ritenute certificate (art. 10/bis D.Lgs. 74/2000) trova la punibilità penale quando supera euro 150.000, in passato la soglia era fissata a euro 50.000. Al riguardo è importante precisare che le ritenute in oggetto sono sia quelle risultanti dalla certificazione rilasciate, sia quelle dovute sulla base della stessa dichiarazione fedelmente presentata;

- la fattispecie di indebita compensazione (art. 10-quater) è duplicata, dovendosi operare la seguente distinzione:

compensazione effettuata con crediti non spettanti, con una soglia oltre i 50.000 euro, per la quale si prevede una reclusione da sei mesi a due anni;

compensazione effettuata con crediti inesistenti, sempre con una soglia sopra i 50.000 euro, per la quale si prevede la sanzione della reclusione da diciotto mesi a sei anni.

L’occultamento o la distruzione di documenti contabili (art. 10 D. Lgs. 74/2000) viene disciplinato nel senso che, salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o l’IVA, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari.

L’omessa dichiarazione (art. 5 D.Lgs. 74/2000) comporta conseguenze penali quando:

- non viene presentata la dichiarazione dei redditi o sul valore aggiunto con un’imposta evasa, con riferimento alle singole imposte, pari a euro 50.000. La sanzione prevista è quella della reclusione da un anno a quattro anni;

- non viene presentata la dichiarazione dei sostituti d’imposta con ritenute non versate pari a euro 50.000. La reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni è la pena prevista.

Anche la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 4 D.Lgs. 74/2000) è oggetto di rivisitazione ed è ascrivibile a chiunque, al fine di evadere le imposte, compie operazioni simulate indicando in una dichiarazione:

- elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo;

elementi passivi fittizi o crediti e ritenute fittizi.

Il reato scatta quando, anche congiuntamente, sono superate le prescritte soglie di punibilità correlate all’imposta evasa.

Le operazioni simulate sono quelle apparenti poste in essere con la volontà di non realizzarle in tutto in parte ovvero sono riferite a soggetti fittiziamente interposti.

Il fatto attiene all’utilizzo di documenti falsi e si consuma quando:

- sono registrati nelle scritture contabili obbligatorie;

- sono detenuti a fini di prova nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

La norma revisionata della dichiarazione infedele prevede che non si tenga conto:

- della non corretta classificazione, della valutazione di elementi attivi o passivi oggettivamente esistenti rispetto ai quali i criteri concretamente applicati sono stati comunque indicati nel bilancio ovvero in altra documentazione rilevante ai fini fiscali;

- della violazione dei criteri di determinazione della competenza, della non inerenza e della non deducibilità degli elementi passivi reali.

La pena prevista è la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni.

Sono previste le seguenti circostanze attenuanti (art. 13 D.Lgs 74/2000), in particolare:

- i reati correlati agli omessi versamenti (artt. 10-bis, 10-ter e 10-quater co. 1, ad eccezione, quindi, di quello di cui all’art. 10-quater co. 2) relativi ai crediti inesistenti, non sono punibili se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi, sono estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, nonché del ravvedimento operoso;

- qualora, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il debito tributario sia in fase di estinzione mediante rateizzazione, è dato un termine di tre mesi per il pagamento del debito residuo. In tal caso la prescrizione è sospesa. Il Giudice ha facoltà di prorogare tale termine una sola volta per non oltre tre mesi, qualora lo ritenga necessario, ferma restando la sospensione della prescrizione;

- i reati di dichiarazione infedele od omessa non sono punibili se i debiti tributari (incluse sanzioni amministrative e interessi) sono estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti a seguito del ravvedimento operoso o della presentazione della dichiarazione omessa entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo, sempreché tali adempimenti siano intervenuti prima che l’autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali.

 

6) Accertamenti bancari anche nei confronti dei privati

Indagini bancarie: il conto cointestato non fa da scudo fiscale. I versamenti sul conto corrente devono essere adeguatamente giustificati: per provarne l’irrilevanza fiscale, è insufficiente provare che non si è l’unico titolare del deposito.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18125 del 15 settembre 2015, nella quale viene rimarcato il seguente principio:

In tema di indagini finanziarie, “i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari assumono sempre rilievo ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, se il titolare di detti conti non fornisce adeguata giustificazione, ai sensi dell’articolo 32 del Dpr 600/1973, poiché questa previsione e quella di cui all’articolo 38 del medesimo Dpr hanno portata generale, riguardando la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività svolta e dalla quale quei redditi provengano”.

Il fatto

Il contenzioso in oggetto trae origine dall’impugnazione dell’avviso di accertamento con il quale l’ufficio, esperite le indagini finanziarie nei confronti di un contribuente che dichiarava unicamente redditi di fabbricati, ai sensi dell’articolo 32, comma 1, nn. 2) e 7) del Dpr 600/1973, recuperava a imposizione le movimentazioni finanziarie rilevate sui conti correnti facenti capo allo stesso e rimaste prive di idonea giustificazione.

In riforma della sentenza della Ctp, che accoglieva il ricorso del contribuente, la Ctr della Liguria riteneva meritevoli di accoglimento le doglianze avanzate dall’ufficio nell’atto di appello, affermando che “i versamenti risultanti dai conti bancari … se non giustificati dal contribuente, si presumono, per le persone fisiche” elementi reddituali positivi e che la valenza probatoria di tale presunzione è quella di presunzione legale.

È, quindi, la parte a dover fornire prova dell’irrilevanza fiscale delle movimentazioni bancarie rinvenute e, a tal fine, non può ritenersi esaustiva la semplice allegazione della cointestazione del conto corrente alla madre.

Avverso la predetta sentenza il contribuente proponeva ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui resisteva, con controricorso, l’Agenzia delle Entrate.

La decisione

La Cassazione ha rigettato i tre motivi di ricorso dedotti dal contribuente, affermando che “… i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari assumono sempre rilievo ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, se il titolare di detti conti non fornisca adeguata giustificazione, ai sensi del Dpr 600/1973, articolo 32, poiché questa previsione e quella di cui all’articolo 38 del medesimo Dpr hanno portata generale, riguardando la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività svolta e dalla quale quei redditi provengano”.

Invero, precisa la Corte, non può inferirsi l’applicabilità dell’articolo 32 ai soli soggetti esercenti attività d’impresa o di lavoro autonomo “per via del riferimento testuale della disposizione ai ‘ricavi’ e alle ‘scritture contabili’, in quanto il dato letterale risulta limitativo unicamente della possibilità per l’ufficio di desumere reddito dai ‘prelevamenti’…”.

In altre parole: la produzione di reddito da una spesa non può presumersi in via generale e per qualsiasi contribuente, ma esclusivamente nei riguardi di imprenditori e lavoratori autonomi, per i quali soltanto le spese non giustificate possono ragionevolmente ritenersi costitutive di investimenti (cfr Cassazione 8047/2013).La Corte, da ultimo, puntualizza – in ordine al tipo di prova richiesta al contribuente per superare la presunzione di cui all’articolo 32 – che “è sì ammesso anche il ricorso alle presunzioni semplici ma le stesse devono essere sottoposte ad attenta verifica da parte del giudice, il quale è tenuto ad individuare analiticamente i fatti noti dai quali dedurre quelli ignoti, correlando ogni indizio … ai movimenti bancari cointestati, il cui significato deve essere apprezzato nei tempi, nell’ammontare e nel contesto complessivo…” (cfr Cassazione 22502/2011 e 4585/2015).

Alla luce di tale principio si appalesa, conclude la Corte, l’irrilevanza della circostanza della cointestazione del conto corrente bancario alla madre del contribuente.

 

7) Disposizioni attuative per i “non residenti Schumacker” in G.U.

Si tratta dei contribuenti che, pur rimanendo non residenti, producono in Italia almeno il 75% del proprio reddito.

I non residenti che richiedono oneri deducibili e detrazioni al sostituto di imposta dovranno certificare di aver prodotto in Italia almeno il 75% del reddito e di non beneficiare, in altri stati, delle agevolazioni previste in base alle disposizioni del Tuir.

È questo una disposizione contenuta nel Decreto 21 settembre 2015, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 231 del 5 ottobre 2015, che sblocca le disposizioni introdotte nell’articolo 24 del Tuir con la Legge n. 161 del 2014.

Tale norma è intervenuta a livello interno al fine di rimediare alla procedura di infrazione intrapresa dalla Commissione Ue per contrasto al principio di libera circolazione delle persone e dei lavoratori. L’art. 7 della legge 161 del 2014 precede che, a decorrere dal 2014, il regime di tassazione applicabile alle persone fisiche che pur essendo fiscalmente residenti in un altro stato Ue (o See) ma che producono in Italia almeno il 75% del loro reddito complessivo consente di determinare l'Irpef sui redditi prodotti in Italia applicando le medesime disposizioni previste per i contribuenti residenti a condizione che non usufruiscano nel proprio stato di residenza di analoghe agevolazioni.

Questo comporta che tali soggetti possono portare in detrazione dall’Irpef e/o dedurre dalla base imponibile i medesimi oneri detraibili e deducibili “riservati” ai soggetti fiscalmente residenti in Italia.

La modifica normativa deriva dall’applicazione dei principi fissati dalla sentenza C-279/93 del 14 febbraio 1995 (Schumacker). L’applicazione del nuovo comma 3 bis dell’articolo 24 del Tuir prevede che in deroga a quanto previsto dal comma 1, la tassazione su tali soggetti avviene secondo le disposizioni contenute negli articoli da 1 a 23 dello stesso Tuir a condizione che il reddito prodotto in Italia sia almeno il 75% del reddito complessivo. La norma, sulla base di quanto previsto dalla legge n. 161 del 2014 doveva avere efficacia dal 2014 ma tale decorrenza appare problematica alla luce del decreto emanato il 21 settembre 2015. Il testo del decreto prevede come ai soli fini della determinazione del reddito complessivamente prodotto in Italia, sono computati i redditi soggetti a imposizione nello stato di residenza o di produzione sulla base dei dati indicati nella dichiarazione dei redditi presentata nel paese di residenza o di produzione, o in altra certificazione fiscale ivi prevista. I redditi prodotti all’estero, che siano oggetto di tassazione concorrente nello stato di residenza e in quello di produzione, sono computati in base ai dati della dichiarazione dei redditi dello stato di residenza o in altra certificazione fiscale ivi prevista. Inoltre, i redditi prodotti nel territorio dello stato e dichiarati in Italia, che siano oggetto di tassazione concorrente in base alle convenzioni contro le doppie imposizioni, non rilevano quali redditi prodotti all’estero. Per quanto concerne i lavoratori dipendenti, questi dovranno rilasciare apposita dichiarazione al sostituto di imposta per fruire di detrazioni e oneri direttamente sulla retribuzione nella quale attestano di non fruire delle medesime agevolazioni in altri stati.

L’art. 2 del DM attuativo prevede che, per beneficiare degli oneri deducibili, delle detrazioni dall’imposta lorda e delle detrazioni per carichi familiari, il soggetto non residente è tenuto ad attestare al sostituto d’imposta italiano:

- la propria residenza fiscale;

- il fatto di avere prodotto in Italia almeno il 75% dei propri redditi, al lordo degli oneri deducibili;

- il fatto di non avere usufruito nello Stato di residenza e in nessun altro Stato di benefici analoghi richiesti allo Stato italiano;

- i dati anagrafici e il grado di parentela con i familiari indicati in dichiarazione;

- le condizioni di spettanza per le detrazioni per i familiari a carico.

Per il 2015 l’eventuale recupero retroattivo delle deduzioni e detrazioni non fruite nelle prime 9 mensilità di lavoro dovrebbe essere possibile in sede di conguaglio di fine anno, mentre per il 2014 dovrebbe applicarsi l’ipotesi della dichiarazione integrativa a favore.

Infine, il decreto prevede gli usuali obblighi di conservazione della documentazione rilevante (dichiarazioni dei redditi estere, certificazioni di eventuali datori di lavoro esteri, copia del bilancio dell’eventuale attività d’impresa svolta all’estero), che l’Agenzia delle entrate può richiedere nell’ambito della propria attività di controllo.

È stato pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale n. 231 del 5 ottobre 2015, il DM 30 settembre 2015 con cui il Ministero dell’Economia,in attuazione delle previsioni contenute nella legge di stabilità 2014, individua le modalità di contabilizzazione separata e i capitoli di spesa da alimentare con le maggiori entrate fiscali derivanti dalle modifiche normative introdotte con il decreto “Salva Italia”.

La legge di stabilità 2014 (art. 1, comma 508 della L. 147/2013), al fine di assicurare il concorso delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano all’equilibrio dei bilanci e alla sostenibilità del debito pubblico ha previsto che le nuove e maggiori entrate erariali derivanti dalle disposizioni introdotte con il D.L. 138/2011 (c.d. “Decreto anticrisi”) e dal D.L. 201/2011 (“Salva Italia”), sono riservate all’Erario, per un periodo di 5 anni a decorrere dal 1° gennaio 2014.

 

8) Le casse edili fruiscono dell’esenzione da IMU e TASI

Gli immobili posseduti e utilizzati dagli enti non commerciali, nel caso di specie, dalle casse edili, per lo svolgimento dell’attività previdenziale, rientrano nella disciplina che regola l’esenzione dall’IMU e dalla TASI.

Lo ha precisato il Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, con la risoluzione n. 8/DF del 5 ottobre 2015. Secondo il Dipartimento delle Finanze, le casse edili posseggono i requisiti di carattere soggettivo, oggettivo, generali e di settore, richiesti dalla legge per beneficiare dell’agevolazione fiscale.

Per poter beneficiare dell’esenzione dall’IMU e dalla TASI, nei limiti previsti dalla legge, le casse edili devono possedere contemporaneamente i requisiti di carattere soggettivo e oggettivo, previsto dall’art. 7, comma 1, lettera i), D.Lgs. n. 504/1992, nonché quelli generali e di settore, stabiliti rispettivamente agli articoli 3 e 4 del regolamento n. 200/2012.

Innanzitutto, precisa il Dipartimento delle Finanze, il possesso del requisito di carattere soggettivo è rinvenibile nella fattispecie delle casse edili, definite dall’art. 37 del Contratto collettivo nazionale del settore edile e affini quali “organismi di origine contrattuale e sindacale a carattere paritetico, cui è demandato dall’ordinamento il perseguimento di specifiche finalità assistenziali e previdenziali a favore degli iscritti”.

La neo risoluzione chiarisce che entrambi i requisiti sono rinvenibili nella fattispecie in esame in quanto le casse edili:

- sono organismi di origine contrattuale e sindacale a carattere paritetico con il fine del perseguimento di specifiche finalità assistenziali e previdenziali a favore degli iscritti, come previsto dall’articolo 37 del Contratto collettivo nazionale del settore edile e affini;

- svolgono “attività strettamente funzionali e inerenti all’erogazione di prestazioni previdenziali e assistenziali obbligatorie”, così come definito dall’articolo 1, comma 1, lett. g), D.M. 200/2012. In merito la Corte di Cassazione ha evidenziato che le casse edili adempiono a vere e proprie prestazioni previdenziali, provvedendo alla riscossione dei relativi contributi, integrando i trattamenti di malattia e infortunio, sostenendo il reddito dei lavoratori durante fasi di sospensione del rapporto dovute a crisi (sentenze n. 25888/2008 e n. 6869/2012).

 

9) Leasing finanziario: intervento delle sezioni unite della Cassazione

Nel leasing finanziario l’utilizzatore non può chiedere la risoluzione al fornitore. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, a sezioni unite, con la sentenza n. 19785 del 5 ottobre 2015, che inquadra la natura del contratto di leasing come ipotesi di collegamento negoziale.

Nel contratto di leasing finanziario, l’utilizzatore non possiede la legittimazione ad esperire l’azione di risoluzione del contratto di vendita intervenuto tra utilizzatore e società di leasing (concedente), a meno che una specifica clausola contrattuale non gli trasferisca la posizione sostanziale del concedente.

La questione risolta dalle sezioni unite riguarda la possibilità, in caso di locazione finanziaria, per l’utilizzatore, di avanzare, oltre alla pretesa all’adempimento del contratto di fornitura ed al risarcimento del danno conseguentemente sofferto, anche la domanda di risoluzione del contratto di vendita tra fornitore e la società di leasing, in assenza di una specifica clausola che trasferisca la posizione sostanziale del concedente all’utilizzatore.

La Suprema Corte aderisce alla tesi del collegamento negoziale che, precisa la Corte, è evidenziato dalle clausole contrattuali contenute in entrambi i contratti, che possono giungere a riconoscere in capo all’utilizzatore il diritto di rivolgersi direttamente alla parte venditrice per i reclami relativi ai vizi della cosa venduta. Tali clausole consentono di configurare il contratto di fornitura alla stregua di un contratto produttivo di alcuni effetti obbligatori a favore del terzo utilizzatore, senza necessità di ipotizzare la presenza di un mandato, implicito al contratto di leasing, volto ad assicurare all’utilizzatore i diritti di azione riconosciuti dalla legge al mandante nel mandato senza rappresentanza.

Tuttavia, in assenza di simili clausole, non è possibile eludere la “regola base in tema di effetti del contratto”, in base alla quale il contratto non produce effetti verso i terzi se non in ipotesi previste dalla legge.

Tali conclusioni, secondo i giudici supremi, non possono essere revocate in dubbio neppure sulla base della teoria del “collegamento negoziale in senso tecnico”, che comporterebbe il riflettersi dell’invalidità di uno dei contratti collegati sull’altro.

 

10) Nuovo trattamento di CIGS: circolare del Welfare

“Nuova” CIGS applicabile alle istanze presentate dal 24 settembre 2015. Il Ministero del Lavoro, con la circolare n. 24 del 5 ottobre 2015, ha fornito chiarimenti riguardo le novità del D.Lgs. 148/2015.

Si tratta delle prime indicazioni in materia, con particolare riferimento al trattamento di CIGS.

Le nuove disposizioni, applicabili ai trattamenti per i quali è stata presentata istanza a decorrere dal 24 settembre 2015 (data di entrata in vigore del citato decreto attuativo del Jobs Act), interessano i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato (anche di apprendistato professionalizzante), esclusi i dirigenti e i lavoratori a domicilio. In particolare, nella circolare viene chiarito che per i lavoratori beneficiari è richiesta un’anzianità di almeno 90 giornate di effettiva presenza al lavoro, a prescindere dalla loro durata oraria, compresi i periodi di sospensione del lavoro derivanti da ferie, festività, infortuni e maternità obbligatoria.

Quanto alla durata massima dei trattamenti, l’art. 4 del D.Lgs. 148/2015 stabilisce che essi non possano superare complessivamente i 24 mesi in un quinquennio mobile, ad eccezione dei casi di concessione di CIGS a seguito della stipula di contratti di solidarietà difensivi ex DL 726/84. In tale situazione, ricorda il Ministero, la durata viene computata nella misura della metà per la parte non eccedente i 24 mesi e per intero per la parte eccedente. A titolo esemplificativo, se nel quinquennio mobile l’azienda chiede il trattamento di CIGS solo per la causale “contratto di solidarietà”, la durata massima dell’intervento potrà raggiungere i 36 mesi, poiché fino a 24 mesi l’intervento sarà computato per 12 mesi (la metà), cui potranno aggiungersi altri 12 mesi fino al raggiungimento dei 24 mesi complessivi. Un’ulteriore eccezione, ricorda il Ministero, riguarda le imprese edili e affini, per le quali il limite di durata massima dei trattamenti è fissato a 30 mesi.

Un altro rilevante tema che viene spiegato nella neo circolare riguarda le tre causali di intervento CIGS definite dall’art. 21 del decreto in esame.

L’intervento è possibile laddove la sospensione o la riduzione dell’attività sia determinata da: riorganizzazione aziendale; crisi aziendale, ad esclusione, dal 1° gennaio 2016, dei casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa; contratto di solidarietà. Ciò premesso, il Ministero precisa che la causale di riorganizzazione aziendale, prevista dal citato art. 21, assorbe e ricomprende le fattispecie della ristrutturazione e conversione aziendale previste dal previgente art. 1 della L. 223/91. Invece, con riferimento alla causale di crisi aziendale, si sottolinea che essa ricomprende solo fino al 31 dicembre 2015 la crisi per cessazione di attività. Pertanto, entro tale data dovranno essere perfezionati i requisiti per l’ammissione al trattamento in questione, con particolare riferimento alla stipula dell’accordo in sede istituzionale e alla presentazione dell’apposita istanza di ammissione.

Per quanto riguarda la causale di intervento legata alla stipula dei contratti di solidarietà, il Ministero del Lavoro ricorda che la riduzione media oraria prevista negli accordi non potrà superare il 60% dell’orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati, mentre per ciascuno di essi la riduzione non potrà essere superiore al 70% nell’arco dell’intero periodo per il quale il contratto di solidarietà è stipulato. Infine, viene precisato che le quote di accantonamento del TFR, relative alla retribuzione persa a seguito della riduzione dell’orario di lavoro per stipula del contratto di solidarietà, sono a carico della gestione di afferenza, ad eccezione di quelle relative ai lavoratori licenziati per motivo oggettivo o nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo, entro 90 giorni dal termine del periodo di fruizione dell’integrazione salariale. Per le altre causali di CIGS, le quote di TFR sono a carico del datore di lavoro.

 

Vincenzo D’Andò