Diario quotidiano del 30 luglio 2014: affitti in nero e dichiarazioni dell’inquilino

Pubblicato il 30 luglio 2014



è il giudice che deve accertare il dolo per l’omesso versamento di ritenute; verifica fiscale: PVC assistito da fede privilegiata; premio di fine anno alla clientela di altra società non elusivo; accertamento del reddito da locazione: rilevano le dichiarazioni dell’inquilino; studi di settore non applicabili in presenza di “altri redditi”; addizionale del 10% su bonus e stock option delle banche; rimborsi Iva: modello TR da presentare entro il 31 luglio 2014; fondazione: erogazioni liberali riversate deducibili?; cancellazione ipoteche on line: pronta la via della comunicazione; contratto di lavoro intermittente e lavoro notturno: controlli preventivi e periodici; disponibile online il vademecum alla certificazione dei crediti; ripristinato l’incentivo per l’assunzione di donne

 

Indice:

 1) E’ il giudice che deve accertare il dolo per l’omesso versamento di ritenute

 2) Verifica fiscale: PVC assistito da fede privilegiata

 3) Premio di fine anno alla clientela di altra società non elusivo

 4) Accertamento del reddito da locazione: rilevano le dichiarazioni dell’inquilino

 5) Studi di settore non applicabili in presenza di “altri redditi”

 6) Legittima l’addizionale del 10% su bonus e stock option delle banche

 7) Rimborsi Iva: modello TR da presentare entro il 31 luglio 2014

 8) Fondazione: erogazioni liberali riversate deducibili ?

 9) Cancellazione ipoteche on line: pronta la via della comunicazione

 10) Contratto di lavoro intermittente e lavoro notturno: controlli preventivi e periodici

 11) Disponibile online il vademecum alla certificazione dei crediti

 12) Ripristinato l’incentivo per l’assunzione di donne

 

 

1) E’ il giudice che deve accertare il dolo per l’omesso versamento di ritenute

L’omesso accertamento della sussistenza del dolo generico ascrivibile al datore di lavoro che non ha versato le ritenute dovute all’erario, può comportare l’annullamento della condanna prevista per la violazione di cui all’art. 10 bis, D.Lgs. n. 74/2000. Ciò, specie con riguardo ai casi di avvenuto ritardato versamento dei tributi dovuti.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 30574 del 11 luglio 2014.

Il contribuente aveva presentato ricorso avverso la sentenza della Corte d’appello, confermativa della sentenza del Tribunale, con cui il ricorrente veniva condannato per il reato di cui all’art. 10 bis, D.Lgs. n. 74/2000 alla pena sospesa di quattro mesi di reclusione. Deduceva il ricorrente la mancanza della motivazione in relazione ai fatti contestati e alla condotta ascritta al medesimo nonché dell’elemento psicologico ed al nesso di causalità tra condotta ed evento. I giudici d’appello avrebbero recepito acriticamente la sentenza di primo grado, senza affrontare le doglianze espresse nell’atto di appello, in particolare per quanto concerne l’assoluta assenza dell’elemento psicologico del reato; apparirebbe, in particolare, arduo sostenere che il ricorrente abbia agito allo scopo di non versare le somme dovute al solo scopo di ledere l’interesse dell'erario alla corretta e puntuale percezione dei tributi dovuti; il ricorrente, a seguito di contestazione dell’Agenzia delle entrate con cui gli si chiedevano chiarimenti in relazione alla dichiarazione relativa all’anno di imposta (mod. 770/2005 semplificato) essendosi accertato il mancato versamento delle ritenute relative all’anno di imposta 2004, non appena appresa l’irregolarità aveva provveduto tempestivamente al versamento, comprensivo di sanzioni ed interessi; si sarebbe trattato, quindi, di una dimenticanza non potendo parlarsi di dolo, nemmeno generico, del ricorrente; ciò sarebbe dipeso, secondo il ricorrente, dal fatto che la condotta omissiva contestatagli era stata commessa qualche mese dopo l’entrata in vigore della legge finanziaria 2005 che aveva posticipato il termine per eseguire i versamenti fino al termine per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto d'imposta, comminando una sanzione penale; è quindi plausibile, in applicazione dell’art. 5 c.p., che stante il breve periodo temporale intercorso tra l’entrata in vigore della predetta legge e il tempus commissi delicti, che il ricorrente non fosse ancora a conoscenza delle innovazioni legislative o che non si fosse tempestivamente informato dal suo consulente fiscale, non commettendo quindi con dolo il fatto ascrittogli; la Corte territoriale, sul punto, sarebbe del tutto mancante di motivazione, non avendo accertato i giudici dell’appello l’esistenza dell’elemento psicologico. I supremi giudici hanno accolto le doglianze espresse in ricorso. Invero, emerge dall’impugnata decisione l’assoluta mancanza di motivazione in ordine alla doglianza, proposta con i motivi di appello, avente ad oggetto la richiesta assolutoria per insussistenza del fatto o per difetto dell’elemento psicologico del reato. Sul punto, la Corte territoriale sì limita a descrivere, in fatto, quanto oggetto di accertamento, evidenziando - quanto alla circostanza del tardivo pagamento - che al ricorrente era stata riconosciuta l’attenuante speciale di cui all'art. 13, D.Lgs. n. 74/2000. Nulla è indicato, in sentenza, quanto alle ragioni per le quali, nonostante il tardivo pagamento, l’omesso versamento delle ritenute certificate dovesse ritenersi doloso. Né, a sanare l’omessa motivazione sul punto, ripara il richiamo alla sentenza di primo grado, la cui motivazione - attesa la natura di doppia conforme - può saldarsi con quella d’appello, a condizione però, come più volte affermato, che giudici di appello abbiano esaminato le censure proposte dall'appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai fondamentali passaggi logico-giuridici della decisione. La motivazione detta sentenza di primo grado, quanto alla prova dell’elemento psicologico, è apparente e tautologica, limitandosi ad affermare che la prova “la si ricava dagli stessi elementi obbiettivi dei fatti, che sono espressione di una precisa e completa rappresentazione e volizione dei fatti”. Affermazione, questa, assolutamente inconsistente, poiché, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 10-bis, D.Lgs, n. 74/2000, l’elemento soggettivo richiesto è il dolo generico, che richiede la mera consapevolezza della condotta omissiva; non si tratta, tuttavia, di un dolo in “re ipsa” in quanto lo stesso deve essere provato, e di tate prova manca un’adeguata e logica motivazione nell’impugnata sentenza ed in quella di primo grado. L’impugnata sentenza è stata, pertanto, annullata senza rinvio.

 

2) Verifica fiscale: PVC assistito da fede privilegiata

Il PVC dei verificatori fiscali è assistito da fede privilegiata. Difatti, ai sensi dell’art. 2700 c.c., gode della stessa efficacia dell’atto pubblico e, per contestarlo, è necessaria la proposizione della querela di falso.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 15191 del 03 luglio 2014.

Dunque, il processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza o da un altro organo di controllo fiscale, che sia allegato a un atto impositivo o il cui contenuto sia trascritto nella motivazione dello stesso, ha la valenza probatoria dell’atto pubblico che il giudice di merito è tenuto a valutare, dandone adeguato conto nella motivazione della sentenza.

Fatto

La controversia è stata promossa da una società cooperativa avverso l’atto di diniego relativo a un rimborso di Iva del 2005.

Il ricorso proposto dalla società è stato accolto in entrambi i gradi di giudizio.

L’Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione di secondo grado dinanzi ai giudici della Corte suprema, affidando il ricorso a tre motivi.

Con la prima causa di doglianza, l’ufficio ha denunciato la violazione dell’articolo 2699 del codice civile, nel punto in cui i giudici della Commissione tributaria regionale avevano escluso il valore probatorio delle risultanze del processo verbale di constatazione allegato all’atto di diniego.

Con il secondo motivo di ricorso, l’Amministrazione ha lamentato che i giudici dell’appello avevano posto a fondamento della loro decisione l’estraneità della cooperativa alla mancata dichiarazione dei redditi da parte di un’impresa fornitrice.

Con la terza e ultima motivazione, l’Agenzia ha assunto la violazione degli articoli 19 e 30 del Dpr 633/1972, dato che la Commissione di merito aveva riconosciuto il diritto al rimborso dell’Iva, pur in presenza di contestazioni relative a operazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti.

Esaminato il ricorso, la Corte suprema ha accolto le ragioni del Fisco, decidendo per la cassazione con rinvio della sentenza impugnata.

Decisione

In merito al primo punto di doglianza, i giudici di legittimità hanno confermato il valore probatorio delle risultanze contenute nel processo verbale di constatazione allegato all’atto di diniego del rimborso Iva, erroneamente escluso dalla Ctr.

A sostegno del principio, i giudici hanno ribadito quanto enunciato con la sentenza 4306/2010, emessa in tema di violazione Iva oggetto di accertamento nell’ambito dell’attività di polizia tributaria.

In quella sede, è stato chiarito che le risultanze delle indagini e dei controlli – ad esempio, dichiarazioni rilasciate da terzi, controlli nei confronti di altre società, atti trasmessi dalla Guardia di finanza o verbali contenenti intercettazioni telefoniche disposte in sede penale – “se contenuti negli atti (come il processo verbale di constatazione) allegati all’avviso di rettifica notificato o trascritti essenzialmente nella motivazione dello stesso, costituiscono parte integrante del materiale indiziario e probatorio”.

In tale ambito, il giudice tributario di merito è tenuto a valutare il valore probatorio della documentazione, dandone adeguata motivazione nella sentenza.

Per consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, il processo verbale di constatazione, redatto dalla Guardia di finanza o da altro organo di controllo fiscale, gode della medesima efficacia dell’atto pubblico.

A tal riguardo, ai sensi dell’articolo 2700 del codice civile, l’atto è assistito da “fede privilegiata” in merito alla provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, alle dichiarazioni delle parti e agli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza o da lui compiuti e, “per contestare tali fatti, è pertanto necessaria la proposizione della querela di falso”.

La Corte ha ritenuto altresì fondato il motivo di doglianza proposto dall’Agenzia delle Entrate in merito alla violazione – da parte dei giudici di merito – delle norme che regolano il diritto alla detrazione dell’Iva e il rimborso dell’eccedenza.

È principio oramai consolidato che i diritti alla detrazione dell’Iva e al rimborso della relativa eccedenza, disciplinati rispettivamente dagli articoli 19 e 30 del Dpr 633/1972, sono condizionati alla regolarità delle scritture contabili, con particolare riguardo alla conformità della fattura, in quanto documento idoneo a rappresentare un costo dell’impresa.

Fatto salvo tale principio, in caso di contestazione di indebita detrazione dell’Iva riferita a operazioni oggettivamente o soggettivamente inesistenti, spetta in primis all’Amministrazione finanziaria, che adduce la falsità del documento, provare che l’operazione commerciale in realtà non è mai stata posta in essere. La prova può essere fornita “anche attraverso elementi presuntivi che il giudice tributario di merito, investito della controversia sulla legittimità e fondatezza dell’atto impositivo, è tenuto a valutare, singolarmente e complessivamente”.

Soltanto nel caso in cui il giudice adito ritenga tali elementi dotati dei caratteri di “gravità, precisione e concordanza consentirà al contribuente, che ne diviene onerato, di provare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate (v. Sent. n.

17977 del 24/07/2013)”. Nel caso di specie, i militari verificatori avevano rilevato una serie di indizi gravi, precisi e concordanti tali da ritenere le operazioni commerciali – alle quali si riferiva il rimborso dell’Iva – inesistenti, ossia: la mancanza di subappaltatori, nonché l’assenza di strutture, di beni strumentali e di contabilità della società appaltatrice. Elementi che, tuttavia, non erano stati valutati dai giudici di merito, i quali – al contrario – si erano limitati a riconoscere il diritto al rimborso dell’imposta a favore della cooperativa, senza dare adeguata motivazione sulla legittimità e fondatezza dell’atto di diniego.

 

3) Premio di fine anno alla clientela di altra società non elusivo

Non può essere ripreso a tassazione l’acconto come sconto praticato alla clientela di altra società. Il tutto non integra un intento elusivo. Il costo ritenuto deducibile dal privato è contestabile solo con adeguati motivi. La deducibilità o meno di una somma che difetta dei requisiti di certezza e determinatezza può giustificare il vizio dell’omessa pronuncia o del difetto di motivazione la cui censura deve avere degli elementi validi e specifici. Se non specificati incidono anche sull’autosufficienza.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 14910 del 2014. Nel caso di specie, dinnanzi la Suprema Corte, l’Agenzia delle entrate proponeva ricorso avverso una sentenza della Ctr, affidandosi a un unico motivo: i giudici di secondo grado avevano, infatti, annullato l’avviso di accertamento emesso nei confronti di una società incorporante per la ripresa a tassazione Iva, in relazione al mancato versamento del tributo riconosciuto dalla incorporata a un’altra società a titolo di acconto sconto clientela.

Riteneva la Ctr che non era pertinente discorrere di “acconto in denaro”, come sostenuto dall’Amministrazione finanziaria, poiché ci si trovava di fronte a degli accordi negoziali intercorsi tra le parti “che giustificavano il riconoscimento di un premio di fine anno ai clienti per un raggiungimento di un determinato fatturato o comunque per offrire loro incentivi a futuri acquisti”. Non configurava, pertanto, nessun intento elusivo in capo alle parti “contraenti”.

L’Agenzia delle entrate deduceva, allora, dinnanzi la Corte di Cassazione “violazione e falsa applicazione degli articoli 108 e 109 del Tuir, nonché degli articoli 2, comma 3 lettera a) e 11, comma 1, del Dpr 633/72, in relazione all’articolo 360, comma 1, del Cpc”. Assumeva che la Ctr aveva compiuto un giudizio erroneo, atteso che, la somma ritenuta deducibile, difettava dei requisiti di determinatezza e certezza. Di contro, riteneva la Suprema Corte, che, sotto tale aspetto, la censura poteva giustificare il vizio dell’omessa pronuncia o del difetto di motivazione.

 

4) Accertamento del reddito da locazione: rilevano le dichiarazioni dell’inquilino

Ai fini dell’accertamento del reddito da locazione sono rilevanti le dichiarazioni rese alla Guardia di finanza dagli inquilini. Questi dati, infatti, non trovano lo sbarramento del divieto della prova testimoniale tanto più se suffragati da altri elementi, quali l’ubicazione dell’immobile. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 16223 del 16 luglio 2014, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate. Insomma, il giudice tributario deve tenere conto delle dichiarazioni rese alle Fiamme gialle e le norme sul processo tributario non impongono alcun divieto in senso stretto. Sul punto il Collegio di legittimità motiva che nel processo tributario, le dichiarazioni del terzo, acquisite dalla Guardia di finanza e trasfuse nel processo verbale di constatazione, a sua volta recepito dall’avviso di accertamento, hanno valore indiziario. In altro termini, la limitazione vale soltanto per la diretta assunzione, da parte del giudice stesso, della narrazione dei fatti della controversia compiuta da un terzo, ovverosia per quella narrazione che, in quanto richiedente la formulazione di specifici capitoli e la prestazione di un giuramento da parte del terzo assunto quale teste, acquista un particolare valore probatorio. Le dichiarazioni, invece, dei terzi, raccolte da verificatori o finanzieri e inserite, anche per riassunto, nel processo verbale di constatazione, hanno natura di mere informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative e sono, pertanto, pienamente utilizzabili quali elementi di convincimento.

 

5) Studi di settore non applicabili in presenza di “altri redditi”

Più difficile per il fisco accertare sinteticamente il reddito dei professionisti che svolgono diverse attività. Sono infatti inapplicabili gli studi di settore al commercialista che percepisce redditi «non da lavoro autonomo», ad esempio, in virtù di partecipazioni societarie. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 16199 del 16 luglio 2014, ha accolto il ricorso di una commercialista che contestava l’applicazione degli standard del fisco nonostante lo scostamento fosse giustificato dalla sua partecipazione societaria a una piccola impresa. Dunque, per la Suprema corte, l’ufficio avrebbe dovuto prendere in considerazione, prima di emettere l’accertamento, i punti esposti dalla professionista in contraddittorio e cioè il suo reddito, dichiarato, dalla partecipazione alla snc. Il Collegio di legittimità ha riadattato a questo caso il principio generale secondo cui «la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standard in sé considerati - meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività - ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente».

 

6) Legittima l’addizionale del 10% su bonus e stock option delle banche

Legittima la stangata fiscale su bonus e stock option erogati a banchieri e manager finanziari. L’extra-prelievo del 10% sui premi di risultato contribuisce a evitare politiche gestionali imprudenti, volte a massimizzare i profitti di breve periodo a costo di accollarsi rischi eccessivi per l’istituto e per il sistema. Non c’è quindi alcuna violazione né all’articolo 3 (principio di uguaglianza) né all’articolo 53 (capacità contributiva) della Costituzione.

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza n. 201/2014 del 16 luglio 2014. Con il D.L. n. 78/2010 l’Italia ha infatti previsto un’addizionale del 10% sui bonus spettanti a dirigenti e amministratori del mondo bancario e finanziario. In particolare, il prelievo colpisce i compensi variabili che eccedono la parte fissa della retribuzione. Un dirigente di banca, dopo aver vanamente chiesto al fisco il rimborso di quanto trattenuto in busta paga sul bonus, aveva presentato ricorso presso la Ctp Lecco. Da qui la questione di legittimità costituzionale.

Secondo i giudici delle leggi, tuttavia, la tassazione aggiuntiva è stata introdotta a seguito delle deliberazioni del G-20 di Pittsburgh 2009, con l’obiettivo di scoraggiare «modalità remunerative variabili considerate pericolose per la stabilità finanziaria». La sentenza richiama pure la direttiva 2013/36/Ue, laddove questa si occupa delle politiche di remunerazione e dei rischi collegati alle forme retributive variabili. La norma italiana, secondo la Consulta, è quindi «coerente con il coevo atteggiamento manifestatosi a livello internazionale».

 

7) Rimborsi Iva: modello TR da presentare entro il 31 luglio 2014

Entro il 31 luglio 2014 è possibile presentare l’istanza per il rimborso o la compensazione del credito Iva del secondo trimestre, cui hanno diritto i creditori in possesso dei presupposti richiesti dall’art. 38-bis, secondo comma, del DPR n. 633/72. L’istanza, da trasmettere per via telematica, va compilata utilizzando il modello TR, nell’ultima versione approvata dall’Agenzia delle entrate il 26 marzo scorso. La richiesta di rimborso dovrà essere seguita dalla prestazione della garanzia patrimoniale (fideiussione ecc.), che non occorre invece per la compensazione. Questo in base alla normativa in vigore, mentre all’orizzonte si profilano le novità previste dallo schema di dlgs sulle semplificazioni fiscali, fra le quali l’estensione dei visto di conformità, in alternativa alla garanzia, anche ai rimborsi infrannuali.

Chi ha diritto di presentare l’istanza

Possono accedere al recupero del credito infrannuale i contribuenti che si trovano in una delle seguenti situazioni:

- I contribuenti che effettuano operazioni attive la cui aliquota media, maggiorata del 10%, risulta inferiore a quella mediamente pagata sugli acquisti e sulle importazioni. Nel calcolo dell’aliquota media si tiene conto anche delle operazioni sottoposte al meccanismo dell’inversione contabile, mentre sono esclusi gli acquisti e le cessioni di beni ammortizzabili;

- I contribuenti che effettuano operazioni non imponibili (es. cessioni all’esportazione, operazioni verso gli esportatori abituali, cessioni intracomunitarie ecc.) per ammontare superiore al 25% di tutte le operazioni effettuate nel periodo. Da quest’anno, la realizzazione del presupposto è divenuta più difficile, essendo stati recepiti nel modello TR gli effetti dell’estensione dell’obbligo di fatturazione alle operazioni non territoriali, l’importo delle quali concorre ora alla determinazione del totale delle operazioni attive al quale rapportare l’ammontare delle operazioni non imponibili;

- I contribuenti che effettuano acquisti e importazioni di beni ammortizzabili per importo superiore a due terzi dell’ammontare complessivo di tutti gli acquisti e le importazioni di beni e servizi imponibili (in questo caso non è rimborsabile l’intero credito del trimestre, ma soltanto quello riferibile agli acquisti ed alle importazioni di beni ammortizzabili);

- I soggetti passivi non stabiliti in Italia, identificati direttamente o mediante rappresentante fiscale;

- I contribuenti che effettuano, nei confronti di soggetti passivi non stabiliti in Italia, per un importo superiore al 50% dell’ammontare di tutte le operazioni effettuate, le seguenti prestazioni di servizi: lavorazioni relative a beni mobili materiali, trasporti di beni e relative prestazioni di intermediazione, prestazioni di servizi accessorie ai trasporti di beni e relative prestazioni di intermediazione, prestazioni di servizi di cui all’art. 19, comma 3, lettera a-bis), del DPR 633/72 (servizi esenti di natura creditizia, finanziaria, assicurativa resi a soggetti stabiliti fuori dell’Ue o relativi a beni destinati ad essere esportati fuori dell’Ue).

 

8) Fondazione: erogazioni liberali riversate deducibili?

I contributi versati a una Fondazione senza fini di lucro sono deducibili dal reddito d’impresa, ma, attenzione, quando la stessa Fondazione “gira” il finanziamento a una Srl, che svolge un’attività commerciale, salta sia la finalità etica alla base dell’agevolazione sia la deduzione.

In sostanza, la persona giuridica senza scopo di lucro beneficiaria di sovvenzioni può, in linea generale, diventare a sua volta soggetto erogante finanziamenti nei confronti di altri organismi. Questi, però, chiarisce la risoluzione n. 74/E del 29 agosto 2014 dell’Agenzia delle entrate, ai fini della deduzione, devono svolgere attività tutelate dalla norma di favore, ossia dall’articolo 100, comma 2, lettera a), del Tuir.

Il documento di prassi dell’Agenzia delle Entrate risponde all’interpello di una banca che annualmente eroga contributi a favore di una Fondazione della quale è anche socio fondatore e chiede se tali finanziamenti usufruiscono della deduzione prevista dalla norma su richiamata.

Le finalità delle attività svolte dalla Fondazione sono senza scopo di lucro.

Diversi gli ambiti operativi dell’ente, dalla beneficienza nei settori dell’educazione e dell’istruzione, alla promozione della ricerca scientifica, dalle iniziative culturali e a sostegno del turismo a quelle per la salvaguardia dell’ambiente.

La Fondazione, oltre a scendere in campo “di persona”, persegue gli intenti elencati nello statuto, finanziando iniziative di altri soggetti che abbiano gli stessi obiettivi di interesse sociale, di innovazione e sviluppo.

Tra i diversi interventi, specifica l’interpellante, uno, in particolare, riguarda il contributo fornito dall’ente a una Srl che gestisce un centro sportivo con piscina.

La Fondazione, chiarisce nella sua risposta l’Agenzia, possiede i requisiti, opera e contribuisce nell’ambito di progetti riconducibili tra quelli previsti dall’articolo 100, comma 2, lettera a) del Tuir, di conseguenza, le somme corrisposte dalla banca, possono beneficiare della deduzione prevista dal regime di favore anche se, a volte, il denaro viene ridistribuito per realizzare progetti portati avanti da altri. L’importante è che il percorso e l’utilizzo delle donazioni siano adeguatamente tracciabili e abbinabili a un piano già definito al momento del versamento.

Condizioni necessarie sono, inoltre, che i terzi abbiano gli stessi requisiti dei soggetti destinatari delle erogazioni liberali (personalità giuridica, finalità non lucrative e perseguimento “esclusivo” delle finalità previste dalla norma) e che realizzino “direttamente” i progetti. Non è consentito, infatti, il fenomeno delle erogazioni a catena attraverso molteplici passaggi tra enti diversi.

La risoluzione ricorda che l’assenza del fine di lucro non coincide necessariamente con la “non commercialità” dell’ente e che tale requisito deve risultare da un’espressa previsione statutaria ed esplicitarsi nella concreta attività svolta, anche attraverso la destinazione del patrimonio e degli utili – di cui deve essere esclusa la ripartizione – alle stesse finalità sociali perseguite.

È chiaro, in sintesi, che il legislatore ha inteso favorire le erogazioni dirette a determinate figure giuridiche che non operano per profitto e che agiscono con specifiche finalità (educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria, culto e ricerca scientifica).

Senza sconto, quindi, le somme corrisposte dalle imprese a organismi con fini di lucro. Di conseguenza, tornando al caso dell’interpello, non usufruiscono della deduzione gli importi corrisposti dalla banca e riversati dalla Fondazione alla piscina, non avendo la Srl le caratteristiche non lucrative indispensabili all’applicazione dell’agevolazione.

 

9) Cancellazione ipoteche on line: pronta la via della comunicazione

Dall’inizio del prossimo anno sarà l’unica strada percorribile, ma, fino ad allora, gli enti creditori tenuti all’adempimento potranno utilizzare le modalità già collaudate.

Approvate con provvedimento direttoriale del 29 luglio 2014 e disponibili, sul sito delle Entrate, le specifiche tecniche per la trasmissione telematica della comunicazione attestante l’avvenuta estinzione del mutuo, che banche, intermediari finanziari, enti previdenziali concedenti dovranno utilizzare obbligatoriamente dall’1 gennaio 2015, ai fini della cancellazione delle ipoteche.

Il procedimento di cancellazione d’ipoteca coincidente con il riscatto del debito,

prevede che la stessa sia rimossa d’ufficio – senza alcun onere per il debitore –

semplicemente con una comunicazione del creditore alla conservatoria dei registri immobiliari.

Tale procedura, disciplinata in primis dagli articoli 40-bis e 161 del Dlgs 385/1993, prevede, nello specifico, che la banca (l’intermediario finanziario, l’ente previdenziale), concedente il mutuo o il finanziamento, rilasci al debitore una quietanza certificante la data di estinzione dell’obbligazione e trasmetta, entro trenta giorni dalla stessa data, la relativa comunicazione al conservatore secondo specifiche modalità.

Con provvedimento del 9 ottobre 2007, l’allora direttore dell’Agenzia del territorio aveva definito sia la procedura sia le specifiche tecniche per l’invio telematico delle suddette comunicazioni. Successivamente, il Dl 16/2012, ha esteso il procedimento semplificato di cancellazione alle ipoteche iscritte da oltre venti anni e non rinnovate (comma 7-quinquies, articolo 161, Dlgs 385/1993).

Si è reso dunque necessario aggiornare le modalità telematiche di trasmissione: ora sono pronte. Le nuove specifiche tecniche, ora contenenti anche la descrizione dell’immobile, potranno essere utilizzate dall’1 settembre prossimo e sostituiranno quelle approvate con il provvedimento del direttore dell’Agenzia del territorio del 9 ottobre 2007 solo dall’1 gennaio 2015. Fino al 31 dicembre sarà possibile utilizzare entrambe le specifiche.

 

10) Contratto di lavoro intermittente e lavoro notturno: controlli preventivi e periodici

Il Ministero del Lavoro, con la nota n. 37/0013330 del 22 luglio 2014, ha risposto ad un quesito della Direzione territoriale del lavoro di Cuneo in merito agli obblighi di cui all’art. 14, comma 1, del Decreto Legislativo n. 66/2003, relativamente ai lavoratori assunti con contratto di lavoro intermittente ed impiegati durante il periodo notturno, ossia durante il “periodo di almeno 7 ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le 5 del mattino“.

Il Ministero precisa che per ricondurre la prestazione del lavoratore intermittente nell’alveo del lavoratore notturno è necessario riferirsi ai criteri previsti dal punto 2 dell’art. 1, comma 1, lett. e) Decreto Legislativo n. 66/2003: “qualsiasi lavoratore che svolga durante il periodo notturno almeno una parte del suo orario di lavoro secondo le norme definite dai contratti collettivi di lavoro. In difetto di disciplina collettiva è considerato lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che svolga per almeno 3 ore lavoro notturno per un minimo di 80 giorni lavorativi all’anno; il suddetto limite minimo è riproporzionato in caso di lavoro a tempo parziale“.

In considerazione di ciò, se il legislatore ha richiesto, in relazione ad un lavoratore a tempo pieno, un impegno notturno non inferiore agli 80 giorni lavorativi all’anno per l’applicazione dei relativi obblighi di controllo “volti a verificare l’assenza di controindicazioni al lavoro notturno“, il ministero ha ritenuto – con la presente nota – che analogo limite minimo possa costituire una valida garanzia anche per i lavoratori intermittenti, rispetto ai quali non è peraltro quantificabile preventivamente il complessivo impegno lavorativo.

Ne consegue che gli obblighi di tutela in caso di prestazioni di lavoro notturno (previsti dall’art. 14 del Decreto Legislativo n. 66/2003) nei confronti dei lavoratori intermittenti debbano essere assolti nelle ipotesi in cui i lavoratori interessati siano impiegati per un minimo di 80 giorni l’anno e pertanto anche i controlli preventivi dovranno essere effettuati prima della effettuazione della ottantesima giornata di prestazione notturna.

 

11) Disponibile online il vademecum alla certificazione dei crediti

È disponibile sul sito web del MEF http://www.mef.gov.it/certificazionecrediti/ la guida alla certificazione dei crediti. Il Vademecum, dal titolo “Vademecum Breve guida alla certificazione dei crediti”, fa seguito agli impegni assunti nel Protocollo sottoscritto il 21 luglio 2014 dal Ministro Padoan, da Cassa Depositi e Prestiti s.p.a e dai rappresentanti di regioni, province, comuni, imprese, ordini professionali e banche. Si comunica che, tenuto conto della normativa in vigore, ai fini della cessione del credito a banche e intermediari finanziari abilitati, per poter beneficiare della garanzia dello Stato, le imprese devono disporre della certificazione del credito stesso. Possono sin d’ora presentare istanza tramite il sito http://certificazionecrediti.mef.gov.it

(MEF, comunicato stampa n. 185 del 28 luglio 2014)

 

12) Ripristinato l’incentivo per l’assunzione di donne

E’ stato ripristinato l’incentivo per l’assunzione di donne di qualsiasi età residenti in aree svantaggiate e prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi.

Lo comunica l’Inps, con il messaggio n. 6319 del 29 luglio 2014.

In conseguenza del mancato rinnovo della Carta di aiuti a finalità regionale, con il messaggio n. 6235 del 23 luglio 2014 l’Istituto ha sospeso in via cautelare gli incentivi previsti dall’articolo 4, commi da 8 a 11, della legge 28 giugno 2012, n. 92, per l’assunzione di “donne di qualsiasi età, prive di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, residenti in regioni ammissibili ai finanziamenti nell'ambito dei fondi strutturali dell'Unione europea”.

Al riguardo è stato interpellato il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il quale - con nota n. prot. 40/0028096 del 25 luglio 2014 – ha chiarito che, poiché l’incentivo previsto dalle disposizioni citate costituisce un regime di aiuti in favore dei lavori svantaggiati, è possibile continuare a considerare utili ai fini della applicazione dell’incentivo le aree indicate nella Carta, adottata con Decisione C(2007)5618 def. corrigendum del 28 novembre 2007 e recepita nella legislazione nazionale con Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 27 marzo 2008, fino all’adozione della nuova Carta.

Pertanto è ripristinata la possibilità di riconoscere l’incentivo anche per le assunzioni, proroghe e trasformazioni effettuate dal primo luglio 2014; la procedura di elaborazione automatica dei moduli 92-2012 verrà aggiornata per ammettere le relative istanze.

L’esito negativo attribuito alle istanze con la motivazione del mancato rinnovo della Carta sarà annullato automaticamente dai sistemi informativi centrali e sostituito con un esito positivo di accoglimento, con contestuale attribuzione del Codice di Autorizzazione “2H” in favore delle matricole interessate.

 

Vincenzo D’Andò