Novità fiscali del 9 agosto 2012: i chiarimenti sulle operazioni intracomunitarie

Pubblicato il 9 agosto 2012



spese e ricavi non giustificati: istituito codice tributo per pagare le sanzioni con modello F24; distacchi del personale: esenzione Iva limitata; redditometro: presunzioni forti; territorio: come presentare le autocertificazioni per ottenere il riconoscimento del requisito di ruralità; difficile potere individuare una stabile organizzazione in Italia di soggetti non residenti; recupero eccedenze d’imposta maturate in annualità per le quali non risultano presentate le dichiarazioni; cessione intracomunitaria: è tale solo se si prova la consegna; professioni: una buona riforma anche se per i giovani rimangono alcune spine

 

 

Indice:

1) Spese e ricavi non giustificati: istituito codice tributo per pagare le sanzioni con modello F24

2) Distacchi del personale: esenzione Iva limitata

3) Redditometro: presunzioni forti

4) Territorio: come presentare le autocertificazioni per ottenere il riconoscimento del requisito di ruralità

5) Difficile potere individuare una stabile organizzazione in Italia di soggetti non residenti

6) Recupero eccedenze d’imposta maturate in annualità per le quali non risultano presentate le dichiarazioni

7) Cessione intracomunitaria: è tale solo se si prova la consegna

8) Professioni: una buona riforma anche se per i giovani rimangono alcune spine

 

 

1) Spese e ricavi non giustificati: istituito codice tributo per pagare le sanzioni con modello F24

E’ stato istituito codice tributo necessario per chi si è servito di componenti negativi di reddito per beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati, come previsto dall’art. 8 del D.L. n. 16/2012.

Il decreto sulle semplificazioni fiscali prevede la possibilità di escludere dalla base imponibile, in fase di accertamento, i redditi derivanti dall’ipotetica vendita di beni o servizi per i quali è stata dimostrata la mancata acquisizione.  Adesso, mediante la risoluzione dell’Agenzia delle entrate n. 83/E del 7 agosto 2012, si può versare la sanzione per abbattere gli importi attivi e passivi.

La norma introdotta dall’art. 8, comma 2, del D.L. 16/2012 (punto 3 della circolare 32/E del 3 agosto 2012) consente a chi ha utilizzato componenti negativi non comprovabili di escludere dalla formazione del reddito anche i ricavi, nei limiti dell’ammontare non ammesso in deduzione, derivanti dalla conseguente dubbia cessione degli stessi beni o servizi.

La sanzione amministrativa prevista per riportare l’imponibile al netto di spesa e ricavo derivanti dall’operazione non riconosciuta, va dal 25 al 50% del componente negativo di reddito evidenziato in dichiarazione.

Il neo codice tributo 9695, istituito dall’Agenzia delle entrate con la suddetta risoluzione, consente il versamento delle sanzioni dovute per mezzo del modello F24.

Ecco di seguito la risoluzione:

Istituzione del codice tributo per il versamento, tramite modello F24, della sanzione di cui all’articolo 8, comma 2, del decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44.

Il decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, reca “Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento”.

In particolare, il citato decreto, all’articolo 8, comma 2, prevede disposizioni in materia di sanzionabilità dell’utilizzo di componenti reddituali negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati, stabilendo che “Ai fini dell'accertamento delle imposte sui redditi non concorrono alla formazione del reddito oggetto di rettifica i componenti positivi direttamente afferenti a spese o altri componenti negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati, entro i limiti dell'ammontare non ammesso in deduzione delle predette spese o altri componenti negativi. In tal caso si applica la sanzione amministrativa dal 25 al 50 per cento dell'ammontare delle spese o altri componenti negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati indicati nella dichiarazione dei redditi. In nessun caso si applicano le disposizioni di cui all'articolo 12 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, e la sanzione e' riducibile esclusivamente ai sensi dell'articolo 16, comma 3, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472”.

Per consentire il versamento della sanzione, mediante il modello F24, si istituisce il seguente codice tributo:

- “9695” denominato “Sanzione – utilizzo componenti reddituali negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati - art. 8, c. 2, d.l. n. 16/2012”.

In sede di compilazione del modello F24, il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “Erario” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”. I campi “codice ufficio”, “codice atto”, “codice tributo” e “anno di riferimento”, sono valorizzati con le informazioni riportate nell’atto notificato al contribuente.

(Agenzia delle entrate, risoluzione n. 83/E del 07 agosto 2012)

 

2) Distacchi del personale: esenzione Iva limitata

Rimborsi del personale distaccato da un’azienda in un’altra:

L’esenzione Iva si applica soltanto se il beneficiario rimborsa al distaccante una somma pari al costo retributivo e previdenziale dei dipendenti utilizzati che gravano sull’impresa di provenienza.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza 14053 del 03 agosto 2012 che ha, così, dichiarato la legittimità dell’avviso di rettifica per l’indebita detrazione dell’imposta.

I giudici di legittimità si sono soffermati su quando l’operazione di distacco del personale possa rimanere fuori dal campo dell’applicazione dell’Iva.

Occorrono in particolare due condizioni. La prima è che si tratti di un accordo in

forza del quale un soggetto, per soddisfare un proprio specifico interesse, mette a disposizione di un altro delle persone a lui legate da un rapporto di lavoro subordinato; il secondo requisito è che il beneficiario riversi al distaccante una somma esattamente pari al costo retributivo e previdenziale dei dipendenti utilizzati: il riconoscimento di un corrispettivo maggiore o minore comporta l’inapplicabilità dell’agevolazione e l’intero importo pattuito deve invece essere assoggettato all’imposta.

Ne consegue che il distacco di personale che integra in astratto una prestazione di servizi soggetta all’Iva non può, in concreto, più essere considerato tale nel caso in cui il beneficiario rimborsi al concedente il solo costo del personale utilizzato.

Operazione neutrale

Ciò che occorre ai fini della irrilevanza ai fini Iva, spiegano i giudici, è che si tratti di un’operazione sostanzialmente neutra, vale a dire di una vicenda che non comporti un guadagno per il distaccante, ma nemmeno un risparmio per il distaccatario, visto che, in caso contrario, non vi sarebbe ragione di riservarle un trattamento diverso dal normale.


3) Redditometro: presunzioni forti

La Suprema Corte ha blindato le risultanze degli indici di capacità contributiva.

La natura relativa non può essere messa in discussione

In particolare, secondo la Corte di Cassazione, sentenza n. 14168 del 06 luglio 2012, la capacità reddituale calcolata sulla base degli indici redditometrici desumibili dai decreti attuativi ha valore di presunzione legale relativa. Non è possibile pertanto né sminuire né eliminare la capacità reddituale espressa da tali valori tabellari.

 

4) Territorio: come presentare le autocertificazioni per ottenere il riconoscimento del requisito di ruralità

L’Agenzia del territorio detta le regole per la presentazione delle domande e delle autocertificazioni per ottenere il riconoscimento del requisito di ruralità dei fabbricati, fermo restando il classamento originario degli immobili.

E rende disponibile sul sito una specifica applicazione per compilare la domanda direttamente online.

La procedura però dovrà essere perfezionata con la presentazione all’ufficio, entro il 30 settembre 2012, del codice identificativo.

Obbligatorio l’utilizzo dei modelli allegati al decreto ministeriale.

L’Agenzia del territorio, con la circolare n. 2 del 07 agosto 2012, ha, infatti, fornito dei chiarimenti relativamente a quanto disposto dal D.M. emanato il 26 luglio 2012 sugli adempimenti necessari che devono porre in essere i titolari di fabbricati rurali.

La documentazione, costituita dalle domande e dalle autocertificazioni necessarie ai fini del riconoscimento del requisito di ruralità, che deve essere presentata all’ufficio provinciale dell’Agenzia territorialmente competente entro il 30 settembre 2012.

In particolare, le domande possono essere inviate all’ufficio competente con varie modalità: mediante consegna diretta all’ufficio; tramite servizio postale,  con raccomandata con avviso di ricevimento; tramite fax o mediante posta elettronica certificata.

L’istanza può essere presentata direttamente dal titolare dei diritti reali sui fabbricati rurali o tramite i soggetti incaricati, vale a dire i professionisti abilitati alla redazione degli atti di aggiornamento del catasto terreni e edilizio urbano.

In alternativa, la richiesta può essere inoltrata tramite le associazioni di categoria degli agricoltori.

La domanda va prodotta in duplice originale (uno dei due originali deve essere restituito come ricevuta).


5) Difficile potere individuare una stabile organizzazione in Italia di soggetti non residenti

L’applicazione pratica dei principi di fondo per potere individuare la presenza di una stabile organizzazione, anche attualmente, rimane molto complessa e va, dunque, affidata ad una analisi caso per caso.

A questa conclusione giunge la Fondazione Studi del Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro, con la circolare n. 16 del 08 agosto 2012.

Stabile organizzazione in Italia di soggetti non residenti: circolare dei Consulenti del lavoro

Cosa si intende  con stabile organizzazione? E come viene considerata ai fini delle imposte sui redditi? La circolare n. 16 del 08 agosto 2012 della Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro analizza questo importante concetto alla luce della normativa nazionale, delle Direttive Ocse e della giurisprudenza (stabile organizzazione in Italia di soggetti non  residenti. Normativa nazionale, direttive OCSE e giurisprudenza).

Estrema difficoltà a potere individuare una stabile organizzazione in Italia di soggetti non residenti

A parere della citata Fondazione studi, se i principi di fondo che stabiliscono i criteri in base ai quali individuare la presenza di una stabile organizzazione sono sufficientemente chiari, occorre riconoscere che l’applicazione pratica dei medesimi resta assai complessa e affidata ad una analisi caso per caso. Nell’ipotesi, ad es., in cui vi sia una rete di agenti l’individuazione della possibile stabile organizzazione passa attraverso una puntuale analisi dei rapporti contrattuali tra casa madre, eventuali capi area e agenti. Tale fattispecie risulta essere oggettivamente complessa poiché occorre tenere, peraltro, in considerazioni la normativa nazionale, quella OCSE, nonché gli spunti della giurisprudenza (Cassazione nn. 10925/2002 e 6799/2004) anche comunitaria.

Ad es., nella Causa sottoposta alla Corte di giustizia UE C-190/95 è stato affrontato il problema di una società di leasing che prendeva contatti con i clienti residenti in un altro Paese della Comunità tramite agenti.

Altri spunti sono rinvenibili dalla sentenza della Corte di giustizia UE del 23 marzo 2006, causa 210/04 - nella quale è stato chiarito che un “centro di attività stabile” che non goda di indipendenza economica dalla casa madre, non può essere considerato un soggetto autonomo ma costituisce con essa un soggetto passivo unico e, dunque, si configura una stabile organizzazione.

E prima ancora le sentenze della Cassazione sul cd. “caso Philip Morris” (Cass. 7.3.2002 n. 3367 e n. 3368, Cass. 25.5.2002 n. 7682 e Cass. 25.7.2002 n. 10925)386.

Con tali pronunce la Suprema Corte ha fornito indicazioni operative circa l’individuazione delle caratteristiche essenziali delle stabili organizzazioni occulte” e delle stabili organizzazioni “plurime” di società non residenti facenti parte di gruppi multi- nazionali.

Nel caso di specie la Cassazione ha precisato che la qualificazione di stabile organizzazione sussiste qualora:

- un’impresa abbia legami “talmente penetranti” con la società madre tali da far diventare le società controllate, pur dotate di uno status di soggetti autonomi, “vere e proprie strutture di gestione dell’impresa esercitata da altre società”;

- i rapporti di dipendenza o di compartecipazione siano tali da poter essere assimilati a quelli che intercorrono con un agente dipendente.

Di recente la Corte di Cassazione, con sentenza n. 20678 del 29 maggio 2012, ha stabilito che la nozione di stabile organizzazione di una società straniera in Italia va desunta dall’art. 5 del modello di convenzione OCSE contro la doppia imposizione e dal suo commentario, integrata (per quanto riguarda l’Iva) con i requisiti prescritti dall’art. 9 della sesta direttiva CEE n. 77/388 del Consiglio del 17 maggio 1977 per l’individuazione di un centro di attività stabile, il quale, così come definito dalla giurisprudenza comunitaria, consiste in una struttura dotata di risorse materiali e umane, e può essere costituito anche da un’entità dotata di personalità giuridica, alla quale la società straniera abbia affidato anche di fatto la cura di affari (con l’esclusione delle attività di carattere meramente preparatorio o ausiliario, quali la prestazione di consulenze o la fornitura di “know how”).

La prova dello svolgimento di tale attività da parte del soggetto nazionale può essere ricavata, oltre che dagli elementi indicati dall’art. 5 del modello di convenzione OCSB, anche da elementi indiziari, quali l’identità delle persone fisiche che agiscono per l’impresa straniera e per quella nazionale, ovvero la partecipazione a trattative o alla stipulazione di contratti, indipendentemente dal conferimento di poteri di rappresentanza.

Si ha stabile organizzazione di una società straniera in Italia quando questa abbia affidato, anche di fatto, la cura dei propri affari in territorio italiano ad altra struttura munita o no di personalità giuridica.

Si prescinde, quindi, dalla fittizietà o meno dell’attività svolta all’estero dalla società medesima, essendo necessario accertare se essa abbia una stabile organizzazione (secondo la nozione sopra delineata) in Italia.

(Fondazione Studi del Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro, circolare n. 16 del 08 agosto 2012)

 

6) Recupero eccedenze d’imposta maturate in annualità per le quali non risultano presentate le dichiarazioni

Anche secondo Assonime (nota del 07 agosto 2012), l’Agenzia delle entrate con la circolare n. 34/E del 6 agosto 2012 ha fornito importanti chiarimenti in merito al “riconoscimento delle eccedenze d’imposta a credito maturate in annualità per le quali le dichiarazioni risultano omesse”, sia per quanto riguarda l’IVA, sia per quanto concerne l’IRES, l’IRPEF e l’IRAP.

Profili IVA

Per quanto concerne l’IVA, viene ricordato che in occasione della liquidazione dell’imposta dovuta in base alla dichiarazione, ai sensi dell’art. 54-bis del D.P.R. n. 633 del 1972, può emergere il riporto a nuovo di un credito generato in un precedente periodo d’imposta, per il quale la relativa dichiarazione, tuttavia, è stata omessa.

In tal caso, viene prodotta una comunicazione di irregolarità, nella quale si contesta al contribuente un maggior debito d’imposta o una minore eccedenza detraibile, pari al credito che sarebbe emerso dalla dichiarazione (omessa), nonché la sanzione pari al 30% del maggior debito d’imposta o della minore eccedenza detraibile (sanzione che può essere ridotta ad un terzo se le somme dovute sono pagate entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione). Se il contribuente non versa le somme richieste con la predetta comunicazione, l’imposta, i relativi interessi e le sanzioni sono iscritti a ruolo.

In questo contesto, tuttavia, taluni uffici dell’Amministrazione finanziaria, anche a seguito dei chiarimenti forniti dai contribuenti – e dopo gli opportuni controlli – hanno riconosciuto in autotutela la spettanza del credito, con la conseguenza che ai contribuenti è stato richiesto unicamente il pagamento delle sanzioni e degli interessi; in questo modo, in altri termini, è stato evitato ai contribuenti di dover pagare l’imposta indebitamente compensata e richiedere contestualmente il rimborso del credito spettante.

Identico comportamento è stato tenuto da parte di tali uffici anche in relazione ai crediti IRPEF, IRES e IRAP.

Sennonché, non tutti gli uffici si sono comportati in questo modo. Come rilevato dall’Agenzia delle entrate, infatti, molti contribuenti hanno adito le competenti commissioni tributarie “avverso le conseguenti cartelle di pagamento eccependo la spettanza sostanziale del credito (benché non dichiarato)”, e richiedendo, dunque, la sola applicazione delle sanzioni (e degli interessi) e non anche il recupero dell’imposta compensata con il credito non dichiarato (ma effettivamente esistente).

In relazione al recupero del credito IVA maturato nel periodo d’imposta in relazione al quale risulta omessa la dichiarazione, peraltro, l’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 74/E del 19 aprile 2007, aveva espresso l’opinione che “l’eccedenza di credito IVA maturata in un anno in cui la dichiarazione annuale risulta omessa potrà essere computata in detrazione, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto alla detrazione è sorto - fermo restando il potere/dovere dell’ufficio, nell’ambito del programma annuale dell’attività di controllo, di accertare l’esistenza del credito medesimo maturato nell’anno in cui la dichiarazione annuale è stata omessa, a norma del richiamato art. 55 del dPR n. 633 del 1972.

Il contribuente avrà, comunque, sempre la possibilità di richiedere la restituzione del credito IVA attraverso la procedura di rimborso di cui all’art. 21 del D.Lgs. n. 546 del 1992, entro i termini ivi previsti”.

In base a tale pronunciamento si sarebbe potuto ritenere che il credito IVA relativo alla dichiarazione non presentata potesse essere comunque portato in detrazione “al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto alla detrazione è sorto”.

Con la circolare in esame, tuttavia, l’Amministrazione finanziaria specifica anzitutto che i contribuenti, ai sensi dell’art. 30 del D.P.R. n. 633/1972 – secondo cui può essere portato in detrazione nell’anno successivo il credito risultante dalla dichiarazione annuale – nonché in conformità all’orientamento espresso sul punto dalla Corte di Cassazione, in caso di omessa dichiarazione annuale, non possono riportare l’eccedenza di imposta detraibile in una dichiarazione successiva, anche se il credito è effettivamente maturato.

Sul punto, dunque, devono intendersi superate le indicazioni precedentemente fornite con la circolare n. 74/E del 19 aprile 2007.

Ciò posto, l’Agenzia delle entrate - richiamandosi al principio espresso con la circolare n. 23/E del 4 maggio 2010, nonché a quanto detto nella circolare n. 74/E del 19 aprile 2007 – ha riconosciuto espressamente la spettanza del credito maturato nel periodo d’imposta per il quale non è stata presentata la dichiarazione, con ciò fugando ogni dubbio al riguardo; a tal fine, tuttavia, secondo l’Agenzia delle entrate, i contribuenti devono presentare istanza di rimborso ai sensi dell’art. 21 del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, e, cioè, entro due anni dal pagamento degli esiti della liquidazione, oppure entro due anni dall’esito del contenzioso relativo alla cartella di pagamento conseguente alla liquidazione stessa.

In altri termini, sembrerebbe doversi ritenere che secondo l’Amministrazione finanziaria l’unica strada percorribile per ottenere il riconoscimento del credito emergente da una dichiarazione non presentata sia quella dell’istanza di rimborso, salvo le ipotesi in cui trovino applicazione la mediazione tributaria e la conciliazione giudiziale.

L’Agenzia delle entrate, infatti, riconosce ai contribuenti, nei soli casi in cui trovino applicazione i predetti istituti, la possibilità di “scomputare, dalla somma originariamente richiesta in pagamento al contribuente, l’eccedenza di IVA detraibile riconosciuta spettante”.

In altri termini, in queste ipotesi i contribuenti, anziché richiedere il rimborso del credito IVA spettante, possono immediatamente utilizzare tale posta creditoria in compensazione di quanto richiesto dall’Amministrazione finanziaria.

Profili IRPEF, IRES e IRAP

Ad analoghe conclusioni l’Agenzia delle entrate perviene per quanto riguarda l’IRPEF, IRES e IRAP.

Anche in relazione a tali imposte, infatti, “accade sovente che nell’ambito dell’attività di liquidazione delle dichiarazioni dei redditi o dell’IRAP viene rilevato che alcuni contribuenti riportano in dichiarazione un’eccedenza di imposta a credito generata nel precedente periodo d’imposta per il quale la relativa dichiarazione risulta omessa”.

Al riguardo, secondo l’Agenzia delle entrate, “deve ritenersi, pertanto, legittimo l’operato dell’Amministrazione finanziaria che recupera il credito riportato nella dichiarazione dei redditi successiva, ma derivante da una annualità per cui la dichiarazione è stata omessa, mediante la procedura di cui al citato articolo 36-bis del D.P.R. n. 600 del 1973, con irrogazione della sanzione prevista dall’articolo 13 del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471”.

Analogamente a quanto detto per l’IVA, inoltre, l’Amministrazione finanziaria riconosce espressamente ai contribuenti la possibilità di recuperare il credito d’imposta effettivamente maturato nel periodo d’imposta in relazione al quale risulta omessa la dichiarazione.

In particolare, “nelle fattispecie in esame, quindi, dopo che abbia definito l’obbligazione pagando le somme richieste dall’ufficio, nei termini previsti dalla comunicazione di irregolarità ovvero a seguito della notifica della cartella di pagamento o in esito a sentenza definitiva a lui sfavorevole, il contribuente potrà richiedere il rimborso del credito maturato nell’annualità per la quale la dichiarazione risulta omessa, entro due anni dal predetto pagamento ai sensi dell’articolo 21 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546”. Sembra dunque fugato ogni dubbio circa la possibilità di richiedere il rimborso del credito d’imposta che sarebbe emerso dalla dichiarazione omessa.

Anche in questo caso, tuttavia, l’unica strada percorribile sembra essere quella dell'istanza di rimborso.

Anche in relazione alla predette poste creditorie, peraltro, rimane valido quanto detto per l’IVA in relazione alla possibilità di scomputare il credito spettante in sede di mediazione tributaria o conciliazione giudiziale.

(Assonime, nota del 07 agosto 2012)

 

7) Cessione intracomunitaria: è tale solo se si prova la consegna in altro stato Ue

Le cessioni intracomunitarie (art. 41 del D.L. n. 331/1993) sono considerate operazioni non imponibili poiché assoggettate a Iva nel Paese di destinazione, (ove è identificato ai fini Iva l’acquirente), ma è necessario provare l’effettiva movimentazione fisica del bene oggetto verso un altro Stato Ue.

Ciò secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 13457 del 27 luglio 2012.

I giudici di legittimità, respingendo il ricorso di un contribuente, hanno confermato che lo spostamento fisico del bene nel territorio dello Stato membro del cessionario costituisce “elemento strutturale della fattispecie normativa, cosicché la sua mancanza impedisce il riconoscimento dello stesso carattere intracomunitario della operazione”.

Nel caso di specie, il fisco ha recuperato l’Iva su operazioni di cessioni di merci effettuate da una società italiana in favore di una società francese, ritenendo che in assenza di prova, la prima non potesse avvalersi del regime di non imponibilità disciplinato dall’art. 41 del D.L. n. 331/1993.

La CTR ha confermato la legittimità del recupero ritenendo non assolto da parte della società cedente l’onere probatorio in merito all’effettiva movimentazione fisica del bene ceduto.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso del contribuente, ha confermato per il cedente l’onere di provare la destinazione reale dei beni nel territorio di altro Stato Ue, quale presupposto di non imponibilità richiesto dalla norma tributaria.

La prova della cessione intra Ue è a carico del contribuente che invochi la non imponibilità dell’operazione e il non assoggettamento a Iva del corrispettivo ricevuto, in coerenza con il principio generale previsto dall’art. 2697 c.c..

Per i giudici di legittimità, infatti, l’acquisizione del numero identificativo del cessionario non esonera il cedente dall’onere di provare l’effettiva “introduzione dei beni ceduti nel territorio dello Stato membro di destinazione ….ciò proprio in ragione del principio generale di cui all’art. 2697, secondo il quale l’onere di provare la sussistenza dei presupposti di fatto che legittimano la deroga al normale regime impositivo è a carico di chi invoca la deroga”.

Si pone il problema di capire in che modo il cedente possa assolvere all’onere probatorio in esame.

Le sentenze della Corte di giustizia relative alle cause C-409/04, C-146/05 e C-184/05, tutte emanate il 27 settembre 2007, hanno fissato regole comuni in ordine alla prova da fornire nelle ipotesi di cessioni intracomunitarie non imponibili.

Per la Corte è necessario che sussistano contemporaneamente le seguenti condizioni:

- La prova documentale che il bene sia stato spedito o trasportato in altro Stato membro;

- l’effettiva movimentazione fisica del bene, ossia occorre che lo stesso abbia lasciato fisicamente il territorio del Paese Ue di cessione per essere trasferito in un altro Stato membro.

L’assenza di una delle predette condizioni legittima il recupero dell’Iva in capo al fornitore, non essendo in presenza di una cessione intracomunitaria.

Sul punto, l’Amministrazione finanziaria è intervenuta con le risoluzioni nn. 345/2007 e 477/2008.

Con la prima l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la prova dell’avvenuto trasporto/spedizione delle merci in altro Stato Ue è costituita dal documento di trasporto internazionale Cmr firmato sia dal trasportatore per presa in carico delle merci sia dal destinatario per ricevuta.

Il problema si pone nei contratti con consegna ex works (franco fabbrica), ove il trasporto viene curato direttamente dal cessionario, considerato che non risulta per nulla agevole ottenere la restituzione di una copia del Cmr.

Successivamente l’Agenzia è intervenuta con l’altra risoluzione, la n. 477/2008, precisando che la prova dell’effettivo trasferimento delle merci può “essere fornita con qualsiasi altro documento idoneo a dimostrare che le merci sono state inviate allo Stato membro”.

Inoltre, in materia di cessioni intracomunitarie, in merito alla rilevanza dello stato soggettivo del cedente – nello specifico, conoscibilità di comportamenti fraudolenti altrui - viene segnalato l’orientamento della giurisprudenza comunitaria (espresso nelle già citate sentenze pronunciate nelle cause C-409/04 Teleos, C-184/05, Twoh International, e C-146/05 Collèe) a cui hanno rinviato i giudici di legittimità.

Le autorità fiscali degli Stati della Comunità europea non sono autorizzate a disconoscere l’applicazione del regime di non imponibilità della cessione intracomunitaria di beni quando, in presenza di prove formalmente valide acquisite dal fornitore, le stesse, a successivi controlli, si rilevano false “senza che risulti provata la partecipazione del fornitore medesimo alla frode fiscale, nella misura in cui ha adottato le misure ragionevoli in suo potere al fine di assicurarsi che la cessione intracomunitaria effettuata non lo conducesse a partecipare a una frode siffatta”.

In sostanza, si tende a privilegiare la buona fede del fornitore se questi ha agito con la diligenza dell’operatore economico esperto.

Si pone, infatti, a carico del contribuente un obbligo di diligenza teso a verificare in concreto l’affidabilità e la correttezza commerciale della controparte.

Il venditore stesso deve “adottare tutte le misure che gli si possono ragionevolmente richiedere al fine di assicurarsi che l’operazione effettuata non lo conduca a partecipare a una frode fiscale”.

Si tratta di legittimare scelte che facciano affidamento su comportamenti o meglio dichiarazioni altrui, rimettendo al giudice di merito il compito di valutare la buona fede del contribuente.

 

8) Professioni: una buona riforma anche se per i giovani rimangono alcune spine

Una buona riforma, ma per i giovani alcune spine rimangono. E’ questa. in sintesi, la valutazione che l’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili ha dato al testo definitivo del D.P.R. di riforma degli ordinamenti professionali.

I giovani commercialisti lamentano in particolare che, nonostante i giovani e il loro più agevole e spedito ingresso nel mondo professionale siano ufficialmente al primo posto nelle preoccupazioni di tutti (Governo, Parlamento, CUP, singoli Consigli Nazionali), nessuno ha raccolto il reiterato invito a prevedere espressamente la rimozione, ovunque previste, delle norme ordinamentali che limitano la partecipazione attiva alla vita di categoria al possesso di requisiti minimi di anzianità di iscrizione all’Albo.

Ci sono infatti ordinamenti professionali, tra cui quello dei commercialisti, che limitano pesantemente il diritto di elettorato attivo e passivo agli organi istituzionali della professione per gli iscritti più giovani.

Inoltre, ha osservato l’Unione Giovani, il D.P.R. generalizza addirittura a fattor comune di tutti gli ordinamenti professionali la scellerata previsione che inibisce, agli iscritti con meno di cinque anni di anzianità, la possibilità di formare tirocinanti.

Soddisfazione viene espressa per il fatto che la relazione di accompagnamento al D.P.R. spieghi che il problema del raccordo, tra il dimezzamento a 18 mesi del tirocinio professionale e la norma di derivazione europea che impone il mantenimento a 36 mesi del tirocinio per revisore legale, non sia stato inserito essenzialmente perché la revisione legale é una mera funzione e non essa stessa una professione (e quindi, in quanto tale, non é materia che può trovare spazio in un DPR che riguarda solo le professioni).

Al tempo stesso, però, i giovani commercialisti sottolineano che sarebbe ora a maggior ragione vergognoso se, nei decreti attuativi del D.Lgs. n. 39/2010, non verrà trovata la giusta soluzione tecnica per consentire che, ferma restando la diversa durata del periodo prodromico alla possibilità di iscrizione all’Albo e sul registro, rimanga possibile accedere ad entrambi sostenendo un unico esame di Stato.

Qualsiasi diversa soluzione, infatti, renderebbe due volte più difficoltoso l'accesso ai mercati professionali per i giovani dottori commercialisti.

L’Unione Giovani si è soffermata, inoltre, su altri aspetti qualificanti della riforma, quali la formazione professionale continua, disciplina e assicurazione.

Per quanto riguarda la formazione, i giovani commercialisti salutano con favore una impostazione che sembrerebbe accentrare sui Consigli nazionali la funzione di accreditamento diretto e attribuire finalmente un ruolo chiaro e di prima fila alle associazioni sindacali di categoria che, con serietà, svolgono da anni attività formativa sul territorio a favore dei colleghi.

Per quanto riguarda, infine, il tema dell’assicurazione obbligatoria, l’Unione Giovani plaude al rinvio di dodici mesi della sua decorrenza.

Non perché i giovani commercialisti credano che un professionista possa prescindere da una adeguata copertura assicurativa, ma perché sono convinti che si renda necessario tarare meglio questo obbligo ed i suoi conseguenti oneri quando si tratta di valutare la posizione di giovani professionisti che operano come collaboratori all’interno di studi altrui.

(Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, comunicato stampa del 7 agosto 2012)

 

Vincenzo D’Andò