Liti pendenti definibili solo entro i limiti di Legge

di Enzo Di Giacomo

Pubblicato il 21 gennaio 2012



prendendo spunto da un caso di giurisprudenza sul condono 2002, ecco i rischi se si condona una lite pendente senza i requisiti previsti dalla Legge

La lite fiscale pendente non può essere definita secondo la procedura agevolata di cui all’art. 39 del DL n. 98/2011 se il valore dell’imponibile accertato con l’atto impositivo è superiore a € 20 mila.

Con l’ordinanza in commento (10 novembre 20911, n, 23504) la SC ha tracciato esatti limiti di risolvibilità alle liti pendenti promosse dalle società e contribuenti che hanno aperto un contenzioso con il fisco per il recupero di un imposta superiore ai 20 mila €.

 

Liti pendenti: definizione

Con l’art. 39, c. 12, del decreto legge n. 98 del 2011, convertito dalla legge n. 111 del 2011, il legislatore ha previsto, al fine di ridurre il numero dei contenziosi aperti con il Fisco, la definibilità delle liti di valore non superiore a € 20.000, in cui è parte l’Agenzia delle entrate, pendenti alla data del 1° maggio 2011 dinanzi alle Commissioni tributarie o al giudice ordinario in ogni grado del giudizio e anche a seguito di rinvio delle stesse, dietro presentazione di apposita domanda del soggetto che ha proposto l’atto introduttivo del giudizio, con il pagamento delle somme fissate dall’art. 16 legge n. 289/2002.

La definizione delle liti fiscali incide solo sui rapporti pendenti alla data del 1° maggio 2011 e non esplica effetti sui quelli già esauriti a tale data

Sono pendenti tutte le controversie originate da avvisi di accertamento, provvedimenti di irrogazione delle sanzioni e ogni altro atto di imposizione per le quali, alla citata date del 1° maggio 2011, è stato proposto l’atto introduttivo del giudizio in primo grado non sia intervenuta pronuncia giurisdizionale definitiva.

 

Condono vecchio e nuovo: differenze e analogie

Esaminando il contenuto dell’ordinanza in esame, emerge chiaramente che la nuova sanatoria non può essere applicata alle liti pendenti il cui valore supera € 20 mila, come prevede l’art. 39, c. 12, DL n. 98/2011, la cui applicabilità non risulti in contrasto con i principi comunitari.

La precedente legge sulla “sanatoria” fiscale aveva previsto con l’art. 16 della legge n. 289 del 2002 la possibilità per il contribuente, che aveva proposto l’atto introduttivo del giudizio, di definire le controversie pendenti dinanzi alle commissioni tributarie o al giudice ordinario mediante il pagamento di importi differenziati a secondo del valore della lite; le controversie avviate restavano sospese fino al 30 aprile 2004, salvo che il contribuente non avesse presentato istanza di trattazione.

La lite aveva ad oggetto avvisi di accertamento, atti di irrogazione delle sanzioni e ogni altro di imposizione per i quali, come detto, è stato proposto l’atto introduttivo del giudizio dalla data di entrata in vigore della legge n. 289/2002 ossia non sia intervenuta sentenza passata in giudicato alla data del 29 settembre 2002.

L’art. 16 in esame prevede casi di sospensione diverse sia in ordine all’oggetto della stessa sia per quanto riguarda (sospensione delle liti pendenti e sospensione dei termini) presupposti e finalità.

Il meccanismo tracciato dall’art. 39, c. 12, DL n. 98/2011è, quindi, analogo a quello contenuto nell’art. 16 della legge n. 289/2002, in quanto si perfeziona con l’integrale versamento delle somme dovute entro il 30 novembre 2011 e la successiva presentazione della domanda di definizione entro il 31 marzo 2012; le liti fiscali sono sospese fino al 30 giugno 2012. Un eventuale diniego va fatto pervenire entro settembre 2012.

Con la precedente legge n. 289/2002 si poteva chiedere la definizione di qualsiasi lite a prescindere dall’importo della stessa, mentre il limite introdotto dall’art. 39 è da correlare con il mero obiettivo di ridurre il numero delle vertenze giudiziarie.

 

Il Caso

Una società del centro Italia aveva proposto ricorso alla CTP avverso il recupero a tassazione Irpeg ed Ilor di oltre 14 miliardi (vecchie lire) effettuato dall’ufficio finanziario per gli anni 1997-98 e la Commissione lo aveva respinto, decisione poi confermata dai giudici tributari di appello. La stessa società ha proposto ricorso per cassazione.

La SC, interpretando alla lettera e in modo rigoroso la normativa di cui al DL n. 98/2011, che pertanto non potrà essere oggetto di diverse interpretazioni, ha ritenuto che “Preliminarmente si rileva che la presente lite fiscale non può essere definita secondo la procedura agevolata di cui all’articolo 39, comma 12, del decreto legge n. 98/2011, convertito con la legge n. 111/2011, essendo la stessa, in considerazione dell’ammontare dell’imponibile accertato con l’atto impositivo impugnato, di valore superiore a € 20.000”.

Alla luce della sentenza de quo se è chiaro l’intento del legislatore di deflazionare il contenzioso tributario, dall’altra verrà è intuibile la fissazione di paletti economico-giuridici che non consentiranno alle società, in lite con il fisco, di aver diritto alla definizione agevolata prevista dall’art. 39. Sono auspicabili ulteriori interpretazioni fornite dalla giurisprudenza e, ove ce ne fosse bisogno, di un intervento delle sezioni unite della Cassazione al fine di rivedere la posizione della SC che, per ora, non lascia a dubbi interpretativi.

 

21 gennaio 2012

Enzo Di Giacomo