Novità fiscali del 22 settembre 2011, tra cui partite IVA inattive, contributo unificato, assunzione senza permesso di soggiorno e responsabilità penale del datore di lavoro...


 

 Indice:

 1) CNDCEC: Tariffa Professionale in software gratuito

 2) Assoggettamento all’assicurazione contro la disoccupazione involontaria del personale dipendente delle Autorità Portuali

 3) Credito d’imposta per la ricerca contrattuale: Il punto da Assonime

 4) Deleghe Inps: Indispensabili anche per ricezione certificati di malattia

 5) Assunzione senza permesso di soggiorno e responsabilità penale del datore di lavoro

 6) Partite Iva inattive: Chiusura veloce con il versamento della sanzione entro il 04/10/2011

 7) Rimborsi Iva Ue: Entro il 30 settembre la domanda (anche correttiva) di rimborso IVA per il 2010 ad un altro Paese Ue

 8) Spesometro rinviata al prossimo 31 dicembre la comunicazione

 9) Modifiche alla disciplina dei depositi IVA: Nota di Assonime

 10) Introduzione del contributo unificato nel processo tributario: Circolare del MEF

 

1) CNDCEC: Tariffa Professionale in software gratuito

Dal 21 settembre 2011 é disponibile sul sito del CNDCEC la “Tariffa professionale”, il software gratuito per il calcolo dei compensi.

Sviluppato dal Cndcec, é scaricabile dal sito www.cndcec.it ed é istallabile sui propri Pc.

Lo ha comunicato il Consiglio Nazionale dei Dottori commercialisti ed esperti contabili, con la nota del 20 settembre 2011.

E’ stato, quindi, reso disponibile “Tariffa Professionale”, il software sviluppato dal Consiglio Nazionale dei Dottori commercialisti e degli esperti contabili, che guida nella corretta determinazione dei compensi per le prestazioni rese, applicando la nuova tariffa della categoria, in vigore dal mese di ottobre 2010.

Il programma é scaricabile gratuitamente e istallabile sul proprio computer dal anche dal sito www.commercialisti.it.

“Tariffa Professionale”, che giunge a soli pochi mesi dal Commentario alla tariffa, anch’esso predisposto dal Consiglio nazionale della categoria e scaricabile gratuitamente dal sito, è inoltre anche un insieme di servizi e di strumenti di ausilio per i commercialisti in materia di onorari, indennità e rimborsi spese.

Il software è semplice da usare: Un’apposita procedura guida infatti passo dopo passo nel calcolo della tariffa, dalla scelta del cliente alla selezione dell’articolo della tariffa corrispondente alla prestazione eseguita, dalla determinazione delle voci di compenso da quantificare (che avviene rispondendo a una serie di domande proposte in automatico dal software), al calcolo del compenso fino alla stampa, esportazione ed archiviazione dei valori elaborati.

In questa prima fase i compensi sono elaborabili per 24 tipologie di prestazioni. Entro la fine dell’anno saranno messe a disposizione le ulteriori 6 procedure che consentiranno di completare il panorama delle prestazioni previste dalla tariffa professionale.

Il software sarà, inoltre, costantemente aggiornato anche grazie ai suggerimenti che perverranno dai commercialisti che lo utilizzeranno.

Per fornire assistenza sulla procedura, gli utenti possono contattare un team di supporto dedicato.

Per ottenere le istruzioni di base su come si utilizza il software sono disponibili numerosi “video tutorial” e “tips & tricks”.

Non mancano naturalmente le guide in formato PDF. Uno strumento fondamentale per la corretta applicazione della tariffa è senza dubbio il Commentario, che infatti è consultabile sia direttamente nel software, sia on-line in formato PDF (presto anche nella versione e-book compatibile con i diversi dispositivi mobili: smartphone e tablet).

 

 

 

2) Assoggettamento all’assicurazione contro la disoccupazione involontaria del personale dipendente delle Autorità Portuali

In precedenza l’Inps, con messaggio n. 2883 del 4 febbraio 2011, ha chiarito che le Autorità Portuali – enti pubblici non economici istituiti dall’art. 6 della legge n. 84/94 – non sono tenute al versamento dei contributi di malattia e maternità di cui all’art. 20, co. 2, della legge n. 133/08, riservandosi di fornire successive precisazioni per l’obbligo di versamento del contributo contro la disoccupazione involontaria.

Dopo avere svolto i necessari approfondimenti, adesso l’Inps con il messaggio n. 17933 del 19 settembre 2011, ha diffuso i seguenti chiarimenti.

Normativa regolante l’esonero dall’assicurazione contro la disoccupazione involontaria

Dal 1° gennaio 2009, la Legge 133/2008, ha esteso l’obbligo assicurativo contro la disoccupazione involontaria al personale dipendente da aziende pubbliche, aziende esercenti pubblici servizi e aziende private, ancorché il rapporto di lavoro di tale personale sia assistito da stabilità d’impiego.

Peraltro, continuano ad essere esonerati dalla predetta assicurazione i dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

La procedura per l’accertamento della stabilità d’impiego è stabilita dall’art. 36 del D.P.R. n. 818/57. Tale norma delinea due distinti sistemi per giungere alla rilevazione della esistenza della stabilità d’impiego.

Il secondo sistema presuppone un provvedimento di accertamento da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in ordine alla sussistenza della stabilità d’impiego, atto necessario ove non ricorrano le condizioni per il riconoscimento ex lege ed i cui effetti decorrono dalla data della domanda presentata dalla amministrazione pubblica interessata.

Osservazioni

Le Autorità Portuali, quali enti pubblici non economici, possono essere esonerate dal versamento del contributo contro la disoccupazione involontaria purché il rapporto di lavoro dei dipendenti delle predette Autorità sia assistito dalla c.d. stabilità d’impiego.

In materia di stabilità d’impiego, la giurisprudenza di legittimità è costante nel ritenerne la sussistenza quando ai lavoratori sia riconosciuto un determinato stato giuridico che garantisca loro di non essere costretti a lasciare il posto se non ricorra una giusta causa, a norma dell’art. 2119 cod.civ., oppure vi siano altri determinati e giustificati motivi, non soltanto genericamente indicati(come si verifica, ad esempio, per le disposizioni dell’art. 3 della legge n. 604/1966), ma tassativamente stabiliti a priori con criteri restrittivi (v., tra le tante, Cass. S.U. n. 5570/1988; Cass n. 1744/2000).

Su tale materia è altresì intervenuto il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il quale, con nota n. 52293 del 7 aprile 2004, ha ribadito che la sussistenza della stabilità d’impiego deve essere accertata attraverso la verifica dei seguenti parametri:

– La normativa, regolante il rapporto di lavoro in azienda, deve prevedere una tassativa predeterminazione di puntuali e ristretti casi di carattere oggettivo in ordine alle ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro, che si devono, pertanto, porre come specifiche eccezioni ad una garanzia “a priori” del posto di lavoro;

– ai fini della legittimità del licenziamento, deve ricorrere la giusta causa così come indicato all’art. 2119 del cod. civ., e non anche il giustificato motivo, di cui all’art.3 della legge n. 604/66 ed all’art.18 St. Lav.. Il giustificato motivo, sia esso considerato nell’accezione soggettiva od oggettiva, per la genericità della sua formulazione (è, infatti, considerata come clausola generale) lascia al datore di lavoro un alto margine di discrezionalità in ordine alla sua adozione, tale da renderlo incompatibile con la stabilità d’impiego.

Fatta questa premessa, l’Inps ha poi osservato che il rapporto di lavoro dei dipendenti delle Autorità Portuali è regolato da apposito CCNL, predisposto sulla scorta dei criteri generali indicati dal D.M. 7 ottobre 1996 il quale, all’art. 4, ha tra l’altro stabilito che nella parte normativa del contratto, sia espressamente indicata la possibilità di risolvere i rapporti di lavoro in attuazione della legge n. 604/66 e successive modificazioni.

In applicazione della suddetta disposizione, l’art. 35 del vigente CCNL Lavoratori portuali, prevede, oltre ai casi di licenziamento per giusta causa ex art. 2119 cod. civ., anche un’ampia casistica di licenziamenti per motivi disciplinari, elaborata ai sensi dell’art. 3 della legge n. 604/66.

Per tali motivi, detta circostanza è ostativa al riconoscimento “ex lege” della stabilità d’impiego per i rapporti di lavoro dei dipendenti delle Autorità Portuali; in assenza di uno specifico provvedimento ministeriale di esonero ex art. 36 del D.P.R. n. 818/57, le Autorità Portuali sono pertanto tenute al versamento della contribuzione contro la disoccupazione involontaria.

Adempimenti delle Sedi

Le sedi territorialmente competenti dovranno notificare alle Autorità Portuali interessate la sussistenza a loro carico dell’obbligo di versamento della contribuzione e, nei casi in cui si riscontri il mancato versamento della predetta contribuzione, procederanno al relativo recupero, nel rispetto dei vigenti limiti in materia di prescrizione dei contributi.

 

 

 

3) Credito d’imposta per la ricerca contrattuale: Il punto da Assonime

In materia del credito d’imposta per la ricerca contrattuale, ha ritenuto opportuno intervenire Assonime, con la nota del 19 settembre 2011, al fine di illustrarne la disciplina.

Il quadro normativo

La materia del credito d’imposta per la ricerca contrattuale è regolata dalla seguente normativa:

– Art. 1, D.L. 13 maggio 2011 n. 70, convertito con modifiche nella legge 12 luglio 2011 n. 106 (cd. Decreto sviluppo);

– Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 9 settembre 2011 di attuazione dell’agevolazione;

– Risoluzione n. 88E del 12 settembre 2011: Istituzione del codice tributo.

Abrogazione della precedente disciplina

L’art. 1 del D.L. n. 70 del 2011 ha abrogato espressamente la precedente disciplina del credito d’imposta a favore delle imprese che affidano l’attività di ricerca e sviluppo ad università o ad enti pubblici di ricerca (c.d. ricerca contrattuale), disciplina che – introdotta dalla legge n. 220 del 2010 – non è pertanto mai divenuta operativa.

Nuovo credito d’imposta

Il nuovo credito d’imposta (disciplinato, come già detto, dall’art. 1 del D.L. n. 70 con le modifiche introdotte dalla legge di conversione n. 106 del 2011) risulta – rispetto al precedente – ampliato sia sotto il profilo soggettivo che sotto il profilo temporale.

Per quanto riguarda l’ambito soggettivo, l’agevolazione, come quella precedente ora abrogata, è riservata alle imprese che finanziano progetti di ricerca ad università o ad enti pubblici di ricerca che possono sviluppare tali progetti anche in associazione, consorzio o joint venture con altre qualificate strutture di ricerca, private e non.

Per quanto riguarda l’ambito temporale, l’agevolazione, sotto forma di credito d’imposta, è riconosciuta sugli investimenti realizzati in due periodi d’imposta (in precedenza se ne prevedeva uno solo) e, precisamente, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2010 e fino alla chiusura del periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2012 (quindi, nella generalità dei casi, per gli anni 2011 e 2012).

Il credito d’imposta compete in tre quote annuali per l’importo che eccede la media degli investimenti in ricerca effettuati nel triennio 2008-2010.

Il credito d’imposta è stabilito nella misura del 90% della spesa incrementale di investimento nelle ipotesi in cui tale investimento è commissionato direttamente ai seguenti soggetti:

– università e istituti universitari (statali e non statali) legalmente riconosciuti;

– enti pubblici di ricerca di cui all’art. 6 del contratto collettivo quadro per la definizione dei comparti di contrattazione per il quadriennio 2006-2009;

– ASI – Agenzia Spaziale Italiana;

– organismi di ricerca (come definiti dalla disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato a favore della ricerca);

– istituti di ricovero e cura a carattere scientifico.

Relativamente ai soggetti cui può essere commissionata l’attività di ricerca, la legge 106/2011 ha introdotto la possibilità di finanziare con il credito di imposta altre strutture, pubbliche o private; l’individuazione di tali strutture viene demandata ad un decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle finanze e previo parere delle competenti Commissioni parlamentari.

Per snellire la procedura, viene previsto che il parere deve essere espresso entro quindici giorni dalla data di trasmissione e che, comunque, decorso inutilmente tale termine senza che sia stato espresso il parere richiesto, il decreto può essere in ogni caso adottato.

Modello F24: Fruizione del credito in compensazione

Con il provvedimento del 9 settembre 2011 del Direttore dell’Agenzia delle entrate è stata data attuazione alla legge n. 106/2011.

In particolare, nel provvedimento, si stabilisce che:

– Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione c.d. “orizzontale” mediante modello F24, utilizzando l’apposito codice tributo;

– Il credito è compensabile con tutte le fattispecie debitorie (previste dall’art. 17 del D.Lgs. n. 241 del 1997), con esclusione dei contributi previdenziali e assistenziali (propri del contribuente e dovuti in qualità di datore di lavoro) e dei premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro;

– Il credito d’imposta, maturato con riferimento agli investimenti realizzati in ciascuno dei periodi d’imposta agevolati (nella generalità dei casi, il 2011 ed il 2012) è fruibile “ in tre quote annuali di pari importo”, a decorrere dal giorno successivo a quello di realizzazione dell’investimento incrementale;

Relativamente alle modalità di calcolo, il credito d’imposta spetta, per ciascuno dei periodi agevolabili, nella misura del 90% dell’importo degli investimenti eccedenti la media degli investimenti in ricerca effettuati nel triennio 2008 – 2010.

Criteri adottati per l’individuazione e il computo degli investimenti agevolati

Gli investimenti in ricerca realizzati nel triennio 2008 – 2010 oggetto di confronto dovrebbero essere della stessa natura di quelli ora agevolati (ricerca contrattuale nei confronti di Università e altri enti pubblici).

Questo sulla base di un principio di omogeneità tra i criteri di determinazione degli investimenti agevolabili e quelli di calcolo della media di riferimento degli investimenti, principio che è stato in più circostanze affermato dall’Agenzia delle entrate.

Nel caso della esclusione dal reddito d’impresa del 50% della differenza tra gli investimenti in beni strumentali effettuati nel periodo d’imposta agevolato (metà 2001 e 2002) e la media degli investimenti effettuati nei 5 periodi d’imposta precedenti (c.d. Tremonti bis: Art. 4, comma 1, legge n. 383 del 2001), infatti, l’Agenzia delle entrate, nella circolare n. 90E del 2001 ebbe a ritenere che “i criteri adottati per l’individuazione e il computo degli investimenti agevolati valgono anche per gli investimenti degli esercizi precedenti da computare ai fini della media di confronto”.

Anche la legge n. 296 del 2006 (art.1, commi 271-279, c.d. Visco Sud), seppure in ambito e con modalità diverse, prevedeva che il credito d’imposta fosse commisurato al costo di determinati beni (macchinari e impianti) eccedente“ gli ammortamenti dedotti nel periodo d’imposta, relativi alle medesime categorie dei beni d’investimento della stessa struttura produttiva”.

I costi di ricerca contrattuale sostenuti nel periodo agevolato (2011 e 2012), pertanto, dovrebbero essere messi a confronto con quelli di ricerca contrattuale sostenuti nel periodo 2008-2010 nei confronti degli stessi soggetti (Università e altri enti pubblici).

In considerazione dell’importanza della questione per le imprese, Assonime ha chiesto all’Agenzia delle entrate una esplicita conferma in tal senso.

La piena operatività dell’agevolazione è stata, infine, sancita dal comunicato stampa del 9 settembre dell’Agenzia delle entrate, secondo il quale “il credito d’imposta è utilizzabile immediatamente a partire dal giorno successivo a quello di realizzazione dell’investimento incrementale” e, soprattutto attraverso la risoluzione n. 88E del 12 settembre 2011, con la quale è stato istituito il codice tributo per l’utilizzo in compensazione tramite modello F 24; il codice è il 6835 che và esposto nella sezione “Erario”, nella colonna “Importi a credito compensati” , indicando nell’anno di riferimento l’anno di imposta cui si riferisce il credito (nella generalità dei casi il 2011 ed, in seguito, il 2012).

In arrivo la circolare delle Entrate per gli ulteriori chiarimenti in materia

Sull’agevolazione, Assonime, infine, avverte che è in corso di predisposizione un’apposita circolare da parte dell’Agenzia delle entrate per i necessari chiarimenti operativi.

 

 

 

4) Deleghe Inps: Indispensabili anche per ricezione certificati di malattia

Entro il prossimo 31 ottobre è necessario acquisire le deleghe. L’Inps, con la circolare n. 28/2011, ha riconfermato la necessità della presenza dei Consulenti del lavoro nei rapporti tra datori di lavoro, lavoratori e Istituto.

Lo ha evidenziato il Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, con la nota del 20 settembre 2011, la quale avverte che il nuovo sistema di deleghe, consente di mettere ordine agli archivi e ripartire con modalità più stringenti che vedranno esclusa l’attività dei CED.

Nelle Faq del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro sono riportate le risposte alle domande più ricorrenti (date, altre deleghe già possedute, passaggi tecnici, entrata in vigore, sub deleghe, particolarità sugli archivi Inps, ecc.) per operare.

La scadenza è, quindi, prevista per il 31 ottobre e il nuovo sistema entrerà in vigore con il 1° novembre.

Ricezione attestati di malattia tramite Consulenti del lavoro (intermediari)

Tale opzione, prevista dalla circolare n. 4 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è stata attivata in con la circolare Inps n. 117 del 09 settembre 2011 per i soli intermediari individuati dall’art. 1, commi 1 e 4 della L. 12/1979 i quali abbiano ricevuto delega generale dal datore di lavoro allo svolgimento di tutti gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale nei confronti dell’Inps e che abbiano comunicato all’Istituto l’esistenza di tale delega tramite l’apposita applicazione informatizzata, così come previsto dalla circolare n. 28/2011.

 

 

 

5) Assunzione senza permesso di soggiorno e responsabilità penale del datore di lavoro

Il datore di lavoro non può essere condannato per l’assunzione dello straniero senza permesso di soggiorno se non è consapevole che il lavoratore è irregolare.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 32934 del 31 agosto 2011. Ciò viene rimarcato dal Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro nel parere n. 21 del 20 settembre 2011 incentrato sul tema dell’assunzione senza permesso di soggiorno e responsabilità penale del datore di lavoro.

Con la sentenza n. 32934 del 2011, la Sezione Penale della Corte di Cassazione ha affermato la responsabilità penale del datore di lavoro che omette di verificare, prima dell’assunzione, la regolarità del permesso di soggiorno dei dipendenti occupati presso l’azienda.

La Suprema Corte ha confermato la sentenza di condanna della Corte di Appello di Torino che aveva ritenuto sussistente sia l’elemento psicologico che quello materiale del reato di occupazione di immigrati irregolari, punito dall’art. 22, comma 12, D.lgs. n. 286 del 1998.

L’elemento soggettivo del reato consisteva nella omessa verifica del permesso di soggiorno da parte del datore di lavoro, a nulla rilevando la buona fede del titolare dell’impresa che aveva fatto affidamento sulle dichiarazioni verbali rilasciate dai dipendenti. Infatti, secondo l’orientamento giurisprudenziale a cui aderisce la sentenza in esame “la responsabilità del datore di lavoro che assume alle proprie dipendenze uno straniero privo del permesso di soggiorno non è esclusa dalla buona fede invocata per aver preso visione della richiesta di permesso di soggiorno avanzata dallo straniero” (Cass. pen. Sez. I, 25 ottobre 2006, n. 37409).

Quanto all’elemento materiale del reato, esso era stato dimostrato da una deposizione testimoniale ritenuta pienamente attendibile, la quale aveva confermato che il 20 settembre del 2006 due lavoratori extracomunitari risultavano impiegati alle dipendenze dell’imputato, e che essi erano privi di regolare permesso di soggiorno.

La Corte di Cassazione dichiarava, infine, l’irrilevanza dell’avvenuta regolarizzazione della posizione dei lavoratori stranieri dopo l’accertamento dell’illecito, così come riteneva priva di rilievo la successiva adesione della Romania all’Unione Europea, circostanza che non escludeva la sussistenza della condotta antigiuridica dell’imputato né la punibilità del reato contestato (Cass. SS. UU., sentenza n. 2451, del 27 settembre 2007).

La riforma dell’art. 22, comma 12, D.Lgs. n. 286 del 1998.

Il principio affermato dalla Suprema Corte nella sentenza n. 32934/2011 riguarda, però, il passato, poiché per i fatti accaduti dopo il 23 maggio 2008 trova applicazione la nuova normativa secondo cui il reato in questione si configura solo se c’è il dolo (e non la mera colpa) dell’imprenditore.

Per conseguenza, per la responsabilità penale non è più sufficiente che il datore di lavoro non abbia verificato la sussistenza del permesso di soggiorno, ma occorre la volontà di assumere lo straniero pur nella consapevolezza che non possiede il permesso in questione.

Infatti, con il D.L. 23 maggio 2008, n. 92, è stata introdotta una importante modifica dell’art. 22, comma 12, D.Lgs. n. 286 del 1998, che ha cambiato la pena prevista per il reato in questione.

Prima del 2008 il reato era punito con la contravvenzione dell’“arresto da tre mesi ad un anno e con l’ammenda di 5.000 euro per ogni lavoratore impiegato” e si configurava anche quando il fatto non era voluto dall’agente, ma si verificava a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per l’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (art. 43, comma 3, c.p.).

A seguito della riforma attuata dal comma 1-ter dell’art. 5, D.L. 23 maggio 2008, n. 92 (convertito nella legge 24 luglio 2008, n. 125), il reato di cui all’art. 22, comma 12, D.lgs. n. 286 del 1998 è stato trasformato in un delitto, punito con la pena della “reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa di 5.000 euro per ogni lavoratore impiegato”.

Oltre all’inasprimento della pena, la mutata qualificazione dell’illecito (da contravvenzione a delitto) ha prodotto importanti conseguenze sul piano dell’elemento soggettivo del reato: In base alla disciplina del codice penale, infatti, coloro che commettono dei delitti sono punibili, salvo diversa previsione, se la condotta è posta in essere con dolo; per le contravvenzioni è invece sufficiente, di norma, la colpa (art. 42 c.p.).

Pertanto, attualmente, la pena è più severa ma il reato di cui all’art. 22 si configura solo se l’assunzione dello straniero non in regola con il permesso di soggiorno è dolosamente “preveduta e voluta dal datore di lavoro come conseguenza della sua azione od omissione” (art. 42 c.p.);

viceversa, la condotta colposa di omessa verifica del permesso di soggiorno dei lavoratori – considerata penalmente rilevante dalla sentenza n. 32943 del 2011 – ormai non costituisce reato.

Tale riforma, come detto, non ha inciso sulla sentenza n. 32934 del 31 agosto 2011, avente ad oggetto fatti avvenuti in epoca antecedente alla modifica della legge (precisamente il 20 settembre 2006), i quali sono stati giudicati in base alla normativa previgente (art. 2, comma 4, c.p.).

Peraltro, la Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro segnala che una recente sentenza della Cassazione penale, Sez. I, 11 marzo 2011, n. 9882 ha ritenuto applicabile la nuova normativa anche a fatti avvenuti prima della riforma del 23 maggio del 2008.

A parere della Cassazione, ai sensi dell’art. 2 c.p., anche le condotte pregresse di impiego di stranieri privi del permesso di soggiorno valevole ai fini lavorativi sono divenute punibili solo se commesse con dolo, fermo restando che, ai sensi del comma 4, art. 2 c.p., resta applicabile il trattamento sanzionatorio previgente, più favorevole (e quindi la pena dell’arresto e dell’ammenda). In base a questa decisione, quindi, secondo l’attuale situazione normativa, l’errore, ancorché colposo, del datore di lavoro sulla sussistenza del regolare permesso di soggiorno da parte dello straniero impiegato alle sue dipendenze, non comporta responsabilità penale anche se i fatti sono avvenuti prima del 23

maggio del 2008.

 

 

 

6) Partite Iva inattive: Chiusura veloce con il versamento della sanzione entro il 04/10/2011

Per chiudere una partita Iva non più utilizzata (inattiva) basta versare entro il 4 ottobre 2011 la sanzione minima di 129,00 euro con l’apposito modello “F24 Elementi identificativi”, compilato in ogni sua parte, senza dover poi presentare alle Entrate la copia del pagamento.

I dati dei versamenti effettuati con l’F24 dedicato, infatti, “entrano” direttamente nel sistema informativo dell’Anagrafe tributaria.

Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 93/E del 21 settembre 2011, che ha, così, ridotto gli adempimenti dei titolari di una partita Iva inattiva, evitando loro di presentare ulteriore documentazione agli Uffici.

Per fini di massima semplificazione, precisa l’Agenzia, non occorre presentare la dichiarazione di cessazione attività, con il mod. AA7 (previsto per i soggetti diversi dalle persone fisiche) ovvero il mod. AA9 (previsto per le imprese individuali e lavoratori autonomi), perché il versamento effettuato correttamente sostituisce la presentazione della dichiarazione.

Come aderire alla chiusura agevolata della partita Iva

Sono agevolati dalla misura introdotta dal D.L. n. 98 del 2011 (cd. prima manovra estiva)  i contribuenti che, pur avendo cessato l’attività, non hanno adempiuto all’obbligo di comunicarlo all’Agenzia nel termine dei 30 giorni. Questi contribuenti possono sanare la violazione versando spontaneamente, entro 90 giorni calcolati a partire dal 6 luglio, cioè entro il 4 ottobre 2011 un importo pari a 129,00 euro usando il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”.

L’Agenzia delle ha poi fornito anche le seguenti indicazioni per la compilazione del modello:

– nella sezione “CONTRIBUENTE” vanno indicati i dati anagrafici e il codice fiscale del soggetto che effettua il versamento;

  nella sezione “ERARIO ED ALTRO”:

– nel campo “tipo” indicare la lettera “R”;

– nel campo “elementi identificativi” indicare con la partita Iva da cessare;

– nel campo “codice” indicare il codice tributo 8110;

– nel campo “anno di riferimento” indicare l’anno di cessazione dell’attività.

Conseguenze per chi non chiude in tempo la partita Iva

Per i contribuenti che, pur avendone l’obbligo, non hanno presentato la dichiarazione di cessazione attività e non colgono l’opportunità che il D.L. 98/2011 (convertito in Legge n. 111 del 2011) ora concede loro, l’Agenzia procederà a chiudere la partita Iva d’ufficio ed al contempo potrà applicare la sanzione fino al massimo di 2.065,00 euro.

 

 

 

7) Rimborsi Iva Ue: Entro il 30 settembre la domanda (anche correttiva) di rimborso IVA per il 2010 ad un altro Paese Ue

Rimborsi Iva Ue: Entro il 30 settembre la domanda (anche correttiva) di rimborso IVA per il 2010 ad un altro Paese Ue.

Lo ha ricordato l’Agenzia delle Entrate, con la nota del 21 settembre 2011.

Dal 1° gennaio 2010 è in vigore una nuova disciplina per il rimborso dell’Iva ai contribuenti stabiliti in uno Stato membro diverso da quello che effettua il rimborso.

Il cittadino comunitario non residente in Italia deve presentare la richiesta di rimborso all’amministrazione finanziaria del proprio Stato che la trasmetterà, telematicamente, a quella italiana.

La richiesta di rimborso va compilata in lingua italiana (ma è accettata anche quella in inglese e francese) e gli importi devono essere indicati in euro.

Può essere presentata per periodi non superiori all’anno e non inferiori a tre mesi (Direttiva 2008/9/CE del 12 febbraio 2008, recepita con D.Lgs. n. 18 del 2010).

Attenzione: Le istanze di rimborso relative all’anno d’imposta 2010 devono essere presentate entro il 30 settembre 2011.

Periodo del rimborso

Data inizio presentazione

Data fine presentazione

Annuale 2009

01/01/2010

31/03/2011

I trimestre 2010

01/04/2010

30/09/2011

II trimestre 2010

01/07/2010

30/09/2011

III trimestre 2010

01/10/2010

30/09/2011

IV trimestre 2010

01/01/2011

30/09/2011

Se il contribuente vanta un credito Iva per un periodo inferiore a tre mesi potrà richiedere il rimborso del credito utilizzando la richiesta annuale.

Per esempio, se un contribuente è in possesso di fatture per i mesi di gennaio e febbraio (ma non di marzo) non può chiedere il rimborso per il 1° trimestre, ma lo potrà fare soltanto con la dichiarazione annuale.

Per le richieste relative a un trimestre l’importo minimo rimborsabile è di 400 euro (se inferiore, il rimborso sarà annuale); per le richieste relative all’anno, invece, l’importo minimo rimborsabile è di 50 euro.

 

 

 

8) Spesometro rinviata al prossimo 31 dicembre la comunicazione

L’Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 16 settembre 2011, ha disposto la proroga del termine al 31 dicembre 2011 per la comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini Iva di importo almeno pari a euro 25.000.

E’ quanto rammenta una nota del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro del 21 settembre 2011.

Il provvedimento dispone due modifiche al provvedimento del 22 dicembre 2010: Il differimento al 31 dicembre 2011 del termine per la comunicazione delle operazioni non inferiori a 25mila euro e l’integrale sostituzione delle specifiche tecniche che risultavano allegate al provvedimento del dicembre dello scorso anno.

Rimane fermo invece, il termine del 30 aprile, che varrà per le comunicazioni da effettuarsi nel 2012 e negli anni successivi.

IVA: comunicazione telematica delle operazioni di importo pari o superiore a tremila euro

Anche Assonime con una nota del 21 settembre 2011 ha precisato quanto segue:

Con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 16 settembre 2011 è stato modificato il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 22 dicembre 2010, con il quale è stata data attuazione ad un nuovo obbligo di comunicazione posto a carico della generalità dei soggetti IVA, introdotto nell’ambito delle misure di contrasto alle frodi contenute nella c.d. manovra correttiva 2010 (art. 21 del D.L. n. 78 del 2010, convertito dalla legge n. 122 del 2010).

Il provvedimento del 2010 ha riguardato la comunicazione delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi fatturate, sia rese che ricevute, di importo pari o superiore a tremila euro, al netto dell’IVA, ovvero pari o superiore a tremilaseicento euro, al lordo dell’imposta, per le operazioni non soggette all’obbligo di fatturazione.

Quanto alle modalità ed ai termini di trasmissione, lo stesso provvedimento ha stabilito che le comunicazioni, a regime, devono essere inviate all’Agenzia delle entrate esclusivamente per via telematica entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento.

Con specifico riguardo alle operazioni, documentate con fattura, rese o ricevute nel periodo d’imposta 2010, il medesimo provvedimento ha previsto che l’obbligo sussista per le operazioni di importo pari o superiore a venticinquemila euro, ed ha fissato il termine di trasmissione delle relative comunicazioni al 31 ottobre 2011.

Con il nuovo provvedimento del 16 settembre 2011, al fine di semplificare gli obblighi di comunicazione da parte dei contribuenti, sono state sostituite le specifiche tecniche allegate al citato provvedimento del 22 dicembre 2010 (già parzialmente modificate con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 21 giugno 2011), ed è stato prorogato dal 31 ottobre 2011 al 31 dicembre 2011 il termine di presentazione in via telematica delle comunicazioni delle operazioni relative al periodo d’imposta 2010, di importo non inferiore a venticinquemila euro.

 

 

 

9) Modifiche alla disciplina dei depositi IVA: Nota di Assonime

La legge di conversione della cd. “Manovra di ferragosto” (Legge n. 148 del 2011, pubblicata nella G.U. n. 216 del 16 settembre 2011) è intervenuta sulla disciplina in materia di depositi IVA, prevista dall’art. 50-bis del D.L. n. 331 del 1993, per introdurre alcune modifiche alle disposizioni che regolano l’estrazione dei beni dal deposito.

Assonime è tornata su tale tema con una nota del 21 settembre 2011 che ha illustrato la seguente disciplina:

Al riguardo, il comma 6 dell’art.50-bis stabilisce che l’estrazione dei beni da un deposito IVA, ai fini della loro utilizzazione o in esecuzione di atti di commercializzazione nello Stato, può essere effettuata solo da soggetti passivi d’imposta e comporta il pagamento dell’IVA.

Per contrastare fenomeni di elusione ed evasione posti in essere attraverso un’applicazione distorta del regime dei depositi IVA, la Legge n. 148/2011 (che ha convertito il D.L. n. 138 del 13 agosto 2011) – modificando il comma 6 dell’art.50-bis – ha previsto che l’estrazione dei beni dal deposito può essere effettuata solo da soggetti passivi IVA “iscritti alla Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura da almeno un anno, che dimostrino una effettiva operatività e attestino la regolarità dei versamenti IVA” con le modalità che saranno definite con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate.

Viene segnalato che, già in precedenza, la Legge di conversione del cd. “Decreto sviluppo” (Legge n. 106 del 12 luglio 2011) aveva introdotto altre misure antifrode in materia di depositi IVA volte, da un lato, a individuare in modo più puntuale l’ambito di applicazione della relativa disciplina e, dall’altro, a prevedere la prestazione di una garanzia nei casi di immissione in libera pratica di merce non comunitaria destinata ad essere introdotta nei depositi IVA senza il pagamento dell’imposta.

Con la nota n. 84920 del 7 settembre 2011, l’Agenzia delle dogane ha illustrato le modifiche apportate dalla Legge n. 106/2011, precisando tra l’altro che – in applicazione dell’art. 3, comma 2, della legge n. 212 del 2000, contenente le disposizioni dello Statuto dei diritti del contribuente – l’operatività delle novità riguardanti le modalità di gestione della predetta garanzia decorre dal 60° giorno dall’entrata in vigore del provvedimento che le ha introdotte, e cioè dal 12 settembre 2011.

 

 

 

10) Introduzione del contributo unificato nel processo tributario: Circolare del MEF

Sulla base del D.L. n. 98/2011, convertito in Legge n. 111 del 2011 (cd. prima manovra estiva), nel processo tributario, in luogo dell’imposta di bollo si applica il contributo unificato per i ricorsi notificati a decorrere dal 7 luglio 2011.

Per ultimo, la materia è stata modificata dal D.L. n. 138 del 13 agosto 2011, convertito in Legge n. 148 del 2011 (cd. manovra di ferragosto).

Su tale disciplina è adesso intervenuto il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con la circolare n. 1/DF del 21 settembre 2011, con l’intento di fare luce sulle novità introdotte dal Legislatore per tentare di fare fronte ai debiti del paese.

Pertanto, sono ora soggetti al contributo unificato gli atti e i provvedimenti relativi ai giudizi in corso o ai ricorsi introduttivi di nuovi giudizi che siano stati notificati a decorrere dalla data del 7 luglio 2011, indipendentemente dalla data del deposito presso le Segreterie delle Commissioni tributarie provinciali e regionali ovvero dalla data di richiesta di iscrizione a ruolo.

Presupposto oggettivo

Nel processo tributario sono “atti processuali” quelli che introducono un nuovo giudizio di primo grado o di impugnazione innanzi alle Commissioni provinciali o regionali (ricorso, appello, riassunzione) e quelli che introducono nuove e autonome domande nell’ambito del processo già in corso (motivi aggiunti nei confronti di nuovi atti o provvedimenti depositati in giudizio, appello incidentale).

Il contributo unificato (che non è dovuto per le istanze di sospensione) è dovuto per i seguenti e di atti e provvedimenti:

– Ricorso e appello principale avverso la sentenza;

– appello incidentale;

– riassunzione della causa a seguito di rinvio da parte della Corte di Cassazione alla Commissione tributaria provinciale o regionale;

– istanza di revocazione ex art. 395, c.p.c., di cui all’art. 64 del D.Lgs. n. 546/1992;

– opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c.;

– ricorso in ottemperanza di cui all’art. 70 del D.Lgs. n. 546/92;

– motivi aggiunti di cui all’art. 24, comma 4, del D.Lgs. n. 546/1992, nei casi in cui configurino la proposizione di un nuovo ricorso avverso atti non indicati in quello introduttivo e depositati in corso di giudizio.

Inoltre, il contributo é dovuto il contributo unificato per i seguenti atti:

– Reclamo con o senza proposta di mediazione nelle controversie di valore non superiore a ventimila euro, al momento del deposito nella Segreteria della Commissione tributaria provinciale, decorso il termine di 90 giorni previsto dal citato comma 9 o il termine più breve nel caso di rigetto o di accoglimento parziale del reclamo stesso;

– riassunzione della causa innanzi alla Commissione tributaria provinciale a seguito di decisione da parte della Corte di Cassazione sulla giurisdizione;

– atti di intervento di cui all’articolo 14, comma 3, del D.Lgs. n. 546/92;

– istanza di iscrizione di ipoteca e sequestro conservativo di cui all’art. 22 del D.Lgs. n. 472/1997;

– reclamo di cui agli artt. 28 e 45 del D.Lgs. n. 546/1992, rispettivamente, contro i provvedimenti presidenziali e contro il decreto presidenziale.

L’obbligo di pagamento del contributo sorge al momento del deposito nella Segreteria della Commissione tributaria provinciale.

Misura del contributo unificato

Per i ricorsi principale e incidentale, proposti innanzi le Commissioni tributarie, il contributo unificato è dovuto nei seguenti importi:

a) euro 30,00 per controversie di valore fino a euro 2.582,28;

b) euro 60,00 per controversie di valore superiore a euro 2.582,28 e fino a euro 5.000;

c) euro 120,00 per controversie di valore superiore a euro 5.000 e fino a euro 25.000;

d) euro 250,00 per controversie di valore superiore a euro 25.000 e fino a euro 75.000;

e) euro 500,00 per controversie di valore superiore a euro 75.000 e fino a euro 200.000;

f) euro 1.500,00 per controversie di valore superiore a euro 200.000.

Per le controversie tributarie di valore indeterminabile è dovuto un CU pari a 120,00 euro;

Diversamente, per i ricorsi notificati prima del 17 settembre 2011, in caso di valore indeterminato della controversia, la misura del contributo unificato dovuto per le controversie di valore indeterminato è pari ad euro 30,00 corrispondente al primo scaglione di valore, atteso che detto valore può considerarsi pari a zero.

Maggiorazione del contributo unificato

Nel processo tributario, il contributo unificato è aumentato della metà ove il difensore non indichi il proprio indirizzo di posta elettronica certificata (PEC), ovvero qualora la parte ometta di indicare il proprio codice fiscale nel ricorso.

La maggiorazione viene applicata solo al ricorso in primo grado o a quello di appello principale o incidentale ma non agli altri atti del processo sottoposti a contributo.

Poiché la maggiorazione si configura quale sanzione amministrativa, la mancata indicazione della PEC e del codice fiscale può essere sanata tempestivamente dalla parte – previa apposita richiesta, anche informale, della Segreteria della Commissione tributaria competente – con il deposito di un atto contenente le indicazioni mancanti.

Non è necessario che tale atto venga notificato alla controparte prima del deposito.

Infine, al ricorrente che sta in giudizio personalmente ai sensi dell’articolo 12, comma 5, del D.Lgs. n. 546/92, e che non indica nel ricorso introduttivo la PEC, non si applica la sanzione dell’aumento del 50% del CU; diversamente, detto aumento si applica qualora lo stesso non indichi il proprio codice fiscale.

Dichiarazione del valore della lite

Nell’ipotesi di omessa indicazione del valore della controversia nelle conclusioni del ricorso, si applica il CU pari a 1.500,00 euro. Detta previsione è stata inserita per i ricorsi notificati dal 17 settembre 2011.

Diversamente, per i ricorsi notificati precedentemente alla suddetta data e che non contengono la dichiarazione del valore della lite, non può applicarsi alcuna maggiorazione del contributo unificato, attesa la mancanza di una specifica norma vigente al momento dell’entrata in vigore del D.L. n. 98/2011.

Ovviamente le controversie inerenti le operazioni catastali (intestazione, delimitazione, figura, estensione e classamento dei terreni, ripartizione dell’estimo tra compossessori, consistenza, classamento delle singole unità immobiliari urbane e attribuzione della rendita catastale), si configurano di valore indeterminabile.

Ulteriore ipotesi di valore indeterminabile della controversia, è identificabile nell’impugnazione del provvedimento di cancellazione o di diniego di iscrizione all’anagrafe delle Onlus.

Sarà compito delle Segreterie verificare il valore della controversia al fine di stabilire l’importo del contributo unificato a carico della parte obbligata al versamento e provvedere al recupero del contributo stesso.

Nel giudizio di primo grado, il valore della lite dovrà essere determinato con riferimento all’ammontare del tributo oggetto del ricorso principale. Qualora l’atto impugnato contenga più tributi, il valore della lite si identifica esclusivamente con quello relativo al tributo di cui si chiede l’annullamento.

Per i giudizi di secondo grado, il valore della controversia si identifica con il contenuto della sentenza. Qualora la sentenza abbia accolto o respinto in toto il ricorso in primo grado, il valore della lite in appello sarà pari a quello determinato in primo grado. Qualora la sentenza abbia accolto parzialmente il ricorso e riformato in parte l’atto impugnato, il valore della controversia cui commisurare il CU sarà pari a quello determinato nella sentenza appellata.

Nell’appello incidentale, il valore della controversia è costituito dalla parte della sentenza che è oggetto dell’appello stesso.

Pagamento del CU

Il contributo unificato va corrisposto mediante versamento presso:

– Gli agenti della riscossione, utilizzando il modello F23;

– gli uffici postali, utilizzando l’apposito bollettino di conto corrente postale intestato alla sezione di tesoreria dello Stato, competente per provincia;

– le rivendite di generi di monopolio e di valori bollati (es. tabaccai).

La ricevuta del versamento deve contenere i seguenti dati:

a) l’ufficio giudiziario adito;

b) le generalità e il codice fiscale dell’attore o ricorrente;

c) le generalità delle altre parti.

Se la parte obbligata al pagamento del CU decide di versare il contributo presso le rivendite di genere di monopolio, ha l’onere di apporre l’apposito contrassegno nello spazio dedicato nella nota di iscrizione a ruolo di cui al novellato art. 22 del D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546.

Le Segreterie sono tenute a verificare che nel fascicolo d’ufficio sia inserita, in originale, la prova dell’avvenuto versamento.

Al momento del deposito o della ricezione del ricorso, dell’appello o di uno degli

atti del processo, le Segreterie delle Commissioni dovranno verificare che:

a) l’atto depositato contenga, nelle conclusioni, la dichiarazione di valore della controversia;

b) la ricevuta del versamento del contributo unificato sia allegata al ricorso;

c) il codice tributo inserito nel modello F23 sia il “941T” “contributo unificato di iscrizione a ruolo nei procedimenti giurisdizionali” e nel punto 6 “ufficio o ente” del medesimo modello venga indicato il codice della commissione tributaria adita;

Pertanto, spetta alle Segreterie delle Commissioni tributarie provinciali e regionali presso le quali è stato depositato l’atto:

– il recupero del contributo unificato il cui pagamento sia omesso o insufficiente, ovvero quello derivante dall’applicazione della maggiorazione prevista, mediante comunicazione dell’invito al pagamento;

– l’irrogazione e l’intimazione al pagamento della sanzione;

– il calcolo degli interessi e l’iscrizione a ruolo delle somme dovute.

Irrogazione e intimazione al pagamento della sanzione

Per la riscossione del contributo unificato omesso o insufficiente, si prevede l’applicazione degli interessi al saggio legale sull’importo iscritto a ruolo, nonché l’irrogazione della sanzione amministrativa dal 100% al 200% per cento della maggiore imposta dovuta, così come prescritto dall’art. 71 del D.P.R. n. 131/1986, in materia di imposta di registro.

L’entità della sanzione è commisurata ai giorni di ritardo nel pagamento del CU, nelle seguenti percentuali:

– 33% dell’importo dovuto e non versato, qualora il pagamento del contributo unificato avvenga oltre la scadenza del termine per l’adempimento indicato nell’invito al pagamento ma entro il 60° giorno dalla notifica dell’invito;

– 150% dell’importo dovuto e non versato, se il pagamento avviene tra il 61° e il 90° giorno dalla notifica dell’invito al pagamento;

– 200% dell’importo dovuto e non versato, se il pagamento avviene successivamente al 90° giorno ovvero non venga effettuato.

L’irrogazione della sanzione va effettuata mediante apposita intimazione di pagamento, con l’indicazione della misura della sanzione applicata in funzione dei giorni di ritardo nel pagamento del CU.

L’ufficio competente all’espletamento della procedura di cui sopra è quello presso il magistrato dove è depositato l’atto cui si collega il pagamento o l’integrazione del CU.</sp

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