Novità fiscali del 27 luglio 2011, tra cui cessione delll’autovettura con IVA detratta parzialmente; tracciabilità appalti; termini di accertamento...

cessione dell’autovettura con IVA detratta parzialmente; raddoppio dei termini di accertamento anche per gli anni già decaduti; tracciabilità appalti: in G.U. le linee guida AVCP; aziende prossime al fallimento: niente reato se non si versano contributi e stipendi; permanenza dei verificatori fiscali: vale il termine continuativo “pro contribuente”; Modello F24 Accise: cambiata la ridenominazione di due codici tributo per versamenti ai monopoli; istituito il codice tributo per il versamento con F24 del contributo di soggiorno a Roma; bonus bebè, Agenzia estranea alle lettere

 

 Indice:

 1) Raddoppio dei termini anche per gli anni già decaduti

 2) Tracciabilità appalti: In G.U. le linee guida AVCP

 3) Aziende prossime al fallimento: Niente reato se non si versano contributi e stipendi

 4) Permanenza dei verificatori fiscali: Vale il termine continuativo “pro contribuente”

 5) Come cedere l’autovettura con Iva detratta parzialmente

 6) Modello F24 Accise: Cambiata la ridenominazione di due codici tributo per versamenti ai monopoli

 7) Istituito il codice tributo per il versamento con F24 del contributo di soggiorno a Roma

 8) Bonus bebè, Agenzia estranea alle lettere

 

1) Raddoppio dei termini anche per gli anni già decaduti

La Consulta ha riconosciuto la legittimità della norma introdotta dal D.L. n. 223/2006, che ha stabilito il raddoppio dei termini per la decadenza dell’azione di accertamento in presenza di un reato tributario anche nel caso in cui la violazione penale sia stata constatata dopo la scadenza dei termini ordinari di accertamento.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 247 depositata il 25 luglio 2011, si è, infatti, pronunciata in merito all’ambito applicativo del raddoppio dei termini per violazioni penali, introdotto dal D.L. n. 223/2006 che ha modificato l’art. 43 del D.P.R. n. 600/73 e l’art. 57 del D.P.R. n. 633/72.

Come è noto, tali norme hanno disposto che gli ordinari termini per l’accertamento delle imposte sono raddoppiati nei casi in cui sussiste l’obbligo di denuncia per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74/2000.

Per cui in caso di dichiarazione infedele o fraudolenta, l’accertamento può essere notificato, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre dell’ottavo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione o, in caso di omessa dichiarazione, del decimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.

Pertanto, alla luce di tale decisione, il raddoppio dei termini si verifica anche qualora il reato emerga in un momento in cui i termini “brevi” siano già decaduti.

Quindi, le scritture contabili devono essere conservate entro il più ampio termine di otto o di dieci anni.

L’obbligo (art. 22 del D.P.R. n. 600/1973) di conservazione legato al termine per l’accertamento è perciò lungo.

Secondo la Consulta è, pertanto, legittimità della norma introdotta dal D.L. n. 223/2006, che dispone il raddoppio dei termini per la decadenza dell’azione di accertamento in presenza di un reato tributario anche nel caso in cui la violazione penale sia stata constatata dopo la scadenza dei termini ordinari di accertamento.

Non si tratta di riapertura o proroga di termini scaduti, ma di termini fissati direttamente dalla legge e su cui l’Amministrazione non ha alcun margine di discrezionalità.

Tuttavia, spetta al giudice tributario, qualora richiesto dal contribuente, accertare se l’Ufficio abbia agito con imparzialità o abbia invece fatto un uso pretestuoso e strumentale della legge.

A tal fine, quindi, contribuenti ed imprese dovranno conservare documenti fiscali e contabilità per almeno 8 anni dopo la presentazione della dichiarazione.

 

 

 

2) Tracciabilità appalti: In G.U. le linee guida AVCP

E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 171 del 25 luglio 2011, la determinazione 7 luglio 2011 dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (AVCP), contenente le linee guida per la tracciabilità dei flussi finanziari ai sensi dell’art. 3 della L. n. 136/2010 (“Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al governo in materia di normativa antimafia”), in vigore dal mese di settembre 2010.

Come è noto la Legge n. 136/2010, al fine di prevenire infiltrazioni malavitose nel “tessuto produttivo”, prevede che i flussi finanziari, provenienti da soggetti tenuti all’osservanza del DLgs. n. 163/2006 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture) e diretti a operatori aggiudicatari di un contratto di appalto di lavori, servizi o forniture, debbano essere tracciati, in modo che ogni incasso e pagamento possa essere adeguatamente controllato.

La citata determinazione si sofferma anche sull’entrata in vigore della Legge n. 136/2010 e sul regime transitorio, in riferimento ai contratti sottoscritti dopo il 7 settembre 2010 e a quelli sottoscritti prima di tale data.

L’Autorità passa poi a chiarire, quali sono i soggetti tenuti all’osservanza degli obblighi di tracciabilità, la filiera delle imprese, i contratti con operatori non stabiliti in Italia, quelli nei settori speciali, incarichi di collaborazione; modalità di attuazione della tracciabilità; richiesta e identificazione del CIG e del CUP; la tracciabilità attenuata; il fondo economale.

Non mancano poi i chiarimenti sui servizi bancari; servizi di ingegneria ed architettura; contratti stipulati dalle agenzie di viaggio; cessione dei crediti; contratti nel settore assicurativo; contratti di associazione; comunicazioni.

I pilastri fondamentali dell’art. 3 della Legge n. 136/2010 sono:

– L’utilizzo di conti correnti dedicati per l’incasso ed i pagamenti di movimentazioni finanziarie derivanti da contratto di appalto;

– il relativo divieto di utilizzo del contante per incassi e pagamenti e di movimentazioni in contante sui conti dedicati;

– l’obbligo di utilizzo di strumenti tracciabili per i pagamenti.

La tracciabilità si applica anche ai subcontratti che non prevedono apporto di manodopera.

Non sono, invece, sottoposti alla normativa di cui all’art. 3 della legge n. 136/2010 i contratti finalizzati all’acquisto di beni che confluiscono nelle scorte di magazzino dell’operatore economico, qualora i medesimi contratti precedano l’affidamento della commessa pubblica e prescindano da quest’ultima.

L’autorità procede poi ad elencare degli esempi, tra cui:

Appalto della ASL per la fornitura di attrezzature sanitarie destinate alle strutture ospedaliere

L’impresa appaltatrice che fornisce le apparecchiature opera come grossista e si approvvigiona presso una terza impresa che produce le strumentazioni.

Per realizzare il prodotto finito, quest’ultima impresa acquista la componentistica dai propri fornitori.

In tal caso, l’ultimo contratto rilevante ai sensi dell’art. 3, legge n. 136/2010, é quello che coinvolge l’impresa che realizza le attrezzature sanitarie richieste dal committente pubblico, a prescindere dal livello della filiera nel quale tale contratto si colloca (vale a dire, che ci sia o meno l’intermediazione di un’impresa distributrice).

Appalto di forniture di medicinali affidato da una ASL

L’appaltatore può essere un distributore di medicinali o un’impresa farmaceutica: Nel primo caso, l’appaltatore é un’impresa distributrice – grossista – che, a sua volta, acquista i medicinali da un’impresa farmaceutica, la quale stipula ulteriori subcontratti con i produttori dei principi attivi e della materia prima necessari per la composizione dei medicinali.

In tal caso, l’appaltatore non realizza direttamente il prodotto finito oggetto della fornitura pubblica richiesta, ma provvede soltanto alla sua distribuzione.

Per queste ragioni, l’impresa farmaceutica che realizza i medicinali é da includere nella filiera rilevante, mentre ne é escluso il produttore di principi attivi o il fornitore della materia prima, la cui prestazione non presenta un collegamento funzionale con la fornitura di medicinali oggetto dell’appalto; nel secondo caso, l’appaltatore é l’impresa farmaceutica che produce direttamente i medicinali richiesti dalla ASL.

Anche in questa ipotesi, i subcontratti stipulati per la provvista dei principi attivi o della materia prima necessaria al confezionamento dei medicinali non rientrano nella filiera rilevante dello specifico appalto, in quanto riguardano l’attività ordinaria dell’impresa farmaceutica.

Flussi finanziari soggetti a tracciabilità

La tracciabilità dei flussi finanziari trova applicazione, tra l’altro, ai flussi finanziari derivanti dai contratti di appalto di lavori, servizi e forniture.

Contratti di servizi esclusi di cui al Titolo II, parte I, del Codice

Sono esclusi dal perimetro di applicazione della tracciabilità i contratti aventi ad oggetto l’acquisto o la locazione di terreni, fabbricati esistenti o altri beni immobili o riguardanti diritti su tali beni, nonché concernenti i servizi di arbitrato e conciliazione.

Servizi di ingegneria ed architettura

Con riferimento al settore dei servizi di ingegneria e architettura, le norme sulla tracciabilità si applicano a tutti i professionisti ed agli studi professionali, che concorrono all’aggiudicazione degli appalti aventi ad oggetto i servizi di ingegneria ed architettura.

Utilizzo di conti correnti bancari o postali dedicati

Il conto corrente può essere dedicato anche in via non esclusiva e, pertanto, esso può essere utilizzato promiscuamente per più commesse, purché, secondo quanto disposto dall’art. 6 comma 4 del D.L. n. 187/2010, per ciascuna commessa sia effettuata la comunicazione di cui al comma 7 dell’art. 3 della legge n. 136/2010.

Inoltre, sui medesimi conti possono essere effettuati movimenti finanziari anche estranei alle commesse pubbliche comunicate.

Pertanto, i conti correnti dedicati alle commesse pubbliche possono essere adoperati contestualmente anche per operazioni che non riguardano, in via diretta, il contratto cui essi sono stati dedicati.

Ad esempio, un’impresa che opera anche nell’edilizia privata può utilizzare il conto corrente dedicato ad un appalto pubblico per effettuare operazioni legate alla costruzione di un edificio privato.

In altri termini, non tutte le operazioni che si effettuano sul conto dedicato devono essere riferibili ad una determinata commessa pubblica, ma tutte le operazioni relative a questa commessa devono transitare su un conto dedicato.

 

 

 

3) Aziende prossime al fallimento: Niente reato se non si versano contributi e stipendi

La Suprema Corte ha sancito che non commette reato di omesso versamento dei contributi, l’azienda che in procinto di fallire non ha versato lo stipendio e i contributi ai propri dipendenti.

Annullata la condanna per omesso versamento con rinvio per un nuovo processo per un imprenditore che per le cattive condizioni in cui si trovava la sua impresa non aveva versato stipendio e contributi ai propri dipendenti.

Accolta la tesi legale della difesa.

Con il rinvio la Corte d’appello dovrà stabilire se la crisi dell’azienda ha impedito effettivamente di versare quanto dovuto.

In particolare, Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29616 del 25 luglio 2011, ha stabilito che le aziende che siano in procinto di attivare le procedure fallimentari non siano perseguibili poiché l’omissione contributiva “è una forma particolare di appropriazione indebita e di conseguenza, per il suo perfezionamento, è necessaria l’effettiva corresponsione della retribuzione ai dipendenti”.

 

 

 

4) Permanenza dei verificatori fiscali: Vale il termine continuativo “pro contribuente”

Il termine di permanenza degli operatori dell’Amministrazione finanziaria nella sede del contribuente va inteso in senso continuativo e non, invece, frazionato.

Ciò al fine di evitare di bloccare l’attività professionale e commerciale del contribuente verificato.

Il periodo di 30 giorni (prorogabili di altri 30) per la permanenza degli operatori del Fisco nella sede del contribuente così come previsto dall’art. 12, comma 5, legge n. 212/2000 va, pertanto, calcolato “come periodo continuativo di 30 giorni lavorativi che, iniziando da data certa abbia un termine obiettivamente preventivabile altrettanto certo, salvo ulteriore periodo di 30 giorni, unito al precedente senza soluzione di continuità e tempestivamente autorizzato in modo che non vi sia alcun tempo di permanenza presso il domicilio del verificato privo di autorizzazione”.

Una diversa lettura della norma lascerebbe di fatto il contribuente alla prese dei verificatori “in una situazione di stallo professionale e commerciale” anche per il fatto di non poter disporre della documentazione contabile perché sigillata e messa a disposizione degli operatori fiscali.

Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Regionale di Milano, con la sentenza n. 71/14/11 del 8 luglio 2011, la quale, peraltro, si é allineata con quanto stabilito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte con sentenza del 21 novembre 2002, n. 16424, intervenuta sull’importanza del rispetto delle norme previste a tutela del contribuente nel corso della verifica, giacché la relativa inosservanza comporta l’inutilizzabilità delle prove irregolarmente acquisite.

 

 

 

5) Come cedere l’autovettura con Iva detratta parzialmente

Riguardo la questione concernente la vendita dell’autovettura la cui Iva è stata

detratta soltanto nella misura del 40%, la Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro, con il parere n. 15 del 26 luglio 2011, ha fornito la seguente disamina (generale e poi particolare):

Cessione di autovettura con iva detratta al 40%

FATTURAZIONE DELLA CESSIONE DELL’AUTOVETTURA IN ESENZIONE IVA

Nel caso di cessione di un autovettura che è stata acquistata senza detrarre alcunché di IVA, l’operazione di successiva cessione dovrà considerarsi, in presenza di determinate condizioni, esente dall’IVA. Una ulteriore applicazione dell’imposta, infatti, comporterebbe una duplicazione dell’assoggettamento ad IVA, già assolta definitivamente nell’ambito della fase antecedente.

La norma di riferimento è l’articolo 10, primo comma, n. 27-quinquies), del DPR n. 633/1972, la quale prevede l’esenzione per le cessioni a titolo oneroso che hanno per oggetto beni acquistati o importati senza il diritto alla detrazione totale della relativa imposta ai sensi degli articoli 19, 19- bis1 e 19-bis2 del decreto IVA.

In definitiva, le fattispecie in cui un soggetto dotato di partita Iva non ha potuto detrarre l’Iva concernente l’acquisto della autovettura sono riconducibili alle ipotesi in cui mancano i presupposti generali relativi alla detrazione stabiliti dall’articolo 19 del decreto IVA:

• l’autovettura non è inerente all’esercizio dell’attività d’impresa, arte o professione;

• l’attività svolta dall’interessato è soggetta a pro-rata di indetraibilità del 100% (ad es., medici e promotori finanziari);

• l’autovettura è stata utilizzata in relazione ad attività escluse da Iva (es., autovetture utilizzate per progetti pubblici a fronte dei quali si è ottenuto contributi non soggetti ad Iva);

In presenza di tali presupposti, si potrà, quindi, considerare l’operazione di vendita, esente, emettendo fattura con una dizione del tipo “Operazione esente da IVA ex art. 10, n. 27-quinquies), DPR n. 633/1972”.

FATTURAZIONE DELLA CESSIONE DELL’AUTOVETTURA CON IVA

La cessione dell’autovettura sarà soggetta ad Iva con l’aliquota ordinaria se all’atto dell’acquisto l’Iva è stata interamente detratta (agenti e rappresentanti di commercio, taxisti, autonoleggi, commercianti di auto nuove, etc.)

Allo stesso modo, la cessione sarà soggetta ad Iva laddove la detrazione dell’Iva non sia stata operata a norma dell’articolo 36-bis del DPR n. 633/1972, quali normalmente banche, SIM, assicurazioni (RM n. 16/2007). Tale ultima disposizione prevede la possibilità, in capo ai soggetti che effettuano operazioni esenti, di essere dispensati, previa apposita opzione da esercitarsi in sede di dichiarazione annuale, dagli adempimenti relativi a tali operazioni perdendo, tuttavia, il diritto alla detrazione l’IVA assolta sugli acquisti complessivamente effettuati (compresi, quindi, anche quelli per i quali era possibile portare in detrazione l’IVA a norma degli articoli 19, 19bis-1 e 19bis-2 del DPR n. 633 del 1972). In questo caso, l’operazione di successiva vendita dell’autovettura deve essere effettuata applicando l’aliquota propria del bene.

FATTURAZIONE CESSIONE AUTOVETTURA IN REGIME DEL MARGINE

Particolarità si hanno nell’ipotesi in cui la cessione dell’autovettura debba essere effettuata in regime del margine. Affinché il regime del margine sia operante, è necessario che l’autovettura sia stata acquisita dal cedente senza applicazione dell’IVA e, cioè, in particolare, quando è stata acquistata presso i seguenti soggetti:

1) privati;

2) soggetti passivi che non hanno potuto detrarre l’IVA all’atto dell’acquisto o dell’importazione (medici, promotori finanziari, etc);

3) soggetti che beneficiano nel proprio Stato membro di appartenenza del regime di franchigia previsto per le piccole imprese;

4) soggetti che a loro volta hanno assoggettato la cessione al regime del margine.

In questo caso, all’atto della cessione dell’autovettura l’Iva andrà scorporata dalla differenza tra prezzo di vendita dell’autovettura e prezzo di acquisto della stessa. La fattura in regime del margine va emessa con la seguente dicitura “Operazione soggetta al regime del margine di cui all’art. 36 del DL 41/95 e successive modificazioni”.

FATTURAZIONE CESSIONE AUTOVETTURA CON IVA PARZIALE

Infine, nell’ipotesi in cui la detrazione dell’imposta sia stata limitata parzialmente anziché integralmente in virtù delle previsioni di cui all’articolo 19-bis1 del DPR n. 633/1972 o di altre disposizioni di indetraibilità oggettiva, la base imponibile da utilizzare è determinata moltiplicando l’ammontare della base imponibile individuata secondo i criteri ordinari, per la percentuale detraibile ai sensi di tali disposizioni (articolo 13, quinto comma, del Decreto IVA).

Ciò significa, in sostanza, che l’IVA sulla cessione a valle si applicherà nella stessa misura percentuale della detrazione operata a monte. E’ il caso, ad esempio, delle autovetture la cui Iva è stata detratta per il solo 40% del suo ammontare.

In altre parole, se è stata acquistata una autovettura da un autosalone al prezzo di €. 10.0000 oltre Iva 20% e si è detratto della predetta iva pari a € 2.000, il 40%, vale a dire € 800, laddove si intenda poi cedere la predetta autovettura al prezzo complessivo di € 4.000, occorre individuare l’iva da indicare in fattura.

Dunque, i parametri generali sono i seguenti in presenza di Iva con aliquota del 20%, originariamente detratta per il 40% del suo ammontare.

Prezzo complessivo: 100%

• Imponibile Iva: 37,04%

• Iva: 7,41%

• Quota fuori campo Iva: 55,56%.

Riassumendo: 37,04+7,41+55,56= 100

Applichiamo al prezzo di vendita concordato, nell’esempio pari a € 4.000 i predetti parametri:

• Imponibile Iva: € 1.481,48 (37,04% di 4.000)

• Iva: € 296,30 (7,41% di 4.000)

• Quota fuori campo Iva: €. 2.222,22 (55,56% di 4.000)

Totale fattura: € 4.000 (100%).

(Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro, Parere n. 15 del 26 luglio 2011)

 

 

 

6) Modello F24 Accise: Cambiata la ridenominazione di due codici tributo per versamenti ai monopoli

Pubblicato dal fisco documento di prassi avente per oggetto: “Ridenominazione dei codici tributo “5133” e “5137” per il versamento, mediante modello “F24 accise” , di somme relative a penali comminate dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato ai concessionari per violazioni previste nelle relative convenzioni”.

La nuova denominazione ha riguardato due codici tributo per le sanzioni comminate ai concessionari della raccolta di scommesse ippiche e sportive.

I citati due codici erano già esistenti, ora è cambiata solo la denominazione per l’adeguamento alle novità della normativa.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 75/E del 26 luglio 2011, ha attribuito una nuova denominazione ai codici tributo 5133 e 5137, che continuano ad assolvere la funzione di sempre.

Sono stati tolti i riferimenti normativi ritenuti obsoleti, lasciando il posto a un titolo più chiaro che consente ai Monopoli di Stato, di potere gestire meglio le nuove convenzioni di concessione della raccolta di scommesse ippiche e sportive.

In sostanza, detti codici in questione servono a versare, con il modello F24 accise (“Sezione Accise/Monopoli ed altri versamenti non ammessi in compensazione”), le sanzioni comminate dall’Aams agli esercenti autorizzati che hanno deciso, in autonomia e senza autorizzazione, di sospendere l’attività di raccolta.

Pertanto, adesso, la denominazione dei due codici è, rispettivamente:

– per il codice 5133, “penale per la sospensione non autorizzata della raccolta di scommesse e giochi pubblici su base ippica di cui alle relative convenzioni”

– per il codice 5137, “penale per la sospensione non autorizzata della raccolta di scommesse e giochi pubblici su base sportiva di cui alle relative convenzioni”.

Queste gli altri dati da indicare nell’F24 Accise:

– la lettera “M” nel campo “ente”

– il “codice concessione” nel campo “codice identificativo”

– l’anno cui si riferisce il versamento nel campo “anno di riferimento”.

Infine, non va indicato nessun dato nei campi “provincia” e “mese”.

 

 

 

7) Istituito il codice tributo per il versamento con F24 del contributo di soggiorno a Roma

L’art. 14, comma 16, lett. e), del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, ha previsto per la città di Roma “l’introduzione di un contributo di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive della città, da applicare secondo criteri di gradualità in proporzione alla loro classificazione fino all’importo massimo di 10 euro per notte di soggiorno”.

In attuazione di quanto previsto dalla norma citata, con deliberazione 28 luglio 2010, n. 67, il comune di Roma ha introdotto, a decorrere dal 1 gennaio 2011, detto contributo di soggiorno.

In conformità con quanto stabilito dall’articolo 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, che attribuisce ai comuni una potestà regolamentare generale in materia di entrate, anche tributarie, il comune di Roma, con deliberazione 22 dicembre 2010, n. 38, ha approvato il regolamento sul contributo di soggiorno che disciplina, tra l’altro, le modalità di versamento del contributo anche mediante versamento unitario di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241.

Per consentire il versamento, tramite modello F24, del suddetto contributo di

soggiorno, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 74/E del 26 luglio 2011, ha istituito, i seguenti codici tributo:

“3936” denominato “Roma Capitale – Contributo di soggiorno – art. 14, c. 16, lett.e) dl. n. 78/2010, conv., con modif., dalla l. n. 122/2010″;

“3937” denominato “Roma Capitale – Contributo di soggiorno – art. 14, c. 16, lett. e) dl. n. 78/2010, conv., con modif., dalla l. n. 122 /2010 – Interessi“;

“3938” denominato “Roma Capitale – Contributo di soggiorno – art. 14, c.16, lett. e) dl n. 78/2010, conv., con modif., dalla l. n. 122/2010 – Sanzioni“.

In sede di compilazione del modello F24, i codici tributo sono esposti nella sezione “ICI ed altri tributi locali” esclusivamente in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “Importi a debito versati”, con l’indicazione nel campo “codice ente/codice comune” del codice catastale del comune di Roma (H501). Il campo “Anno di riferimento” è valorizzato nel formato “AAAA”, con l’anno cui si riferisce il versamento.

 

 

 

8) Bonus bebè, Agenzia estranea alle lettere

In merito alla vicenda della restituzione del bonus bebè, l’Agenzia delle Entrate ribadisce di essere assolutamente estranea sia alle lettere che nel 2005 informavano le famiglie dell’opportunità di goderne, in presenza di determinati requisiti, sia alle lettere delle ultime settimane che ne chiedono la restituzione.

Per evitare inutili perdite di tempo, pertanto, i cittadini che hanno ricevuto le comunicazioni per la restituzione del bonus non devono recarsi presso gli uffici o utilizzare gli altri canali di assistenza offerti dall’Agenzia.

(Agenzia delle Entrate, comunicato stampa del 26 luglio 2011)

 

 

 

Vincenzo D’Andò

 

 

 

 

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