Accertamento fiscale valido su indagini bancarie

 

La Corte di cassazione con la sentenza n. 4741/2010 respingendo il ricorso di una società che aveva ricevuto un avviso di rettifica in materia di Iva conseguente ad attività istruttoria condotta sui conti bancari di un socio non amministratore della società, afferma la validità dell’accertamento fiscale incentrato sulle indagini effettuate di conti bancari, anche se il procedimento penale a carico del contribuente è coperto da segreto istruttorio.




La vicenda trae origine dalla decisione della Commissione tributaria regionale che confermava la validità di un atto impositivo in rettifica del volume di affari Iva di una società di persone, dopo accertamenti della Guardia di finanza sui conti correnti bancari di pertinenza.




In particolare le questioni rilevanti del giudizio riguardano l’utilizzo ai fini fiscali della documentazione bancaria acquisita nel corso di attività di polizia giudiziaria, considerato illegittimo per mancanza dell’autorizzazione preventiva al rilascio delle copie della documentazione per effetto del segreto istruttorio e l’utilizzo della conoscenza della prova testimoniale.




La Commissione regionale afferma che “non si è in presenza di un utilizzo di elementi acquisiti in sede penale e poi trasfusi nell’accertamento fiscale, bensì di una normale indagine svolta in sede amministrativa, le cui risultanze sono state anche trasmesse alla procura della Repubblica essendo emersi indizi di reato, il che significa che non occorreva alcuna autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria, come invece preteso dalla ricorrente. Infatti, nel corso delle indagini condotte dalla polizia tributaria erano emersi una pluralità di elementi gravi, precisi e concordanti in merito a una “intensa” illecita attività finalizzata alla commissione di reati, con rilevanza sia penale in senso stretto sia penaltributaria (Dlgs 74/2000), ponendo in essere attività dolosa tendente artificiosamente a perpetrare rilevante evasione fiscale. Da tali indagini erano emersi riscontri di fatti gestionali posti in essere dalla società verificata che hanno disvelato condotte omissive e simulatorie atte a fare apparire, attraverso un’ingegnosa architettura di apparente regolarità fiscale, una situazione patrimoniale e reddituale del tutto diversa da quella reale”.




Le risultanze delle indagini effettuate sono nate dalla procedura di controllo dei conti correnti bancari operati presso un soggetto legittimato e sono condotte in istruttoria con riscontri e contestazioni.




Ancora, le acquisizioni testimoniali non hanno conflitto con alcuna disposizione normativa poiché sono state raffrontate in quella sede dalla Guardia di finanza con le scritture contabili e la documentazione acquisita al fascicolo: si afferma che il divieto di ammissione della prova testimoniale nel giudizio davanti alle Commissioni tributarie è per la prova testimoniale da assumere nel processo e non implica l’inutilizzabilità, ai fini della decisione, delle dichiarazioni raccolte dall’amministrazione procedente e rese da terzi.




Dall’acquisizione e valutazione di elementi di riscontro dall’esame della documentazione contabile ed extracontabile ne è derivata una ricostruzione indiretta dei ricavi occulti conseguiti dalla società mediante vendite non documentate: l’amministrazione finanziaria si è avvalsa legittimamente delle risultanze bancarie accertate presso terzi dalla Guardia di finanza abilitata dalle specifiche disposizioni normative contenute negli articoli 32, comma 1, n. 2), Dpr 600/1973, e 51, comma 2, n. 2), Dpr 633/1972.




La Commissione del riesame afferma che “quand’anche l’asserzione del contribuente avesse fondamento, nell’attuale sistema del giudizio tributario non è rinvenibile una disposizione simile a quella posta nel giudizio penale dall’articolo 191 cpp, che sancisce espressamente il divieto di utilizzare prove acquisite in modo illecito o illegittimo quando queste risultano oggettivamente attendibili, come ben evidenziato dalla Corte di cassazione nella sentenza 4987/2003, allorché afferma che, dal momento che l’autorizzazione prevista dall’articolo 51, comma 2, n. 7), del Dpr 633/1972, attiene ai rapporti interni degli uffici e in materia tributaria non vige il principio (presente nel codice di procedura penale) della inutilizzabilità della prova irritualmente acquisita, ben possono essere utilizzati ai fini dell’emissione di un avviso di accertamento (e nel successivo processo tributario) le copie dei conti bancari intrattenuti da una banca con il contribuente, acquisite dall’ufficio tributario presso l’istituto bancario in difetto della suddetta autorizzazione”.




Dunque tutti i dati e le notizie che in sede di attività di polizia giudiziaria fossero stati acquisiti illegittimamente non sarebbero inutilizzabili, poiché ci sarebbero solo vizi coperti dall’acquisizione in sede di indagini penali, fatto che opererebbe indipendentemente dall’autorizzazione alla trasmissione stessa.




La Suprema corte respinge il ricorso della società, affermando il principio secondo cui il contribuente ha l’obbligo di indicare gli elementi ed i punti della decisione poichè non si può parlare di vizio ermeneutico in relazione all’utilizzo di indagini finanziarie compiute in sede amministrativa o di polizia giudiziaria.




La Corte ha affermato, per la copertura da segreto istruttorio che l’obiezione si basava su un’indagine amministrativa condotta dalla Guardia di finanza indipendente dal procedimento penale: si argomenta che “in tema di accertamento, la necessità dell’autorizzazione dell’autorità giudiziaria per la trasmissione di atti, documenti e notizie acquisite nell’ambito di un’indagine o un processo penale, disposta dall’articolo 63, comma 1, del Dpr 633/1972, il cui contenuto è stato riprodotto nell’articolo 33, comma 3, del Dpr 600/1973, è prevista a salvaguardia del segreto delle indagini penali e non ha alcuna finalità di tutela nei confronti del contribuente”.




L’eventuale trasmissione non autorizzata di atti coperti dal segreto istruttorio rileva solo nell’ambito del giudizio penale e non tocca la valenza probatoria dei dati trasmessi, né implica l’invalidità dell’atto impositivo adottato sulla scorta degli stessi, perchè l’autorizzazione è per tutelare la segretezza delle indagini penali non comportando una limitazione della capacità di difesa della parte privata.




15 maggio


Sonia Cascarano

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