Privacy dei contribuenti poco tutelata nella notificazione dell’atto impositivo?


Non rileva ai fini della validità della notificazione né risulta in alcun modo sanzionato il fatto che l’atto impositivo sia stato indirizzato al contribuente in plico senza busta non sussistendo alcuna incidenza di una asserita violazione della riservatezza sull’efficacia  dell’atto  tributario notificato. 

 

Non è prevista nessuna sanzione per la cartella di pagamento notificata «senza busta chiusa» né i cittadini possono chiedere al giudice tributario il risarcimento per violazione della privacy. Siffatto risarcimento compete, infatti, al giudice ordinario. Tali importanti principi sono stati statuiti dalla Cassazione con la sentenza n. 17194 del 23 luglio 2009

 

In particolare, l’iter logico giuridico adottato da tale pronuncia si è così sviluppato: Quanto poi alla pretesa violazione del diritto alla privacy per essere stato notificato l’avviso di mora senza busta chiusa incontestabile risulta la ratio decidendi che ha negato rilevanza alla doglianza per difetto di interesse del contribuente, trattandosi di modalità notificatoria priva di effetti sulla validità dell’atto e semmai fonte di danni verso il concessionario da reclamarsi avanti al giudice ordinario e non certo nel contenzioso tributario che non ammette azioni di condanna risarcitorie. Del resto neppure il disposto dell’art. 26 del dpr 602 del 1973, nella riformulazione operata dall’art. 12 del dlgs 46/99 dove è prescritto che la notifica (della cartella) avvenga in plico chiuso, commina sanzioni tributarie di alcun genere ove non venga osservata tale modalità, dovendo il diritto alla riservatezza trovare soddisfazione in altre sedi. Non si vede in base a quali principi possa riverberarsi sull’atto fiscale e la sua notificazione la dedotta violazione della legislazione in tema di privacy che il ricorrente denunzia in termini atecnici.

 

Riflessioni

 

Non è consentito al giudice tributario  di accertare se vi sia  stato da parte del concessionario o dell’ufficio un comportamento colposo tale che, in violazione della  norma primaria  del neminem laedere, abbia determinato la violazione di  un diritto soggettivo del contribuente. La giurisdizione, in merito alla richiesta di  risarcimento  del  danno (patrimoniale e non) appartiene  al giudice ordinario.

La sola previsione degli altri accessori di cui all’art. 2 del D.lg. n. 546/1992 non è di per sé sufficiente a radicare la giurisdizione esclusiva del giudice tributario anche alle controversie sul risarcimento del danno per comportamento illecito dell’Agente della riscossione; per accessori, infatti, si intendono gli aggi esattoriali, le spese di notifica, gli interessi moratori, ed al limite il maggior danno da  svalutazione monetaria ex art. 1224, comma 2, del codice civile (Cass., SS.UU.,  sentenza n. 14274 del 4 ottobre 2002)Sussiste la possibilità di chiunque si ritenga leso dall’esecuzione  di agire, dopo il compimento  dell’esecuzione  contro  il  concessionario  per chiedere ex art. 59 del D.P.R. n. 602/1973 nei confronti del concessionario il risarcimento del danno subito; la proponibilità della domanda   di risarcimento del danno da chi si ritenga leso dalla procedura esattoriale è condizionata al previo compimento dell’esecuzione stessa (Cassazione, sez. I, sent. N. 7533 del 23 maggio 2002).

 

Il concessionario nelle liti promosse contro di lui che non riguardano esclusivamente la regolarità o la validità degli atti esecutivi deve chiamare in causa, ex art. 39 del D.lg. n. 112 del 13 aprile 1999,  l’ente creditore interessato: in mancanza risponde delle conseguenze della lite. Qualora, peraltro, tale chiamata in causa sia avvenuta, la responsabilità dell’ente creditore può essere riconosciuta e quantificata soltanto dal giudice e non può derivare dall’unilaterale pretesa del concessionario, tendente a traslatare in capo allo stesso ente gli eventuali esiti negativi dei giudizi.

 

La suprema Corte di Cassazione, Sez. III civ., con la  sentenza del 5 agosto 2005 n. 16589, ha precisato, in tema di illiceità dell’esecuzione forzata coattiva del  concessionario e di prescrizione dell’azione risarcitoria, i seguenti principi: a) l’esecuzione coattiva a mezzo concessionario può  essere  fonte  di   responsabilità aquiliana a carico dell’Amministrazione finanziaria nell’ipotesi di atti di accertamenti  fiscali annullati   dalle   Commissioni tributarie; il contribuente può proporre nei confronti dell’Amministrazione finanziaria domanda di risarcimento dei danni personali da lui sofferti per effetto dell’esecuzione coattiva del concessionario, scaturita dagli erronei accertamenti fiscali; b) spetta al giudice ordinario, in  relazione alla procedura  esecutiva promossa dal  concessionario, di valutare con riferimento al momento in cui era stata compiuta, se la condotta  posta  in essere integri o meno gli estremi di un illecito ex art. 2043  del  codice civile.

 

La competenza a conoscere della domanda risarcitoria è del giudice ordinario; c) sono applicabili i criteri di liquidazione ex  artt. 1223 e seguenti del codice civile per cui è risarcibile anche il cosiddetto lucro cessante (mancato guadagno) ricorrendone i presupposti di legge (ad esempio è risarcibile non solo il danno emergente per la perdita di arredi ed attrezzature ma anche il lucro cessante per la forzosa cessazione dell’attività della società); d) l’azione per il  risarcimento del danno causato da attività illegittima del concessionario della riscossione è soggetta al termine di prescrizione quinquennale, decorrente dal giorno  in cui è stata ultimata la procedura esattiva.

 

NOTE

 

1) In  ambito  fiscale,  l’unica  disposizione dettata in materia di risarcimento danni da fatto illecito si rinviene nell’art. 59 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (rubricato “Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito”) che, nell’ambito della procedura esecutiva promossa dal concessionario della riscossione,  subordina  la  richiesta  di risarcimento del danno –  da  proporsi  nei  confronti  dell’esattore    al completamento della procedura esecutiva stessa.

Ma questa norma, che, come detto, presuppone non soltanto il definitivo accertamento della pretesa tributaria iscritta a ruolo (valevole come titolo esecutivo) ma, addirittura, anche il  compimento  di  tutta  la  fase di esecuzione coattiva, interviene quando l’azione impositiva  illegittima  ha già (potenzialmente) prodotto il “danno risarcibile” (in tal senso, Marco Denaro Il risarcimento del danno patrimoniale in ambito tributario quale limite esterno all’attività discrezionale  della  Pubblica  Amministrazione:  brevi considerazioni a margine delle recenti pronunce delle  Sezioni  Unite  della Cassazione in “il fisco” n. 31 del 3 settembre 2007, pag. 4566);

 

2) Poiché il danno da attività illegittima dell’ente impositore, o del concessionario della riscossione, non può rientrare nel concetto di “accessorio”, previsto dall’art. 2 del D.lg. n. 546/1992 la giurisdizione, in merito alla  richiesta  di  risarcimento,  apparterrà  al giudice ordinario. Non si può escludere a priori che dall’illegittima iscrizione di ipoteca derivi, oltre che il danno alla  sfera  patrimoniale,  anche  un  danno non patrimoniale e non si vede perché negarne, ricorrendone le condizioni, la risarcibilità. Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (Cass.,  SS.UU., 11 novembre 2008, n. 26972, in “Corriere Giuridico”, 2009, 1, pag. 48) hanno chiarito che il danno non patrimoniale è risarcibile: a) quando la risarcibilità è prevista dalla legge (ad esempio quando il fatto illecito integri gli estremi di un reato); b) quando la risarcibilità del danno in esame, pur non essendo espressamente prevista da una norma di legge ad hoc, deve ammettersi  sulla  base  di  un’interpretazione 

costituzionalmente orientata dell’art. 2059 del codice civile,  per  avere  il  fatto  illecito vulnerato, in modo grave, un diritto  della  persona  direttamente  tutelato dalla Costituzione. È di tutta  evidenza  che  l’iscrizione  illegittima  di ipoteca può causare, nella vittima, una sofferenza morale qualificabile come danno esistenziale (Luca Sandullo, L’iscrizione di ipoteca ex art. 77 del D.P.R. n. 602/1973 in “il fisco” n. 17 del 27 aprile 2009, pag. 2719).

Vd. Alessandro Galante, Atti atipici di riscossione e responsabilità per danni in Azienditalia Finanza e tributi n. 14/2008 inserto contenzioso pag. 13. 

 

Angelo Buscema

29 settembre 2009

 

*********************

ALLEGATO

 

Sent. n. 17194 del 23 luglio 2009 (ud. del 29 aprile 2009) della Corte Cass., Sez. tributaria

 

    Svolgimento del processo – Avverso avviso di mora relativo all’Iva per l’anno 1992 proponevano opposizione P.C. e l’ONLUS F.S. per la difesa  dei diritti  civili  fiscali, quale interventore  ad  adiuvandum  chiedendone l’annullamento per difetto di sottoscrizione del responsabile in quanto non era indicata l’autorità amministrativa avanti alla quale proporre  ricorso, perchè era stato violato il diritto alla riservatezza del contribuente,  per eccesso di potere.

    La Commissione tributaria provinciale di Torino dichiarava improponibile il ricorso della ONLUS ed infondato quello del contribuente.

    La sentenza veniva confermata dalia Commissione regionale del  Piemonte la quale rilevava che nel processo tributario l’intervento era regolato dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14, comma 3 per cui gli  interventori  potevano essere solo i codestinatari dell’atto ovvero i coobbligati del medesimo rapporto tributario risultando inammissibile in radice un intervento adesivo quale quello proposto dalla ONLUS; che l’avviso di mora aveva  un  contenuto predeterminato per legge e il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 46, comma  1  non richiedeva sottoscrizione alcuna; che la norma della L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 4 era inapplicabile nel procedimento esecutivo tributario che presupponeva un debito fiscale già definitivamente accertato;che l’eventuale violazione della norma che imponeva la notificazione dell’atto in plico chiuso avrebbe al più determinato una responsabilità acquiliana in capo al concessionario  per  la  riscossione e mai  riflettersi   sulla   validità dell’atto; che l’omesso deposito della nota spese non esimeva il giudice dal provvedere alla liquidazione e che nessuna violazione dei massimi di tariffa era stata allegata.

    Ricorrono per la cassazione della sentenza il C. ed la ONLUS lamentando:

    1. con 1^ motivo, violazione dell’art.  32  c.p.c.,  comma  3,  art.  33 c.p.c., comma 1, art. 16 c.p.c., comma 2, art. 156  c.p.c.,  commi  2  e  3  essendo stata la parte pubblica ammessa alla pubblica udienza in mancanza di istanza non notificata ma semplicemente comunicata alle controparti per  cui al Collegio doveva essere consentito prendere in considerazione  la  replica degli esponenti;

    2. con 2^ motivo, violazione dell’art. 1387 c.c., D.P.R. n. 43 del 1988, artt. 11, 91, 99 e 102, artt. 25 e 480 c.p.c., art. 24  Cost.  e  art.  2043 c.c., L. n. 825 del 1971, art. 10, comma 1 e comma 2, n. 6, nonchè vizio di motivazione  posto  che se l’avviso  di  mora  proveniva da organo di amministrazione  indiretta quale  era il Concessionario doveva essere sottoscritto al pari di ogni atto  amministrativo  come  del  resto  avrebbe dovuto esserlo anche se atto di natura privatistica, tale omissione violando il diritto di difesa;

    3. con 3^ motivo violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 15 e art. 46, commi 1, 3 e 4, L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 4 e D.P.R. n. 1199 del 1971, art. 1, comma 1 nonchè vizio di motivazione  per  mancata  indicazione dell’organo amministrativo avanti al quale ricorrere prescindendo l’avviso di mora dalla definitività e non essendo perciò da qualificare come  atto dovuto da un soggetto che più non dispone del diritto controverso;

    4. con 4^ motivo, violazione dell’art. 2043 c.c., art. 105 c.p.c., della L. n. 675 del 1996, art. 1 oltre a vizio di motivazione posto che il mancato rispetto della privacy pur fonte di danni non faceva venir meno il vizio  di illegittimità dell’atto;

    5. con 5^ motivo, violazione dell’art. 91 c.p.c., comma 1, del D.P.R. n. 585 del 1994, tabella A, parte 3^ voci 11, 12, 14 e  18  oltre  a  vizio  di motivazione perchè la mancala distinzione delle voci non aveva  permesso  di dedurre il superamento dei massimi di tariffa;

    6. con 6^ motivo, violazione degli artt. 99 e 100 c.p.c., D.Lgs. n.  546 del 1992, art. 14, comma 3 oltre a vizio di motivazione perchè  la  lettura sistematica dell’art. 14, D.Lgs. cit. portava a ritenere che tra i  soggetti parte de rapporto tributario controverso rientrassero anche i soggetti  non destinatari dell’atto fiscale.

    Motivi della decisione – 1. Va preliminarmente esaminato il 6^ motivo di ricorso che investe la legittimazione della ONLUS F.S.  per  la  difesa  dei diritti civili fiscali ad intervenire ad adiunvandum nel processo tributario avente ad oggetto l’impugnazione di avviso di mora emesso nei confronti del contribuente C.P..

    Come è noto nel contenzioso tributario – che è dotato di una struttura procedimentale autonoma integrabile dalle norme del codice di procedura civile solo per quanto non disposto da quelle disposizioni  e  nel  rispetto della clausola di compatibilità  (D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1)  – l’intervento del terzo è disciplinato dall’art. 14, che al comma 3 recita:

    “Possono intervenire volontariamente o essere chiamati  in giudizio i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell’atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso”. Da tal  norma si evince che possono essere interventori sia i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell’atto impugnato, e  così coloro che potrebbero proporre, autonomamente ed  indipendentemente dal  ricorrente,  l’impugnazione   del medesimo atto,  praticamente  i  codestinatari di un atto amministrativo abilitati all’intervento autonomo, sia coloro che –  parti  del  rapporto tributario controverso – sono litisconsorti necessari sostanziali come  tali coobbligati per il medesimo rapporto tributario.

    Come correttamente osservato dalla Corte territoriale il comma 3 è  in rapporto sistematico con i primi due dello stesso articolo che riguardano il litisconsorzio necessario, e vale a completarne la disciplina (1. Se l’oggetto del ricorso riguarda inscindibilmente più soggetti questi debbono essere tutti parte nello stesso processo e la controversia  non  può  essere decisa limitatamente ad alcuno di  essi;  2.  Se  il  ricorso  non  è  stato proposto da o nei confronti di tutti i soggetti indicati nel comma 1 è ordinata l’integrazione del contraddittorio mediante  la  loro chiamata  in causa entro un termine stabilito a pena di decadenza).

    Il litisconsorte è dunque chiamato avvero può intervenire in lite solo per integrare il contraddicono,  quale  presupposto  necessario  per  una pronuncia utiliter data.

    Il legislatore ha invece  escluso  l’ipotesi  dell’intervento adesivo semplice, con l’effetto che qualsiasi  intervento come amicus  è da considerare inammissibile nella misura  in  cui  risulta  titolato da un interesse di mero fatto e non giuridico.

    Invero l’ONLUS non è titolare di alcun rapporto giuridico connesso con il rapporto dedotto in lite che avvince unicamente il contribuente nè si vede come l’ente potrebbe essere esposto agli effetti pregiudizievoli di  un giudicato a quegli sfavorevole.

    L’interesse di mero fatto a che una delle parti del  rapporto  litigioso esca vittoriosa dal  giudizio  non  può    insomma    giustificare  alcuna legittimazione ad interventi adesivi (Cass. 1111/03)  tanto  più  sul  piano giudiziario.

    Se gli enti o associazioni nelle  cui  finalità  rientri  la  difesa  di interessi di categoria o di settore sono facultati,  secondo  la  previsione della  L.  n.  241  del  1990,  art.  9  ad  intervenire  nel   procedimento amministrativo, tale garanzia procedimentale non può  certo  influenzare  la legittimazione processuale, il portato di quell’interesse  essendo  comunque inidoneo a consentire l’esercizio di una autonoma azione giudiziaria  a  sua difesa.

    In linea  più  generale  va  poi  segnalato  che  già  questa  Corte  ha puntualizzato che sulla disciplina generale dall’art. 105 c.p.c. prevale  la disciplina speciale del contenzioso tributario e proprio con  riguardo  alla posizione processuale della ONLUS  ha  sottolineato (Cass.  nn.  139/2003, 181/2003, Cass. n. 139/04, Cass. n. 12598/04, Cass. n. 1909/08) che la legge attribuisce qualifica di ricorrente  nel  processo  tributario  al  soggetto destinatario dello specifico atto amministrativo secondo  la  tipologia elencata nel D.Lgs. n. 546 del 1992,  art.  19 e tali  atti  contengono  o l’esplicitazione di una  richiesta  fiscale  nei  confronti  di  uno  o  più soggetti ben individuati, o il rifiuto della restituzione di somme richieste da chi le abbia versate, od ancora il rifiuto di agevolazioni nei  confronti di specifici soggetti con la conseguenza che non vi è spazio  di  intervento per gli enti esponenziali, che  agiscono  per  la  tutela  di  un’indefinita categoria di interessati, ai quali non sono diretti gli atti impugnabili, e dunque, non hanno  legittimazione  sostanziale  a  proporre  opposizione  né autonomamente nè congiuntamente al contribuente  destinatario  dell’atto impugnato Questi principi non meritano rivisitazione critica neppure alla luce delle  disposizioni a tutela di consumatori  ed  utenti  che  hanno attribuito  una  generale  “legitimatio  ad agendum” alle Associazioni

rappresentative in virtù della L. n. 281 del 1998 predisponendo  un  sistema di tutela collettiva inibitoria e emendativa poi trasfuso negli artt. 139  e 140 Codice di Consumo (D.Lgs. n. 206 del 2005).

    Al di là della natura degli  interessi diffusi che sono ciamati  a garantite tali enti esponenziali con interventi comunque speribili vanti all’AGO (e dunque in sedi diverse da quella appartenente alla  giurisdizione tributaria) e contro “violazioni seriali di massa” che hanno nel caso ben poco da spartire con  atti  fiscali  singolari  od al più litisconsortili (estranei alla classe che dovrebbe altrimenti ricomprendere tutti i soggetti passivi di imposta per genere di tributo e modalità di esazione), è appena il caso di soggiungere che la titolarità della rappresentative action  non spetta a qualsiasi tipo di aggregazione o comitato di consumatori ed  utenti ma solo alle associazioni per ed  ufficiali  che  siano  state  inserite  in apposito elenco ministeriale dopo  la  verifica  dei  prescritti  requisiti, avendo  il  legislatore    come  è  noto    preferito  ad  un  modello  di legittimazione processuale “aperta” un modello di legittimazione processuale

“selettiva” e precostituita  sottoposta alla preventiva valutazione dell’autorità amministrativa.

    Ora la ONLUS, figura giuridica introdotta dal D.Lgs. n. 469 del  1997, art. 10 e rientrante nel genere degli enti no  profit  quale  manifestazione del fenomeno dell’associazionismo esercitato, senza impresa, per  uno  scopo non egoistico sarebbe nel caso legittimata ad agire (od  a  intervenire)  al più ove risultasse inserita nel precitato elenco abilitante Questa prova non è stata minimamente fornita come neppure è stato  allegato  che  le  ragioni dell’intervento fossero dettate dall’esigenza di tutela di un  interesse  di categoria in qualche modo inciso dall’alto opposto e concorrente con  quello individuale del destinatario.

    L’azione rappresentativa per la qual sola è legittimato l’ente esponenziale presuppone infatti la lesione di un interesse “ulteriore” per la tutela del quale si sono associati  gli  aderenti e “differenziato” da quello che legittimerebbe all’azione personale questi ultimi.

    Sotto  ogni  profilo,  logico e giuridico,  la  censura  volta  a  far riconoscere la legittimazione processuale  della Onlus ad intervenire in ausilio del contribuente nel contenzioso tributario è dunque destituita di fondamento.

    2. Il motivo introduttivo concernente  presunte  irregolarità per la mancata notificazione dell’istanza di  pubblica udienza che avrebbero impedito l’esercizio dei diritti di difesa al contribuente è parimenti inconsistente

    È pacifico che nel processo tributario l’istanza  di  trattazione della causa in pubblica udienza, depositata da una parte, ai sensi del  D.Lgs.  n. 546 del 1992, art. 33, comma 1 può essere notificata all’altra con lettera raccomandata, essendo tale forma applicabile, a norma dell’art. 16, comma 3, in ogni fase ed aspetto del processo davanti alle Commissioni  tributarie salvo che non sussista una puntuale indicazione in senso  contrario, come accade nel caso previsto dall’art. 38, comma 2 secondo il  quale, ai  fini della decorrenza del  termine  breve  di  impugnazione, la  notifica  della sentenza deve avvenire esclusivamente nelle forme di cui all’art. 137 c.p.c. e segg. (Cass. n. 19668/04).

    Poichè come riferisce lo stesso ricorrente la comunicazione  è  avvenuta ritualmente e nei termini prescritti dal combinato disposto  del  D.Lgs.  n. 546 del 1992, art. 33, comma 1, e art. 32, comma 1 (almeno 10 giorni  liberi prima dell’udienza) essendo stato esibito in udienza l’avviso di ricevimento dell’istanza in data 16.11.2000 per la discussione  fissata  il  27.11.2000, correttamente la Commissione regionale ha ritenuto che le  parti  appellanti fossero state messe in grado di partecipare ed  illustrare  in  quella  sede orale le loro difese che non  potevano essere preventivamente affidate a repliche e scritte consentite solo in caso di  trattazione  in  camera  di consiglio a mente dell’art. 32, comma 3, D.Lgs. cit.

    3. Il 2^ motivo che investe la sottoscrizione dell’atto impugnato  e  la nullità che discenderebbe dalla  mancanza  di  tale  formalità  è  privo  di pregio.

    Possono richiamarsi al riguardo i principi affermati da questa Corte  in tema di cartella di pagamento,  atto  di  valenza  impositiva  ben  maggiore dell’avviso di mora che afferisce la fase ultimativa della riscossione ed al quale possono a maggior ragione estendersi quelle regole. Ebbene è stato  in più occasioni statuito che la mancanza della sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non  comporta  l’invalidità dell’atto, la cui esistenza, non dipende tanto dall’apposizione del  sigillo o del timbro o di una sottoscrizione leggibile, quanto dal fatto che, al di là di questi elementi formali, esso sia  inequivocabilmente  riferibile all’organo amministrativo  titolare del potere di emetterlo.  (Cass.  n. 4757/09).

    Aggiungasi che la cartella esattoriale, prevista dal D.P.R. n.  602  del 1973, art. 25 quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli, va predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero delle Finanze che non prescrive  affatto  la  sottoscrizione  dell’esattore, essendo sufficiente la  sua  intestazione  per  verificarne la provenienza nonchè l’indicazione, oltre che della somma da pagare, della causale tramite apposito numero di codice. (Cass. n. 14894/08). E, come la cartella anche l’avviso ha un contenuto predeterminato per legge nè la norma che lo prevede (art.  46, D.P.R.  cit. nel testo applicabile  ratione  temporis)  esige sottoscrizione alcuna.

    4.  Pari  rigetto merita ancora la censura concernente la mancata indicazione sull’atto impugnalo dell’Autorità avanti alla quale  indirizzare ricorso gerarchico in assunta violazione dalla L. n. 241 del 1990,  art.  3, comma 4 in materia di procedimento amministrativo, che impone  di  indicare, “in ogni alto notificato al destinatario”,  l’autorità  a  cui  è  possibile ricorrere contro l’atto stesso e il relativo termine.

    L’omissione, invero, non  comporta la nullità  dell’atto  perchè  tale sanzione non è prevista nè dall’art.  3,  Legge  cit.,  il  quale  prescrive unicamente l’indicazione del termine e  dell’autorità giurisdizionale alla quale è possibile ricorrere, essendo quella giurisdizionale la via ordinaria d’impugnazione, nè dalla L. n. 212  del  2000,  art.  7  il  quale  richiede l’indicazione dell’autorità amministrativa soltanto in alternativa a  quella

dell’organo giurisdizionale, essendo tale indicazione  sufficiente ai  fini della tutela del diritto di difesa del contribuente, fermo restando che in ogni caso la violazione della disposizione  in  esame  renderebbe  solo rilevante sul piano processuale l’eventuale scusabilità dell’errore  in  cui fosse incorso il ricorrente. (Cass. n. 17485/05 e Cass. n. 20532/06).

    5. Quanto poi alla pretesa  violazione  del  diritto  alla  privacy  per essere stato notificato l’avviso di  mora  senza  busta  chiusa  (motivo  4) incontestabile risulta la ratio  decidendi  che  ha  negato rilevanza  alta doglianza per difetto di interesse del contribuente, trattandosi di modalità notificatoria priva di effetti sulla validità dell’atto e  semmai  fonte  di danni verso il concessionario da reclamarsi avanti al  giudice  ordinario  e non certo nel contenzioso tributario che  non  ammette  azioni  di  condanna risarcitoria.

    Nè si vede in base a quali principi possa riverberarsi sull’atto fiscale e la sua notificazione la dedotta violazione della legislazione in tema di privacy che il ricorrente denunzia in termini atecnici del tutto generici  e vaghi.

    Del resto neppure il disposto del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26  nella riformulazione operata dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 12 dove è prescritto che la notifica (della cartella) avvenga in “plico chiuso” commina  sanzioni tributarie di alcun genere ove non venga osservata tale modalità, dovendo il diritto alla riservatezza trovare soddisfazione – come si è detto – in altre sedi.

    6. Il 5^ motivo che si  incentra  sulla  liquidazione delle  spese  di soccombenza è parimenti aspecifico e  privo di autosufficienza, essendo innanzitutto onere del reclamante trascrivere l’intero contenuto della nota spese depositata dalla controparte (per quanto concerne  spese,  diritti  ed onorari) per consentire al collegio la verifica se siano stati travalicati i limiti del domandato in termini globali e rispetto ai massimi di tariffa consentiti.<


Partecipa alla discussione sul forum.