La mini-riforma del processo civile e le sue ripercussioni nel processo tributario


Il 26 maggio scorso, il Senato ha approvato, in via definitiva, il disegno di legge n. 1082-B, titolato “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”, che entrerà in vigore, nel rispetto delle disposizioni transitorie, a far data dall’ormai imminente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

 

Il Capo IV del disegno di legge contiene una significativa attività di novellazione normativa, ispirata da finalità di adeguamento, razionalizzazione ed accelerazione del processo civile, volta a placare l’ormai crescente vespaio di polemiche causate dall’eccessiva lentezza, colpevole o incolpevole, dello strumento di tutela giudiziale.

 

In tale ottica, il disegno di legge prevede un’articolata serie di modifiche che vanno da un taglio netto dei termini processuali all’eliminazione di taluni procedimenti regolati dalla legislazione speciale, dall’allargamento della competenza del giudice di pace al tentativo di ridurre le controversie dinanzi alla Corte di Cassazione. 

 

Il disposto normativo contiene, inoltre, un’ampia delega al Governo perché si impegni ad adottare  ulteriori provvedimenti diretti a ridurre e semplificare i procedimenti civili di cognizione che rientrano nell’ambito della giurisdizione ordinaria, attualmente regolati dalla legislazione speciale, e ad istituire strumenti pre-giudiziali di soluzione delle controversie, quali la mediazione e la conciliazione, volti a ridurre il carico lavorativo dei tribunali civili.

 

Tale “mini-riforma” del processo civile interesserà, in virtù dell’espresso rinvio operato dall’art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 546/92, anche il processo tributario, per ciò che concerne quelle disposizioni che non sono espressamente disciplinate dal decreto stesso.

 

Scopo del presente articolo è quello di illustrare, senza pretese di esaustività, le principali novità processuali del disegno di legge in via di pubblicazione, nonché, qualora sussistano, gli eventuali effetti che tali modifiche apporteranno nel processo tributario.

 

 

Il difetto di giurisdizione e la “translatio iudicii”

 

L’art. 59 del d.d.l. in commento sembra risolvere taluni problemi interpretativi sorti in merito alle modalità di applicazione del principio di “translatio iudicii” tra ordini giurisdizionali diversi, introdotto con le sentenze nn. 77 e 4109, emesse, rispettivamente, dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione.

 

Prima delle pronunce citate ed in assenza di qualsiasi disposizione normativa in tal senso, la giurisprudenza (1) negava l’applicabilità degli artt. 50 e 367 c.p.c. ai rapporti tra giudici appartenenti ad ordini diversi, escludendo così alla parte destinataria di una pronuncia di difetto di giurisdizione la possibilità di trasferire il giudizio davanti al giudice munito di giurisdizione.

 

Con le sentenze nn. 77 e 4109, i giudici della Consulta e di legittimità hanno, attraverso percorsi argomentativi diversi, invertito l’orientamento precedente, ammettendo la possibilità di fruire della translatio iudicii anche tra diversi ordini giurisdizionali e rimettendo al legislatore il compito di determinare le “modalità” attraverso cui rendere operativo il principio introdotto.

 

L’art. 59 del d.d.l. in commento stabilisce, in proposito, che il giudice che dichiari il proprio difetto di giurisdizione, dovrà indicare, con sentenza, il giudice munito di giurisdizione.  La pronuncia, qualora resa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, sarà vincolante per ogni giudice e per le parti.

 

Entro tre mesi dal passaggio in giudicato della suddetta sentenza, la parte interessata dovrà riproporre la domanda dinanzi al giudice indicato, facendo così salvi gli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del primo giudizio, ferme restando le eventuali preclusioni e decadenze intervenute.

 

Se le sezioni unite del giudice di legittimità non si sono già pronunciate sulla questione di giurisdizione, il giudice adito successivamente potrà sollevare d’ufficio il proprio difetto di giurisdizione dinanzi alla medesima Corte di Cassazione.

L’eventuale mancato rispetto dei termini fissati per la riassunzione o per la prosecuzione del giudizio comporterà l’estinzione del processo.

 

Infine, il d.d.l. stabilisce, infine, che le prove raccolte dal giudice privo di giurisdizione potranno essere utilizzate come “argomenti di prova” dal giudice dinanzi al quale si ripropone la domanda.

 

L’inserimento del procedimento di “translatio iudicii”, seppur non esente da dubbi ermeneutici nella sua attuale formulazione (2), non può che essere accolto positivamente dagli operatori del mondo tributario, abituati ad operare in condizioni di estrema incertezza nella scelta della giurisdizione da adire.

 

Infatti, l’assenza di confini certi circa la competenza del giudice tributario, dovuta ad un’interpretazione giurisprudenziale dell’art. 19 D.Lgs. n. 546/92 alquanto elastica ed aggravata dalla continua evoluzione in materia di provvedimenti amministrativi, costituiva motivo di seria preoccupazione da parte di coloro che dovevano decidere l’organo giurisdizionale cui ricorrere (si pensi, ad esempio, ai dubbi che insorgevano nell’impugnazione del fermo amministrativo, ovvero dei provvedimenti di cancellazione delle Onlus, etc.).

 

La possibilità di “correggere” la giurisdizione, senza incorrere in gravi preclusioni, consentirà agli operatori tributari un approccio maggiormente sereno nell’impugnare qualsiasi forma, seppur innovativa, di provvedimento amministrativo/tributario.  

 

L’eccezione di incompetenza

Nell’ottica di accelerazione e semplificazione del processo civile, il disegno di legge in commento, oltre ad aver allargato l’ambito di competenza del Giudice di pace (3), ha previsto un più ristretto termine per sollevare  l’eccezione di incompetenza, la quale dovrà essere proposta nella comparsa di risposta.

Tale termine, attualmente previsto soltanto per l’incompetenza territoriale, sarà quindi esteso a quelle per materia e per valore, finora eccepibili sino all’udienza di trattazione.

 

Le modifiche introdotte in ambito processuale, tuttavia, non interesseranno il processo tributario, in quanto la materia è espressamente regolata dall’art. 5 D.Lgs. n. 546/92, il quale ne prevede la rilevabilità, anche d’ufficio, in ogni fase del grado di giudizio al quale il vizio di incompetenza si riferisce.

 

 

La riduzione dei termini processuali

 

Al fine di accorciare i tempi del processo civile e così restituire concreta efficacia allo strumento di tutela giudiziale, il disegno di legge interviene attraverso un taglio netto dei termini processuali a disposizione delle parti.

Tra le diverse modifiche operate, la più rilevante è sicuramente quella intervenuta nell’art. 327 c.p.c. relativa ai termini per proporre impugnazione (appello, ricorso per cassazione e la revocazione per i motivi indicati nei numeri 4 e 5 dell’art. 395 c.p.c.), i quali passano da un anno dalla pubblicazione della sentenza  a soli sei mesi.

 

Tale misura, nell’ambito di un processo ordinario composto dai due gradi di merito e dal giudizio di legittimità,  in difetto di notificazione delle sentenze, consente di ridurre la durata complessiva di almeno (4) un anno. La modifica introdotta se, da un canto, non può assolutamente ritenersi lesiva del potere di proporre impugnazione, dall’altro canto, riduce un lasso temporale eccessivo ed inutilmente dilatorio del processo civile.

 

Tale rilevante riduzione dei termini interessa altresì il processo tributario: l’art. 51 D.Lgs. n. 546/92, titolato “Termini d’impugnazione”, dopo aver stabilito che il termine per impugnare la sentenza notificata su istanza di parte è pari a sessanta giorni, fa salvo quanto disposto dall’art. 38, comma 3, del medesimo decreto, il quale – a sua volta – rinvia espressamente al contenuto dell’art. 327, comma 1, c.p.c. che, alla luce della riformulazione operanda, restringerà i termini per impugnare la sentenza non notificata.

 

Oltre all’art. 327 c.p.c., subiscono altresì una riduzione a soli tre mesi, i termini (attualmente pari a sei mesi o un anno) previsti in materia di sospensione facoltativa del processo (art. 296 c.p.c.), per richiedere la fissazione della nuova udienza dopo la sospensione (sia facoltativa che necessaria, art. 297 c.p.c.), per la prosecuzione o la riassunzione del processo interrotto (art. 305 c.p.c.), per la riassunzione del processo a seguito di estinzione per inattività delle parti (art. 307 c.p.c.), per la riassunzione del processo a seguito di rimessione per motivi di giurisdizione (art. 353 c.p.c.), ed, infine, per la riassunzione della causa dopo la sentenza della Corte di Cassazione che decide con rinvio (art. 392 c.p.c.). L’art. 307 c.p.c., inoltre, specifica che l’estinzione opera di diritto e, nel nuovo sistema, è rilevata anche d’ufficio.

 

Tali riduzioni non incideranno nel contenzioso tributario, alla luce dell’autonoma regolamentazione di tali termini da parte del decreto legislativo n. 546/92 (vd. es. artt. 39 – 46 e 63 del processo tributario). Tuttavia si ritiene auspicabile un intervento legislativo nel medesimo senso sopra espresso anche nel processo tributario.

 

 

La testimonianza scritta

 

Il disegno di legge in commento introdurrà, a breve, un’importante novità in campo probatorio: la testimonianza scritta (5).

 

Si tratta di un importante innovazione del processo civile, soprattutto in considerazione sia del rigido formalismo che caratterizza l’istituto della testimonianza orale, sia in considerazione degli indirizzi giurisprudenziali che, con riferimento alle dichiarazioni scritte, si limitavano a riconoscerne un valore “meramente indiziario”, ovvero ne escludevano in toto qualsiasi possibilità di utilizzo (in quanto prive della garanzia di contraddittorio tra le parti).

 

L’istituto, che sarà disciplinato dal nuovo art. 257-bis c.p.c., prevede che il giudice possa disporre l’assunzione della deposizione, anche nei casi in cui oggi si ricorre alla prova delegata, chiedendo al testimone di fornire per iscritto le risposte ai quesiti sui quali deve essere interrogato, attraverso la compilazione di un apposito modello notificatogli dalla parte, il quale dovrà essere sottoscritto con firma autenticata e spedito con raccomandata o consegnato alla cancelleria del giudice (6).

 

Al fine di garantire la genuinità delle prove, il legislatore rimette al giudice l’onere di valutare l’opportunità di utilizzare tale strumento “tenuto conto della natura della causa e di ogni altra circostanza” nonché la facoltà di “disporre che il testimone sia chiamato a deporre davanti a lui o davanti al giudice delegato”.

 

L’introduzione di tale strumento probatorio ha sollevato tuttavia critiche e perplessità. Diverse parti, infatti, hanno sottolineato come la testimonianza scritta potrebbe porre delicate questioni di legittimità costituzionale in merito a possibili lesioni del principio del contraddittorio garantito dall’art. 111 della Costituzione: la parte, contro cui la testimonianza è resa, non può controinterrogare il testimone ovvero chiedere specificazioni sul significato delle affermazioni poste in essere (7). Avverso tale posizione, tuttavia, si deve opporre che il ricorso alla testimonianza scritta può essere concessa solo previo accordo delle parti, le quali potranno legittimamente opporsi all’adozione di tale istituto.

 

Inoltre, non possono essere taciuti gli innegabili vantaggi che questo innovativo istituto apporterà: la testimonianza scritta, infatti, consentirà un’esposizione più affidabile in quanto resa in condizioni senza dubbio più serene per il testimone, nonché un notevole risparmio economico e di tempo per il cittadino che deve assolvere il proprio dovere civico. 

 

Nell’ambito del processo tributario, l’art. 7, comma 4, D.Lgs. n. 546/92 esclude la possibilità di ammettere la “prova testimoniale”. Tale generica esclusione, si ritiene debba estendersi altresì alla testimonianza “scritta”, alla luce delle ragioni di speditezza che hanno suggerito al legislatore di non ammettere tale strumento probatorio nell’ambito del processo tributario. Tuttavia, occorre segnalare che la giurisprudenza, dopo un atteggiamento di forte chiusura verso la possibilità di riconoscere qualsiasi valenza probatoria nei confronti delle “dichiarazioni scritte” in quanto ritenute una modalità di aggiramento del divieto ex art. 7 citato, le più recenti sentenze della Corte di Cassazione hanno ammesso la valenza “indiziaria” delle dichiarazioni scritte in ragione della “parità di trattamento processuale” che occorre riservare sia alle dichiarazioni raccolte dai verificatori, che a quelle rilasciate direttamente al contribuente o al suo difensore (cfr. Cass. 10.02.2006, n. 2940).

 

  

La procura alle liti

 

Importanti novità intervengono, altresì, in tema di procura alle liti ex art. 83 c.p.c..

Il d.d.l. di prossima pubblicazione consentirà di inserire la procura speciale altresì su una “memoria di nomina del nuovo difensore, in aggiunta o in sostituzione del difensore originariamente designato”. Tale novità elimina quella disparità di trattamento (anche in termini di costi) tra difensori originariamente costituiti, i quali potevano essere nominati sia mediante procura generale che mediante procura speciale, ed i difensori aggiunti o in sostituzione di quelli originari, nominati dopo gli atti introduttivi del processo, i quali, nel testo attualmente vigente, possono accedere al giudizio esclusivamente mediante procura generale.

 

La riforma in attuazione consentirà, dunque, ai difensori aggiunti o in sostituzione di intervenire nel procedimento attraverso il deposito di una semplice “memoria di nomina”, con apposizione della procura speciale a margine o in calce della stessa.

 

Tale nuova possibilità non investe il processo tributario, disciplinato in proposito dall’art. 12, comma 3, D.Lgs. n. 546/92, il quale, come ben noto, permette la certificazione autografa dell’incarico al difensore in qualsiasi atto del processo ovvero in udienza.

 

 

Il “filtro di inammissibilità” nel giudizio di legittimità

 

Tra le più importanti novità del disegno di legge vi è, senza dubbio, quello relativo al “filtro” di inammissibilità dei ricorsi proposti in Cassazione, inserito al fine di sollevare i giudici di legittimità da un carico lavorativo sempre più opprimente.

 

Il filtro di inammissibilità e le sue modalità di attuazione, dal loro testo originario a quello definitivamente approvato,  sono stati al centro di numerose polemiche da parte dei professionisti del settore, alla luce dei rischi che poteva comportare un abuso di tale strumento nella scrematura dei ricorsi.

 

Nelle versioni precedenti del disegno di legge, infatti, venivano mosse forti critiche nei confronti delle modalità attraverso le quali la Corte di Cassazione si sarebbe pronunciata sulla inammissibilità dei ricorsi: il testo prevedeva, infatti, un preventivo vaglio reso, con ordinanza non impugnabile, da un apposito collegio composto da tre giudici.

 

Le reazioni del mondo forense non si sono fatte attendere, mettendo in luce i rischi di un’eccessiva ed insindacabile discrezionalità del collegio portando così il legislatore a concedere maggiori garanzie di tutela.

 

Nel testo approvato in via definitiva dal Senato, il vaglio preliminare doveva essere posto in essere dal relatore della sezione assegnataria del ricorso, il quale – se ritiene sussistenti i requisiti di inammissibilità ex art. 360-bis c.p.c. – avrebbe depositato in cancelleria una relazione con la concisa esposizione delle ragioni che possono giustificare la relativa pronuncia. Il presidente fisserà, dunque, l’adunanza della Corte per decidere sull’inammissibilità ex art. 360-bis, adunanza di cui la cancelleria darà notizia alle parti almeno venti giorni prima, affinché queste possano depositare le proprie osservazioni o memorie scritte ovvero chiedere di essere sentite.

 

Se la ratio della norma doveva essere quella di “alleggerire” il carico lavorativo della Corte di Cassazione, la modifica in tal senso operata, se da un lato non fornisce concrete garanzie di tutela del cittadino – il quale rimette comunque alla decisione dei giudici il proprio diritto costituzionale di ricorrere in Cassazione (art. 111 Cost.) (8), dall’altro lato, sembra appesantire la Corte di ulteriori incombenze processuali.

 

Fatti gli opportuni cenni sul procedimento che la Corte di Cassazione dovrà osservare per “filtrare” i ricorsi inammissibili, si evidenziano le ragioni che giustificano la preclusione al giudizio di legittimità (art. 360-bis c.p.c.):

1)    Il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa;

2)    Quando è manifestamente infondata la censura relativa alla violazione dei principi regolatori del giusto processo.

 

Inutile sottolineare come anche la scelta dei motivi che giustificano l’inammissibilità non sia stata esente da critiche, ravvisata la genericità ed indeterminatezza del loro contenuto, che attribuisce eccessivi margini di discrezionalità al giudice di legittimità.

 

Ad ogni modo, non si può tacere che a far da “contraltare” all’inserimento del filtro di inammissibilità, vi è l’espressa abrogazione – a soli tre anni dalla sua comparsa – dell’art. 366-bis c.p.c. contenente l’obbligo per il ricorrente di formulare il c.d. “quesito di diritto” a pena di inammissibilità, norma anch’essa poco amata dai professionisti del settore in virtù degli eccessi di formalismo applicativo in cui la Corte di Cassazione spesso cadeva.

 

Inutile sottolineare come le novità in merito al giudizio di legittimità riguardino altresì il processo tributario, alla luce dell’esplicito rinvio contenuto nell’art. 62 D.Lgs. n. 546/92 alle norme del codice di procedura civile.

 

 

Il procedimento sommario di cognizione e l’abrogazione del rito societario

 

Per mera completezza espositiva, si evidenzia che la “mini-riforma” del processo civile introduce, con gli artt. 702-bis e ter c.p.c., due importanti novità che, sebbene prive di qualsiasi collegamento con il processo tributario, meritano di essere segnalate: l’introduzione del “procedimento sommario di cognizione” e l’abrogazione del rito societario.

 

Il procedimento sommario di cognizione potrà essere utilizzato per tutte le cause di competenza del tribunale in composizione monocratica, senza limiti di valore o materia.

 

Si tratta di uno strumento snello e veloce che, dopo la prima udienza, rimette interamente al giudice monocratico la gestione del processo (egli può infatti rimettere la causa al rito ordinario, ovvero adottare ulteriori fasi istruttorie, ovvero decidere con ordinanza all’accoglimento o al rigetto delle domande).

E’, in tutta la sua evidenza, una valida alternativa al processo a cognizione piena, volto a ridurre la durata media dei processi civili.

 

La seconda novità, invece, è stata inserita dall’art. 54 del disegno di legge, il quale, dopo aver delegato il Governo alla semplificazione e riduzione dei procedimenti civili, abroga espressamente gli artt. da 1 a 33, 41, comma 1, e 42 del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5, ossia le norme che regolano il processo societario, le cui norme, tuttavia, continueranno ad applicarsi sui giudizi pendenti all’entrata in vigore della riforma.

 

  

Le disposizioni transitorie

 

L’art. 59 del disegno di legge n. 1082 del 2009 stabilisce i tempi di applicazione delle novità normative ai processi civili (e tributari).

 

In via generale, le modifiche introdotte si applicheranno esclusivamente ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore, eccezion fatta – nell’ambito delle novità trattate nel presente lavoro – per le innovazioni riguardanti il ricorso per cassazione, ossia il filtro di inammissibilità ex art. 360-bis c.p.c. e l’abrogazione del quesito di diritto ex art. 366-bis c.p.c., che saranno applicate a tutte le controversie nelle quali il provvedimento impugnato con il ricorso per cassazione è stato pubblicato ovvero, nei casi in cui non sia prevista la pubblicazione, depositato successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge.

 

Domenico Bitonti

6 Giugno 2009


NOTE

(1) Cfr. Cass. SS.UU., nn. 1166/1994, 7099/2002, 8089/2002, 19218/2003, 7039/2006.

(2) Forti dubbi emergono in dottrina in merito alla possibilità di riassumere il processo davanti al giudice munito di giurisdizione anche a seguito della sentenza dei giudici di appello che si siano pronunciati sull’impugnazione della sentenza di primo grado, contenente l’indicazione della corretta giurisdizione. Allo stesso modo, sorgono forti interrogativi sul significato da attribuire al testo di legge laddove, prima, fa salvi gli effetti sostanziali e processuali della domanda tempestivamente rivolta al giudice munito di giurisdizione, e poi, non esclude gli effetti delle preclusioni e delle decadenze intervenute.

(3) In proposito, forse è il caso di specificare che più di un “allargamento” delle competenze del giudice di pace, forse sarebbe meglio parlare di semplice “adeguamento” dei valori indicati dal codice di procedura civile, al costo attuale della vita.

(4) Il risparmio temporale può essere anche superiore ad un anno: mentre con l’attuale formulazione dell’art. 327 c.p.c., la c.d. “sospensione feriale dei termini”, che va dal 1° agosto al 15 settembre, è inevitabile in quanto rientra necessariamente nell’arco temporale di un anno, con la modifica introdotta dal disegno di legge in commento, tale ulteriore proroga di quarantasei giorni è soltanto eventuale (a seconda del periodo in cui la sentenza è depositata).  

 

(5) «Art. 257-bis. – (Testimonianza scritta). – Il giudice, su accordo delle parti, tenuto conto della natura della causa e di ogni altra circostanza, può disporre di assumere la deposizione chiedendo al testimone, anche nelle ipotesi di cui all’articolo 203, di fornire, per iscritto e nel termine fissato, le risposte ai quesiti sui quali deve essere interrogato. 

    Il giudice, con il provvedimento di cui al primo comma, dispone che la parte che ha richiesto l’assunzione predisponga il modello di testimonianza in conformità agli articoli ammessi e lo faccia notificare al testimone.

    Il testimone rende la deposizione compilando il modello di testimonianza in ogni sua parte, con risposta separata a ciascuno dei quesiti, e precisa quali sono quelli cui non è in grado di rispondere, indicandone la ragione.

    Il testimone sottoscrive la deposizione apponendo la propria firma autenticata su ciascuna delle facciate del foglio di testimonianza, che spedisce in busta chiusa con plico raccomandato o consegna alla cancelleria del giudice.

    Quando il testimone si avvale della facoltà d’astensione di cui all’articolo 249, ha l’obbligo di compilare il modello di testimonianza, indicando le complete generalità e i motivi di astensione.
Quando il testimone non spedisce o non consegna le risposte scritte nel termine stabilito, il giudice può condannarlo alla pena pecuniaria di cui all’articolo 255, primo comma.

    Quando la testimonianza ha ad oggetto documenti di spesa già depositati dalle parti, essa può essere resa mediante dichiarazione sottoscritta dal testimone e trasmessa al difensore della parte nel cui interesse la prova è stata ammessa, senza il ricorso al modello di cui al secondo comma.
Il giudice, esaminate le risposte o le dichiarazioni, può sempre disporre che il testimone sia chiamato a deporre davanti a lui o davanti al giudice delegato».

 

(6)  Il contenuto del modello da compilare è disciplinato dal nuovo articolo 103-bis delle disposizioni per le attuazioni del codice di procedura civile. La norma prevede: «Art. 103-bis. – (Modello di testimonianza). – La testimonianza scritta è resa su di un modulo conforme al modello approvato con decreto del Ministro della giustizia, che individua anche le istruzioni per la sua compilazione, da notificare unitamente al modello. Il modello, sottoscritto in ogni suo foglio dalla parte che ne ha curato la compilazione, deve contenere, oltre all’indicazione del procedimento e dell’ordinanza di ammissione da parte del giudice procedente, idonei spazi per l’inserimento delle complete generalità del testimone, dell’indicazione della sua residenza, del suo domicilio e, ove possibile, di un suo recapito telefonico. Deve altresì contenere l’ammonimento del testimone ai sensi dell’articolo 251 del codice e la formula del giuramento di cui al medesimo articolo, oltre all’avviso in ordine alla facoltà di astenersi ai sensi degli articoli 200, 201 e 202 del codice di procedura penale, con lo spazio per la sottoscrizione obbligatoria del testimone, nonché le richieste di cui all’articolo 252, primo comma, del codice, ivi compresa l’indicazione di eventuali rapporti personali con le parti, e la trascrizione dei quesiti ammessi, con l’avvertenza che il testimone deve rendere risposte specifiche e pertinenti a ciascuna domanda e deve altresì precisare se ha avuto conoscenza dei fatti oggetto della testimonianza in modo diretto o indiretto.

    Al termine di ogni risposta è apposta, di seguito e senza lasciare spazi vuoti, la sottoscrizione da parte del testimone.

    Le sottoscrizioni devono essere autenticate da un segretario comunale o dal cancelliere di un ufficio giudiziario. L’autentica delle sottoscrizioni è in ogni caso gratuita nonché esente dall’imposta di bollo e da ogni diritto».

(7) In tal senso, però, non va taciuto come il ricorso alla testimonianza scritta possa essere concessa solo previo accordo delle parti, che potranno legittimamente opporsi all’adozione di tale istituto.

(8) Come, infatti, evidenzia M. De Tilla “Risulterebbe, infatti, attribuita alla Cassazione la possibilità di dichiarare inammissibile – e quindi di decidere di non giudicare neppure al fine di dichiarare la manifesta infondatezza – un ricorso proposto in conformità alle forme e ai termini di legge e che denunzi una violazione di legge”.


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