Novità fiscali del 29 maggio 2009: l’agente di commercio, al pari dei professionisti, non è soggetto ad IRAP se manca l’autonoma organizzazione; abuso di diritto: niente sanzioni per l’elusione fiscale; abilitazione per comunicare con l’INPS tramite PEC; non spetta il bonus se le operazioni di aggregazione sono legate ad un unico soggetto economico; cessione ramo d’azienda: somme liquidate al dipendente per transazione


 






 


Indice fisco oggi:


 


1) L’agente di commercio, al pari dei professionisti, non è soggetto ad IRAP se manca l’autonoma organizzazione: Cassazione a sezioni unite


 


2) Abuso di diritto: Niente sanzioni per l’elusione fiscale


 


3) Abilitazione per comunicare con l’INPS tramite PEC


 


4) Non spetta il bonus se le operazioni di aggregazione sono legate ad un unico soggetto economico


 


5) Cessione ramo d’azienda: Somme liquidate al dipendente per transazione senza tassazione separata


 


 


1) L’agente di commercio, al pari dei professionisti, non è soggetto ad IRAP se manca l’autonoma organizzazione: Cassazione a sezioni unite


Niente IRAP anche in presenza di “attività ausiliarie” come quella dei rappresentanti di commercio senza deposito, degli agenti di commercio, degli artigiani, dei procacciatori d’affari in campo assicurativo.


Tali attività lavorative, in analogia a quanto previsto per la ex ILOR, possono, infatti, essere legittimamente colpite, da tale imposta regionale sulle attività produttive, solo qualora vi sia “organizzazione di capitali o lavoro altrui”, ossia quando vi sia un quid pluris che ecceda il lavoro personale di colui che svolge l’attività di riferimento.


Con una serie di sentenze, a sezioni unite, depositate il 26.05.2009, tra cui le n. 12108, 12109, n. 12110, la Corte di Cassazione ha stabilito che, per gli agenti e i promotori finanziari senza autonoma organizzazione, l’Irap non si applica.


A tal fine la Suprema Corte ha osservato che allorché tornò ad occuparsi della legittimità costituzionale dell’ILOR proprio relativamente ai soggetti che svolgono le attività ausiliarie indicate nell’art. 2195 c.c., come gli agenti di commercio, la Corte costituzionale, verificata la mancata realizzazione dell’invito già rivolto al legislatore — pur ribadendo di non essere «abilitata ad introdurre nella materia dell’imposta locale sui redditi — mediante pronunce di accoglimento parziale — nuove classificazioni dei tipi di reddito, interne rispetto a quelle operate o comunque considerate dalla legislazione tributaria» — non poteva esimersi dal rilevare la peculiarità della fattispecie.


Così essa affermò che «in presenza di “attività ausiliarie” come quella dei rappresentanti di commercio senza deposito, degli agenti di commercio, degli artigiani, dei procacciatori d’affari in campo assicurativo, si rende ancor più necessario, soprattutto ai fini dell’imposta locale sui redditi, verificare preliminarmente se ricorrano o meno i requisiti minimi perché si possa realmente parlare d’impresa, e non invece, di lavoro autonomo, onde evitare che la capacità contributiva conciata all’ILOR, sia presunta, nelle singole ipotesi, indipendentemente da ogni fondamento effettuale»: e ne affidava il compito alla interpretazione della concreta fattispecie da parte del giudice di merito.


La strada non è diversa per quanto riguarda l’IRAP, la quale, pur essendo una imposta diversa dall’ILOR, presuppone, comunque e soprattutto alla luce delle indicazioni emergenti dalla sentenza n. 156 del 2001 della Corte costituzionale, che il lavoro autonomo possa essere legittimamente inciso solo qualora vi sia «organizzazione di capitali o lavoro altrui», ossia quando vi sia un quid pluris che ecceda il lavoro personale di colui che svolge l’attività di riferimento.


Orbene, tenuto conto che la Corte costituzionale ha più volte affermato che «le presunzioni tributarie non sono di per sé illegittime, ma debbono fondarsi su “indici concretamente rivelatori di ricchezza” ovvero su “fatti reali”, quand’anche difficilmente accertabili, affinché l’imposizione non abbia una “base fittizia”» (v. Corte cost. n. 42 del 1980), deve prendersi atto che esiste tra il “territorio dell’impresa” e il “territorio del lavoro autonomo”.


o lavoro altrui».


Se, infatti, si considerassero ai fini IRAP queste attività tout court “attività di impresa”, l’imposta non troverebbe corrispondenza nella sua razio, e finirebbe per colpire una “base fittizia”, quindi, un “fatto non reale”, ciò in contraddizione con una interpretazione costituzionalmente orientata del presupposto impositivo.


Non è, infatti, la oggettiva natura dell’attività svolta ad essere alla base dell’imposta, ma il modo – autonoma organizzazione – in cui la stessa è svolta, ad essere la razionale giustificazione di una imposizione sul valore aggiunto prodotto, un quid che eccede il lavoro personale del soggetto agente ed implica appunto l’organizzazione di capitali o lavoro altrui»: se ciò non fosse, e il lavoro personale bastasse, l’imposta considerata, non solo non sarebbe vincolata all’esistenza di una «autonoma organizzazione», ma si trasformerebbe inevitabilmente in una sostanziale “imposta sul reddito”.


Presupposto per l’assoggettamento ad IRAP degli agenti di commercio


L’agente di commercio continua, invece, ad essere qualificato dall’Amministrazione finanziaria come soggetto passivo IRAP (ris. n. 254/E del 14.09.2007).


In particolare, l’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 45/E del 13.06.2008 aveva evidenziato come non sia possibile, ai fini Irap, assimilare gli agenti di commercio ai lavoratori autonomi, ribadendo in sostanza la posizione secondo cui i redditi derivanti dallo svolgimento dell’attività di agente o rappresentante di commercio, riferendosi a un’attività commerciale secondo la previsione dell’art. 2195 c.c., sono per questa sola circostanza qualificabili come redditi di impresa e pertanto il requisito dell’autonoma organizzazione è intrinseco alla natura stessa dell’attività svolta.


Gli uffici delle Entrate avrebbero dovuto, quindi, eccepire in giudizio la natura imprenditoriale dell’attività degli agenti di commercio, chiedendone, per conseguenza, l’assoggettamento all’Irap.


In subordine, devono comunque dedurre, così come per i lavoratori autonomi, l’esistenza dell’autonoma organizzazione.


Tuttavia, come osservato in giurisprudenza (adesso la Cassazione a sezioni unite con diverse sentenze) e in dottrina, tra le figure che possono essere escluse da IRAP, oltre ai piccoli professionisti, vi può fare parte anche quella imprenditoriale, tra cui quella dell’agente di commercio che opera senza dipendenti e collaboratori, senza strutture organizzative con modesto impiego di beni strumentali (di fatto un auto e una valigetta).


A tal fine, la sentenza della Corte di Cassazione (n. 2702 del 05.02.2008) aveva già posto le basi per una soluzione del problema (la problematica era stata evidenziata di recente nell’articolo di Vincenzo D’Andò pubblicato sul quotidiano Italia Oggi del 30 aprile 2009 a pagina 34).


I giudici della Corte Suprema hanno, infatti, accolto la tesi della non assoggettabilità a Irap di un agente di commercio privo di una autonoma organizzazione confermando le sentenze di primo e secondo grado contro le quali l’Agenzia delle Entrate aveva ritenuto di proporre reclamo.


Inoltre, la Suprema Corte (sent. n. 7734 del 21.3.2008; nello stesso senso anche la sent. nn. 7703 e 7707 del 21.03.2008) ha affermato che la prova dell’esistenza di un’autonoma organizzazione deve essere offerta dagli uffici delle Entrate anche nei confronti di un agente di commercio.


In merito poi alla mancata presentazione della dichiarazione ai fini IRAP, l’Amministrazione Finanziaria, in via ufficiale (question time n. 5-00072 del 04.06.2008), ha fatto sapere che il professionista (e, quindi, secondo la suprema Corte anche l’agente) che ritiene certa la mancanza del presupposto oggettivo di imponibilità nei suoi confronti, può non compilare il quadro IRAP; “la mancata compilazione, infatti, non incide sulla correttezza dell’invio telematico del Modello UNICO, né preclude l’attività di controllo da parte dei competenti Uffici delle entrate”.


Modello IRAP 2009


Riguardo al Modello IRAP 2009, relativo al periodo d’imposta 2008, la rilevante novità è stata data dalla circostanza che il modello Irap 2009 non fa più parte del modello unico, va, infatti, presentato separatamente, sempre in via telematica, all’Agenzia delle Entrate, che poi provvede ad inviare i dati ricevuti alla Regione di competenza.


Avvertono le istruzioni ministeriali di tale modello che il presupposto dell’imposta è l’esercizio abituale, nel territorio delle regioni, di attività autonomamente organizzate dirette alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi.


L’attività esercitata dalle società e dagli enti costituisce in ogni caso presupposto d’imposta.


(Corte di Cassazione, a sezioni unite, sentenze del 26.05.2009)


 


 


2) Abuso di diritto: Niente sanzioni per l’elusione fiscale


La Cassazione ha escluso per i contribuenti l’applicazione di sanzioni punitive in caso di elusione di norme tributarie, ribadendo l’esistenza nell’ordinamento di una clausola non scritta che disconosce le scelte imprenditoriali finalizzate al solo risparmio fiscale.


Tale affermazione è parsa in Dottrina come la sensazione che la Suprema Corte abbia considerato l’elusione (vietata) un equivalente del legittimo risparmio di imposta, inserendo, in tal modo il “sorprendente” principio secondo cui il contribuente è sempre obbligato a scegliere la via fiscalmente più onerosa, con buona pace di ragioni sistematiche posta dal legislatore alla base dei trattamenti tributari meno onerosi (che invece ben potrebbero essere giustificati anche e soprattutto costituzionalmente).


Inoltre, la Corte di Cassazione raccorda il contrasto alla elusione con il principio di buona fede di cui allo Statuto del Contribuente.


Secondo, citata Dottrina, se il contribuente con l’elusione approfitta di maglie troppo larghe della legge, esiste quanto meno un concorso di colpa del legislatore.


Un ulteriore spunto di interesse è quello in cui si esclude l’applicazione di sanzioni punitive all’elusione.


La soluzione é apparsa in Dottrina corretta, anche se fondata su un motivo che non ha convinto (l’elusione sarebbe incerta) poiché vengono, invece, ritenuti incerta i profili di fatto (se, quindi, una certa operazione sia o meno elusiva). (Corte di Cassazione, sentenza, n. 12042 del 25.05.2009)


 


 


3) Abilitazione per comunicare con l’INPS tramite PEC


Utilizzo della posta elettronica certificata anche con l’istituto previdenziale.


L’evoluzione tecnologica fornisce gli strumenti per un miglioramento dei processi permettendo al tempo stesso l’erogazione di servizi innovativi nell’ottica della semplificazione amministrativa e della qualità.


Si riconosce ai cittadini e alle imprese un diritto all’uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le Pubbliche Amministrazioni e l’obbligo per le stesse di pubblicare ed evidenziare adeguatamente, sui siti istituzionali, gli indirizzi di posta elettronica utilizzabili dai cittadini e/o imprese, rendendo facilmente reperibili quelli relativi agli uffici competenti per gli atti ed i procedimenti di maggiore interesse e indicando opportunamente quali siano abilitati alla posta certificata.


Per tali finalità, L’INPS ha provveduto a istituire per le Direzioni regionali, provinciali, subprovinciali e per le Agenzie, apposite caselle di posta elettronica standardizzate per processo/funzione, a cui possono accedere uno o più componenti della struttura stessa individuati dal responsabile.


(INPS, circolare n. 72 del 26.05.2009)


 


 


4) Non spetta il bonus se le operazioni di aggregazione sono legate ad un unico soggetto economico


La ratio della disciplina del cd. “bonus aggregazioni” (C.M. n. 16/E del 21.03.2007) è quella di favorire l’aggregazione di complessi produttivi appartenenti a società ciascuna delle quali si trova originariamente in una posizione di effettiva autonomia giuridica ed economica nel mercato, non includendo quelle aggregazioni che sono invece il frutto di una mera riorganizzazione all’interno dello stesso gruppo.


Si vuole, in altri termini, evitare che possano beneficiare dell’agevolazione fiscale in esame le operazioni di aggregazione aziendali riconducibili alla strategia di un unico soggetto economico.


Difatti, la riconducibilità ai medesimi soggetti del pacchetto di controllo delle società coinvolte nell’operazione di aggregazione risulta essere causa ostativa al conseguimento dell’agevolazione (R.M. n. 360 del 10.11.2007).


Tale circostanza preclude l’applicazione del riconoscimento fiscale in argomento, giacché risulta violato sia il dettato legislativo della disposizione agevolativa in commento che subordina il riconoscimento dell’agevolazione al rispetto di precisi requisiti soggettivi ed oggettivi sia lo spirito dell’agevolazione che intende, come si è detto, favorire solo le aggregazioni di imprese non riconducibili ad un unico soggetto, e che si mantengano tali nei quattro periodi d’imposta successivi.


Peraltro, nel caso di specie (R.M. n. 134/E del 28.05.2009) non è stato possibile concedere i benefici fiscali di cui ai commi 242-249 dell’art. 1 della Legge 27.12.2006, n. 296, poiché la situazione esposta è rientrata in tali fattispecie.


(Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 134/E del 28.05.2009)


 


 


5) Cessione ramo d’azienda: Somme liquidate al dipendente per transazione senza tassazione separata


Ai fini fiscali, il trasferimento dei dipendenti del ramo d’azienda ceduto non comporta la cessazione del rapporto di lavoro qualora, in sede transattiva, non sia stata prevista anche l’erogazione del T.F.R.


Pertanto, in tale eventualità le somme percepite dal dipendente in sede transattiva non possono essere assoggettate a tassazione separata.


In particolare, l’Agenzia delle Entrate ha osservato che il principio che vuole che in caso di trasferimento di azienda il rapporto di lavoro dei dipendenti dell’azienda ceduta, in corso al momento del trasferimento, continua presso il cessionario vale anche nell’ipotesi in cui la lavoratrice rinuncia preventivamente a rivalersi nei confronti del precedente datore di lavoro per eventuali crediti ad esso riconducibili.


La rinuncia al vincolo di solidarietà nei confronti dell’imprenditore alienante, infatti, è espressamente prevista e disciplinata dall’art. 2112 c.c. quale facoltà del lavoratore di non avvalersi di tale maggiore tutela ma non esclude la successione del nuovo imprenditore nel contratto di lavoro e il riconoscimento dell’anzianità pregressa.


Ne consegue che, se, in sede transattiva, non sia stata prevista l’erogazione delle competenze normalmente corrisposte all’atto della ordinaria cessazione del rapporto di lavoro, quali il trattamento di fine rapporto, non è avvenuta la cessazione del rapporto stesso.


Pertanto le somme che il lavoratore percepisce in occasione della cessione del ramo d’azienda per la rinuncia a futuri contenziosi o alle maggiori garanzie derivanti dal vincolo di solidarietà non possono fruire del regime di tassazione separata, non verificandosi il presupposto richiesto a tal fine dall’art. 17, comma 1, lettera a), del TUIR.


(Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 135/E del 28.05.2009)


 


 


 


A cura di Vincenzo D’Andò


 


 


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