L’autorizzazione all’atto di appello

          Il secondo comma dell’art. 52, del D.Lgs.n.546/92 dispone che gli uffici periferici dell’amministrazione finanziaria per poter proporre appello principale devono essere preventivamente autorizzati dalla sovraordinata direzione regionale competente (1), che funge da filtro ad impugnazioni  inammissibili o infondate.


          Incidendo sulla capacità processuale dell’ufficio appellante, l’autorizzazione appartiene al novero delle questioni preliminari di rito. Conseguentemente, l’appello sprovvisto della predetta autorizzazione risulta viziato e, di conseguenza, inammissibile (2).


          In tal senso, peraltro, si è orientata la giurisprudenza prevalente della Corte di Cassazione (3) che, in più occasioni, ha avuto modo di osservare come debba ritenersi inammissibile l’atto di appello privo della necessaria autorizzazione.


          Circa l’onere della prova dell’avvenuta autorizzazione, la stessa giurisprudenza della Corte di Cassazione (4) ha consentito di poter fissare i seguenti principi:


·       inammissibilità dell’autorizzazione tardiva;


·       l’onere della prova dell’intervenuta autorizzazione grava sull’ufficio (5);


·       il provvedimento di autorizzazione non deve essere notificato al contribuente ma risulterà sufficiente la sua produzione agli atti di causa;


·       l’autorizzazione potrà essere prodotta, anche dopo la costituzione in giudizio, incontrando come termine ultimo per la sua produzione l’ultima udienza di discussione (6).


 


          Invero, la vexata quaestio degli effetti processuali dell’atto di appello privo dell’autorizzazione ha ripreso vigore in conseguenza al deposito della Sentenza n. 604 del 14.01.2005 da parte delle Sezioni unite della Corte di Cassazione. Con tale ultimo provvedimento giurisdizionale la Suprema Corte (7) ha ritenuto che “la disposizione dell’art. 52, comma 2, del D. Lgs. n. 546/1992 deve essere non ritenuta non più suscettibile di applicazione nell’intervenuta operatività della normativa, di cui al D. Lgs. n. 300/99, che ha istituito le agenzie fiscali, attribuendo ad esse la gestione della generalità delle funzioni in precedenza esercitate dai dipartimenti e dagli uffici del Ministero delle Finanze e trasferendo alle medesime i relativi rapporti giuridici, poteri e competenze, da esercitarsi secondo la disciplina interna di ciascuna agenzia”. Conseguentemente, continua la Corte, sono esclusi condizionamenti “al diritto delle Agenzie di impugnare in appello le sentenze delle commissioni tributarie provinciali ad esse sfavorevoli(8).


          Si segnala, infine, come la prescritta autorizzazione sia limitata all’appello principale e non sia quindi richiesta per la proposizione di appello incidentale ovvero nell’ipotesi di giudizio di rinvio da parte della Corte di Cassazione.


          Con lo strumento processuale dell’appello non si procede solo all’esame della regolarità procedurale del giudizio di primo grado e della relativa sentenza, ma si investe il giudice del gravame anche di un vero e proprio riesame della controversia, nei limiti della domanda oggetto del processo, innanzi alla Commissione provinciale.


          L’appello si propone a mezzo di ricorso che deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione:


1)       della Commissione Tributaria regionale a cui è diretto;


2)       dell’appellante e delle altre parti nei cui confronti è proposto il ricorso;


3)       gli estremi della sentenza impugnata;


4)       l’esposizione sommaria dei fatti;


5)       l’oggetto della domanda;


6)       i motivi specifici dell’impugnazione.


 


          La Commissione Tributaria cui l’appello è diretto è, ovviamente, quella competente a norma del comma 2 dell’articolo 4.


          Per quanto riguarda l’indicazione delle parti, l’appello va proposto nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al processo di primo grado, comprese quelle eventualmente contumaci.


          Gli estremi della sentenza impugnata, che devono essere indicati sono:


la Commissione provinciale;


la Sezione;


– il numero della sentenza;


– la data di pubblicazione della sentenza.


 


          Le indicazioni di cui ai numeri 4, 5 e 6 costituiscono la parte pregnante dell’appello, in quanto delimitano l’ambito della controversia devoluta al giudice di secondo grado. Essi sono tra loro interdipendenti, nonostante trovino un’autonoma posizione all’interno dell’atto, in quanto dalla esposizione sommaria dei fatti il giudice trae conoscenza della materia stessa oggetto dell’appello. Dalla indicazione della domanda questi individua il fine per il quale il giudizio è proposto; dall’esposizione dei motivi valuta le ragioni, in fatto ed in diritto, che legittimano la richiesta dell’appellante.


          Oggetto della domanda e motivi dell’appello fanno sì che la controversia sia devoluta alla cognizione della Commissione regionale.


          Nell’indicare l’esposizione sommaria dei fatti si deve fornire una narrazione della vicenda che consenta al giudice dell’appello di conoscere quanto necessario, al fine del riesame della controversia. Si dovranno, pertanto, illustrare sia le fasi storiche antecedenti l’instaurazione del giudizio (ad esempio, tempi e modi del ricevimento della notificazione dell’atto impugnato) che la storia processuale vera e propria.


 


          Particolare attenzione va prestata all’indicazione dell’oggetto della domanda che trova un primo limite nelle richieste formulate in primo grado. Innanzi alla Commissione Tributaria regionale, infatti, non si potranno sollevare eccezioni non espressamente valorizzate innanzi alla Commissione provinciale, così come non è possibile proporre eccezioni nuove che non siano rilevabili d’ufficio nel giudizio d’appello (articolo 57).


          L’oggetto della domanda deve essere illustrato con la massima analiticità, in quanto la mancata indicazione di alcuno dei suoi elementi comporterebbe l’acquiescenza su quelle parti della sentenza impugnata, di cui non si chiede espressamente la riforma.


          I motivi dell’appello sono direttamente correlati all’oggetto della domanda nella funzione di elementi giustificativi della stessa. Devono essere esposti con estrema precisione, sia in quanto costituiscono la imprescindibile base del convincimento del giudice, sia perché tutte le questioni ed eccezioni non accolte in primo grado, se non specificamente riproposte nell’atto d’appello, si intendono rinunciate (articolo 56).


 


          Gli elementi propri dell’atto introduttivo di cui si é appena illustrata natura ed oggetto, hanno una tale rilevanza da rendere necessaria la sanzione della inammissibilità dell’atto stesso, nell’ipotesi di loro mancanza o assoluta incertezza; medesima sanzione è prevista per la irrituale sottoscrizione dell’atto di appello.


          La Corte di Cassazione, sezione tributaria, è intervenuta stabilendo l’inammissibilità dell’appello nel quale mancano o sono assolutamente incerti i motivi di censura rivolti alla sentenza impugnata (Cassazione trib. n. 11580 del 25.05.2000 dep. il 4.9.2000)  e in un altro caso la nullità dell’appello nel quale i motivi di gravame non sono svolti con sufficiente grado di specificità e con puntuali ragioni di critica (Cassazione trib. n. 11575 del 25.05.2000 dep. il 4.9.2000).


          Da ultimo, si segnala come, con sentenza n. 1574 del 26.01.2005, la Corte di Cassazione sia nuovamente tornata sull’argomento fornendo un’interpretazione più mite dei precedenti orientamenti giurisprudenziali: “In tema di contenzioso tributario, l’indicazione dei motivi specifici d’impugnazione […] non deve necessariamente consistere in una rigorosa e formalistica enunciazione delle ragioni invocate a sostegno dell’appello, richiedendosi, invece, soltanto una esposizione chiara ed univoca, anche se sommaria, sia della domanda rivolta al giudice del gravame, sia delle ragioni della doglianza”.


          In merito alle modalità della sottoscrizione del ricorso, si rileva che la disciplina della sottoscrizione del ricorso è esposta nel comma 3, dell’art. 18, del D.Lgs. n. 546/92. In conseguenza della obbligatorietà della assistenza tecnica, il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore del ricorrente e contenere l’indicazione dell’incarico ai sensi dell’art. 12, comma 3. Resta residuale la ipotesi di sottoscrizione del ricorso da parte del contribuente ammessa esclusivamente nei casi, previsti dai commi 5 e 6 dell’articolo 12, in cui il ricorrente sia ammesso a stare in giudizio da solo (giudizi di valore inferiore 2.582,00). La Circolare n. 98/E/1996 ha precisato che “nei casi in cui è richiesta l’assistenza tecnica obbligatoria tutta l’attività processuale deve portare di regola, la sottoscrizione del difensore del ricorrente per potersi ritenere giudizialmente ammissibile”. La sottoscrizione deve essere apposta tanto sull’originale quanto sulle copie destinate alle altre parti (9).


          Si è affermato che per il giudizio tributario deve parlarsi di assistenza tecnica, mentre è facoltativa la rappresentanza (che è la norma nel processo civile), sicchè gli atti processuali devono essere sottoscritti dalla parte unitamente al difensore ovvero solo da quest’ultimo nel caso la parte gli abbia conferito la procura ex art. 83 C.p.c. (10). Nei casi in cui la parte sta in giudizio con il ministero di un difensore, questi deve essere munito di procura (procura alle liti, che può essere generale o speciale (11)). Si ricorda che il comma 4, dell’art. 18 citato, sancisce espressamente l’inammissibilità del ricorso  in  caso  di  mancata sottoscrizione  del  difensore  tecnico  (ed   analogamente   avviene   per l’appello,  in  forza  della  previsione  contenuta  nell’art. 53, comma 1, del D. Lgs. n. 546/1992).


 


          La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3845 del 29 marzo 2000, ha sostenuto l’inammissibilità del ricorso sia nel caso di difetto di sottoscrizione  da parte del difensore sia nell’ipotesi in cui la sottoscrizione provenga da difensore non abilitato all’assistenza nella fattispecie concreta, in quanto avente un oggetto esorbitante dalla materia di sua competenza secondo le limitazioni previste sul punto dall’art. 12, e con sentenza n. 4052 del 21 marzo 2001, ha ritenuto che il ricorso introduttivo del giudizio – tanto di primo grado quanto d’appello – dinanzi  alle  Commissioni  tributarie,  ove proposto  a mezzo  del  servizio  postale  o  con  consegna all’ufficio finanziario, è inammissibile tutte  le  volte  in  cui  manchi, nella copia depositata con la costituzione in giudizio,  la  sottoscrizione dell’autore del  difensore,  indipendentemente  dalla  circostanza  che  la controparte non contesti la sottoscrizione dell’originale.


          Come riportato anche in dottrina (12) la Suprema Corte ha invece riconosciuto che  in  tema  di  contenzioso tributario la sottoscrizione del difensore con la quale  viene  autenticata la firma della parte apposta per il conferimento della procura in calce  al ricorso deve intendersi quale sottoscrizione dello  stesso“,  derivando in tal caso l’ammissibilità dell’atto anche nell’ipotesi di  controversia per la quale vige la regola dell’obbligatorietà  della  sottoscrizione  del ricorso (13) dal momento che “la firma del difensore ha il duplice scopo di sottoscrivere   l’atto   stesso e di certificare l’autografia del mandato(14).


 


          La stessa Cassazione, nell’occuparsi della questione dell’ammissibilità del ricorso sottoscritto dalla parte personalmente in controversia di valore superiore ai cinque milioni di vecchie lire, con la sentenza n. 1781 del 3 marzo 1999, ha rilevato che l’eventuale costituzione in giudizio della parte privata senza assistenza di difensore doveva considerarsi tamquam non esset, senza la possibilità di alcun intervento correttivo o sanante da parte dell’organo giudicante attraverso l’invito al ricorrente di munirsi  di  un difensore, essendo tale modalità prevista soltanto per le controversie di valore inferiore ai 5 milioni di vecchie lire.


          Con la successiva decisione della Sezione Tributaria, 12 giugno 2000, n. 7966, la Cassazione ha affermato che il conferimento, nel corso del processo tributario, di una procura speciale ad un avvocato non era  idonea a sanare l’iniziale difetto di assistenza tecnica previsto dall’art. 12 del D. Lgs. n. 546/1992 attinente all’esercizio dello ius postulandi e,  quindi, alla validità  ed  efficacia  dell’ atto  introduttivo  del  giudizio.  La sottoscrizione del ricorso da parte di un professionista  non  abilitato, a norma del D. Lgs. n. 546/1992, nella successiva pronuncia della Sezione Tributaria,  29 marzo 2000, n. 3845 veniva considerata radicalmente nulla, in quanto effettuata in carenza di  potere,  con  la conseguenza  della  sanzione della inammissibilità del ricorso non suscettibile di alcuna sanatoria neppure sotto il profilo dell’ errore  di fatto.


 


          La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 189 del 13 giugno 2000, pur dichiarando non fondata la questione di costituzionalità delle norme, ha osservato che a seguito delle intervenute modifiche legislative, il richiamo contenuto nell’art. 18, comma 3, del D. Lgs. n. 546/1992 al disposto del  comma  5  dell’  art.  12, doveva intendersi, “con interpretazione in armonia con un sistema processuale che deve garantire la tutela delle  parti  in  posizione  di  parità,  evitando irragionevoli sanzioni che si risolvano a danno del soggetto che si intende tutelare“, nel senso di un richiamo complessivo al  meccanismo  dell’ordine da parte del giudice (Presidente della Commissione o della Sezione o del Collegio) alla parte privata di “munirsi di assistenza tecnica fissando  un termine entro il quale la stessa parte è tenuta, a pena di inammissibilità, a conferire incarico ad un difensore abilitato“.


          Di conseguenza  l’inammissibilità  sarebbe  scattata  solo  a seguito della mancata esecuzione dell’ordine nel termine  stabilito  e  non per il semplice fatto della mancata sottoscrizione del ricorso da parte  di un professionista abilitato.


          Le Sezioni Unite della Cassazione si sono recentemente pronunciate sul contrasto tra le decisioni della Sezione Tributaria (15), con la sentenza 2 dicembre 2004, n. 22601, nella  quale  è  stato  sancito  che l’inammissibilità del ricorso presentato nel processo tributario per la mancata nomina del difensore consegue solo se,  allo  scadere  del  termine fissato per la nomina dello stesso, il ricorrente non abbia  compiuto  tale adempimento (16).


          La mancanza di sottoscrizione rientra tra le cause di inammissibilità del ricorso stabilite dall’ultimo comma della norma in esame.


          I commi 2 e 3 dell’art. 52 del D.Lgs. n. 546/92 disciplinano le modalità di proposizione del ricorso in appello a mezzo del rinvio alle norme applicabili al ricorso di primo grado. L’appellante dovrà, quindi, procedere alla notificazione a norma dei commi 1 e 2 dell’articolo 20 e successivamente provvedere alla costituzione in giudizio a norma dell’articolo 22 nella segreteria della Commissione regionale adita.


 


          Si sottolinea, al riguardo, che è necessario procedere alla notificazione del ricorso in appello anche nei confronti della parte che in primo grado è stata dichiarata contumace; la lettera del comma 2 è, infatti, inequivoca nel riferirsi a tutte le parti che hanno partecipato al giudizio e non soltanto a quelle costituite.


          In ordine alle modalità di costituzione in giudizio occorre subito sottolineare come per effetto dell’entrata in vigore delle disposizioni contenute nell’art. 3-bis del D.L. 30 settembre 2005 n. 203 (cd. Collegato alla Finanziaria 2006), convertito con modificazioni dalla legge n. 248 del 02.12.2005 entrato in vigore il 03.12.2005, il legislatore ha posto a carico dell’appellante un nuovo ed ulteriore onere processuale prevedendo per il suo mancato rispetto un’innegabile grave sanzione d’inammissibilità dell’appello proposto.


          Per effetto della novella legislativa, infatti, l’appellante, ove non si sia avvalso della notifica tramite ufficiale giudiziario, oltre alla notifica dell’atto di appello a tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado, deve, a pena d’inammissibilità, depositare copia dell’appello stesso presso la segreteria delle Commissione Tributaria Provinciale che ha pronunciato la sentenza.


 


          In ordine alla cadenza temporale circa la corretta esecuzione delle formalità in argomento ed al fine di procedere ad una ricostruzione logico-sistematica della norma in commento si è dell’avviso che:


                  l’appello vada notificato alle parti;


                  copia dell’atto di appello notificato e con attestazione di conformità vada depositato presso la commissione tributaria provinciale;


                  nel termine di cui all’art. 22 del D. Lgs. 546/1992 (trenta giorni successivi alla notifica), l’appellante si costituisca presso la commissione tributaria regionale allegando anche copia della ricevuta di avvenuto deposito presso la commissione tributaria provinciale.


 


          Si rileva, comunque, che il comma 3 dell’articolo 53 è rimasto immutato,norma che prevede che subito dopo il deposito del ricorso in appello, la segreteria della commissione tributaria regionale richieda alla segreteria della provinciale la trasmissione del fascicolo del processo, contenente anche copia autentica della sentenza (17).


          Sul punto le Entrate, con la circolare n. 10/E del 10 marzo 2006, hanno precisato che la modifica è stata dettata dall’esigenza di armonizzare il contenuto della norma con quelle contenute nell’art. 123 delle disposizioni del C.p.c., norma che dispone che l’ufficiale giudiziario che ha notificato l’impugnazione ne da immediatamente avviso scritto al cancelliere del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.


          E’ da rilevare inoltre che il periodo aggiunto dalla novella legislativa non fissa un termine entro il quale assolvere all’adempimento che, tuttavia, è previsto a pena di inammissibilità. Vi è da chiedersi, pertanto, quale soluzione interpretativa possa essere adottata in caso di violazione di tale norma ed in particolare se il mancato deposito della copia del ricorso in appello presso la commissione che ha emesso la sentenza comporti, sic et simpliciter, l’inammissibilità dell’appello proposto. Su tale scia interpretativa si colloca l’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate che, con la ricordata circolare n. 10/2006 ha ritenuto inammissibile l’appello che non sia stato depositato presso la Commissione tributaria provinciale.


 


L’autorizzazione


 


          Il giudice tributario ha il potere  di  verificare  d’ufficio, sia in grado di appello che nel giudizio di cassazione, l’esistenza e la validità dell’autorizzazione   – rilasciata agli uffici periferici dell’Amministrazione finanziaria – per proporre appello principale avverso le decisioni delle Commissioni tributarie provinciali, di cui all’art. 52, comma 2, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, trattandosi di una condizione di ammissibilità del gravame. Peraltro, una volta che tale  autorizzazione risulti  depositata, il giudice non  può, in assenza di specifica contestazione del contribuente appellato, sindacare – anche nel caso in cui essa  rechi una sottoscrizione illeggibile –  la  riferibilità di tale autorizzazione all’organo competente, dovendo presumersi – fino a prova contraria – la sussistenza del relativo potere in capo al funzionario che l’abbia rilasciata. Ciò in quanto l’illeggibilità della sottoscrizione non comporta la  nullità del documento essendo,  comunque, consentita la possibilità dell’identificazione del soggetto indicato come autore dell’atto e l’individuazione  della  provenienza  dall’organo  cui  è  attribuita  la competenza.


          E’ questa la massima della sentenza n. 9600 del 13 marzo 2007, depositata il successivo 23 aprile 2007.


          La Corte fissa due importanti principi:


·       l’autorizzazione prevista dall’art. 52, comma  2, del D.Lgs.  n. 546/1992,  per  la  proposizione dell’appello principale da parte dell’ufficio finanziario periferico avverso le decisioni delle commissioni tributarie provinciali, costituisce un presupposto di validità del processo, la cui mancanza, incidendo sulla capacità di stare in giudizio della parte (o legitimatio ad processum), escludendola, determina l’inammissibilità dell’appello (Cass., SS.UU., 29 aprile 2003, n. 6633; Cass., 9 aprile 2003, n.5604; Cass. n. 10239 e  11321 del 2001. Sul punto i Supremi giudici richiamano una pronuncia a Sezioni Unite, ove è stato sancito “che il giudice tributario ha il potere di verificare d’ufficio, sia in grado di appello che nel giudizio di cassazione, l’esistenza e la validità   dell’autorizzazione – rilasciata agli uffici periferici dell’amministrazione finanziaria – per proporre appello principale avverso le decisioni delle commissioni tributarie provinciali, di cui  all’art. 52, comma 2, del D.Lgs. n. 546  del  1992,  trattandosi  di  una  condizione  di ammissibilità  del  gravame.   Infatti, sebbene involga il controllo dell’avvenuto rispetto delle norme amministrative di azioni disciplinanti l’iter burocratico inteso al rilascio  dell’autorizzazione, tale  decisione non impinge nel difetto di giurisdizione, in quanto il giudice tributario ha il potere di risolvere incidentalmente questioni attribuite alla  competenza giurisdizionale di altro giudice, quando  da  tale  risoluzione  dipenda  la decisione sull’oggetto del giudizio (Cass., SS.UU., n. 6633/2003)”;


·       richiamando un precedente – sentenza  n.  18878/2004 – la Corte afferma che ciò che determina l’inammissibilità del gravame dell’ufficio finanziario  periferico per difetto di legittimazione processuale è la mancanza effettiva  dell’atto di autorizzazione  del  responsabile del servizio  del  contenzioso  della competente direzione regionale delle  entrate, non la sua ritenuta irregolarità, o anche invalidità, nel qual caso la commissione regionale non solo può, ai sensi dell’art. 7, comma 3, del D.Lgs. n. 546/1992, ordinare il deposito dei documenti necessari per la decisione della controversia (tra cui la delega eventualmente conferita dal  responsabile  medesimo ad altro funzionario), ma deve invitare l’ufficio appellante a completare o a mettere in regola gli atti e i documenti che riconosce difettosi, a norma del  primo comma dell’art. 182 del codice di procedura civile,  incidendo la mancanza della delega e la  non  leggibilità  della  sottoscrizione dell’atto  di autorizzazione, anche essa rilevata  nella  specie,  sulla regolarità  ed efficacia della costituzione della parte. D’altra parte, pur spettando  al giudice il potere di verifica d’ufficio dell’esistenza delle  condizioni di ammissibilità del gravame, tra cui l’autorizzazione in questione, “una  volta questa depositata, non può il giudice, in assenza di specifica contestazione del contribuente (appellato), ed anche se l’atto è sottoscritto con sgorbio illeggibile, sindacarne la riferibilità all’organo competente al rilascio, dovendosi presumere, in tale assenza, e fino a prova del contrario in caso di contestazione (Cass. 6 giugno 2002, n. 8166), la sussistenza del relativo potere in capo al funzionario che l’ha rilasciata. Ciò senza contare  infine che è da escludere l’invalidità della sigla non leggibile apposta in calce a un documento che rechi, come nella specie, l’indicazione della qualifica del funzionario competente a emanarlo, poiché tale modalità, consentendo in caso di necessità l’identificazione del soggetto indicato come autore dell’atto, quindi l’individuazione della provenienza dall’organo cui  è  attribuita  la competenza, è da considerare equipollente alla firma per esteso (vd., in tema di atti amministrativi informatici, Cass. 15 ottobre 2003, n. 15448)”.


                                                


          In tema di autorizzazione all’appello, giova segnalare come la Corte di Cassazione con sentenza n. 15048 del 05.08.2005 abbia già affermato che “la leggibilità della firma di un atto non è requisito essenziale ai fini dell’imputabilità della volontà  dichiarativa al funzionario investito dei relativi poteri, a meno che non sussistano altri elementi tali da ingenerare dubbi circa la riferibilità del provvedimento”. Quindi, continua la Corte, “il presupposto dell’autorizzazione all’appello previsto dall’art. 52 del D. Lgs. n. 546/1992 ricorre anche quando la firma del relativo atto risulti illeggibile, purchè se ne possa desumere la riconducibilità a soggetto abilitato a sottoscriverlo per conto del responsabile dell’Ufficio competente”.


          Sempre sul tema si richiama la sentenza n. 24972 del 6 ottobre 2005, depositata il 25 novembre 2005, secondo cui deve presumersi legittima la sottoscrizione di un atto (nel caso di specie, si trattava proprio di un’autorizzazione all’appello) da parte di un delegato del funzionario responsabile, sebbene  la  firma  del  delegato risulti illeggibile. Infatti, “questa Corte ha già  avuto  modo di affermare che in  tema  di  contenzioso  tributario,  è  da  presumersi legittima, anche in relazione alla competenza a provvedere e fino a prova del contrario, l’autorizzazione alla proposizione dell’appello contro  la sentenza di primo grado, rilasciata, in  favore  degli  uffici  finanziari periferici, dal responsabile del servizio del contenzioso della  competente Direzione regionale delle entrate, ai sensi  dell’art.52,  comma  2,  del D.Lgs. n. 546 del 1992, quand’anche questa sia stata sottoscritta in  via vicaria, dal direttore di divisione reggente (Cass. n. 19673/2004,  conf. n. 8166/2004).  Il principio è stato enunciato  in  relazione  ad  una fattispecie analoga, relativa ad autorizzazione, contenente, sulla dicitura Il Responsabile del Servizio Contenzioso, una barra di solito usata  per firmare l’atto in via vicaria, ritenuta legittima per non  essere  stata provata la mancanza di potere in capo  al  funzionario che ha rilasciato l’autorizzazione all’appello; la Corte ha anche  richiamato  la  propria giurisprudenza in ordine alla  legittimità  dei  provvedimenti  redatti su moduli meccanizzati. In definitiva, quindi, l’autorizzazione all’impugnazione formalmente corretta e non contestata, non  può  essere disattesa. Pertanto, la sentenza impugnata deve essere cassata nella  parte in cui, invece,  ha  ritenuto  inammissibile  l’appello  in  ragione  della mancata esibizione dell’atto di delega e della illegibilità della firma del delegato, pur in assenza di contestazione della controparte”.


 


Gianfranco Antico


30 Dicembre 2008








NOTE


(1) Per ulteriori approfondimenti cfr. ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso tributario, Il Sole24ore, II edizione, Milano, 2007



(2) Cfr. BUSCEMA, Inammissibile l’appello dell’ufficio privo del visto della Direzione Regionale, in Fiscoggi del 29.12.2004.



(3) Cfr. ex pluribus, Cassazione n. 9716/2004; Cassazione Sezioni Unite, n. 21709/2004.



(4) Cfr. Cassazione, sentenza n. 12702/2004.



(5) Cfr. Cassazione n. 6463/2002.



(6) Cfr. BUSCEMA, Prova possibile fino all’ultima udienza, in Fiscoggi del 151.09.2004.



(7) Cfr. ROMA, La legittimazione e la rappresentanza dell’agenzia delle entrate nel giudizio tributario: fonti normative e contrasti giurisprudenziali, in il Fisco, n. 2/2005, pag. 237.



(8) Cfr. BUSCEMA, La normativa processuale non prevede a


Partecipa alla discussione sul forum.