Corrispettivi derivanti dalla cessione a titolo oneroso di una quota di una società di persone: analisi dei profili di illegittimità

1.          Descrizione di un caso concreto

 

L’Agenzia delle Entrate, Ufficio Locale di Empoli, ha rettificato, ex art. 38/600, la dichiarazione dei redditi di un contribuente persona fisica, accertando un maggiore corrispettivo, e quindi una maggiore plusvalenza, derivante dalla cessione a titolo oneroso di una partecipazione qualificata in una società di persone (nel caso di specie si trattava di s.a.s. con unico socio accomandatario e due soci accomandanti; oggetto di cessione era le quota dell’accomandante).

 

L’emissione dell’avviso di accertamento era stata preceduta dalla richiesta della seguente documentazione:

 

·            copia prospetto da allegare al quadro T per la determinazione della plusvalenza;

·            copia atti acquisto/sottoscrizione e vendita della partecipazione;

·            copia bilanci e dichiarazioni dei redditi della società relativi all’anno di cessione delle quote ed al quinquennio precedente.

 

L’Ufficio ha fondato l’avviso di accertamento sul seguente iter logico induttivo:

 

·            la società ha dichiarato nel quinquennio precedente alla cessione determinati redditi quindi ha un avviamento determinabile in misura pari alla media dei suddetti, quindi il prezzo pagato deve essere pari al valore contabile della quota di patrimonio netto maggiorato del valore di avviamento.

 

In sostanza l’Ufficio ha “rideterminato” (termine utilizzato nell’avviso di accertamento) il corrispettivo della cessione, ipotizzando una maggiore entità dello stesso basata esclusivamente sulla valutazione di un presunto avviamento.

 

 

2.1      Riferimenti normativi: artt. 81 e 82 del TUIR

 

La cessione di partecipazioni è disciplinata nel Testo Unico delle Imposte sui redditi agli articoli 81 e 82.

 

L’art. 81, intitolato “Redditi diversi”, alla lettera c) del comma 1, richiama a tassazione “le plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di partecipazioni qualificate. Costituisce cessione di partecipazioni qualificate la cessione di azioni (…) e di ogni altra partecipazione al capitale, od al patrimonio delle società di cui all’articolo 5 (…) e dei soggetti di cui all’articolo 87 (…) nonché la cessione di diritti o titoli attraverso cui possono essere acquisite le predette partecipazioni, qualora le partecipazioni, i diritti o titoli ceduti rappresentino, complessivamente, una percentuale di diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria superiore al 2 o al 20 per cento ovvero una partecipazione al capitale od al patrimonio superiore al 5 o al 25 per cento, secondo che si tratti di titoli negoziati in mercati regolamentati o di altre partecipazioni(…)”.

 

Alla lettera c-bis) sono altresì richiamate “le plusvalenze, diverse da quelle imponibili ai sensi della lettera c), realizzate mediante cessione a titolo oneroso di azioni e di ogni altra partecipazione al capitale o al patrimonio di società di cui all’art. 5, escluse le associazioni di cui al comma 3, lettera c), e dei soggetti di cui all’art. 87, nonché di diritti o titoli attraverso cui possono essere acquisite le predette partecipazioni”.

 

La determinazione delle plusvalenze è disciplinata dall’art. 82 che al comma 5 così dispone: “Le plusvalenze indicate nelle lettere c), c bis) e c ter) del comma 1 dell’articolo 81 sono costituite dalla differenza tra il corrispettivo percepito ovvero la somma od il valore normale dei beni rimborsati ed il costo od il valore di acquisto assoggettato a tassazione, aumentato di ogni onere inerente alla loro produzione, compresa l’imposta di successione e donazione, con esclusione degli interessi passivi (…)”.

 

 

2.2       Art. 38 del D.P.R. 600/73

 

Per quanto concerne l’accertamento, il D.P.R. 600/73 disciplina la rettifica delle dichiarazioni delle persone fisiche all’art. 38, che al comma 3 stabilisce che “L’incompletezza, la falsità e l’inesattezza dei dati indicati nella dichiarazione, salvo quanto stabilito nell’art. 39, possono essere desunte dalla dichiarazione stessa, dal confronto con le dichiarazioni relative ad anni precedenti e dai dati e dalle notizie di cui all’articolo precedente anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti”.

 

Tale norma riconosce pertanto all’Amministrazione Finanziaria il potere di procedere ad un accertamento analitico anche sulla base di presunzioni semplici purché caratterizzate dai requisiti di gravità, precisione e concordanza.

 

2.3       Le presunzioni semplici: il codice civile

 

In considerazione della rilevanza che le presunzioni semplici hanno nella questione in oggetto si riportano di seguito gli articoli del Codice Civile, nonché le principali interpretazioni giurisprudenziali ad esse relativi.

 

L’art. 2727 del c.c. stabilisce la nozione di presunzione: “Le presunzioni sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato”.

 

Ed all’art. 2729 del c.c. sono stabilite le qualità che le presunzioni semplici debbono avere al fine di poter assurgere al rango di prova: “Le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla prudenza del giudice, il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti”.

 

 

2.4       Le presunzioni semplici: dottrina e giurisprudenza

 

Dottrina e giurisprudenza conforme riconoscono due tipi di presunzioni: legali (conseguenze che la legge trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato) e semplici (conseguenze tratte dal giudice allo stesso scopo).

 

Queste ultime sono rimesse all’apprezzamento del giudice, il quale è libero di scegliere gli elementi posti a base delle presunzioni medesime, salvo l’obbligo di congrua e corretta motivazione.

 

Tralasciando le presunzioni legali che meno interessano, diversi sono gli aspetti da evidenziare sulle presunzioni semplici: in primo luogo il rapporto tra fatto noto e fatto ignoto.

 

In giurisprudenza esistono due correnti interpretative sul rapporto di causalità che deve sussistere tra la premessa (il fatto noto) e la conseguenza che ne viene tratta (il fatto ignoto).

 

L’indirizzo prevalente è quello secondo cui il fatto ignoto deve rappresentare, in base all’id quod plerumque accidit, la conseguenza ragionevolmente possibile e verosimile del fatto, in base ad un criterio di normalità.

 

Pertanto, secondo questo indirizzo, non occorre che l’esistenza del fatto ignoto rappresenti l’unica conseguenza possibile di quello noto secondo un legame di necessità assoluta ed esclusiva, ma è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile quello ignoto, secondo un giudizio di probabilità o di normalità.

 

Altra giurisprudenza minoritaria, più rigorosa, afferma che il fatto ignoto deve porsi come l’unica conseguenza logicamente possibile del fatto noto.

 

In modo univoco, invece, la giurisprudenza ha negato la validità della c.d. praesumptio de praesumpto, ovvero della doppia presunzione: gli elementi che costituiscono la premessa di base, ovvero il fatto noto, devono avere il carattere della certezza e della concretezza e pertanto non è consentito utilizzare un fatto presunto in luogo del fatto noto e da questo far discendere un’altra presunzione.

 

Pertanto, in tema di presunzioni semplici, il giudice può avvalersi di presunzioni esclusivamente derivanti da fatti certi e non da altre presunzioni semplici, con la conseguenza che il fatto noto deve essere sempre e comunque certo e concreto.

 

 

3.       Il principio del corrispettivo

 

L’art. 1 del TUIR è quello che definisce il presupposto per l’IRPEF:“presupposto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche è il possesso di redditi in denaro o in natura rientranti nelle categorie indicate nell’articolo 6”.

 

Nell’IRPEF e nei tributi diretti il presupposto impositivo si compone di due elementi: un elemento oggettivo, costituito dal reddito, ed un elemento personale, individuato nel “possesso” del reddito stesso, vale a dire “una attività di godimento e di disponibilità che prescinde dalla proprietà effettiva della cosa di cui si è in possesso”.

 

Pertanto l’attività di godimento e la disponibilità devono avere ad oggetto una cosa che, per quanto concerne l’IRPEF, è data dalle ricchezze nelle quali si manifestano le diverse categorie di reddito individuate dal TUIR (indipendentemente da come si determina poi il reddito imponibile).

 

In breve, per i:

 

  • redditi fondiari: il possesso degli immobili in base ad un diritto reale;
  • redditi di capitale: i redditi percepiti nel periodo d’imposta;
  • redditi di lavoro: retribuzioni, in denaro o in natura, percepite dal soggetto passivo nel periodo d’imposta;
  • redditi d’impresa: il possesso del complesso dei beni organizzati per l’esercizio dell’impresa, sebbene poi il reddito imponibile sia determinato dal risultato economico di competenza del periodo d’imposta rettificato in applicazione delle regole del TUIR;
  • redditi diversi: i proventi in denaro o in natura effettivamente percepiti.

Unica deroga al principio del possesso è dato dai redditi di partecipazione in società di persone e simili, deroga, peraltro, espressamente prevista dalla legge.

 

Le considerazioni fin qui svolte hanno la funzione di ricordare che nel sistema delle imposte sui redditi vige il principio per cui il reddito sottoposto a tassazione è quello effettivamente conseguito dal soggetto passivo nel periodo d’imposta determinato secondo le regole specifiche di ciascuna categoria di reddito di cui all’art. 6 del TUIR.

 

L’elemento di riferimento essenziale nella determinazione del reddito imponibile nelle imposte dirette è quindi il corrispettivo.

 

Del resto, in materia di imposte dirette, nei casi in cui il legislatore si è voluto sottrarre a tale principio, procedendo alla tassazione in base al c.d. “valore normale”, lo ha previsto espressamente.

 

Ad esempio:

 

·            gli artt. 53 e 54 del TUIR, stabiliscono che nel reddito d’impresa sono tassati a valore normale i beni destinati al consumo personale dell’imprenditore, assegnati ai soci o comunque destinati a finalità estranee all’impresa;

·            l’art.9, comma 2, stabilisce che “in caso di conferimento (…) si considera corrispettivo conseguito il valore normale delle azioni e dei titoli ricevuti (…)”.

 

Assai significativa è la dizione di tale ultimo articolo: “si considera corrispettivo conseguito il valore normale”, che richiama ancora una volta alla memoria il fatto che l’oggetto della tassazione è il corrispettivo, che nel caso specifico e per forza di una legge derogatrice del principio generale, non corrisponde con quanto effettivamente percepito dal contribuente bensì con un valore diverso, per il quale lo stesso articolo indica i criteri di determinazione.

 

Diversi principi sono statuiti in materia di imposte indirette (es.: imposta di registro): in tale ambito il presupposto impositivo non ricade nel possesso di una ricchezza, ma è semplicemente rappresentato dall’atto.

 

Pertanto, la capacità contributiva viene riconosciuta nel valore dell’atto, da cui consegue la tassazione in base al valore “venale” e non in base al corrispettivo pattuito.

 

Sulla base delle considerazioni che precedono è possibile pertanto giungere ad una prima conclusione circa l’accertamento in rettifica delle cessioni a titolo oneroso di partecipazioni poste in essere da persone fisiche: qualora, tale rettifica sia esclusivamente fondata sulla stima di un maggior valore di mercato della partecipazione ceduta, si realizza di fatto una alterazione del dettato legislativo, poiché si giunge alla tassazione di una plusvalenza sulla base del valore normale e non del corrispettivo effettivamente percepito.

 

Così operando, infatti, la cessione della partecipazione verrebbe ad essere tassata sulla base del valore normale, fondandosi sulla semplice considerazione che tale valore è ritenuto maggiore del corrispettivo dichiarato nell’atto di trasferimento.

 

In realtà, se il legislatore avesse voluto derogare al principio generale del corrispettivo, avrebbe dovuto statuirlo espressamente, come ha in effetti previsto per i casi precedentemente indicati; diversamente il legislatore all’art. 82 ha stabilito che “Le plusvalenze indicate nelle lettere c), c bis) e c ter) del comma 1 dell’articolo 81 sono costituite dalla differenza tra il corrispettivo percepito (…) ed il costo od il valore di acquisto assoggettato a tassazione (…)”, rimanendo così all’interno dei principi generali di determinazione del reddito per le imposte dirette.

 

Se infatti è vero che l’Ufficio per accertare un maggior reddito può utilizzare presunzioni semplici, seppur qualificate, è altrettanto vero che nel caso in cui è applicabile il principio di cassa nella determinazione del reddito da rettificare, dette presunzioni devono essere in grado di provare il maggior corrispettivo effettivamente incassato a fronte della cessione di quote e non semplicemente il maggior valore delle stesse.

 

In sostanza, affermare, come fa l’Ufficio, che il corrispettivo realizzato “deve” essere più elevato semplicemente perché il valore della quota è ritenuto maggiore (e per di più sulla base di una sommaria valutazione basata essenzialmente sulla considerazione del solo avviamento), sembra eccessivo.

 

Infatti, se si accettasse tale tesi, significherebbe attribuire all’Amministrazione Finanziaria il potere di accertare il “valore” della quota, potere tipico degli Uffici Finanziari in materia di imposte indirette sui trasferimenti, prescindendo dalla ricerca della prova, seppur anche presuntiva, relativa all’effettivo incasso del maggior corrispettivo.

 

Diverso sarebbe il caso in cui l’Ufficio, in presenza di una cessione di quote effettuata ad un certo prezzo, accertasse in capo al cedente, nel periodo sospetto, entrate finanziarie di importo superiore a detto prezzo, presuntivamente attribuibili alla suddetta cessione.

 

In questo caso la stima di un maggior valore della partecipazione e il conseguente accertamento sarebbero suffragati da elementi concreti (fatto noto).

 

4.       Doppia presunzione

 

Nel caso trattato, stante la vigenza del principio c.d. “di cassa”, il fatto ignoto, che l’azione accertatrice dell’ufficio deve provare, è costituito dal maggiore corrispettivo percepito dal contribuente rispetto a quello dichiarato; e non potrebbe essere altrimenti, poiché la legge (art. 82 TUIR) stabilisce che la plusvalenza tassabile è determinata come differenza tra corrispettivo realizzato e costo fiscalmente riconosciuto.

 

L’Ufficio, prescindendo dall’effettuazione di altre indagini accertative, intende dimostrare tale fatto ignoto basandosi esclusivamente sulla considerazione che il valore di mercato della partecipazione ceduta è ritenuto più elevato del corrispettivo dichiarato dal contribuente, senza alcun altro concreto indizio.

 

In questa configurazione del meccanismo delle presunzioni che l’Ufficio propone, il fatto noto verrebbe ad essere rappresentato dal valore (di mercato) della partecipazione ceduta. Ma tale valore è a sua volta una presunzione, giacché tale elemento non possiede i requisiti di certezza e di concretezza che la legge richiede al fatto noto; esso non è altro che la risultanza di una attività di stima, peraltro svolta dall’ufficio in modo sommario e parziale, fondata solo su alcuni dati contabili.

 

Del resto non si può non rilevare come l’individuazione del reale valore di mercato di un’azienda si dimostra spesso operazione complessa, frutto dell’applicazione di criteri vari e tra loro diversificati ed anche  delle valutazioni soggettive di colui che è chiamato a redigere una relazione di stima.

 

Nel caso di specie, quindi, il “fatto noto” non può individuarsi nel valore di mercato come “stimato” dall’Ufficio; di certo e concreto vi sono solo i bilanci ed i redditi ivi indicati: la conseguente determinazione del valore di mercato della quota basata su tali elementi, non è che l’esito di un ulteriore ragionamento presuntivo, fondato, totalmente, sulla valutazione dell’avviamento, effettuata con criteri che non sembrano in sintonia con i principi statuiti in argomento dalla prassi e dalla dottrina aziendalistica, oltre che dalla giurisprudenza di merito.

 

Da tale valore stimato si pretende di trarre una seconda conseguenza che è quella di accertare l’incasso di un maggior corrispettivo da parte del contribuente (fatto ignoto).

 

Il meccanismo presuntivo sopra descritto appare pertanto illegittimo in quanto non è possibile trarre una presunzione da un’altra presunzione e, comunque, non è possibile trarre una presunzione da un fatto noto che non risponde ai requisiti di certezza e concretezza.

 

Questi ultimi requisiti potrebbero invece essere ravvisati in altri fatti accertabili dall’Ufficio, quali ad esempio, movimenti finanziari e/o patrimoniali posti in essere in periodi precedenti o successivi alla cessione delle quote.

 

In questo caso ci troveremmo infatti in presenza di fatti noti (entrate finanziarie e/o incrementi patrimoniali superiori al prezzo di cessione dichiarato) da cui far derivare il fatto ignoto (maggior corrispettivo incassato dalla cessione di quote).

 

E’ chiaro che in tale evenienza l’attribuzione alla quota di un valore di mercato superiore al prezzo dichiarato, se fondata su un’adeguata analisi valutativa, assumerebbe un diverso e più stringente significato ai fini dell’accertamento.

 

5.       Il requisito della concordanza

 

Se anche si volesse riconoscere l’esistenza dei requisiti di certezza e concretezza al valore di mercato della quota stimato dall’Ufficio, considerandolo quindi come “fatto noto”, si dovrebbe comunque rilevare un diverso ed ulteriore profilo di illegittimità del meccanismo presuntivo posto in essere dall’Ufficio.

 

L’accertamento dell’esistenza di un corrispettivo per ammontare superiore a quello dichiarato, deve risultare direttamente da prove certe, oppure indirettamente sulla base di presunzioni semplici, aventi i requisiti previsti dal citato art. 38/600, tra i quali la c.d. “concordanza”.

 

Non sembra quindi sufficiente basarsi, come fa l’Ufficio, su un unico fatto noto (o presunto tale) e su un’unica presunzione: affinché si verifichino le condizioni per poter rettificare la dichiarazione dei redditi occorrono invece più presunzioni come risulta dalla lettera dell’art. 38/600, comma 3, e da uno dei requisiti essenziali delle stesse, ovvero quello della c.d. “concordanza”; tale condizione non può infatti essere verificata con un ragionamento presuntivo basato su un unico indizio.

 

Se ciò vale in generale, vale maggiormente nei casi in cui il reddito viene determinato ed assoggettato a tassazione in base al principio di cassa.

 

Viceversa l’Ufficio utilizza un’unica presunzione: dal maggior valore della partecipazione (fatto “presunto” noto) si pretende di accertare un maggior corrispettivo (fatto ignoto), sulla base della implicita considerazione che normalmente la cessione di un bene o di un servizio avviene al suo prezzo di mercato, senza ulteriori elementi probatori dell’effettivo e più elevato incasso.

 

Del resto, nella realtà dei fatti, la determinazione del corrispettivo, nell’ambito della libertà contrattuale delle parti, è spesso influenzata da fattori vari e tra loro diversificati, quali, ad esempio:

 

·            non valutazione dell’avviamento discendente da previsioni statutarie o altri accordi tra i soci (contrattuale), da posizione di preminenza di alcuni soci rispetto ad altri, i quali, di fatto, per l’opera da loro prestata e per le loro capacità, “costituiscono” l’avviamento dell’azienda;

·            più elevata rigidità del vincolo sociale nelle società di persone, rispetto alle società di capitali;

·            necessità di non poter prescindere da una valutazione analitica a valori correnti delle attività aziendali (perdite latenti, minusvalori su immobilizzazioni, rischi su crediti o di diversa natura, ecc);

·            esistenza di stretti legami di parentela tra cedente e cessionario (es. cessione tra parenti in linea retta).

 

6.       Recenti orientamenti giurisprudenziali

 

Occorre premettere che allo stato attuale non ci risultano pronunce giurisprudenziali che abbiano affrontato specificamente tale fattispecie.

 

Si rileva peraltro che, seppur nell’ambito del reddito d’impresa, la Cassazione ha recentemente esaminato due situazioni che possono in qualche modo essere ricollegate a quella esaminata nel presente lavoro, seppur riferite ad accertamenti non effettuati ex art. 38 comma 3 DPR 600/73, bensì emessi ex art. 39, comma 1, lettere c).

 

Il primo caso si riferisce ad un accertamento di una maggiore plusvalenza derivante da cessione di azienda, basato esclusivamente sul diverso e più elevato valore dichiarato dal contribuente ai fini dell’imposta di registro rispetto al corrispettivo pattuito nel contratto (Cassazione 6.11.2000 n. 14448), motivato anche con l’esistenza nell’ordinamento, del principio generale secondo il quale in un contratto con prestazioni corrispettive si presume che tra le due prestazioni vi sia una proporzione, tanto che è prevista un’azione generale di rescissione per le ipotesi in cui ciò non si verifica (art. 1448 c.c. lesione ultra dimidium).

 

Il secondo caso riguarda un accertamento di maggiori corrispettivi derivanti da contratto di locazione stipulato da una società immobiliare a prezzi sensibilmente più bassi rispetto a quelli correnti di mercato (Cassazione 25.5.2002 n. 7680).

 

In entrambi casi la Suprema Corte, ritenendo tra l’altro legittimo l’accertamento effettuato ex art. 39 comma 1, lettera c), ovvero basato su (…) “atti e documenti in possesso dell’Ufficio” senza la necessità del ricorso alle presunzioni previste dalla successiva lettera d) dello stesso articolo (nei casi di specie, rispettivamente, l’atto di compravendita dell’azienda e un’informativa dell’Ente Provinciale per il Turismo), ha statuito una sorta di inversione dell’onere della prova a carico del contribuente il quale è chiamato a fornire, in sede di giudizio di merito, la sussistenza di particolari condizioni che hanno determinato la cessione del bene o la prestazione del servizio a prezzi inferiori a quelli di mercato.

 

In buona sostanza dette sentenze, se da un lato ammettono la possibilità di stipulare contratti con fissazione di prezzi inferiori a quelli normalmente praticati, dall’altro obbligano il contribuente a fornire, in sede di accertamento, idonee motivazioni del suo operato.

 

Peraltro tali impostazioni, seppur riferite a fattispecie diverse, non appaiono convincenti per i seguenti motivi:

 

·            utilizzo di doppia presunzione: le sentenze citate si basano sostanzialmente sull’utilizzo di una doppia presunzione che, come abbiamo visto in precedenza, è vietata dalla legge (una locazione a valori più elevati o un maggior valore dell’azienda non possono essere definiti fatti noti; diverso sarebbe se si fossero individuate prove del pagamento di un canone più elevato: solo così dal fatto noto, evasione, è possibile passare a quello ignoto – maggior reddito presunto);

 

·            azione di rescissione ex art.1448 c.c.: il riferimento all’azione di rescissione ex art. 1448 c.c. non sembra pertinente in quanto la funzione dei principi del codice civile in materia di contratti è essenzialmente quella di regolamentare i rapporti tra le parti che li pongono in essere. Infatti, poiché potrebbe verificarsi la lesione patrimoniale di uno dei contraenti, la legge ha previsto una forma di tutela del contraente più debole che può esercitare la c.d. rescissione per lesione “ultra dimidium”, quindi trasporre questo principio nel diritto tributario per assumerlo a presunzione appare un’evidente forzatura poichè il diritto privato non può innestarsi nel diritto tributario al fine di sovvertire i suoi principi: il giudice non può ricercare presunzioni che il legislatore non ha ritenuto di inserire nella norma. Infatti se il legislatore avesse considerato importante il principio della proporzione tra corrispettivo e prestazione, non avrebbe utilizzato due parametri diversi da applicare nell’ambito delle varie imposte (corrispettivo e valore venale), ma ne avrebbe utilizzato solo uno, prevedendo semmai, una presunzione relativa tesa a dare la possibilità al contribuente di dimostrare la percezione di un corrispettivo inferiore. Del resto anche il D.L. n. 41/1995, in materia di IVA, ha stabilito che ai fini di tale imposta non può procedersi alla rettifica del corrispettivo della cessione di alcuni fabbricati nel caso di valore dichiarato pari o superiore al valore determinato ai sensi dell’art. 52 comma DPR 131/1986 (c.d. “valore catastale”), salvo che da atto o documento risulti un maggiore corrispettivo maggiore.

Questa norma è stata correttamente interpretata (R.M. n. 62/E del 29.4.1996) nel senso che l’indicazione di corrispettivi inferiori alla rendita catastale non legittima di per sé la rettifica ad opera dell’Ufficio, né la sostituzione automatica dei primi con la seconda, ma costituisce un mero indizio idoneo a mettere in moto l’attività di controllo che potrà essere esercitato facendo uso di tutti gli strumenti probatori (quindi anche indiziari e presuntivi) previsti dal DPR 633/1972;

 

·            inversione dell’onere della prova: l’onere posto a carico di contribuente di fornire la prova del minor prezzo incassato, statuito in entrambe le citate sentenze, sembra eccessivo luogo in quanto il contribuente stesso ha infatti già indicato nella propria contabilità e/o nell’atto notarile il corrispettivo incassato sulla base dei documenti sottostanti all’operazione (fatture, assegni, bonifici, ecc.): non si capisce quale altra prova possa essere necessaria a convincere i giudici; deve essere viceversa l’Amministrazione Finanziaria a fornire prova della falsità del corrispettivo indicato; del resto è questo il principio generale che si ricava dalla lettura dell’art. 2697 c.c. (“Onere della prova”) che dispone: “Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda”.

 

 

7.       Corte di Cassazione – Sentenza n. 19830/2008.

 

Il caso oggetto della sentenza sopra riportata, trae spunto dall’impugnativa dell’avviso di accertamento del reddito d’impresa per l’anno 1995 determinato, ai sensi dell’art. 39, primo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, da un esercente l’attività di venditore ambulante nella Provincia di Napoli.

 

Lo stesso denunciava come errato il criterio seguito per determinare il maggior valore di cessione del ramo d’azienda, essendo stato utilizzato come riferimento il valore definito ai fini dell’imposta di registro applicata sulla vendita, e contestava la percentuale di ricarico applicata sul costo del venduto, “in quanto esagerata e non provata in alcun modo”.

 

Il ricorso era accolto, ritenendosi “le eccezioni del ricorrente (…) globalmente improntate a corretta interpretazione logica delle norme tributarie”.

 

L’appello proposto dall’Agenzia delle entrate, Ufficio di Nola, era rigettato dalla Commissione tributaria regionale della Campania, che confermava l’annullamento dell’atto impugnato, osservando “che l’Ufficio, invece di operare in base al metodo induttivo, poteva accertare con cognizione di causa sia la cessione dell’azienda che l’effettiva congruità dei ricavi dichiarati”.

 

Avverso la decisione l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo. Il contribuente resiste con controricorso.

 

Con l’unico motivo l’amministrazione finanziaria, lamentando la violazione dell’art. 39 del DP.R. n. 600 del 1973 e dell’art. 62-sexies, comma 3, della del d.l. 30 agosto 1993, n. 331, convertito nella legge 29 ottobre 1993, n. 427, osserva anzitutto che ai fini dell’imposta di re


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