La negata giustizia in materia di contenzioso tributario


          Il diniego di giustizia contrassegna la situazione in cui a una parte viene clamorosamente negato il diritto a qualcosa di importante che le spetta, con sottrazione ad essa di ciò che spiritualmente le appartiene, spegnendo così la speranza anche di ottenere giustizia futura e di conseguenza generando sfiducia nelle istituzioni.


          Un classico esempio di diniego di giustizia è rappresentato dalla trattazione ritardata di una domanda cautelare tendente ad impedire, con urgenza e in via anticipata, il manifestarsi di un danno ingiusto, generandosi per l’effetto – stante il ritardo – proprio quel nocumento che si sarebbe voluto evitare.


 


          Ciò avviene oggi in conseguenza della estensione al giudice tributario del potere di conoscere e statuire avverso i provvedimenti dell’agente della riscossione disciplinati dagli artt. 77 e 86 del d.p.r. 602 del 1973 (art. 35, comma 26-quinquies, d.l. 4 luglio  2006 n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006  n. 248) e, per il fermo amministrativo, dalla mancata adozione, da parte del legislatore, del Regolamento di cui al comma quarto dello stesso art. 86, così come si era impegnato con l’art. 3, comma 41, d.l. 30  settembre  2005  n.  203, ove preavvisa appunto l’emanazione di un nuovo decreto.


          Con tale intervento normativo e per causa del generalizzato ricorso alle misure cautelative sopra accennate, la maggior parte dei ricorsi in opposizione è caratterizzata dalla contestuale richiesta di sospensione dell’atto di riscossione impugnato, e siccome ormai è la attività esattoriale a prevalere, per numero di gravami, su ogni altra controversia, si è venuto a determinare, fin da settembre 2006, un aumento esponenziale delle controversie con coeva istanza di sospensiva.


          A tale inaspettato maggior carico di lavoro per il personale delle segreterie tributarie, che il legislatore ben conosceva essere già prima sottodimensionate, si è “gioco forza” contrapposto un apprezzabile rallentamento dei lavori delle commissioni tributarie e un allungamento sconsiderato dei tempi di trattazione delle sospensive, ormai non inferiori – di norma – ad almeno 10 – 12 mesi.


 


          E’ d’altra parte comprensibile che i giudici tributari non possano esclusivamente dedicarsi ai procedimenti ex art. 47 d.lgs. 546/1992, e che debbano quindi – come è logico – trattare anche le controversie di merito su materie diverse dalla riscossione: risulta pertanto giustificato e giustificabile che la trattazione della chiesta sospensiva intervenga ben oltre dopo che l’agente della riscossione abbia comunque proceduto a “bloccare” i beni del presunto debitore.


          Non apparirebbe di conseguenza che del danno sofferto dal contribuente sia responsabile alcun soggetto laddove non si rifletta che con sentenza n. 165/2000 la Corte Costituzionale ha  affermato sia che “la disponibilità di  misure  cautelari  costituisce componente essenziale della tutela giurisdizionale garantita dall’art. 24 della Costituzione (sentenze n. 336 del 1998, n. 326 del 1997,  n.  249  del 1996, n. 253 del 1994, n. 190 del 1985)” quanto che “va evitato che la durata del processo vada a danno dell’attore che ha ragione e che, durante il tempo occorrente per l’accertamento in via ordinaria del suo diritto, è esposto al rischio di subire un danno irreparabile”.


 


          Deriva che è rimesso al giudice fare in modo che, nel rispetto dei diritti costituzionali del contribuente, le anomalie del sistema, ancorché dipendenti da omissioni o ritardi del legislatore, non finiscano per produrre effetti negativi nei soli confronti del primo, ovvero all’interesse erariale una posizione di supremazia processuale tanto marcata da svuotare di fatto, nel contenuto e nella portata, il rimedio offerto dall’art. 47 d.lgs. 546/1992.


          Ben potrebbe e dovrebbe il giudice tributario privilegiare la istanza del contribuente, sospendendo l’esecuzione dell’atto esattoriale impugnato, posto che di tal guisa non si disvela alcun potenziale danno per l’agente della riscossione o per l’ente impositore: il ritardo nell’eventuale inizio della esecuzione esattoriale sarebbe perfettamente compensato, ope legis, dagli interessi moratori. Di contro, la prosecuzione dell’attività esecutiva, ove non sospesa, determinerebbe di certo un danno per il contribuente.


          Né potrebbe sostenersi che la concessione della sospensione determinerebbe l’obbligo per il giudice di fissare a breve l’udienza di trattazione, poiché detta affermazione potrebbe essere intesa nel senso che la negata sospensione non deriverebbe dalla corretta verifica dei requisiti essenziali (fumus e periculum), bensì da problematiche di organico che impedirebbe di concederla per impossibilità di una trattazione urgente.


 


          Tale evenienza, fortemente incidente sulla terzietà e imparzialità del giudice, determinerebbe una ipotesi di colpa grave nel ritardo e la responsabilità civile del primo per denegata giustizia.


          Solo la reiterata concessione di sospensioni cautelari indurrebbe il legislatore ad ottemperare ad una anomalia del sistema che si è determinata per aver questi coniato una riforma dell’art. 19 senza ben riflettere sulle conseguenze che ne sarebbero derivate in assenza di adeguamento degli organici delle segreterie di commissione, ovvero per avere il primo perfettamente previsto che, non emanando un più adeguato regolamento circa l’utilizzo del rimedio offerto dall’art. 86 d.p.r. 602/1973 (e anche della ipoteca), la possibilità per il contribuente di rallentare l’attività di riscossione sarebbe venuta meno, costringendolo così a soccombere al principio del solve et repete.


          Infatti, così proseguendo la situazione, ci troveremmo a breve di fronte ad un tale intasamento della giustizia tributaria, per effetto del carico di lavoro non risolto e accumulatosi in misura esponenziale, da rendere impossibile per il contribuente di tutelare i propri diritti.


          Personalmente non ritengo che tale disastrosa previsione non abbia formato oggetto di attenzione da parte degli Organi preposti, compreso il Consiglio di Giustizia Tributaria, posto che questi è ormai da tre anni che non pubblica le Statistiche dei lavori tributari: certamente per evitare che, di fronte ai numeri evidenziati, “qualcuno” possa attenzionarsi, invadendo un settore dal primo ritenuto di propria esclusiva priorità.


 


          Così come non ritengo che lo stesso Ministro non sia stato reso edotto di tale situazione e che preferisca non fare, piuttosto che adoperarsi per rendere maggiormente conforme al dettato costituzionale l’attuale sistema di amministrazione della giustizia tributaria.


          Sento elogiare i motivi sottesi alla imminente riforma della giustizia civile e penale, l’esigenza di accelerare i tempi processuali, di garantire la parità fra le parti processuali e ottenere un giudice realmente terzo.


          Eguali principi non valgono anche per la giustizia tributaria?


          Non sarebbe il momento di negare che esista un giudice pagato a cottimo dalla stessa parte processuale istituzionale?


          Non sarebbe il caso di rivedere finalmente l’intero sistema, evitando che le controversie siano decise da giudici non giudici? Da professionisti che, a latere, esercitano comunque attività di consulenza tributaria?


 


Claudio Cutrano


16 Dicembre 2008


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