Indennità di maternità commisurata agli utili professionali

         Di rilievo è la recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione n.23090 del 24 giugno 2008, depositata il 9 settembre scorso,  riguardante  l’indennità di maternità e l’attività professionale svolta.          Prima di procedere all’interessante analisi dei giudici di Piazza Cavour, occorre in primo luogo  evidenziare che l’articolo 50, primo comma, del DPR 917/86, prevede […]

         Di rilievo è la recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione n.23090 del 24 giugno 2008, depositata il 9 settembre scorso,  riguardante  l’indennità di maternità e l’attività professionale svolta.


         Prima di procedere all’interessante analisi dei giudici di Piazza Cavour, occorre in primo luogo  evidenziare che l’articolo 50, primo comma, del DPR 917/86, prevede che il  reddito  derivante dall’esercizio di arti e professioni è costituito dalla differenza tra l’ammontare dei compensi in denaro o in natura percepiti  nel  periodo di imposta, anche sotto forma di partecipazione agli utili, e quello delle spese sostenute nel periodo stesso nell’esercizio dell’arte o della professione. I compensi sono computati al netto dei contributi previdenziali e assistenziali stabiliti dalla legge a carico del  soggetto che li corrisponde.


 


Il Caso


         Con sentenza del  novembre  1998 il Pretore di Roma, accogliendo la domanda di una libera professionista, che nella  fattispecie svolgeva l’attività di notaio,  condannava  la Cassa Nazionale del Notariato a  pagare  alla  ricorrente  una certa somma quantificata in importo pari a  97.395.000 delle vecchie lire, oltre interessi, a titolo di indennità di maternità. Successivamente il Tribunale di Roma con sentenza  del novembre 2004, accoglieva il ricorso della Cassa dei Notai  che contestava la quantificazione delle somme stabilite in primo grado in favore della libera professionista; in particolare i giudici di secondo grado osservavano che la legge  11  dicembre 1990, n. 379, art. 1, comma 2, (vigente  all’epoca dell’evento) fa riferimento al reddito percepito e denunciato ai fini fiscali dalla libera professionista  nel secondo anno precedente a quello della domanda. In conseguenza di questo, i giudici di merito del Tribunale di Roma  ritenevano che tale reddito fosse costituito dalla differenza tra i compensi percepiti e le spese inerenti all’esercizio della  professione, secondo quanto previsto dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 50. Nel dispositivo della sentenza, quindi, riducevano l’indennità spettante ad Euro 7.176,17, oltre interessi legali, e condannavano l’appellata a  restituire il maggiore importo percepito.


         La libera professionista contro la sentenza di secondo grado ha ricorso in cassazione.      


 


L’analisi dei giudici di legittimità


         Nella fase introduttiva del ricorso in Cassazione la libera professionista ricorrente  denuncia  violazione  o  falsa  applicazione della legge 11 dicembre 1990, n. 379, art. 1, comma  2, norma ora sostituita dal  D. Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, art. 70.  Tale norma, in particolare, prevede che alle libere professioniste, iscritte ad un ente che  gestisce  forme obbligatorie di previdenza, è  corrisposta  un’indennità  di  maternità  per  i  due  mesi antecedenti la data del parto e i tre mesi successivi alla stessa. L’indennità  viene  corrisposta in misura  pari all’80 per cento  di  cinque  dodicesimi  del  solo  reddito  professionale percepito e denunciato ai fini fiscali come reddito da lavoro autonomo,  dalla  libera  professionista  nel  secondo  anno   precedente a  quello dell’evento.  In ogni caso l’indennità  non può essere  inferiore a cinque mensilità di retribuzione calcolata nella misura pari  all’80 per cento del  salario minimo giornaliero stabilito dalla normativa vigente in materia.


 


         L’indennità non può essere superiore a  cinque volte l’importo minimo, ferma restando la potestà di ogni singola Cassa di stabilire, con delibera  del consiglio di amministrazione, soggetta ad approvazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, un importo massimo più elevato, tenuto conto delle capacità  reddituali  e  contributive della   categoria professionale e della compatibilità con gli equilibri finanziari dell’ente. In particolare la professionista ricorrente afferma che, contrariamente a quanto  sentenziato dal  Tribunale di Roma, l’espressione “reddito percepito e denunciato ai fini fiscali  dalla  libera professionista”  si riferisce ai  “compensi percepiti” e non  alla  differenza fra compensi e spese.  A rafforzare  il proprio convincimento la ricorrente cita anche la sentenza della Corte Costituzionale n. 3 del 1998, che  consente alle libere professioniste di dedicarsi con  serenità alla maternità evitando che alla  stessa  si colleghi uno stato di bisogno o anche una diminuzione del tenore di  vita che tale situazione impone, atteso che alla sospensione del lavoro della professionista non consegue anche la sospensione delle spese.      


 


La decisione dei giudici


         Secondo i giudici di legittimità il  ricorso non è fondato: la legge n. 379 del 1990, art. 1 (indennità  di  maternità  per  le  libere professioniste) dispone ai primi due commi che  “A decorrere  dall’1  gennaio 1991, a ogni iscritta a una cassa di previdenza e assistenza  per  i  liberi professionisti  di  cui  alla  tabella  allegata  alla  presente legge è corrisposta un’indennità di  maternità  per  i  periodi  di  gravidanza  e puerperio comprendenti i due mesi antecedenti la data presunta del parto e i tre mesi successivi la data effettiva del parto. (..) L’indennità (..)  viene  corrisposta  in  misura  pari all’ottanta  per  cento  di  cinque  dodicesimi  del  reddito  percepito   e denunciato ai fini fiscali dalla  libera  professionista  nel  secondo  anno precedente a quello della domanda”.


 


         Il  decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, riguardante la materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità come modificato dalla legge n. 289 del 2003,  ha ulteriormente chiarito quale deve essere il reddito da considerare ai fini che interessano: “l’indennità di cui al comma 7”, dispone il D. Lgs. n. 151, art. 70, comma 2, come modificato nel 2003, “viene corrisposta in misura pari all’80 per cento di cinque dodicesimi  del solo reddito professionale percepito  e  denunciato  ai  fini  fiscali  come reddito da lavoro autonomo dalla  libera  professionista  nel  secondo  anno precedente a quello dell’evento”.    


         “Reddito percepito e denunciato ai fini  fiscali” è l’utile  che  alla libera professionista è derivato dall’esercizio dell’attività professionale, utile che viene poi assoggettato ad imposta. Il solo totale dei compensi percepiti non è un dato significativo per la determinazione del reddito e  l’applicazione delle imposte. Questo è  il  senso della  disposizione in  esame,  fatto  palese  dal significato proprio delle parole secondo  la  connessione di  esse,  nonché dalla intenzione del  legislatore. La tesi che viene sostenuta in ricorso non  solo è  contraria  al  dato letterale, ma è chiaramente illogica, pretendendo di valorizzare i  soli compensi o ricavi incassati dalla professionista, senza tener conto del fatto che, ove i compensi fossero di scarsa entità e le spese superiori, non vi sarebbe reddito da assoggettare ad imposta.


 


         Manifestamente infondata, poi, è la eccezione di legittimità costituzionale della disposizione in esame; secondo i giudici di legittimità non è vero che con l’interpretazione seguita dai giudici di merito del Tribunale di Roma, la  professionista riceverebbe una cifra irrisoria ed inadeguata. La misura della indennità è determinata dalla entità  del  reddito percepito e denunciato ai fini fiscali nel secondo anno precedente a quello della domanda o precedente a quello dell’evento. In caso di reddito zero nel periodo di riferimento,  alla professionista non viene per questo meno  il  sostegno  della  collettività:  l’indennità, statuisce il D. Lg s. n. 151 del 2001, art. 70, comma 3,  già  legge n. 379 del 1990, art. 1, non può essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione calcolata nella misura pari all’ottanta per cento del  salario minimo giornaliero stabilito dal D.L. 29 luglio  1981,  n. 402,  art. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 settembre 1981,  n.  537,  e successive modificazioni, nella  misura  risultante, per  la  qualifica  di impiegato, dalla tabella A e dai successivi decreti ministeriali di cui al secondo comma del medesimo articolo. La libera professionista, secondo i giudici di legittimità che richiamano la sentenza della Corte  Costituzionale n. 3 del 1998, può, diversamente dalla lavoratrice  subordinata, scegliere liberamente modalità di lavoro  tali  da  conciliare  le  esigenze professionali con il prevalente interesse del  figlio. 


         Di  conseguenza può beneficiare della indennità anche se,  di  fatto,  non  si  è  astenuta  dal lavoro, senza che per questo la legge n. 379 del 1990, art. 1, contrasti  con le norme della Costituzione italiana.     


 


Federico Gavioli


7 Ottobre 2008

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