Fisco: le novità dell'1 ottobre 2008. In evidenza: costi relativi a professionisti black list: chiarita la decorrenza dei termini; associazioni sportive: quando sono tassabili le entrate riscosse dai propri soci

    1) Fisco: associazioni sportive & Cassazione: quando sono tassabili le entrate riscosse dai propri soci   2) Costi relativi a professionisti black list: Chiarita la decorrenza dei termini   3) Brevi fiscali     1) Associazioni sportive & Cassazione: Quando sono tassabili le entrate riscosse dai propri soci Associazioni sportive: I benefici fiscali […]

 






 


1) Fisco: associazioni sportive & Cassazione: quando sono tassabili le entrate riscosse dai propri soci


 


2) Costi relativi a professionisti black list: Chiarita la decorrenza dei termini


 


3) Brevi fiscali


 


 


1) Associazioni sportive & Cassazione: Quando sono tassabili le entrate riscosse dai propri soci


Associazioni sportive: I benefici fiscali si perdono se non si dimostra di esercitare l’attività in conformità ai fini istituzionali poiché non rileva che l’ente abbia ottenuto il riconoscimento dalla propria federazione sportiva.


L’attività istituzionale può quindi sfociare in quella commerciale con l’applicazione di IVA e imposte sui redditi anche per le cessioni fatte ai propri soci.


La corrispondenza ai fini istituzionali dell’ente dell’attività esercitata non è provata dal riconoscimento ottenuto dalla federazione d’appartenenza.


L’attività consistente in cessione di beni o prestazioni di servizi nei confronti dei propri associati, effettuata verso pagamento di corrispettivi specifici, rientra nell’ambito dell’attività commerciale anche se esercitata da associazioni o enti sportivi, culturali o ricreativi, con relativa applicazione dell’imposizione fiscale, quando le cessioni di beni e le prestazioni di servizi non siano conformi ai fini istituzionali dell’ente.


Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 22739 del 9/9/2008.


La sentenza n. 22739/2008 ha perciò messo in risalto che l’effettiva corrispondenza ai fini istituzionali dell’attività in concreto esercitata dall’associazione deve farsi discendere non dalla sola circostanza che l’associazione sportiva dilettantistica abbia avuto il riconoscimento della Fise.


Il riconoscimento, infatti, implica unicamente la conformità dello statuto associativo ai principi della Federazione, ma non autorizza a presumere sic et simpliciter la corrispondenza dell’attività in concreto esercitata ai principi stessi, essendo necessaria la verifica dell’attività effettivamente svolta.


La decisione della Cassazione


In particolare, la Cassazione ha accolto il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, sulla base del presupposto normativo che disciplina l’imponibilità delle operazioni poste in essere nell’esercizio d’impresa.


Tale presupposto, in particolare, consiste nello svolgimento di attività commerciali individuate nell’art. 2195 del Codice civile, o agricole specificate nell’art. 2135, anche se non organizzate in forma d’impresa, nonché nell’esercizio di attività organizzate in forma d’impresa, dirette alla prestazione di servizi non rientranti nell’articolo 2195 del Codice civile.


Disposizioni particolari sono previste nel DPR IVA e nel TUIR per gli enti non commerciali – tra cui vi fanno parte le associazioni sportive dilettantistiche – per i quali il legislatore da un lato ha previsto un particolare regime di favore (la cui ratio, per le associazioni sportive dilettantistiche, va ricercata nel tentativo di agevolare il settore sportivo dilettantistico, per l’indubbia importanza che presenta nel tessuto sociale), dall’altro ha tentato di arginare l’elusione fiscale con alcuni correttivi, per evitare l’indebito ricorso alla forma giuridica di associazioni sportive.


La norma, in particolare, prevede che si considerano fatte nell’esercizio di attività commerciali anche le cessioni di beni e le prestazioni di servizi ai soci, associati o partecipanti verso pagamento di corrispettivi specifici, o di contributi supplementari determinati in funzione delle maggiori o diverse prestazioni alle quali danno diritto, ad esclusione di quelle effettuate in conformità alle finalità istituzionali, anche se rese nei confronti di associazioni che svolgono la medesima attività e che per legge, regolamento o statuto fanno parte di una unica organizzazione locale o nazionale, nonché dei rispettivi soci, associati o partecipanti e dei tesserati dalle rispettive organizzazioni nazionali.


In sostanza, la predetta disposizione, mentre esclude dal campo di applicazione dell’Iva gli atti compiuti da associazioni o enti sportivi, culturali o ricreativi, conformi ai fini istituzionali e che rappresentano l’esplicazione dell’attività statutaria, ha inteso comunque assoggettare a imposizione tutti gli atti compiuti nell’esercizio di attività commerciali.


(Corte di cassazione, sentenza del 9/9/2008, n. 22739)


 


 


 


2) Costi relativi a professionisti black list: Chiarita la decorrenza dei termini


Le nuove norme introdotte dal D.L. n. 262/2006 si applicano solo alle prestazioni rese da professionisti black list a partire dal 3 ottobre 2006.


L’Agenzia delle Entrate ha precisato, infatti, che le disposizioni, contenute nel collegato alla Finanziaria 2007 (D.L. n. 262/2006), che estendono ai costi sostenuti per professionisti domiciliati in Paesi a fiscalità privilegiata la disciplina antielusiva dell’art. 110 del TUIR, si applicano sulle prestazioni rese sulla base di incarichi conferiti dopo il 3/10/2006, data di pubblicazione in G.U. del citato Decreto Legge 262/2006.


Si tratta del chiarimento che è stato fornito dall’agenzia delle Entrate ad una associazione di categoria di tour operator italiani.


In particolare, l’Agenzia delle Entrate ha precisato a quali operazioni siano concretamente applicabili le modifiche introdotte dalla citata norma e se le nuove norme si applichino a tutte le prestazioni rese da professionisti black list nel corso dell’anno 2006 o solo a quelle rese a partire dal 3 ottobre del medesimo anno.


Al riguardo, ha spiegato che anche in aderenza ai principi di tutela dell’affidamento dei contribuenti e di certezza dei rapporti giuridici, le nuove regole non si applicano in relazione a prestazioni professionali rese in esecuzione di incarichi specifici e ben delimitati sotto l’aspetto sia oggettivo sia temporale, conferiti in epoca precedente alla loro entrata in vigore.


In ogni caso sono indeducibili ai sensi dell’art. 110, comma 12-bis TUIR, i costi relativi a prestazioni di servizi rese da professionisti black list in esecuzione di incarichi conferiti a partire dal 3 ottobre 2006 (art. 109, comma 2, lett. b) TUIR), a condizione, tuttavia, che tale circostanza risulti da elementi obiettivamente riscontrabili.


Prestazioni di servizi rese da professionisti domiciliati negli Stati a fiscalità privilegiata


In precedenza la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 1/2008 (paragrafo 2) ha spiegato che a seguito della modifica effettuata il neo comma 12-bis dell’art. 110 del TUIR stabilisce: “Le disposizioni dei commi 10 e 11 si applicano anche alle prestazioni di servizi rese dai professionisti domiciliati in Stati o territori non appartenenti all’Unione europea aventi regimi fiscali privilegiati”.


Ora, l’art. 110, comma 10, del TUIR dispone l’indeducibilità delle “spese e degli altri componenti negativi di reddito derivanti da operazioni intercorse tra imprese residenti ed imprese domiciliate fiscalmente in Stati o territori non appartenenti all’Unione europea ed aventi regimi fiscali privilegiati”.


Il successivo comma 11 dell’art.110 del TUIR prevede la possibilità di disapplicare la citata disposizione antielusiva, qualora il contribuente dimostri che “le imprese estere svolgono prevalentemente un’attività commerciale effettiva, ovvero che le operazioni poste in essere rispondono ad un effettivo interesse economico e che le stesse hanno avuto concreta esecuzione”.


Pertanto, dopo tale novità, anche le spese relative alle prestazioni dei professionisti domiciliati in Paesi o territori black list non possono essere dedotte dal contribuente, a meno che questi fornisca all’Agenzia delle entrate la prova di cui al comma 11, anche ricorrendo – in via preventiva – alla procedura di interpello prevista dall’art. 11, comma 13, della legge 30 dicembre 1991, n. 413.


Ambito soggettivo


Il riferimento ai “professionisti” va inteso secondo un’accezione ampia, come categoria residuale rispetto alle imprese.


In sostanza, si tratta dei soggetti individuati dall’art. 53, comma 1, del TUIR ossia di coloro che esercitano “per professione abituale, ancorchè non esclusiva, attività di lavoro autonomo diverse da quelle considerate nel Capo VI, compreso l’esercizio in forma associata di cui la lettera c) del comma 3 dell’articolo 5”.


Conseguentemente, rientrano nella definizione di professionisti non soltanto i soggetti appartenenti alle professioni cosiddette “regolamentate”, ma tutti coloro che agiscono, professionalmente nell’esercizio di arti e professioni.


Ai sensi della disposizione, i professionisti devono essere domiciliati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato.


Il termine “domiciliati” deve essere inteso in senso ampio, comprendendo non soltanto i professionisti fiscalmente residenti nei predetti Stati, ma anche coloro che sono comunque ivi localizzati in base a criteri di collegamento diversi dalla residenza, ad esempio perche’ dispongono di una base fissa da cui forniscono i servizi.


Per quanto attiene i soggetti che ricevono le prestazioni professionali, la norma si riferisce alle “imprese residenti”.


Al riguardo, la predetta espressione va intesa nel significato più generale.


Essa comprende chiunque eserciti professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi, ed include, pertanto, le stabili organizzazioni italiane di imprese non residenti.


Infatti, sebbene la stabile organizzazione non sia un soggetto residente, essa determina il proprio reddito secondo le disposizioni applicabili alle imprese residenti e resta pertanto assoggettata alla disposizione antielusiva.


Quindi la disposizione antielusiva “non si applica quando le imprese residenti in Italia forniscano la prova che le imprese estere svolgano prevalentemente una attività commerciale effettiva, ovvero che le operazioni poste in essere rispondono ad un effettivo interesse economico e che le stesse hanno avuto concreta esecuzione”.


Occorre poi adattare le esimenti alla specificità delle prestazioni professionali.


In merito alla prima esimente, il riferimento alla effettività della “attività commerciale” deve essere inteso nel senso che la prestazione di natura professionale deve essere effettiva e connessa ad un’attività, non estemporanea, ma radicata nello Stato a fiscalità privilegiata attraverso, ad esempio, una base fissa.


Per quanto riguarda la seconda esimente, la prova che “le operazioni rispondano ad un effettivo interesse economico e che le stesse abbiano avuto concreta esecuzione”, porta a valorizzare motivi economici reali a fronte della decisione di avvalersi di prestazioni professionali rese da un soggetto domiciliato nel paese a fiscalità privilegiata.


La valutazione dell’effettivo interesse dell’impresa deve avere riguardo all’apprezzabilità  economico-imprenditoriale complessiva delle prestazioni, desunta – a mero titolo esemplificativo – dalla specificità o unicità della prestazione professionale in riferimento a particolari esigenze dell’impresa più che dalla entità del compenso.


Con la citata circolare 19 gennaio 2007, n. 1, la stessa Agenzia ha si fornito i primi chiarimenti operativi in materia ma non aveva specificato i termini di decorrenza della nuova disposizione con riferimento ai costi da inserire nei righi di UNICO 2007 SC, quadro RF.


(Risoluzione Agenzia delle Entrate 29/09/2008, n. 363/E)


 


 


3) Brevi fiscali:






 


a) Accertamento basato sugli studi di settore: Il fisco deve specificare le circostanze che giustificano la maggiore imposta


Non basta l’applicazione di un codice di attività dello Studio di Settore per accertare il maggior reddito, occorre un quid pluris che deve essere esplicitato dall’Amministrazione.


(Commissione tributaria provinciale Torino, Sentenza, Sez. X, 09/09/2008, n. 77/10/08, in Notiziario Ipsoa del 30/9/2008)


 


b) Per la falsificazione del modello F24, il contribuente rischia la reclusione


L’F24 è un attestato e non un certificato. Pertanto, il contribuente che pone in essere la materiale falsificazione del modulo rischia da uno a quattro anni di reclusione.


(Cassazione penale Sentenza 24/09/2008, n. 36687 in Notiziario Ipsoa del 30/9/2008)


 


c) Catasto: Si può cambiare la rendita catastale se il classamento non è più attuale


L’Agenzia del Territorio ha chiarito il principio recentemente affermato dalla Cassazione nella sentenza 22557/08, sulla possibilità, riconosciuta ai possessori di immobili, di ottenere la revisioni della rendita catastale in caso di «mutate condizioni» o vetustà dell’edificio.


Il principio appare “pericoloso” per il Fisco, poiché molte imposte sono calcolate sulla base della rendita e non sono pochi gli immobili che potrebbero ottenerne una revisione al ribasso.


La circolare dell’Agenzia del Territorio, però, richiama gli uffici all’osservanza delle disposizioni in materia di contenzioso, mirate a impostare correttamente la difesa dell’amministrazione quando i possessori si costituiscono in giudizio per contestare le rendite catastali dei fabbricati, a seguito di istanze di rettifica in autotutela, respinte dagli uffici in maniera esplicita o per silenzio.


Il problema nasce proprio dal fatto che la difesa dell’ufficio, nel caso della sentenza 22557/2008, non aveva ricordato che la rettifica della rendita può essere richiesta solo per l’eliminazione di incongruenze, cioè: Errori materiali di inserimento o impostazione estimale; sopravvenienza di elementi oggettivi nuovi, non presenti al momento del primo accertamento; il verificarsi delle condizioni previste dall’articolo 38 del Tuir (Dpr 917/86), cioè quando il reddito lordo dell’unità immobiliare risulti per tre anni inferiore del 50% rispetto alla rendita catastale, ricordando che il reddito effettivo deve costituito dai canoni di locazione riferiti al biennio censuario del 1988-89, dell’unità o di altre similari presenti nelle zona.
Dunque, l’Agenzia si preoccupa di scongiurare illegittime aspettative nei contribuenti basate sull’esito favorevole di controversie motivato solo dalla insufficiente motivazione della difesa dell’ ufficio.


(Agenzia del Territorio Lettera circolare del 26 settembre 2008, prot. n. 67040, in Il Sole 24 Ore)


 


 


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A cura di Vincenzo D’Andò


 

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