Regime processuale della cd. motivazione apparente della sentenza pronunciata dalla Commissione Tributaria

Premessa           L’articolo 111 della Costituzione così recita: «Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati». La sentenza rappresenta il momento in cui la tutela giurisdizionale assume la sua massima espressione; essa è il risultato giurisdizionale in merito alla controversia.           La parte motiva della sentenza esprime il ragionamento che il giudice effettua per […]

Premessa


 


        L’articolo 111 della Costituzione così recita: «Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati». La sentenza rappresenta il momento in cui la tutela giurisdizionale assume la sua massima espressione; essa è il risultato giurisdizionale in merito alla controversia.


 


        La parte motiva della sentenza esprime il ragionamento che il giudice effettua per applicare la legge (rectius: rappresenta l’iter logico seguito dal giudice per arrivare alla decisione), si prefigge di rendere più penetrante il sindacato del provvedimento, in caso d’impugnazione, e costituisce un requisito richiesto dall’articolo 36 del D.lg. 546/92, che ricalca sostanzialmente la corrispondente norma del c.p.c. (art. 132).


 


Regime processuale


 


        È affetta da nullità, infatti, per violazione degli artt. 132 e 156 del codice di rito, la sentenza dal cui tenore non sia possibile evincere il concreto comando impartito dall’organo giurisdizionale e sia dunque inidonea a definire e regolare il rapporto giuridico controverso (Sent. N. 23673 del 4 ottobre 2007 dep. il 15 novembre 2007 della Corte Cass. sez. tributaria).


 


        La mancanza del dispositivo o della motivazione rende nulla la pronuncia ai sensi dell’articolo 36 del D.lg. 546/92.


        Il principio desumibile dagli articoli 132, comma 2, n. 4) del codice di procedura civile e 118 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, secondo il quale la mancanza o estrema concisione della motivazione in diritto determinano la nullità della sentenza allorquando rendano impossibile l’individuazione del thema decidendum e delle ragioni poste a fondamento del dispositivo, è applicabile anche al nuovo rito tributario, come disciplinato dal D. Lgs. N. 546/1992, in forza del generale rinvio, contenuto nell’art. 1, comma 2 del citato decreto legislativo (Cass. sez. Trib. 12 febbraio 2001, n. 1944 )“.


        I vizi della motivazione (es. carenza di motivazione o motivazione insufficiente), che devono essere fatti valere attraverso i previsti mezzi di impugnazione, sono sottoposti alla regola secondo cui la nullità non evita, ai sensi dell’articolo 161 del c.p.c. in difetto di impugnazione, il passaggio in giudicato della sentenza.


         La nullità della sentenza deve essere fatta tuttavia valere secondo le regole e i termini dei mezzi di impugnazione in osservanza del principio di conversione dei vizi della sentenza in motivi di impugnazione. In caso di mancato impugnazione la sentenza sarà sanata dal passaggio in giudicato, che è la causa di sanatoria più penetrante esistente. La decisione emessa con motivazione apparente (si pensi alla motivazione con clausole di stile prive di ogni specificazione e di qualsiasi riferimento al caso di specie).


 


        E’, infatti, “una pronuncia affetta da nullità, ma pur sempre esistente e, per il principio di carattere generale contenuto nell’art. 161 c.p.c. circa la conversione dei vizi della sentenza in motivi d’impugnazione, tali vizi devono essere fatti valere nel rispetto delle regole procedimentali che regolano il giudizio di gravame – fra le quali è fondamentale quello dell’osservanza dei termini per la proposizione dell’impugnazione – con la conseguenza che la mancata osservanza di tali termini, da una parte, determina il passaggio in giudicato della pronuncia e, dall’altra, rende inammissibile il ricorso tardivamente proposto, senza alcuna possibilità di rilevare e sanzionare la pregressa nullità. Giova sottolineare che l’omessa deduzione della nullità in appello, della cd. motivazione apparente della sentenza del giudice di primo, preclude la proposizione della stessa questione di nullità in cassazione per preclusione derivante da giudicato interno.


        Inoltre, va ribadito che per espressa previsione dell’articolo 118 delle norme di attuazione del c.p.c. deve essere omessa ogni citazione di autori giuridici.


Motivazione apparente


        Si ha carenza di motivazione, nella sua duplice manifestazione di difetto assoluto o di motivazione apparente, soltanto quando il giudice omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza però un’approfondita disamina logica e giuridica.


 


        Si ha motivazione insufficiente nell’ipotesi di obiettiva deficienza del criterio logico, che ha indotto il giudice alla formulazione del proprio convincimento, ovvero in mancanza di criteri idonei a sorreggere e ad individuare con chiarezza la ratio decidendum.


        Si ha motivazione contraddittoria, quando essa è incoerente e contiene argomentazioni contrastanti tra loro in modo da elidersi a vicenda. Il vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può dirsi sussistente quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame dei punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, ovvero quando esiste insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione.


 


        Occorre tener conto di quanto segue:


1) l’adozione di argomenti generici, nella parte motiva della sentenza, si risolve in una motivazione meramente apparente, che non consente alcuna verifica dell’esattezza o meno dell’iter logico-giuridico sviluppato nella pronuncia stessa;


2) si ha motivazione apparente allorché apoditticamente si neghi le ragioni della decisività di una prova; in tal modo, viene meno la possibilità di verificare l’esattezza o meno dell’iter logico della decisione;


3) la mera enunciazione di affermazioni apodittiche (es. la parte ha documentato quanto asserisce in merito alla controversia; il gravame non può trovare accoglimento non essendo stati forniti in questa sede elementi da inficiare la decisione di primo grado; la documentazione in atti da piena prova dell’avvenuta legittima costituzione del contraddittorio; il ricorrente ha provato in modo inequivocabile ed attendibile la regolarità delle proprie dichiarazioni etc.) o l’esternazione di annotazioni generiche o contrastanti tra loro integra gli estremi della cd. motivazione apparente, priva cioè di qualsiasi riferimento alla vicenda storica sottoposta a valutazione;


4) la motivazione per relationem, che richiami genericamente le ragioni addotte in un’altra decisione propria o di un altro organo, integra gli estremi della cd. motivazione apparente;


5) il giudice di appello, che non esplicita le ragioni che lo hanno indotto a condividere la sentenza di primo grado, pone in essere una motivazione cd. apparente con riferimento alle questioni probatorie sottoposte al suo esame. La motivazione della sentenza d’appello per relationem, mediante rinvio alla sentenza di primo grado, è legittima solo, quando il giudice di II grado mostri di avere considerato e respinto, sia pure sinteticamente, i motivi di appello(Sent. N. 24580 del 14 ottobre 2005 dep. il 23 novembre 2005 della Corte Cass. sez. tributaria);


6) E’ nulla la sentenza di secondo grado motivata con l’affermazione secondo cui “dopo approfondito esame della documentazione in atti, si ritiene di confermare la decisione della Commissione Tributaria di primo grado” (Sent. N. 3329 del 22 novembre 2007 dep. il 12 febbraio 2008 della Corte Cass. sez. tributaria);


7) Non è adeguatamente motivata la sentenza secondo cui essendo stata confermata “in data odierna” la decisione relativa all’accertamento dei maggiori redditi della società partecipata per l’annualità in contestazione, conseguentemente deve essere confermata anche la sentenza relativa al ricorso dei soci avverso l’accertamento dei maggiori redditi di partecipazione (Sent. N. 6341 del 16 gennaio 2008 dep. il 10 marzo 2008 della Corte Cass. sez. tributaria).


 


        È evidente che, nel processo tributario, occorre tener conto, ai fini di un’efficace strategia processuale, che si ha motivazione apparente se la pronuncia impugnata:


– richiama quella precedente, in modo del tutto apodittico o acritico, senza dimostrare di avere esaminato o confutato i motivi di gravame (es. la Commissione condivide pienamente e fa sua la decisione dei primi giudici che perciò va confermata con rigetto dell’appello; la Commissione esaminati gli atti ed in particolare la sentenza appellata ritiene infondato l’appello; etc.);


– si risolve in una mera formulazione di clausole di stile, le quali non consentono assolutamente di individuare la ratio decidendi della pronuncia sulle distinte questioni sollevate;


– non ha effettuato alcuna valutazione critica né delle argomentazioni svolte dal precedente giudice né delle censure proposte dal ricorrente;


– si limita a contenere sia alcuni brani testuali della sentenza di primo grado sia la sintesi dei motivi di appello, omettendo qualsiasi autonoma valutazione delle argomentazioni, svolte dalla pronuncia di primo grado, in relazione alle censure proposte;


– rende impossibile l’individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo.


 


        La motivazione deve rispettare i seguenti requisiti: a) la sufficienza; b) la logicità; c) l’ordine.


        È sufficiente quella motivazione in cui il giudice indica a sostegno del proprio convincimento ragioni obiettivamente adeguate, sotto i profili della logicità e dell’esperienza; pertanto, la sentenza non deve essere un documento comprensivo di tutta la scienza del diritto relativo al caso analizzato (cd. sentenza trattato).


        È sufficiente quella motivazione in cui il giudice riporta l’orientamento sulla questione decisa della giurisprudenza aggiungendo di condividerlo.


 


        La motivazione non concisa ma prolissa, sovrabbondante, contorta, ultronea è illegittima.


        È logica la motivazione che non contiene considerazioni coerenti tra loro mentre l’ordine della motivazione, non previsto a pena di invalidità, serve per agevolare le parti e il giudice del gravame.


 


Motivazione per relationem


 


        La motivazione di una sentenza può essere redatta per relationem rispetto ad altra sentenza, purché la motivazione stessa non si limiti alla mera indicazione della fonte di riferimento: occorre che siano riprodotti i contenuti mutuati, e che questi diventino oggetto di autonoma valutazione critica nel contesto della diversa (anche se connessa) causa sub iudice, in maniera da consentire anche la verifica della compatibilità logico-giuridica dell’innesto.


        La tecnica del rinvio ad altro decisum non è mai consentita, quando dissimuli un vizio di procedura più radicale, al quale si tenti di porre rimedio con questo “artificio”, come, ad esempio, nel caso in cui si richiami una decisione che invece avrebbe dovuto essere pronunciata in un processo unico (in ipotesi di litisconsorzio necessario), ovvero nel caso in cui il processo avrebbe dovuto essere sospeso in attesa della decisione connessa (in ipotesi di pregiudiziale obbligatoria).  In questi casi, la sentenza supportata da motivazione per relationem è nulla per una violazione antecedente, perché pronunciata in un processo celebrato in violazione del D.lg. n.  546  del  1992,  art.  14,  (Cass.  14815/08, 14816/08),  o  per  violazione  dell’art.  295  c.p.c.,  (Cass.   2638/2006, 13082/2006, 9203/2007).


 


        A nulla vale il tentativo di ricucire l’unicità della controversia, attraverso reciproci rinvii delle sentenze, o di ristabilire il rapporto di subordinazione tra gli esiti dei processi, dichiarando espressamente quale debba essere la progressione della decisione complessiva (Sent. n. 14814 del 19 febbraio 2008 dep. il 4 giugno 2008 della Corte Cass. SS.UU.)


        La motivazione di una sentenza per relationem ad altra sentenza, è legittima, quando il Giudice, riportando il contenuto della decisione evocata, non si limiti a richiamarla genericamente ma la faccia propria con autonoma e critica valutazione” (Cass. n. 1539/2003; n. 6233/2003; n. 2196/2003; n. 11677/2002), sia pure l’altro, per il quale è configurabile l’omessa motivazione, “quando il Giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza un’approfondita disamina logico – giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento (Cass. n. 890/2006, n. 1756/2006, n. 2067/1998)


 


        La motivazione della sentenza di appello per relationem mediante rinvio alla sentenza di primo grado è legittima solo, quando il giudice di secondo grado mostri di avere considerato e respinto, sia pure sinteticamente, i motivi di appello.  È, perciò, nulla la sentenza di appello che decida “per le stesse motivazioni già riportate nella stesura della sentenza della Commissione tributaria provinciale che si intendono integralmente riportate(Sent. n. 17212 dell’8 febbraio 2006 dep. il 28 luglio 2006 della Corte Cass. sez. tributaria)


 



Dott. Angelo Buscema


6 settembre 2008

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