Novità fiscali del 3 settembre 2007. In evidenza: l’avviso di mora è nullo se non è stata notificata prima la cartella di pagamento

1) OPERE ULTRANNUALI IN CORSO DI ESECUZIONE – SVALUTAZIONI PER RISCHIO CONTRATTUALE – ABROGAZIONE – RECUPERO A TASSAZIONE DI QUANTO DEDOTTO


Le deduzioni effettuate fino al periodo antecedente a quello in corso alla data del 4.7.2006, non vanno riprese a tassazione in sede di determinazione delle imposte dovute per il periodo d’imposta 2006.


Le medesime deduzioni si tassano nel momento del loro naturale assorbimento per effetto del completamento dell’opera in corso di esecuzione in relazione alla quale la svalutazione viene effettuata.


L’art. 36, comma 20, del D.L. 4.7.2006, n. 223, convertito dalla Legge 4.8.2006, n. 248, ha  eliminato la possibilità di ridurre forfetariamente per rischio contrattuale il valore delle rimanenze delle opere, forniture e servizi di durata ultrannuale in corso di esecuzione alla chiusura dell’esercizio.


E’ stato così abrogato il comma 3 dell’art. 93 del TUIR secondo cui il valore delle rimanenze finali delle opere, forniture e servizi di durata ultrannuale, determinato sulla base dei corrispettivi pattuiti poteva essere ridotto per rischio contrattuale, a giudizio del contribuente, in misura non superiore al 2%.


Per le opere, le forniture e i servizi eseguiti all’estero, se i corrispettivi sono dovuti da soggetti non residenti, la misura massima della riduzione veniva elevata al 4%.


Con tale disposizione era attribuita rilevanza fiscale, in via anticipata rispetto alla loro effettiva emersione, alle minori valutazioni effettuate sulle rimanenze di commesse ultrannuali in corso alla chiusura dell’esercizio che potevano essere fruite anche mediante l’effettuazione di


una deduzione extra-contabile ai sensi dell’art. 109, comma 4, lett. b), del TUIR.


A decorrere dal periodo di imposta in corso al 4.7.2006, tale opportunità non é più consentita e il valore delle rimanenze delle commesse in corso avviate nel medesimo periodo d’imposta concorre alla formazione del reddito per l’intero ammontare dei corrispettivi pattuiti.


Per cui occorre riprendere a tassazione le eventuali minori valutazioni effettuate civilisticamente.


Peraltro, le nuove disposizioni si applicano esclusivamente agli incrementi delle rimanenze di commesse avviate a partire dall’esercizio in corso al 4.7.2006 nonché agli incrementi di valore  delle opere iniziate in periodi precedenti e non ancora completate, con la conseguenza che le minori valutazioni operate fino al periodo di imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge n. 223/2006 mantengono piena rilevanza e non devono, pertanto, essere recuperate a tassazione per effetto della citata abrogazione.


Tutto ciò è rinvenibile anche nella circolare del 21.11.2006, n. 34/E, la quale ha precisato che, per le minori valutazioni operati nei periodi di imposta pregressi, occorre unicamente eliminare la minore valutazione per rischio contrattuale operata con riferimento all’anno 2005, senza aver riguardo a quelle operate negli esercizi precedenti.


Riguardo il trattamento fiscale da riservare in futuro alle svalutazioni operate nel precedente regime su commesse ancora in corso di esecuzione, le stesse vanno assoggettate a tassazione nel momento in cui le singole commesse sulle quali le svalutazioni erano state effettuate vengono portate a compimento.


(Agenzia delle Entrate, Risoluzione del 24/08/2007, n. 237)


 



2) COSTI INDETRAIBILI PER SERVIZI: IL NON RESIDENTE HA DIRITTO AL RIMBORSO IVA


La circostanza che nel corrispettivo per un servizio complesso integralmente assoggettato a Iva siano compresi anche costi che per il prestatore risultano indetraibili, non pregiudica la detraibilità o il diritto al rimborso dell’intera imposta per il soggetto che riceve il servizio. Pertanto, nel caso in cui la prestazione sia resa a un soggetto non residente, questo, in presenza di tutte le altre condizioni previste dalla norma, potrà legittimamente presentare istanza di rimborso.


In particolare, una società non residente, che si avvale della società italiana del gruppo, può ottenere il rimborso, ai sensi dell’art. 38-ter, D.P.R. n. 633/1972, dell’IVA riaddebitata sui costi complessivamente sostenuti (compresi quelli per alberghi, ristoranti e per l’uso dell’auto, indetraibili per la società nazionale) e ricalcolati dalla società italiana nella fattura relativa alla prestazione generica resa da quest’ultima.


Nella fattispecie, il servizio reso alla società non residente dalla società italiana realizza una prestazione unica, giacché effettuato in esecuzione di un contratto che ha per oggetto un risultato economico unitario, che non è suscettibile di essere scomposto artificiosamente. Nell’ambito di tale contratto, le diverse componenti di costo per servizi utilizzati (costo del personale utilizzato, spese telefoniche, spese di mobilità connesse), ancorché richiamate in fattura ai fini della determinazione dei corrispettivi, non assumono rilevanza, giacché relativi a costi di produzione di beni e servizi consumati esclusivamente dalla società nazionale nell’espletamento della propria attività.


Infatti, alla luce del principio di neutralità del tributo, il regime di indetraibilità é a carico unicamente di colui che acquista e utilizza i servizi oggettivamente indetraibili.


(Agenzia delle Entrate, Risoluzione del 24/08/2007, n. 238)


 



3) L’AVVISO DI MORA E’ NULLO SE NON E’ STATA NOTIFICATA PRIMA LA CARTELLA DI PAGAMENTO


L’avviso di mora, non preceduto dalla notifica dell’atto presupposto, è nullo.


In particolare, la Suprema corte ha, primariamente, provveduto a precisare la differenza strutturale e sostanziale, sussistente tra la cartella di pagamento e l’avviso di mora.


Al riguardo, ha chiarito che la cartella è, normativamente, inquadrata nella disciplina della riscossione mediante ruoli, a differenza dell’avviso di mora, inserito nella disciplina della riscossione coattiva mediante espropriazione forzata. Conseguentemente, hanno osservato i giudici di legittimità, la cartella di pagamento viene a costituire un presupposto necessario per la validità dell’avviso di mora, in quanto rappresenta lo strumento indispensabile per portare a conoscenza del contribuente la pretesa erariale. La cartella di pagamento ha, quindi, un contenuto necessariamente più ampio dell’avviso di mora, la cui notifica è solo eventuale, in quanto prevista per il caso in cui il contribuente, venuto a conoscenza dell’imposta dovuta, non abbia effettuato spontaneamente il pagamento nei termini indicati dalla legge. Ciò comporta che la mancata notifica della cartella di pagamento viene a costituire “un vizio della procedura di riscossione”, che non può essere sanato mediante la notifica dell’avviso di mora.
Inoltre, la Corte ha evidenziato che al contribuente è riconosciuta, dall’articolo 19, comma terzo, del Dlgs n. 546/1992, una duplice facoltà:


impugnare l’avviso di mora, facendo valere solo il vizio procedurale, derivante dall’omessa notifica dell’atto presupposto, rimanendo, in tal caso, esposto all’eventuale e successiva azione dell’Amministrazione finanziaria, laddove i termini siano ancora aperti;


impugnare cumulativamente l’avviso di mora e la cartella di pagamento non notificata, al fine di contestare radicalmente la pretesa erariale. Sarà compito, poi, del giudice di merito interpretare la domanda del ricorrente, al fine di verificare se egli abbia inteso far valere la nullità dell’avviso di mora, in base all’una o all’altra opzione.


Le sezioni unite hanno anche risolto il problema, più volte dibattuto in giurisprudenza, relativo alla legittimazione passiva del concessionario della riscossione, in caso di impugnazione dell’avviso di mora.


A tal riguardo, la Cassazione ha osservato che se il ricorrente impugna l’avviso di mora, eccependo vizi che riguardano esclusivamente la sua regolarità o validità, come, ad esempio, un vizio relativo alla difformità del contenuto dell’atto rispetto allo schema legislativo, legittimato passivo è certamente il solo concessionario della riscossione. Viceversa, nel caso in cui il contribuente, in sede di impugnazione dell’avviso di mora, eccepisce vizi relativi all’intera pretesa impositiva, la legittimazione passiva spetta all’ente impositore.


(Corte di cassazione, sentenza a Sezioni Unite, n. 16412 del 25.7.2007, in Notiziario Agenzia delle Entrate del 29/08/2007)



 


4) SCISSIONE: E’ POSSIBILE SEPARARE L’ATTIVITÀ COMMERCIALE PER FAVORIRE LA RICAPITALIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ OPERATIVA


Una scissione parziale proporzionale che determini il trasferimento del patrimonio immobiliare della società scissa ad una società di nuova costituzione, in modo da consentire una specializzazione della scissa nell’attività commerciale in senso stretto, con conseguente agevolazione di prospettive di ricapitalizzazione, senza il compimento di altri atti o negozi che possano concretizzare, complessivamente, un disegno elusivo, contiene le valide ragioni economiche e non viene, quindi, considerata, dall’amministrazione finanziaria, come effettuata per aggirare le norme tributarie.


(Parere n. 23/2007 del Comitato consultivo per l’applicazione delle norme antielusive)


 



5) HOTEL STAGIONALE: NON E’ DOVUTA LA TASSA RIFIUTI


Se l’albergo svolge solo attività stagionale ha diritto alla riduzione della TARSU purché lo preveda il regolamento comunale.


La Corte di Cassazione, con nuova sentenza, ha stabilito che quando l’attività svolta dal contribuente assume le caratteristiche della stagionalità, la riduzione della Tarsu é ammessa solo se essa sia stata espressamente prevista dal Comune nel regolamento per l’applicazione della tassa e va riconosciuta in conformità e per l’esatto periodo indicato nella licenza rilasciata.


Il carattere stagionale dell’attività alberghiera può portare solo a una riduzione della tariffa, a causa di una minore utilizzazione del servizio e non ad un esonero del pagamento commisurato all’utilizzo limitato dell’immobile.


(Corte di Cassazione, Sentenze n. 10361/2007 e n. 10978/2007)


 



6) IMMOBILI AD USO UFFICIO: AI FINI DELLA DETRAZIONE IVA INFLUISCE L’INERENZA ALL’ATTIVITÀ IMPRENDITORIALE E NON IL MERO DATO CATASTALE


Per un immobile non è sufficiente che sia stato accatastato nella categoria di ufficio per poterne detrarre l’IVA sull’acquisto.


L’acquirente di un immobile può portare in detrazione l’IVA addebitatagli a titolo di rivalsa dal venditore, solo se lo abbia acquistato per l’esercizio di impresa; a tal fine l’art. 19, comma 1, D.P.R. n. 633/1972 richiede (oltre alla qualità di imprenditore dell’acquirente) l’inerenza del bene acquistato all’attività imprenditoriale, intesa come strumentalità, con onere delle prova a carico dell’interessato, del bene stesso rispetto a detta specifica attività.


Per cui è errata la tesi che accoglie la una nozione di strumentalità dell’immobile puramente strutturale, legata alla categoria catastale dello stesso e del tutto svincolata dal concreto esercizio dell’attività del contribuente e dell’asservimento dell’immobile a tale attività.


Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha, peraltro, confermato l’avviso di rettifica (rivolto verso un titolare di un’agenzia di intermediazione immobiliare) mediante il quale l’Amministrazione finanziaria non ha riconosciuto la detrazione dell’IVA, risultante dalle fatture per l’acquisto relativo di immobili, non utilizzati direttamente dal contribuente, ma lasciati in disponibilità dei venditori.


(Cassazione civile Sentenza, Sez. Trib., 27/07/2007, n. 16730)      



 


7) ANCHE IL FARMACISTA PRODUCE REDDITO D’IMPRESA ED E’ SOGGETTO ALL’IMPOSTA IN QUANTO TALE: BOCCIATA LA TESI CHE VADA CONSIDERATO UN PROFESSIONISTA PER LA FUNZIONE PUBBLICA SVOLTA NELL’ESERCIZIO DELL’ATTIVITA’


Anche se l’attività della farmacia si caratterizza per i particolari controlli pubblici e per le funzioni di rilevo pubblicistico non può essere escluso che ne manchino i fattori produttivi (con organizzazione di mezzi, di locali, di personale ausiliario), da cui scaturisce il reddito d’impresa, su cui si applicava la ex I.L.O.R..


Per cui l’attività di farmacia viene, comunque, organizzata nella forma di impresa.


La Corte di Cassazione ha, così, respinto la decisione dei giudici di merito che, avevano riconosciuto l’applicazione della tassazione separata IRPEF sulla plusvalenza realizzata attraverso la cessione di una farmacia, ma avevano escluso la applicabilità dell’ILOR, sull’errato presupposto che la farmacia non potrebbe essere ritenuta una impresa commerciale giacché il titolare, per la funzione pubblica che svolge regolata da precise norme sarebbe da ritenere a tutti gli effetti un professionista.


(Cassazione civile Sentenza, Sez. Trib., 03/08/2007, n. 17116)


 


Vincenzo D’Andò


 


3 Settembre 2007


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