La Corte di Cassazione ribadisce il carattere generale della giurisdizione attribuita alle Commissioni Tributarie, indipendentemente dalla tipologia dell’atto impugnato


Con la recentissima sentenza n. 7388 del 27 marzo 2007, la Cassazione ha sancito che, in tema di contenzioso tributario, l’art. 12, co. 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448, configurando la giurisdizione tributaria come giurisdizione a carattere generale, che si radica in base alla materia (tributi di qualunque genere e specie), indipendentemente dalla specie dell’atto impugnato, comporta la devoluzione alle Commissioni Tributarie anche delle controversie relative agli atti di esercizio dell’autotutela tributaria.


In tale direzione, la Suprema Corte ha ritenuto che non assume alcun rilievo in proposito la natura discrezionale di tali provvedimenti, in quanto l’art. 103 Cost. non prevede una riserva assoluta di giurisdizione, in favore del giudice amministrativo, per la tutela degli interessi legittimi, potendo il legislatore attribuire la relativa tutela ad altri giudici (nella sentenza in commento, la Corte fa riferimento, nello specifico, all’orientamento della Corte Costituzionale, affermatosi nelle ordinanze nn. 165 e 414 del 2001 e nella sentenza n. 240 del 2006).


Nello specifico, oggetto del giudizio in parola era un provvedimento di diniego di annullamento in autotutela da parte dell’A.F., quest’ultimo proposto a seguito di notifica di atti impositivi (nello specifico, avviso di liquidazione e conseguente cartella di pagamento), scaturenti dalla revoca di agevolazioni fiscali, accordata a seguito di acquisto di terreni, da parte di imprenditori agricoli.


A sostegno del ricorso, il contribuente proponente deduceva violazione del D.L. n. 564 del 1994 e delle norme che regolavano l’agevolazione revocata, nonché eccesso di potere per difetto di istruzione e difetto di motivazione.


In primo grado, la Commissione Tributaria adita dichiarava il proprio difetto di giurisdizione, osservando che l’esercizio del potere di autotutela, secondo l’art. 68 del D.P.R. 27 marzo 1992, n. 287, e il D.M. 11 febbraio 1997, n. 37, rientrava nell’ambito della discrezionalità amministrativa e non era, pertanto, ricompreso tra le ipotesi di atti impugnabili previste dall’art. 19 del D. Lgs. n. 546 del 1992.


A seguito di tale pronuncia, il medesimo contribuente proponeva, altresì, ricorso al TAR del Trentino-Alto Adige, il quale, anch’esso, con sentenza del 25 ottobre 2004, dichiarava inammissibile il ricorso per difetto di giurisdizione.


Tale pronunciamento era stato giustificato dal giudice amministrativo, con la circostanza che, ai sensi dell’art. 12, co. 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448, che, modificando l’art. 2 del D. Lgs. n. 546 del 1992, ha attribuito alle Commissioni tributarie tutte le controversie relative a tributi di ogni genere e specie, anche la controversia in parola doveva ritenersi devoluta al giudice tributario.


Nella specie, infatti, si discuteva sull’esistenza dei presupposti per l’imposizione tributaria, e in particolare sull’esistenza dei presupposti per beneficiare del regime agevolativo, e cioè dello status di coltivatore diretto.


A seguito di tale pronunciamento del giudice amministrativo, il contribuente medesimo decideva di proporre ricorso per cassazione ex art. 362, co. 2, c.p.c., denunciando un conflitto negativo di giurisdizione.


In tale giudizio, l’Amministrazione Finanziaria resistente sosteneva la giurisdizione del giudice tributario, richiamando i principi affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza n. 16776/2005.


Inoltre, a sostegno della propria tesi, asseriva che, a seguito dell’attribuzione al giudice tributario di tutte le controversie concernenti tributi di ogni genere e specie, a tale giudice erano sottratte solo le controversie che non involgevano direttamente un rapporto tributario.


Aggiungeva, pertanto, che la giurisdizione tributaria era divenuta, oramai, una giurisdizione di carattere generale, unica, autonoma ed esclusiva.


Riteneva, inoltre, l’A.F che “sarebbe errato anche l’argomento secondo cui gli atti di esercizio del potere di autotutela non sono previsti tra quelli impugnabili elencati nell’art. 19 del D. Lgs. n. 546 del 1992. Secondo la citata sentenza delle Sezioni Unite, l’allargamento della giurisdizione tributaria comporta, come conseguenza, un allargamento degli stretti confini di tale norma, necessario per evitare che il nuovo testo dell’art. 2 del D. Lgs. n. 546 del 1992 resti lettera morta”.


Nell’accogliere le argomentazioni addotte dall’Amministrazione resistente, pertanto, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nella sentenza in epigrafe, hanno ritenuto che la controversia in oggetto doveva essere devoluta alla giurisdizione delle Commissioni tributarie.


Il suindicato pronunciamento è stato, pertanto, emesso in piena adesione ai principi affermati dalle medesime Sezioni Unite, nella precedente sentenza n. 16776/2005, nella quale la Suprema Corte aveva già osservato che l’attribuzione al giudice tributario, ai sensi dell’art. 12, co. 2, della L. n. 448/2001, di tutte le controversie in materia di tributi di qualunque genere e specie, comporta che anche quelle relative agli atti di esercizio dell’autotutela tributaria, come quello nella specie impugnato, in quanto comunque incidenti sul rapporto obbligatorio tributario, devono ritenersi devoluti al giudice la cui giurisdizione è radicata in base alla materia (in precedenza su alcuni tributi, attualmente, invece, su qualsiasi tributo), a prescindere dalla tipologia di atto impugnato.


Alla luce di quanto innanzi, la Corte continuava, sostenendo che il sindacato del giudice riguarda non solo l’esistenza dell’obbligazione tributaria (ove l’atto di esercizio del potere di autotutela contenga una tale verifica), ma prima di tutto il corretto esercizio del potete discrezionale dell’Amministrazione.


Tale controllo, pur tuttavia, sarà un controllo piuttosto limitato, in quanto trattasi di un sindacato sulla legittimità del rifiuto, che non può mai comportare la sostituzione del giudice all’Amministrazione in valutazioni discrezionali, né concludersi con l’adozione dell’atto di autotutela da parte del giudice tributario.


Orbene, ove l’atto di rifiuto dell’annullamento d’ufficio contenga una conferma della fondatezza della pretesa tributaria, e tale fondatezza sia esclusa dal giudice, l’Amministrazione finanziaria dovrà adeguarsi a tale pronuncia.


In difetto, potrà essere esperito il rimedio del ricorso in ottemperanza, di cui all’art. 70 del D. Lgs. n. 546 del 1992, con l’avvertenza che tale norma, a differenza di quanto previsto per l’analogo rimedio dinanzi al giudice amministrativo ex art. 27, n. 4), del T.U. sul Consiglio di Stato (R.D. 26 giugno 1924, n. 1054), non attribuisce alle Commissioni tributarie una giurisdizione estesa al merito.


Per quanto attiene alla problematica della riconducibilità dell’atto impugnato alle categorie indicate dall’ art. 19 del D. Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, in proposito le Sezioni Unite non possono non rilevare che la mancata inclusione degli atti in contestazione nel catalogo contenuto in detto articolo comporterebbe una lacuna di tutela giurisdizionale, in violazione dei principi contenuti negli artt. 24 e 113 della Costituzione.


Inoltre, la Corte, da una corretta interpretazione del combinato disposto degli artt. 2 e 19 del D. Lgs. 546/92 e conformandosi ad un consolidato orientamento giurisprudenziale (ordinanza n. 22245/2006), stabilisce che il summenzionato articolo 19 attiene alla proponibilità della domanda e non alla giurisdizione.


Infatti, il carattere esclusivo della giurisdizione tributaria non consente che atti non impugnabili in tale sede siano devoluti, in via residuale, ad altri giudici, secondo le ordinarie regole di riparto della giurisdizione (in tal senso, vedasi SS. UU., ordinanza n. 13793/2004 ).


Per tutto quanto innanzi esposto, la Suprema Corte, nella sentenza in commento, ha ritenuto, che, nella fattispecie in oggetto, riguardante la giurisdizione in materia di diniego di annullamento in autotutela, il conflitto deve essere risolto, dichiarandosi, in conclusione, la giurisdizione del giudice tributario.


Per chiarezza di esposizione, e volendo procedere ad un’assimilazione dell’impugnabilità del rifiuto espresso alla richiesta di annullamento in autotutela con uno degli atti elencati nel predetto art. 19, lo si potrebbe paragonare a quello previsto alla lettera g) di tale norma, laddove si fa riferimento:


g) il rifiuto espresso (…) della restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie ed interessi o altri accessori non dovuti (…).


Ci si chiede, pertanto, nel caso di proposizione dell’istanza di annullamento in autotutela all’A.F., con conseguente mancata risposta da parte di quest’ultima, se sia possibile considerare tale ipotesi come rifiuto tacito di cui alla stessa lettera g).


 


Avv. Maria LEO


 


Giugno 2007


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