Il conferimento del TFR nella forma pensionistica complementare e l’erogazione delle prestazioni di pensione


L’adesione alla forma pensionistica complementare realizzata tramite il solo conferimento del TFR non comporta obbligo di contribuzione.


Gli aderenti alle forme pensionistiche complementari possono richiedere anticipazioni sulla posizione individuale accumulata, comprensiva del TFR e delle plusvalenze maturate, per “particolari” motivi.


Lo ha rilevato la Fondazione Luca Pacioli nella circolare n. 11 del 22 maggio 2007 che, peraltro, ha analizzato la legislazione vigente della previdenza complementare alla luce della riforma avvenuta.


Di tale autorevole disamina, in particolare ci soffermiamo sulla disciplina del conferimento del TFR nella forma pensionistica complementare, la cui scadenza è prevista entro il prossimo 30 giugno 2007.


Come è noto per i lavoratori dipendenti, esiste una particolare tipologia di contribuzione: Quella consistente nel versamento del TFR maturando, ossia di quella parte della “liquidazione” che maturerà dal momento dell’iscrizione al Fondo pensione fino alla cessazione del rapporto di lavoro.


Prima della riforma, il finanziamento della previdenza integrativa attuato con il conferimento del TFR maturando era riservato esclusivamente alle forme pensionistiche complementari istituite su base contrattuale collettiva (Fondi chiusi o Fondi aperti ad adesione collettiva), che ne determinavano anche la misura (devoluzione parziale o totale del TFR)”.


Mentre con l’entrata in vigore della riforma è stato introdotto il principio della libertà individuale del lavoratore dipendente di devolvere il proprio TFR maturando alla forma pensionistica complementare da lui stesso prescelta, anche se in alcuni casi tale principio subisce delle restrizioni.


Al conferimento del TFR del dipendente alla forma pensionistica complementare consegue atto di adesione alla forma stessa.


L’adesione alla forma pensionistica complementare realizzata tramite il solo conferimento del TFR non comporta l’obbligo della contribuzione né a carico del lavoratore, né a carico del datore di lavoro.


Tuttavia, viene prevista la libertà, sia per il lavoratore che per il datore di lavoro, di contribuire autonomamente alla forma pensionistica a cui è affluito il TFR.


Il conferimento del TFR del dipendente alla forma pensionistica complementare può avvenire secondo due modalità:


– Modalità esplicita


– Modalità tacita


 


Conferimento esplicito del TFR


Il conferimento del TFR alla forma complementare prescelta, qualora sia espresso in modo esplicito, non subisce nessun tipo di restrizione o condizionamento (previsti invece nel caso di conferimento tacito).


Entro il 30 giugno 2007, o entro sei mesi dalla data di prima assunzione, se successiva al 1° gennaio 2007, il dipendente può conferire in maniera esplicita l’intero importo del TFR maturando ad una qualsiasi forma di previdenza complementare da lui prescelta, sia essa un Fondo di categoria, un Fondo aperto o un P.I.P.


In alternativa, entro tali termini, il lavoratore può comunicare in maniera espressa la volontà di mantenere il TFR in azienda, presso il proprio datore di lavoro.
Tale seconda opzione può essere sempre revocata.


Il lavoratore che abbia inizialmente scelto di mantenere il TFR presso l’azienda del proprio datore di lavoro può successivamente, in ogni momento, conferire il suo TFR maturando ad una forma pensionistica complementare da lui prescelta.


 


Conferimento tacito del TFR (SiIenzio assenso)


Se entro il 30 giugno 2007, o entro sei mesi dalla data di prima assunzione, se successiva al 1° gennaio 2007, il lavoratore non comunica in maniera espressa la destinazione del proprio TFR maturando (ad una forma integrativa o presso il datore di lavoro), il datore di lavoro ha l’obbligo di trasferire comunque, a partire dal mese successivo a quello di scadenza, il TFR maturando del dipendente ad una forma pensionistica complementare, individuata dalla legge stessa.


In altri termini, in tal caso la legge attribuisce al silenzio protratto e “informato”
del dipendente il significato di manifestazione tacita della volontà di trasferire il
TFR ad una delle forme di previdenza complementare specificate dalla norma
(“silenzio-assenso”).
Per consentire al lavoratore una scelta consapevole, il datore di lavoro, prima dell’avvio del periodo dei sei mesi, ha l’obbligo di fornire adeguate informazioni sulle diverse scelte disponibili.


Nel caso del protrarsi del silenzio del lavoratore, il datore di lavoro ha per di più l’obbligo di fornire, almeno trenta giorni prima della scadenza dei sei mesi previsti, le necessarie informazioni relative alla forma pensionistica complementare a cui è destinato il TFR alla scadenza del semestre.


Nel caso di “silenzio-assenso” del dipendente, il datore di lavoro deve destinare il TFR maturando ad una forma di previdenza complementare secondo i seguenti criteri, stabiliti per legge a tutela degli interessi dello stesso lavoratore:


a) La forma pensionistica complementare cui viene conferito il TFR deve essere dotata necessariamente di un comparto a gestione “prudenziale”, che garantisca al dipendente la restituzione del capitale e rendimenti comparabili a quelli attualmente previsti dalla gestione del TFR.


Difatti, il TFR dei lavoratori dipendenti si rivaluta secondo un rendimento garantito per legge, che è pari al 75% del tasso di inflazione, cui si aggiunge una percentuale fissa dell’1,5%.


Il rendimento garantito per legge deve essere, dunque, garantito anche dalla gestione della forma di previdenza complementare cui il TFR sia devoluto;


b) la stessa forma pensionistica cui il datore di lavoro può trasferire il TFR deve essere “collettiva” e non “individuale”.


Sono definite dal D.Lgs n. 252/2005 forme collettive sia i Fondi chiusi sia i Fondi aperti, cui sia possibile aderire collettivamente o individualmente, mentre sono definite forme “individuali” i Piani individuali pensionistici (P.I.P).


Nel caso del conferimento tacito, viene fatto divieto al datore di lavoro di devolvere il TFR del dipendente ad un P.I.P.


c) Il trasferimento del TFR maturando alla forma pensionistica che, quindi, deve essere “collettiva”, deve comunque avere avuto una preventiva legittimazione in un accordo collettivo, anche aziendale, che abbia consentito il trasferimento del TFR alla forma stessa.


 


Destinazione del TFR nel conferimento tacito


La normativa ha creato una scala di forme di previdenza complementare legittimate ad accogliere il flusso del TFR maturando del lavoratore che, nei sei mesi previsti, non abbia espresso alcuna scelta.


Al primo posto sono collocati i Fondi pensione di categoria previsti dagli accordi o contratti collettivi, anche territoriali: Se sono attivi e operanti, il datore di lavoro deve devolvere ad essi il flusso del TFR maturando del dipendente.


Tale obbligo subisce una deroga nel caso in cui sia intervenuto un diverso accordo aziendale che preveda la destinazione del TFR maturando ad una delle seguenti forme pensionistiche complementari collettive:


a) Fondo di previdenza complementare istituito o promosso dalla regione;


b) Fondo chiuso istituito da rappresentanze sindacali aziendali;


c) adesione collettiva a Fondi aperti;


d) Fondo istituito unilateralmente da regolamenti di aziende, i cui rapporti di lavoro non siano disciplinati da contratti o accordi collettivi, anche aziendali.


Nella sussistenza di tale accordo aziendale, il datore deve trasferire il TFR del dipendente ad una delle suddette forme, scelte nell’accordo stesso.


Se un lavoratore ha la possibilità di partecipare sia al Fondo di categoria, previsto da contratti o accordi collettivi nazionali o territoriali, sia ad una delle forme pensionistiche suddette (accordo aziendale permettendo), il datore di lavoro deve trasferire il TFR maturando del dipendente alla forma pensionistica alla quale abbia aderito il maggiore numero dei lavoratori dell’azienda.


Anche in questo caso, si può ricorrere ad un ulteriore accordo aziendale che scelga la destinazione “contesa” del TFR maturando.


Infine, se non esistono Fondi di categoria istituiti da contratti o accordi collettivi nazionali o territoriali, né alcun accordo aziendale che destini il TFR maturando ad una delle forme indicate sopra nelle lettere a), b), c), d), il datore di lavoro deve trasferire il TFR maturando ad una apposita forma pensionistica complementare istituita presso l’INPS.


 


Vecchi Occupati


Vi é una particolare categoria di lavoratori dipendenti, che viene definita dei “vecchi occupati”, ai quali la normativa sulla previdenza complementare ha sempre riservato il diritto di conferire anche quote parziali dell’accantonamento annuale del TFR maturando.
Si tratta dei lavoratori assunti prima del 29 aprile 1993, che è la data di entrata in vigore del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124.


La possibilità di contribuire per “quote” del TFR maturando è stata mantenuta nella riforma attuata col D.Lgs. n. 252/2005, con la seguente distinzione:


“Vecchi Occupati” già iscritti alla previdenza complementare


I lavoratori assunti prima del 29 aprile 1993, già iscritti a forme di previdenza
complementare alla di entrata in vigore del decreto di riforma (1° gennaio 2007)
possono scegliere, entro il 30 giugno 2007:


– Di conferire il TFR maturando con la stessa quota con cui hanno sempre partecipato, che è quella fissata dagli accordi o contratti collettivi;


– oppure di conferire l’intero importo del TFR stesso alla forma complementare collettiva alla quale i lavoratori abbiano già aderito.


Nel caso di silenzio protratto fino al 30 giugno 2007, l’intero importo del TFR maturando viene devoluto al Fondo pensione al quale il dipendente abbia già aderito.
“Vecchi Occupati” non iscritti alla previdenza complementare


I lavoratori assunti prima del 29 aprile 1993 che invece non risultino iscritti a
forme di previdenza complementare alla data di entrata in vigore del decreto di
riforma (1° gennaio 2007) possono scegliere, entro il 30 giugno 2007:


– se mantenere l’intero importo del TFR maturando presso il proprio datore di lavoro;


– oppure conferirlo per “quote”, nella misura già fissata dagli accordi o contratti collettivi.


Nel caso di silenzio protratto fino al 30 giugno 2007, l’intero importo del TFR maturando viene devoluto ad una forma pensionistica complementare collettiva di riferimento, individuata con gli stessi meccanismi esaminati nel paragrafo


Se non fosse possibile individuare, per il dipendente, alcuna forma pensionistica complementare collettiva di riferimento, il datore di lavoro deve trasferire il TFR maturando alla apposita forma pensionistica complementare istituita presso l’INPS.


 


Prestazioni in rendita e in capitale


La prestazione pensionistica delle forme di previdenza integrativa viene erogata sotto forma di rendita.


Alla maturazione dei requisiti previsti, il montante accumulato nella posizione individuale dell’iscritto (formato con i contributi e l’eventuale TFR affluiti al Fondo nonché con il rendimento della gestione finanziaria delle risorse così accumulate) viene convertito ed erogato sotto forma di rendita vitalizia integrativa della pensione di base.


Sempre alla maturazione dei requisiti previsti per l’accesso alle prestazioni, l’iscritto può optare per una liquidazione immediata sotto forma di capitale del montante maturato nella sua posizione individuale.


Tale possibilità è consentita fino ad un massimo del 50% del montante stesso.


In sostanza, almeno il 50% del montante deve essere utilizzato per garantire una rendita che valga a garantire un flusso di entrate destinato a durare nel tempo.


Nel caso in cui la rendita derivante dalla conversione di almeno 70% del montante finale sia inferiore al 50% dell’ assegno minimo sociale erogato dall’INPS, l’intera prestazione finale può essere erogata sotto forma di capitale.


Il diritto alle prestazioni, in rendita ed eventualmente in capitale, si acquisisce al momento della maturazione dei requisiti di accesso stabiliti per la pensione di base erogabile dal regime obbligatorio di appartenenza, con almeno cinque anni di partecipazione alle forma pensionistica complementare stessa.


 


Anticipazioni per particolari motivi


Gli aderenti alle forme pensionistiche complementari possono richiedere anticipazioni sulla posizione individuale accumulata, comprensiva del TFR e delle plusvalenze maturate, per i seguenti motivi e con le seguenti modalità:


Spese Sanitarie Urgenti: Per le gravissime situazioni personali, del coniuge e dei figli che implicano spese sanitarie indifferibili e terapie o interventi straordinari, riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche, può essere richiesta, in qualsiasi momento, una anticipazione sulla posizione maturata non superiore al 75%.


Acquisto prima casa per sé o per i figli o ristrutturazione prima casa: In tali casi, per spese documentate relative all’acquisto della propria prima casa di abitazione o per i figli o, per altrettanto documentate spese di ristrutturazione per la casa di abitazione, può essere richiesta una anticipazione sulla posizione maturata non superiore al 75%, ma soltanto dopo otto anni di partecipazione al Fondo.


Libere esigenze degli iscritti: Per una qualunque esigenza degli iscritti, può essere richiesta una anticipazione sulla posizione maturata non superiore al 30% e solo dopo otto anni di partecipazione al Fondo.


Comunque non possono essere chieste anticipazioni per importi superiori al 75% del montante maturato, comprensivo delle quote del TFR e delle plusvalenze maturate, e che pertanto con l’anticipazione non si estingue il rapporto dell’iscritto con il Fondo Pensione.
Le somme oggetto di anticipazione possono essere sempre reintegrate con versamenti successivi dell’iscritto.


 


Riscatto


Il riscatto della posizione individuale maturata da parte dell’iscritto può essere totale o parziale.


 


Riscatto totale


Il riscatto totale della posizione maturata da parte dell’iscritto comporta la chiusura del rapporto di iscrizione col Fondo ed è possibile esclusivamente per i seguenti due motivi:


– Casi di invalidità permanente che comportino la riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo (casi di invalidità permanente di punteggio superiore al 66%);
– cessazione dell’attività lavorativa che comporti la  non occupazione per un periodo di tempo superiore a 48 mesi.


 


Riscatto parziale


Il riscatto parziale della posizione maturata può essere chiesto nella misura del 50% della posizione maturata, non implica chiusura del rapporto di iscrizione col fondo, ed è possibile per i seguenti motivi:


– Cessazione dell’attività lavorativa che comporti la non occupazione per un periodo di tempo non inferiore a 12 mesi e non superiore a 48 mesi;


– ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità e cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria.


 


Trasferimento


Il trasferimento ad altra forma pensionistica complementare è previsto per due motivi:


Perdita dei requisiti di partecipazione alla forma pensionistica complementare (es: cambio di categoria professionale dell’iscritto).


In tal caso gli statuti e i regolamenti della forma pensionistica devono prevedere le modalità di trasferimento della posizione individuale dell’iscritto ad altra forma pensionistica alla quale il medesimo acceda per la nuova attività;


– libera scelta del dipendente.


Trascorsi due anni dalla data di partecipazione alla forma pensionistica complementare, l’iscritto ha il diritto di trasferire l’intera posizione individuale maturata ad altra forma pensionistica.


E’ fatto espresso divieto agli statuti e ai regolamenti dei Fondi di prevedere clausole che risultino, anche di fatto (es: apposizioni di commissioni di trasferimento), ostative a tale diritto.


 


Morte dell’iscritto


In caso di morte dell’iscritto alla forma di previdenza complementare, per le prestazioni erogabili agli eredi o ai beneficiari designati, sono previsti due casi:


– Morte dell’iscritto in fase di accumulo della posizione (prima della maturazione del diritto alle prestazioni): Viene consentito il riscatto totale dell’intera posizione maturata dall’iscritto, sotto forma di capitale, da parte degli eredi o dei beneficiari designati;


– morte dell’iscritto in fase di percezione della rendita integrativa: Viene stabilito che le forme pensionistiche complementari possano prevedere degli schemi di erogazione delle rendite che consentano, ai beneficiari designati dall’iscritto stesso, la restituzione del montante residuo o, in alternativa, l’erogazione di una rendita reversibile calcolata sulla base dello stesso montante.


 


ILTRATTAMENTO FISCALE


Il Legislatore ha introdotto delle norme finalizzate all’incremento delle forme di previdenza integrativa, per assicurare (così come prevede la Costituzione italiana) a tutti il lavoratori i mezzi di sostentamento adeguati durante il periodo di anzianità.


In atto, le agevolazioni fiscali previste a favore degli iscritti alle forme di previdenza complementare sono le seguenti:


– Contribuzione


 investimento delle risorse


– erogazione delle prestazioni


 


Contribuzione


La prima agevolazione fiscale consiste nella deducibilità, in sede di determinazione del reddito complessivo imponibile IRPEF del lavoratore, dei contributi versati al Fondo pensione, sia dal lavoratore sia dal datore di lavoro o committente.


I contributi, sia volontari che dovuti in base a contratti o accordi collettivi, anche aziendali, sono deducibili dal reddito complessivo del lavoratore per un importo non superiore ad € 5.164,5740.


E’ stato osservato dalla Fondazione Luca Pacioli che:


a) concorrono a formare il plafond di deducibilità di € 5.164,57 del lavoratore anche i contributi versati dal datore di lavoro o committente.


Tali contributi sono considerati “benefit” per il lavoratore e, come tali, concorrono a formare il suo reddito complessivo.


Nella stessa misura gli stessi contributi, insieme a quelli versati direttamente dal lavoratore, si configurano come oneri deducibili dal reddito da lavoro dipendente del lavoratore, ai sensi dell’art. 10 del TUIR n. 917/1986;


b) non concorre, invece, a formare il plafond di deducibilità di € 5.164,57 l’accantonamento annuo del TFR versato alla forma di previdenza complementare.


Esso infatti, conferito o meno a previdenza integrativa, non può considerarsi reddito percepito dal lavoratore, non costituisce reddito imponibile per lo stesso e non comporta quindi alcuna tassazione immediata.


Investimento delle risorse


La seconda agevolazione fiscale interessa la tassazione dei rendimenti conseguiti dal Fondo pensione a seguito della gestione dei contributi ricevuti.


Tali rendimenti, siano essi qualificabili fiscalmente tra i “redditi da capitale” (interessi o dividendi su titoli) o tra i “redditi diversi” (plusvalenze derivanti dalla cessione di titoli), sono soggetti ad un’imposta sostitutiva delle imposte sul reddito nella misura del 11%, che è più bassa dell’aliquota del 12,5% comunemente praticata sui redditi da capitale e sulle plusvalenze finanziarie.


Per i Fondi pensione “chiusi” e quelli “aperti” l’imposta sostitutiva dell’ 11% si applica sul risultato netto maturato in ciascun periodo d’imposta.


Anche per i Piani individuali pensionistici (P.I.P) è prevista la stessa imposta sostitutiva agevolata dell’11%, da applicare su una “base imponibile” più complessa, derivante dalla particolare tipologia di questa forma pensionitica.


 


Erogazione delle prestazioni


La terza ed ultima agevolazione concerne la tassazione delle prestazioni finali.


Le prestazioni pensionistiche complementari erogate dai Fondi pensione in forma di rendita non sono tassabili per intero ma solo per il loro ammontare al netto della parte corrispondente ai redditi già assoggettati ad imposta.


Inoltre, la parte di rendita tassabile non concorre a formare il reddito complessivo dell’iscritto ma viene tassata con una ritenuta alla fonte a titolo di imposta con una aliquota del 15%, che si riduce dello 0,30% per ogni anno di partecipazione al fondo superiore al quindicesimo, con un limite massimo di riduzione pari a 6 punti percentuali.


In sostanza, vengono concesse le due seguenti agevolazioni:


– La base imponibile della rendita va considerata al netto della parte corrispondente ai redditi già tassati;


– non si applica l’aliquota ordinaria IRPEF (progressiva per scaglioni prevista per i redditi da pensione), ma solo l’aliquota fissa del 15%, peraltro, “riducibile” fino ad un massimo del 9%.


Inoltre, per individuare la parte di rendita da tassare occorre distinguere le componenti del “montante finale” maturato dall’iscritto, da cui origina la rendita stessa, a seconda del loro diverso trattamento fiscale.


Le componenti sono:


a) i contributi dedotti (quelli compresi nel limite annuale dei 5.164,57 euro);


b) i contributi non dedotti (perché eccedenti la misura predetta);


c) i rendimenti finanziari (derivanti dalla gestione delle risorse da parte degli intermediari finanziari specializzati).


Nel grafico seguente è riportata la schematizzazione del montante finale maturato dall’iscritto nel Fondo, in funzione delle suddette componenti.


 




GRAFICO 1 (a cura della Fondazione Luca Pacioli)


 


La scomposizione del montante finale dell’iscritto nelle sue componenti


 










Contributi dedotti


(entro il limite annuo di


€ 5.164,57)


 


Contributi non dedotti


(oltre il limite annuo di


€ 5.164,57)


 


Rendimenti finanziari


in fase di accumulo


 


 


Tali componenti del montante hanno ricevuto un diverso trattamento fiscale e precisamente:


a) i contributi dedotti (entro il limite di € 5.164,57 su base annua) non sono stati assoggettati a tassazione, giacché portati in diminuzione del reddito complessivo assoggettabile ad IRPEF;


b) i contributi non dedotti (cioè quelli eccedenti € 5.164,57) sono stati assoggettati a tassazione, appunto perché non dedotti in sede di determinazione del reddito complessivo assoggettabile ad IRPEF;


c) i rendimenti finanziari sono stati assoggettati a tassazione, in fase di accumulo, con l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 11%.


Assodata tale distinzione, ha rilevato, ulteriormente, la Fondazione Luca Pacioli, il legislatore ha inteso evitare una doppia tassazione, cosicché la componente già “tassata” del montante origina una parte della prestazione che va considerata non più tassabile e la componente del montante invece “non tassata” in fase di contribuzione origina la restante parte della prestazione da considerare tassabile.


Per cui che la parte di rendita originata dalle componenti del montante già soggette a tassazione (contributi non dedotti e rendimenti finanziari), non concorre a formare la base imponibile della rendita stessa, mentre la parte originata dalla componente di montante non soggetta a tassazione in fase di contribuzione (contributi dedotti), concorre alla formazione della sua base imponibile.


Nel grafico che segue è schematicamente riportato il meccanismo di individuazione della quota di rendita assoggettabile all’aliquota di imposta sostituiva dell’15% (“riducibile” fino al 9%).














 


GRAFICO 2 (a cura della Fondazione Luca Pacioli)


 


L’ individuazione della quota di rendita soggetta a tassazione


 


MONTANTE FINALE RENDITA ORIGINATA DELL’ISCRITTO















Componente formata dai


RENDIMENTI FINANZIARI,


assoggettati ad imposta


sostitutiva dell11% in fase


di accumulo.


 


 


      à


 


 


quota di rendita non imponibile


Componente formata dai


CONTRIBUTI NON DEDOTTI


(eccedenti € 5.164,57),


assoggettati a normale imposta


progressiva sui redditi in fase


di contribuzione


     


 


 


     à


 


 


Quota di rendita non imponibile


Componente formata dai


CONTRIBUTI DEDOTTI


(entro i limiti di € 5.164,57),


non assoggettati a normale


imposta progressiva sui redditi


in fase di contribuzione


 &nb


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