Rapporti Società-Soci

 

Come è noto, la Corte di Cassazione a SS.UU. nella sentenza n. 14815 del 19 febbraio 2008, dep. il 4 giugno 2008, si è occupata del rapporto società/soci, fissando una serie di regole, ed emanando il seguente principio di diritto.



IL PRINCIPIO DI DIRITTO




“La unitarietà dell’accertamento che è (o deve essere) alla base della rettifica delle dichiarazioni dei redditi delle società ed associazioni di cui all’art. 5 cit. TUIR e dei soci delle stesse (D.P.R. n. 600 del 1973, art. 40) e la conseguente automatica imputazione dei redditi della società a ciascun socio proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili, indipendentemente dalla percezione degli stessi, comporta che il ricorso proposto da uno dei soci o dalla società, anche avverso un solo avviso di rettifica, riguarda inscindibilmente la società ed i soci (salvo che questi prospettino questioni personali), i quali tutti devono essere parte nello stesso processo, e la controversia non può essere decisa limitatamente ad alcuni soltanto di essi (D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14, comma 1), perché non ha ad oggetto la singola posizione debitoria del o dei ricorrenti, bensì la posizione inscindibilmente comune a tutti i debitori rispetto all’obbligazione dedotta nell’atto autoritativo impugnato, cioè gli elementi comuni della fattispecie costitutiva dell’obbligazione (Cass. SS.UU. 1052/2007); trattasi pertanto di fattispecie di litisconsorzio necessario originario, con la conseguenza che: il ricorso proposto anche da uno soltanto dei soggetti interessati, destinatario di un atto impositivo, apre la strada al giudizio necessariamente collettivo ed il giudice adito in primo grado deve ordinare l’integrazione del contraddittorio (a meno che non si possa disporre la riunione dei ricorsi proposti separatamente, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 29); il giudizio celebrato senza la partecipazione di tutti i litisconsorti necessari è nullo per violazione del principio del contraddittorio di cui all’art. 101 c.p.c. e art. 111 Cost., comma 2, e trattasi di nullità che può e deve essere rilevata in ogni stato e grado del procedimento, anche di ufficio”.




La sentenza n. 3830/2010




A distanza di pochi anni la Corte è nuovamente intervenuta con la sentenza n. 3830 del 18 febbraio 2010 (ud. del 19 novembre 2009), affermando che laddove sia rilevata un’ipotesi di litisconsorzio necessario originario – per effetto dell’unitarietà dell’accertamento nei confronti delle società di persone e dei soci – la violazione della mancata integrazione del contraddittorio non comporta l’automatica rimessione al giudice di primo grado, se a tale pronuncia consegue un dispendio di energie processuali non suscettibile di meglio garantire le esigenze della difesa e di partecipazione delle parti al processo.


In via preliminare, la Corte prende atto del pronunciamento a sezioni unite e delle regole che ne discendono quando ricorra l’ipotesi del litisconsorzio necessario originario:




  • se tutte le parti hanno proposto autonomamente ricorso, il giudice deve disporne la riunione ai sensi dell’art. 29 del D.Lgs. n. 546 del 1992, se sono tutti pendenti dinanzi allo stessa Commissione (la facoltà di disporre la riunione si trasforma in obbligo in considerazione del vincolo del litisconsorzio necessario);



  • se, invece, uno o più parti non abbiano ricevuto la notifica dell’avviso di accertamento, o avendola ricevuto non l’abbiano impugnato, il giudice adito per primo deve disporre l’integrazione del contraddittorio, mediante la loro chiamata in causa entro un termine stabilito a pena di decadenza (D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14, comma 2);



  • la mancata integrazione del contraddittorio comporta la nullità di tutte le attività processuali conseguenti (artt. 156 e 159 c.p.c.) ed il regresso del processo in primo grado.




Nel caso in questione oggi, l’una sentenza impugnata ha statuito sui sei avvisi di accertamento (tre per le imposte dirette e altrettanti per l’IVA) relativi agli anni 1996 – 1997 – 1998 con i quali ’Ufficio ha operato i recuperi a tassazione negli stessi indicati nei confronti della snc P. dei F.lli P. & C.; l’altra, invece, sui dieci avvisi di accertamento con i quali, “in conseguenza della rettifica del reddito di impresa dichiarato dalla predetta società per gli stessi anni”, sono stati rettificati i “redditi di partecipazione” dichiarati da ciascun socio della medesima società per gli stessi anni 1996 – 1997 – 1998 (per la P., come detto, “socia all’1%” solo per il 1996, “senza liquidazione di imposte ed irrogazione di sanzioni”).


Entrambe le sentenze di appello – andando parzialmente in avviso contrario a quanto statuito dalla Commissione Tributaria Provinciale (la quale si era limitata ad operare solo la riunione dei ricorsi “soggettivamente” connessi, lasciando, quindi separati quello della società dai ricorsi riuniti proposti dai soci) – hanno accolto i separati gravami della società e dei suoi soci “limitatamente alla deduzione di un mezzo del valore locativo di uno dei due appartamenti, ed alla deduzione per intero dell’altro appartamento adibito ad ufficio”.


La Corte, acclara che per effetto della innanzi richiamata decisione delle sezioni unite, in linea di principio, dovrebbe essere rilevata ex officio (cfr., tra le recenti, Cass., lav., 10 marzo 2008 n. 6381) e dichiarata la nullità di entrambi i processi nella loro interezza (perciò anche delle sentenze impugnate e di quelle di primo grado) per difetto di integrità del contraddittorio, in ciascun processo, già innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale: a quello introdotto dalla società, infatti, formalmente non hanno partecipato tutti i soci mentre la società non ha preso parte al processo afferente il ricorso dei soci.


Però osserva la Corte, “siffatta sanzione processuale, però, deve ritenersi inapplicabile al caso (come a tutti i casi con identiche caratteristiche) in coerenza del fondamentale (e pregnante) principio (con il quale quello afferente il litisconsorzio necessario va necessariamente correlato ed alla luce del quale lo stesso deve essere letto ed inteso) – affermato dalle stesse sezioni unite nella sentenza cass. n. 26373/2008 (ribadito da Cass., 3^: 7 luglio 2009 n. 15895 e 19 agosto 2009 n. 18410) in forza dell’art. 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (il quale riconosce ad ogni persona il diritto ad un equo processo laddove stabilisce… che ogni persona ha diritto ad un equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti a un tribunale indipendente e imparziale costituito per legge, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri di carattere civile…) e dell’art. 111 Cost., come novellato dalla Legge Costituzionale 22 novembre 1999, n. 2, il quale pure riconosce il diritto alla ragionevole durata del processo -, principio secondo cui il processo non può essere equo, se non viene definito in un termine ragionevole“.


Per tale decisione “il rispetto del fondamentale diritto ad una durata ragionevole del processo impone, in concreto, al giudice” (quindi anche a questa Corte) “di evitare ed impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di energie processuali e formalità da ritenere superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo ed in particolare dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 c.p.c., da effettive garanzie di difesa (art. 24 Cost.) e dal diritto alla partecipazione al processo, in condizione di parità (art. 111 Cost., comma 2, novellato), dei soggetti, nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti“.


Nella concreta complessiva fattispecie – caratterizzata oltre che dalla piena consapevolezza di ciascuna parte processuale dell’esistenza e del contenuto sia dell’atto impositivo notificato alle altre parti che delle difese processuali svolte dalle stesse, dalla identità oggettiva dei ricorsi, dalla simultanea proposizione degli stessi ricorsi avverso il sostanzialmente “unitario” (come ritenuto dalle sezioni unite) avviso di accertamento costituente il fondamento della rettifica delle dichiarazioni sia della società che di tutti i suoi soci – , non può essere pronunciata una declaratoria di nullità poiché porta unicamente alla celebrazione di un “simultaneus processus” ma, nella sostanza, determina un effettivo “inutile dispendio di energie processuali” per conseguire l’osservanza di “formalità” realmente “superflue” perché non giustificate dalla necessità di salvaguardare nessuno dei principi, dei diritti e degli effetti:




  • rispetto effettivo del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 c.p.c.“;



  • effettive garanzie di difesa (art. 24 Cost.)“;



  • diritto alla partecipazione al processo, in condizione di parità (art. 111 Cost., comma 2, novellato), dei soggetti, nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti“;



  • evitare possibili “conflitti di giudicato” che sottostanno ad entrambe le pronunce su richiamate delle sezioni unite.




Pertanto, la Corte, ritiene di non dichiarare la nullità dei pregressi gradi di giudizio (né, di conseguenza, rimessa la causa al giudice di primo grado), perché tale provvedimento conseguirebbe unicamente l’effetto di ritardare la decisione della controversia, ma si deve soltanto “ricomporre l’unicità della causa” (cfr. sentenza cass. n. 14815/08) innanzi a questo giudice di legittimità mediante l’anticipato provvedimento di riunione delle cause, onde attuare, anche nella forma, il litisconsorzio necessario tra le parti che è stato negletto dai precedenti giudici non quanto al merito della controversia (attesa le sostanzialmente unitarie trattazione e decisione) ma solamente sul piano della non operata (benché “obbligatoria“) riunione dei processi.



22 marzo 2010


Roberta De Marchi


Partecipa alla discussione sul forum.