La Cassazione stringe sui controlli

quando è possibile, per gli Ermellini, accertare ricavi in base alle movimentazione del conto corrente personale del titolare di una ditta

 

Con sentenza n. 7813 del 31/03/2010 (ud. del 27/11/2009) la Corte di Cassazione ha fissato degli importanti principi che qui vediamo di analizzare, partendo proprio dalla ricostruzione dei fatti in causa, che giustizia la sentenza di secondo grado.




Il processo




Il contribuente – grossista di salumi e formaggi a Rieti – ha impugnato l’avviso di accertamento relativo alla dichiarazione IVA per l’anno 1998 che sulla base di un verbale di constatazione della Guardia di Finanza rilevava l’omessa contabilizzazione per L. 3.000.000.000 e l’omessa fatturazione, quale cessionario, di un imponibile di L. 223.890.000.


Il contribuente, in particolare, ha eccepito l’invalidità della motivazione effettuata per relationem e basata su presunzioni semplici, e ha contestato la sommatoria di tutte le operazioni attive e passive sul conto corrente bancario.


I giudici di primo hanno accolto il ricorso e l’appello dell’ufficio è stato rigettato dai giudici di secondo grado, rilevando fra l’altro che la Guardia di Finanza aveva effettuato l’accesso presso l’abitazione del contribuente senza che sussistessero i gravi indizi necessari e previsti dall’art. 52 del D.P.R. n. 633/1972. Ha rilevato inoltre che l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica era sfornita di motivazione e l’accertamento recepiva pedissequamente le argomentazioni della Guardia di Finanza. Ha ritenuto illegittima la sommatoria delle operazioni attive e passive nonostante che gli importi attivi e passivi fossero stati versati e prelevati per legittime necessità economiche del contribuente.


Ricorrono per cassazione l’Agenzia delle Entrate.




La sentenza




Entrando nello specifico della sentenza, la Corte ha osservato che la motivazione della decisione della C.T.R. è gravemente carente nella valutazione degli elementi di fatto che costituivano l’oggetto del giudizio di appello.


Da un lato la C.T.R. non valuta adeguatamente la circostanza per cui l’Ufficio nel richiedere alla Procura della Repubblica l’autorizzazione ad accedere al domicilio del contribuente aveva ben chiarito i motivi di tale richiesta e ad essi la Procura della Repubblica ha fatto riferimento quando ha concesso l’autorizzazione. In sostanza erano stati rappresentati alla Procura della Repubblica i seguenti elementi che portavano a ritenere il domicilio come la sede reale dell’attività commerciale mentre la sede dichiarata svolgeva la funzione di deposito: a) il volume di affari e il reddito dichiarato dalla ditta individuale risultava molto al di sotto della potenzialità reale delle attività di commercio all’ingrosso; b) la sede dichiarata di via R* veniva utilizzata unicamente come deposito ed aperto solo nelle ore del mattino al fine di consentire il carico e scarico delle merci; e) dall’elenco abbonati telefonici il contribuente risultava intestatario di due utenze: quella dichiarata veniva indicata come deposito, e l’abitazione come ingrosso salumi e formaggi. Queste circostanze non sono state affatto valutate dalla C.T.R. quando ha ritenuto che l’autorizzazione all’accesso fosse sfornita di motivazione”.


Allo stesso modo la Suprema Corte cassa la sentenza della C.T.R. che “non ha valutato adeguatamente o ha valutato contraddittoriamente rispetto al contenuto dell’accertamento del maggior reddito di impresa – quanto emerso dalla verifica bancaria che aveva consentito di individuare, nell’anno di imposta, versamenti sul conto personale del contribuente per alcuni miliardi di lire, importo che superava di molto quello dei ricavi registrati e fatturati dall’impresa nello stesso anno. Rispetto a tali movimenti il contribuente aveva dichiarato trattarsi di prestiti alla clientela e nello stesso tempo presso la sua abitazione era stata rinvenuta documentazione extra-contabile dalla quale emergevano operazioni non fatturate annotate separatamente rispetto a quelle fatturate”.


Inoltre la C.T.R. ha ritenuto paradossale la sommatoria delle operazioni attive e passive effettuata dall’Agenzia delle Entrate nel suo accertamento “senza tener conto che tutte le movimentazioni in entrata ed uscita sono state operate dal ricorrente in dare e avere sul conto titolare e sul conto cassa, con regolari annotazioni sul mastrino nella più assoluta trasparenza e che tali passaggi sono comunque riferiti ad operazioni non attinenti all’impresa“. Il ricorrente – ha concluso la C.T.R. – è un contribuente in regime di contabilità ordinaria e per l’effetto i libri contabili ne fanno piena prova.


Per la Suprema Corte si tratta di una motivazione che difetta di chiarezza e che, nello stesso tempo, appare palesemente contraddittoria e apodittica, i cui vizi vengono così riassunti:


a) la C.T.R. non ha centrato il reale contenuto dell’accertamento, che è costituito nell’attribuzione di ingenti versamenti riscontrati sul conto personale all’attività di impresa;


b) la C.T.R. è pervenuta a una valutazione di esaustività e trasparenza della contabilità che non trova riscontro negli accertamenti della Guardia di Finanza i quali hanno invece consentito di riscontrare una sorta di contabilità parallela e la effettuazione di operazioni commerciali non fatturate;


c) la C.T.R. ha affermato che le operazioni non contabilizzate dall’impresa del contribuente non erano in effetti inerenti all’attività commerciale ma non ha fornito alcuna spiegazione sul perchè di tale affermazione omettendo in tal modo di pronunciarsi motivatamente su quello che rappresenta il punto centrale della verifica fiscale e della successiva controversia;


d) la C.T.R. ha attribuito un valore probatorio pieno alla contabilità del contribuente perchè in regime di contabilità ordinaria senza tenere conto però delle risultanze dell’accertamento che smentiscono l’attendibilità di tale contabilità secondo la ricostruzione dell’Agenzia delle Entrate;


e) la C.T.R. ha fornito una motivazione oscura e contraddittoria sul punto delle percentuali di ricarico e in particolare sulla determinazione analitica dei costi;


f) la C.T.R. si è erroneamente convinta in ordine alla illegittima sommatoria di versamenti e prelievi ai fini della ricostruzione del reddito d’impresa. “Afferma infatti la giurisprudenza di questa Corte che nel processo tributario, nel caso in cui l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, è onere del contribuente, a carico del quale si determina una inversione dell’onere della prova, dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non siano riferibili ad operazioni imponibili, mentre l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, per legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti (Cass. civ., sez. 5′, n. 4589 del 26 febbraio 2009). Specificamente in tema di accertamento dell’IVA, l’emissione di assegni da parte dell’amministratore, non giustificata da documentazione commerciale, fa legittimamente presumere che la società abbia effettuato operazioni non fatturate di acquisto e rivendita di beni, potendosi partire dalla presunzione legale prevista dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, per la quale i prelevamenti annotati nei conti correnti bancari sono serviti per acquistare merci successivamente commercializzate, per poi costruire su tale prova legale i conseguenti passaggi logici, fondati sull’id quod plerumque accidit e sulla presunzione legale di vendita dei beni acquistati non rinvenuti nei luoghi in cui il contribuente esercita la sua attività – prevista dal D.P.R. n. 633 cit., art. 53, comma 1, applicabile ratione temporis, poi sostituito dalle norme contenute nel D.P.R. 10 novembre 1997, n. 441 – e, quindi, concludere che tali merci sono state rivendute dalla società con la percentuale di ricarico normalmente applicata (Cass. civ., sez. 5^, n. 26312 del 16 dicembre 2009)”.




28 aprile 2010


Marcella De Santis

Condividi:
Maggioli ADV
Gruppo Maggioli
www.maggioli.it
Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it www.maggioliadv.it