Il giudicato penale è separato (in casa) dal giudizio tributario

 

La sentenza n. 27954 del 30 dicembre 2009 (ud. del 4 novembre 2009) della Corte di Cassazione riconferma un principio ormai consolidato: la separazione del giudicato penale dal giudizio tributario.

 

Il processo

 

Una società impugnava l’avviso di rettifica IVA per il 1991 derivante dalla constatazione di registrazione di fatture per operazioni inesistenti.

La C.T.P. rigettava il ricorso. La C.T.R. respingeva l’appello del contribuente, affermando che l’avviso di accertamento era congruamente motivato e che sussistevano concreti elementi in ordine alla fittizietà dell’operazione.

Avverso detta sentenza ricorre per cassazione la società con tre motivi.

 

Motivi della decisione

 

La parte privata contesta la sentenza impugnata per tutta una serie di motivi:

a. erronea applicazione dell’art. 54 del D.P.R. n. 633 del 1972;

b. erronea valutazione degli atti e dei documenti forniti a giustificazione delle operazioni contabili registrate;

c. violazione della L. n. 516 del 1982, art. 12, c, 2, in relazione alla sentenza Corte cost. n. 264/97.

 

La società lamenta, altresì, che la sentenza impugnata non ha tenuto conto che in sede penale, anche per il periodo in contestazione, il legale rappresentante della società è stato assolto perchè il fatto non sussiste a seguito della valutazione degli stessi elementi forniti alle Commissioni di merito, con conseguente annullabilità dell’atto impositivo basato sugli stessi fatti del giudizio penale.

Per la Corte di Cassazione, il ricorso nei confronti dell’Agenzia si rivela infondato. “Non colgono, infatti, nel segno i profili dell’articolata censura, che, secondo l’ordine logico delle questioni, vanno esaminati a partire da quello riguardante il rapporto con il giudicato penale. Dalla motivazione dell’impugnata sentenza, si evince chiaramente che gli elementi posti dall’Ufficio a base della rettifica, pur corrispondenti a quelli risultanti dal giudicato penale, sono stati autonomamente valutati dalla C.T.R., di modo che la decisione si rivela conforme al principio secondo cui nel processo tributario la sentenza penale irrevocabile di assoluzione dal reato tributario non spiega automaticamente efficacia di giudicato, ancorché i fatti accertati siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti el contribuente, ma può – ma non deve automaticamente – essere presa in considerazione dal giudice tributario come possibile fonte di prova (Cass. 12 marzo 2007 n. 5720; Cass. 24 maggio 2005 n. 10945; Cass. 22 maggio 2003 n. 8102; Cass. 13 gennaio 2003 n. 314; Cass. 21 giugno 2002 n. 9109; Cass. 29 novembre 2001 n. 15207)”.

 

Analisi

 

La Corte di Cassazione, da ultimo, con sentenza n. 13503 dell’11 giugno 2009 (ud. del 29 aprile 2009), tornata ad occuparsi dei rapporti tra giudicato penale e processo tributario, aveva già ribadito che l’efficacia vincolante del giudicato penale nel giudizio civile ed amministrativo nei confronti di coloro che abbiano partecipato al processo penale, prevista dall’art. 654 del c.p.p. la sottopone “alla duplice condizione che nel giudizio civile o amministrativo (e, quindi, anche in quello tributario) la soluzione dipenda dagli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudicato penale e che la legge civile non ponga limitazione alla prova della posizione soggettiva controversa“.

Atteso che nel processo tributario vigono i limiti in materia di prova posti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, c. 4, e trovano ingresso, con rilievo probatorio, in materia di determinazione del reddito d’impresa, anche presunzioni semplici prive dei requisiti prescritti ai fini della formazione di siffatta prova tanto nel processo civile (art. 2729 c.c., comma 1), che nel processo penale (art. 192 c.p.p., comma 2), la conseguenza è che “nel separato giudizio tributario non può più attribuirsi automatica autorità di cosa giudicata alla sentenza penale irrevocabile – di condanna o di assoluzione – emessa in materia di reati tributari, ancorchè i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente”.

Pertanto, osserva la Cassazione, “il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza definitiva in materia di reati tributari, estendendone automaticamente gli effetti con riguardo all’azione accertatrice del singolo ufficio tributario, ma, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c.) deve, in ogni caso verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui esso è destinato ad operare (v. Cass., 18/1/2008, n. 1014; Cass., 21/6/2002, n. 9109; in termini più generali v. altresì Cass., 20/9/2006, n. 20325)”.

La questione oggi nuovamente sottoposta alla Corte non è certamente nuova. Sempre di recente, con sentenza n. 28564 del 21 ottobre 2008 (dep. il 2 dicembre 2008) la Corte di Cassazione aveva riaffermato il principio secondo cui “nel processo tributario, la sentenza penale irrevocabile di assoluzione dal reato tributario, emessa con la formula perché il fatto non sussiste“, non spiega automaticamente efficacia di giudicato, ancorché i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente, ma può essere presa in considerazione dal giudice tributario come possibile fonte di prova.

La Corte esclude, in linea di principio, “che il giudicato penale, qualunque giudicato penale, si rifletta automaticamente nel processo tributario (cfr. la sentenza di questa Corte 28 giugno 2006 n. 14593). Nessuna automatica autorità di cosa giudicata può, dunque, attribuirsi nel separato giudizio tributario alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa, in materia di reati tributari, ancorché i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente. La sentenza penale va perciò presa in considerazione dal giudice tributario di merito come possibile fonte di elementi di prova”.

La diversità del processo tributario da quello penale viene ancora una volta salvata, sulla base dei limiti alla prova presenti nel processo tributario (non essendo ammessa quella per testimoni ed il giuramento ex art. 7, comma 4, del D.Lgs. n. 546/1992), uniti all’utilizzo, con rilievo probatorio, anche di presunzioni semplici, prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, il cui simultaneo ricorrere è invece necessario nel processo penale ( l’art. 192, comma 2, del c.p.p. prevede infatti che l’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi non siano gravi, precisi e concordanti), così come nel processo civile (art. 2729, comma 1, del codice civile).

Non operando l’efficacia vincolante del giudicato penale nel processo tributario, il giudice tributario – così come lo stesso ufficio chiamato a guardare il proprio accertamento – magari in fase di conciliazione giudiziale – sulla base della sentenza penale di proscioglimento o assoluzione – può procedere ad una motivata valutazione dei fatti diversa.

In pratica il doppio binario – penale e tributario – sono due strade parallele destinate spesso a non incontrarsi, pur se, psicologicamente, l’assoluzione in campo penale – a maggior ragione se il fatto non sussiste – costituisce una forte pressione sul giudice tributario, chiamato a decidere.

De iure condendo, è pensabile una diversa forma sanzionatoria: un inasprimento delle sanzioni a fronte di garanzie penali (nel nostro Paese toccare le tasche è sicuramente più sanzionante).

 

 

22 gennaio 2010

Francesco Buetto

 

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