Fatture per operazioni inesistenti: l'onere della prova...

sull’argomento delle fatture per operazioni inesistenti abbiamo segnalato un aserie di sentenze nell’apposita rubrica… clicca QUI….
ad esempio vedi: I reati tributari: aspetti collegati all’emissione ed utilizzo delle “fatture false”…

 

Il fatto esaminato dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 28057 del 30 dicembre 2009 (ud. del 23 novembre 2009), e oggetto di pregevole sentenza, è il seguente.

 

Il fatto

 

La Guardia di finanza di Chiavari, a seguito di ispezione eseguita presso la società K. s.r.l., con sede a Milano, accertava che tale società emetteva fatture false interponendosi tra fornitori comunitari

e clienti italiani, al fine di determinare un indebito credito d’imposta per i propri clienti. Conseguentemente i militari trasmettevano il relativo p.v.c. alla Guardia di finanza di Monza che effettuava una verifica presso la società I. s.r.l., che era risultata nel novero dei clienti della prima società, per cui contestavano alla stessa l’indebita deduzione di costi e l’illegittima detrazione I.V.A. relativa alle operazioni intrattenute con la K. s.r.l..

L’Agenzia delle entrate, Ufficio I.V.A. di Monza, a seguito della ricezione del p.v.c. della Guardia di finanza, notificava alla società avviso di rettifica parziale, ai fini I.V.A., in relazione all’anno 1997, accertando un debito I.V.A. con le relative sanzioni per un importo complessivo di L. 211.267.000. Le rettifiche si fondavano sulla contestazione di fatture emesse dalla K. s.r.l., per operazioni ritenute inesistenti.

La contribuente impugnava l’avviso di rettifica innanzi alla C.T.P. di Monza, ricorso che veniva accolto sul presupposto che gli accertamenti eseguiti presso la K. s.r.l. non potevano ritenersi sufficienti per contrastare i dati contabili e documentali prodotti dalla contribuente.

Appellava l’Agenzia delle entrate ribadendo che la K. s.r.l. risultava essere solo una società di comodo creata per permettere ai clienti un indebito risparmio fiscale. Appello che veniva respinto, sulla base del fatto che le risultanze dell’accertamento eseguito nei confronti della K. s.r.l. non potevano costituire base per la rettifica de qua, se non portate a conoscenza della società Infondata e per non avere l’ufficio dedotto neppure in appello la prova della pretesa fiscale in presenza di contabilità regolare e di prove documentali relative agli acquisti.

 

La sentenza

 

I punti essenziali dell’intervento della Corte di Cassazioni, esplicitati in sentenza, sono due:

  1. pur essendo incontroverso tra le parti che il p.v.c. redatto presso la K. s.r.l. non sia stato nè notificato nè allegato agli atti della verifica presso la società I. s.r.l., nè pare sia stato prodotto in giudizio, tuttavia è, comunque, certo che la società, in sede di verifica, è stata resa edotta delle risultanze dell’ispezione eseguita presso la società K., ritenuta società cartiera”;

  2. in materia di IVA, in ipotesi di fatture che l’Amministrazione ritenga relative ad operazioni inesistenti, grava su di essa l’onere di provare che le operazioni, oggetto delle fatture, in realtà non sono state mai poste in essere. Ma, se l’amministrazione fornisca validi elementi – alla stregua del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54, comma 2 – per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni (anche solo parzialmente) fittizie, passerà sul contribuente l’onere di dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate (cfr., ex multis, Cass. nn. 27341/2005, 18710/2005, 2847/2008, 1023/2008, 15395/2008)”.

 

Analisi

 

Come visto due sono sostanzialmente i punti oggetto di valutazione da parte della Corte di Cassazione.

 

Motivazione per relationem

 

In ordine al primo, emerge che è consentita la rettifica sulla base di verbali ispettivi redatti nei confronti di terzi. Né, come rileva la Corte nella sentenza annotata, è prescritta la comunicazione formale di tale atto al soggetto da sottoporre a verifica in conseguenza delle risultanze emerse presso i terzi.

Il principio, quindi, è il seguente: “in tema di accertamento tributario motivato per relationem, nella disciplina anteriore alla L. n. 212 del 2000, art. 7 (Statuto dei contribuenti), la legittimità dell’avviso postula la conoscenza o la conoscibilità da parte del contribuente dell’atto richiamato, purchè il suo contenuto serva ad integrare anche gli atti (noti) cui rinvia per relationem sia già sufficiente ed il richiamo ad altri atti abbia pertanto solo valore narrativo, ovvero il contenuto di ulteriori atti (almeno nella parte rilevante ai fini della motivazione dell’atto impositivo o di quello cui rinvia per relationem) sia già riportato nell’atto noto. Ai fini dell’annullamento, pertanto, il contribuente deve provare non solo che gli atti ai quali fa riferimento l’atto impositivo (quelli cui esso rinvia) sono a lui sconosciuti, ma che almeno una parte del contenuto di essi sia necessaria ad integrare (direttamente o indirettamente) la motivazione del suddetto atto impositivo, e quest’ultimo (ovvero quelli cui esso rinvia) non la riporta, per cui non è comunque venuta a sua conoscenza” (v. la recentissima sent. Cass. n. 2749/2009).

 

Operazioni inesistenti

 

Ove le fatture risultino non solo soggettivamente ma anche oggettivamente fittizie, la correttezza formale della contabilità del soggetto passivo non può costituire pretesto per giustificare una violazione fiscale, salva la prova incombente sul contribuente dell’esistenza dei fatti dai quali scaturisca l’effettività del suo diritto (quali, ad esempio, le ricevute dei pagamenti e/o il contratto sottostante alle prestazioni fatturate a dimostrazione di essere stato reale controparte del rapporto riguardante l’operazione fatturata).

In conclusione, la Corte ribadisce il principio “che quando l’Amministrazione Finanziaria fornisce attendibili riscontri indiziari sulla inesistenza delle operazioni fatturate, incombe sempre al contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione o del costo, altrimenti indebiti e recuperabili a tassazione, come appunto avvenuto nel caso di specie”.

 

23 gennaio 2010

Roberta De Marchi

 

 

 

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