TASSA SMALTIMENTO RIFIUTI SOLIDI URBANI: ATTIVITA’ ALBERGHIERE

A norma dell’art. 62 del D. Lgs. del 15 novembre 1993, n. 507, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) è dovuta per l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, situati nelle zone del territorio comunale in cui il servizio è istituito ed attivato o, comunque, reso in maniera continuativa. Sempre al primo comma viene, poi, precisato che sono soggetti a tassazione l’abitazione colonica e gli altri fabbricati con aree scoperte di pertinenza, anche quando nella zona in cui è attivata la raccolta dei rifiuti è situata soltanto la strada di accesso all’abitazione o al fabbricato. Quanto alla commisurazione della tassa, la stessa può essere commisurata alla quantità e qualità medie ordinarie per unità di superficie imponibile dei rifiuti solidi urbani interni producibili e al costo dello smaltimento; per i Comuni con meno di 35.000 abitanti la tassa può essere, invece, commisurata alla qualità e quantità effettivamente prodotta di rifiuti solidi urbani e al costo dello smaltimento (art. 65, 1° comma, D. Lgs. n. 507/93).


Sempre l’art. 65, al 2° comma, prevede che la tassa debba essere corrisposta in base ad una tariffa – determinata per ogni categoria omogenea di utenti – risultante dalla moltiplicazione del costo di smaltimento per unità di superficie imponibile accertata per uno o più coefficienti di produttività quantitativa e qualitativa dei rifiuti. Orbene, il Legislatore, attraverso l’art. 68, primo comma, del D. Lgs. n. 507/93, ha disposto  che, per l’applicazione della tassa, i Comuni sono tenuti ad adottare apposito Regolamento il quale deve contenere, tra l’altro, la classificazione delle categorie ed eventuali sottocategorie di locali ed aree con omogenea potenzialità di rifiuti e tassabili con la medesima misura tariffaria, classificazione da effettuarsi tenendo conto dei gruppi di attività che lo stesso art. 68, al secondo comma, indica alle lett. a), b), c), d), e) ed f).


Alla lettera c), del predetto secondo comma, sono compresi in un’unica categoria i “locali ed aree ad uso abitativo per nuclei familiari, collettività e convivenze, esercizi alberghieri”. Tale previsione normativa, il più delle volte, viene arbitrariamente ed immotivatamente disattesa dai Comuni i quali, nel determinare la tariffa da applicare agli esercizi alberghieri, prevedono importi di gran lunga superiore a quelli previsti per le civili abitazioni, nonostante il Legislatore abbia espressamente ricompresso gli esercizi alberghieri e le civili abitazioni in un’unica categoria. Il  Ministero delle Finanze, nella  Risoluzione n. 55/E del 04/04/1997, ha precisato, proprio con specifico riferimento alla determinazione delle categorie – ai fini dell’applicazione della Tarsu – che nel formulare la classificazione delle categorie e nello stabilire le tariffe per ciascuna di esse, si deve tener conto, in applicazione di quanto stabilito dall’art. 68, secondo comma, del D.L.gs. n. 507/1993, del criterio di omogeneità e, quindi, comprendere in ciascuna di esse i locali e le aree che presentino analoga attitudine a produrre rifiuti con riferimento alle caratteristiche peculiari delle singole attività, non potendosi inserire, dunque, in categorie distinte, con tariffe diverse, attività corrispondenti od analoghe svolte in locali privati e su aree pubbliche; in siffatte ipotesi, infatti, ha precisato il Ministero delle Finanze, si deve presumere la stessa potenzialità di rifiuti.


Al riguardo, giova sottolineare che la costante giurisprudenza di legittimità ha in più occasioni affermato che in materia di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani l’Ente impositore, nel formulare la classificazione delle categorie e nello stabilire le tariffe per ciascuna di esse, deve tener conto, in applicazione del disposto di cui all’articolo 68, comma 2, del D.lgs. n. 507/1993, del criterio dell’omogeneità, e, quindi, deve comprendere in ciascuna di esse, soltanto i locali e le aree che presentino analoga attitudine a produrre rifiuti con riferimento alle caratteristiche peculiari delle singole attività; ne consegue che non è possibile inserire in categorie distinte con tariffe diverse attività corrispondenti o analoghe svolte in locali privati e su aree pubbliche, dovendo presumersi la stessa potenzialità di rifiuti, salve diverse risultanze in fatto riscontrabili per particolari attività o per particolari condizioni e modalità di svolgimento della medesima attività ( Corte di cassazione, sentenza n. 18548 del 04/12/2003; Corte di Cassazione , sentenza n. 18862 del 20/09/2004).


In tal senso, si è espressa, inoltre, in più occasioni, la giurisprudenza di merito.


La Commissione tributaria provinciale di Avellino, infatti,  nella sentenza n. 139 del 16 aprile 1998 ha sancito la necessaria assimilazione degli alberghi alle abitazioni private in materia di tassazione dei rifiuti urbani; i Giudici, infatti, hanno sottolineato come l’attività alberghiera, ai fini della determinazione della Tarsu, non può, in alcun modo, configurarsi come attività industriale, poiché non produttiva di rifiuti speciali auto smaltibili, bensì deve correttamente qualificarsi quale attività produttiva di rifiuti ordinari, derivanti dall’attività di ristorazione e di gestione delle stanze ed  in tutto simili, quindi,  a quelli prodotti nelle comuni abitazioni.


Allo stesso modo, la Commissione Tributaria Provinciale di Milano, con la sentenza n. 191, del 28/06/2001, e la Commissione Tributaria Regionale della Campania, con la sentenza n. 14 del 18/02/2002, hanno ben evidenziato come i Comuni nella determinazione della tassa debbano attenersi ai criteri previsti dall’articolo 68 del D.lgs. n. 507/93.


Con le pronunce dell’8 novembre 2004, n. 304/5/04, e del 20/12/2004, n. 322, poi, la Commissione tributaria Provinciale di Palermo ha ritenuto illegittima l’applicazione, per gli alberghi, di una tariffa Tarsu superiore a quella stabilita per le abitazioni private, perché in evidente contrasto con la previsione normativa di cui all’articolo 68 del decreto legislativo n. 507/1993 che comprende in un’unica categoria gli esercizi alberghieri e le abitazioni. L’errore cui incorrono i Comuni – per ciò che riguarda la determinazione della tariffa – lo si può ravvisare nell’erronea applicazione, da parte degli stessi, del criterio della redditività, criterio che non è in alcun modo richiamato dalla legge. Infatti, l’art. 65 cit., nel richiamare i criteri c.d. quantitativi, ha eliminato ogni riferimento ad altri parametri, quali, in particolare, quello della redditività dell’attività, al fine di escludere che la tassa in questione possa trasformarsi in una imposta sul reddito. Il criterio di commisurazione della tariffa, disciplinato dall’art. 65, 2° comma, D. Lgs. n. 507/93, era già previsto nella precedente disciplina laddove l’art. 270 del TU del 14.09.1931, n. 1175, prevedeva che le tariffe per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani dovevano essere commisurate solo alla capacità dei locali tassabili a produrre rifiuti. Proprio sulla base di tale disposizione, il Consiglio di Stato, con decisione del 29.05.2000, n. 3092,  ha chiarito che: «1) ai sensi dell’art. 270 del TUFL le tariffe per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani devono essere commisurate soltanto alla capacità dei locali tassabili a produrre rifiuti e non alla loro redditività; 2) il Comune può assumere come criterio la natura delle attività economiche esercitate, purchè con adeguata motivazione rispetto allo scopo della copertura dei costi del servizio». Tesi confermata dai Tribunali Amministrativi Regionali, laddove si afferma che la tassa di cui sopra va commisurata soltanto alla superficie dei locali cui gli stessi sono destinati, di modo che l’idoneità a produrre rifiuti costituisca unico parametro per la determinazione del costo del servizio applicabile a tutte le utenze, indipendentemente dal fatto che producano o meno un reddito, ritenendo, di conseguenza, illegittima la tassa per la raccolta dei rifiuti solidi urbani che sia correlata al contenuto economico dell’attività esercitata ove non risultino esplicitate ragioni di tale scelta (Tribunale Amministrativo Regionale Emilia Romagna, sentenza del 05/04/2001, n. 300; Tribunale Amministrativo delle Marche, sentenza del 25/03/2002, n. 224). E’ utile, a conclusione di quanto esposto, evidenziare come la giurisprudenza amministrativa nel 1998 (sentenza del 22 aprile 1998, T.A.R. Toscana) e nel 1999 (sentenza del 3 marzo 1999, T.A.R. Emilia Romagna) abbia annullato le Deliberazioni comunali, contenenti l’approvazione di Regolamenti per l’applicazione della TARSU, in quanto difformi dai principi contenuti nel D. Lgs. n. 507/93. Particolare attenzione merita, soprattutto, la sentenza del T.A.R. Toscana del 22 aprile 1998 attraverso la quale i giudici amministrativi hanno riconosciuto l’illegittima applicazione di tariffe differenti  richiamando l’art. 68, secondo comma, D. Lgs. n. 507/93, laddove stabilisce che “locali ed aree ad uso abitativo per nuclei familiari, collettività e convivenze, esercizi alberghieri” devono far parte della medesima categoria contributiva non potendosi far riferimento – ai fini della determinazione della tariffa – alla redditività dei locali e al contenuto economico delle attività svolte all’interno di essi (Cfr. articolo “Osservatorio fiscalità locale”, pag. 18, consultabile su: www.federalberghi.it).


 



 


Avv. Maurizio Villani


Dott.ssa Valentina Marangio


 


clicca qui per scaricare un completo fac-simile di ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale

25 settembre 2006

2011: vedi ulteriori sviluppi:











le camere degli alberghi devono pagare la TARSU con la stessa tariffa delle abitazioni, risparmio per gli albergatori anche del 70%

vedi lettera di Confindustria Lecce

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