Il rapporto tra sequestro equivalente e frode fiscale

 

Alla luce della sentenza 41488/09 seconda sezione penale, la Corte di Cassazione ha annullato, senza rinvio, l’ordinanza del Tribunale delle libertà che aveva respinto la richiesta di dissequestro dei conti di una società avanzata dagli imprenditori, vertici dell’impresa, accusati di truffa allo Stato e frode fiscale.




Per la Suprema Corte, infatti, si sarebbe violato il principio di stretta legalità perché si era ritenuto applicabile all’ente una sanzione, in specie la confisca per equivalente, in ordine all’ipotesi criminosa della frode fiscale che, in vero, non la contempla.




In generale, quindi, non è prevista confisca per equivalente dei conti della società se i vertici dell’impresa sono accusati di frode fiscale e truffa aggravata.




Si precisa che non c’è concorso tra i due reati, poiché il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato si ritiene assorbito dal reato di frode fiscale, con la conseguenza che è impedita l’applicazione della misura del sequestro per equivalente, non prevista dalla legge anche per i reati tributari, se non per i fatti successivi all’entrata in vigore della Finanziaria 2008.




Per la Cassazione le conclusioni di questo indirizzo giurisprudenziale valgono sia per la responsabilità penale delle persone fisiche che per quella cosiddetta “amministrativa” delle persone giuridiche.




Il delitto di frode fiscale costituisce fattispecie di reato di pericolo o di mera condotta.




In particolare, si schematizzano i punti salienti della sentenza in oggetto:






  • L’offensività della violazione è anticipata in quanto la consumazione non è subordinata al verificarsi di un danno essendo ricondotta alla realizzazione del comportamento tipico. Conseguentemente, l’art. 640 c.p. truffa aggravata in danno dell’Erario è posto in posizione di specialità in rapporto al delitto fiscale e viene ad essere assorbito dall’applicazione del regime sanzionatorio di quest’ultimo qualora non sia riscontrabile un fine ulteriore oltre all’evasione delle imposte suscettibile di ledere od offendere beni giuridici diversi, manifestando così una condotta plurioffensiva. La consumazione del delitto di truffa in quello di frode fiscale esclude l’applicazione della confisca per equivalente e del sequestro preventivo”;






  • Il principio di legalità, cui è ispirato l’intero sistema penale nonché l’ordinamento settoriale della responsabilità degli enti, impedisce infatti che possa “scomporsi” il reato complesso ovvero qualsiasi altra figura criminosa che ne assorba un’altra, esaurendo in sé l’intero disvalore del fatto – al fine di far derivare, da una parte artificialmente separata della condotta posta in essere ed isolatamente riguardata, quelle conseguenze sanzionatorie che solo da essa, e non invece da quella globalmente considerata dalla legge, conseguirebbero”;






  • Il Tribunale affermava “(…) Con riguardo alla responsabilità amministrativa dell’ente, doveva ritenersi invece che il concorso apparente di norme non potesse “elidere sic et simpliciter la condotta [di truffa aggravata] consumata dai soggetti rivestenti in esso funzioni apicali”, con la conseguenza che, essendo comunque configurabile, a causa di detta condotta integrante la truffa, la responsabilità della società ai sensi dell’art. 24.1 d.lgs. n. 231/2001, doveva mantenersi in suo danno il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente sia pur solo sulle somme già vincolate e non sui conti correnti”. Secondo la Suprema Corte la conclusione del giudice di merito viola il principio di stretta legalità in base a quanto sopra esposto.




In particolare, la sentenza trae spunto dal procedimento penale a carico di due imprenditori, sottoposti ad indagine per i delitti concorrenti di frode fiscale (artt. 2 e 8 d.lgs. n. 74/2000) e truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 640 cpv. n. 1 c.p.).


Il gip disponeva il sequestro preventivo dei conti correnti della società, nella quale i soggetti svolgevano funzioni apicali, fino alla concorrenza dell’IVA ritenuta evasa, sul presupposto che gli artt. 640 cpv. n. 1 e 322 ter c.p. ne autorizzassero la confisca per equivalente anche nei confronti della società ai sensi degli artt. 19 e 53 d.lgs. n. 231/2001 in tema di responsabilità amministrativa degli enti.





Provvedendo sull’appello proposto dagli interessati avverso l’ordinanza reiettiva della richiesta di dissequestro, il tribunale provinciale competente ai sensi dell’art. 322 bis c.p.p. prendeva atto della giurisprudenza di legittimità che esclude il concorso fra il delitto di frode fiscale, che non consentiva all’epoca la confisca per equivalente, e quello di truffa ai danni dello Stato, restando il secondo assorbito nel primo.


Si rilevava che” la questione della qualificazione giuridica della condotta esclusivamente sub specie di frode fiscale, con derivante impossibilità di ablazione del tantundem, si ponesse solo con riferimento alla responsabilità penale degli indagati persone fisiche, perché, con riguardo alla responsabilità amministrativa dell’ente, doveva ritenersi invece che il concorso apparente di norme non potesse “elidere sic et simpliciter la condotta consumata dai soggetti rivestenti in esso funzioni apicali”, con la conseguenza che, essendo comunque configurabile, a causa di detta condotta integrante la truffa, la responsabilità della società ai sensi dell’art. 24.1 d.lgs. n. 231/2001, doveva mantenersi in suo danno il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente sia pur solo sulle somme già vincolate e non sui conti correnti”.


Avverso tale decisione hanno proposto ricorso per cassazione le persone sottoposte ad indagine e la società in questione denunciando




  • violazione degli artt. 2, 5, 19, 24, 53 d.lgs. n. 232/2001;



  • artt. 2 e 8 d.lgs. n. 74/2000;



  • artt. 1, 15, 332 ter, 640, 640 quater c.p..


I ricorrenti rilevano che “l’assorbimento del delitto di cui all’art. 640 c.p. in quello di cui all’art. 2 d.lgs. n. 74/2000 abbia determinato l’inapplicabilità della legge sulla responsabilità amministrativa degli enti per l’assenza del reato presupposto e come alla condotta tipica del reato “assorbito” non possa essere attribuito alcun rilievo, in coerenza con il principio di legalità”.


Il ricorso è considerato fondato; infatti la giurisprudenza di legittimità affermava il principio secondo cui “non è configurabile il concorso fra il delitto di frode fiscale (art. 2 d.lgs. n. 74/2000) e quello di truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 640 cpv. n. 1 c.p.), dovendosi ritenere il secondo consumato nel primo, con la conseguenza che, verificandosi l’assorbimento nel delitto di frode fiscale di quello di truffa aggravata, è impedita l’applicazione della confisca per equivalente, non prevista dalla legge anche per i reati tributari, se non per i fatti – qui pacificamente non ricorrenti – successivi all’entrata in vigore della legge finanziaria 2008, n. 244/2007”.


Le conclusioni così riportate, valgono sia per la responsabilità penale delle persone fisiche che per quella c.d. “amministrativa” delle persone giuridiche.




20 marzo 2010


Sonia Cascarano

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