L'attività di verifica non incontra limiti

i poteri di verifica in caso di ispezione sono considerati molto ampi dalla giurisprudenza

 

Con sent. n. 26321 del 16 dicembre 2009 (ud. del 21 ottobre 2009) la Corte di Cassazione si è occupata dell’oggetto della verifica e del suo perimetro.


Analizziamo la sentenza, verificando anche i precedenti della Suprema Corte.




Il processo




In data 23 dicembre 2003, l’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Gorgonzola, notificava alla S.r.l. H.P.I. avviso di accertamento con cui rettificava la dichiarazione dei redditi presentata per l’anno 1997, accertando una maggiore Irpeg per Euro 7.637.293,87, una maggiore Ilor per Euro 3.343.896,25 ed irrogando sanzione in egual misura, oltre gli interessi di legge.


L’avviso in questione si fondava su una verifica eseguita presso la sede


della società dal nucleo verificatori dell’Ufficio, conclusasi con p.v.c.


del 20 ottobre 2003.


La S.r.l. H.P.I. presentava ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Milano, la quale accoglieva quasi integralmente il ricorso riducendo da Euro 20.641.334,62 ad Euro 989.097,34 il maggiore imponibile accertato dall’Ufficio.


Proponeva appello principale l’Agenzia delle Entrate ribadendo le tesi esposte in primo grado ed appello incidentale la contribuente. La Commissione tributaria regionale della Lombardia accoglieva il gravame incidentale dichiarando la nullità dell’accertamento e compensando le spese di giudizio.


Avverso la detta sentenza ha quindi proposto ricorso per Cassazione articolato in quattro motivi l’Agenzia delle Entrate.




La decisione




La prima doglianza, svolta dalla ricorrente, articolata sotto il profilo della violazione dell’art. 360 c.p.c., c. 1, n. 5 si fonda sulla considerazione che la motivazione della sentenza impugnata sarebbe in primo luogo “contraddittoria perché ritiene che un’indagine sui prezzi non possa portare all’accertamento di vendite sottocosto“. Sarebbe inoltre “insufficiente perché nulla vi è detto su quali elementi di fatto, tra quelli disponibili, avrebbe visto il cambiamento e/o ampliamento dell’oggetto della verifica“. Pertanto – così conclude la ricorrente – non sarebbe possibile ricostruire, nemmeno per sommi capi, il percorso argomentativo che ha portato la CTR alle conclusioni tratte dichiarando la nullità dell’accertamento impugnato.


La censura, riportata nella sua essenzialità, ha trovato l’attenzione della Corte Suprema.


Al riguardo, per i giudici supremi “torna utile premettere che la Commissione di appello, come si ha modo di leggere nella motivazione della sentenza, ha fondato la sua decisione sulla premessa che, a fronte di una verifica individuata nell’incarico di accesso, finalizzata al controllo del raffronto fra i prezzi praticati a terzi e alle società consociate, degli interessi passivi per finanziamenti infragruppo e per perdite su crediti, gli impiegati dell’Amministrazione avrebbero illegittimamente, senza alcuna autorizzazione del loro capo, cambiato ed ampliato l’oggetto della verifica contestando presunte vendite sottocosto con omessa contabilizzazione di ricavi. Il cambiamento e/o ampliamento dell’oggetto della verifica sarebbe stato quindi determinato – questa sembra essere la tesi del giudice d’appello – dalla contestazione delle vendite sottocosto, le quali non sarebbero affatto rientrate nell’oggetto della verifica così come originariamente autorizzata”.


Sempre in premessa la Corte rileva che “la verifica fiscale – sia mirata all’approfondimento in generale della posizione fiscale di un soggetto in relazione alla totalità dei tributi (verifica generale) oppure rivolta all’approfondimento della posizione fiscale del soggetto relativamente ad uno o più tributi in particolare (verifica parziale), sia inoltre riguardante singoli atti oppure un complesso di atti di gestione (verifica speciale) – costituisce, in ogni caso, attività d’indagine finalizzata all’acquisizione ed al reperimento di ogni elemento utile all’accertamento dell’imposta ed alla repressione dell’evasione e delle altre violazioni alle norme tributarie e finanziarie. E ciò, quale che sia il suo oggetto e la sua estensione, il quale non va confuso con la finalità della verifica fiscale che resta quella di acquisire una serie d’informazioni grazie alle quali gli uffici preposti hanno la possibilità di ricomporre i volumi d’affari dei contribuenti, nonché i relativi redditi imponibili”.


Tale considerazione torna utile nella misura in cui evidenzia “come le informazioni ed i dati raccolti nel corso di una verifica, coerentemente, devono essere tenuti ben distinti dall’oggetto della verifica stessa. E ciò, in quanto le risultanze di una verifica, volta ad acquisire una serie di dati ed elementi che serviranno a quantificare e motivare il successivo accertamento, pur provenendo da essa, vanno ben oltre il suo ambito oggettivo, che ne costituisce solo la piattaforma strumentale, dirette, come sono, a determinare complessivamente la capacità contributiva del soggetto verifica nonché a ricercare e reprimere le violazioni alle norme tributarie e finanziarie eventualmente commesse”.


Pertanto, l’assunto della C.T.R. secondo cui la contestazione delle vendite sottocosto costituirebbe un cambiamento e/o ampliamento dell’oggetto della verifica “deve essere ritenuto assolutamente apodittico poiché il giudice di secondo grado – tale rilievo riguarda un punto invero decisivo della controversia – si è ben guardato dal chiarire le ragioni poste a base della decisione secondo le quali, a suo avviso, l’accertamento delle vendite sottocosto e dell’omessa contabilizzazione dei relativi ricavi costituirebbe un’indebita estensione dell’oggetto della verifica e non piuttosto il mero risultato della medesima indagine avente ad oggetto il raffronto tra i prezzi praticati a terzi ed i prezzi praticati alle società consociate”.


Per la Corte il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 si verifica non solo nell’ipotesi di totale assenza di una qualunque esplicitazione delle ragioni della pronunzia ma anche nel caso di una sostanziale inidoneità della motivazione a rappresentare le ragioni poste a base della decisione, come avviene quando il giudice di merito ometta di indicare, nella sentenza, gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indichi tali elementi senza una approfondita disamina logica e giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità’ del suo ragionamento (Cass. nn. 1756/06, 890/06).




Il precedente




L’oggetto della verifica era già esaminato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 16416 del 23 gennaio 2008 (dep. il 18 giugno 2008), ove aveva ritenuto che l’oggetto dell’accesso, ispezione o verifica disposto dall’Amministrazione finanziaria non osta alla raccolta e successivo utilizzo, in tale contesto, di dati ed elementi probatori ulteriori e diversi.


Il contribuente aveva dedotto la violazione e falsa applicazione “dell’art. 52 del D.P.R. 633/1972 e dell’art. 33 del D.P.R. 600/1973 in quanto 1′ accesso ai locali dell’impresa sarebbe stato disposto solo ai fini di un accertamento parziale relativo ai rapporti fra la ditta Boaretto e la ditta Bellini, mentre in corso d’opera l’accertamento parziale si sarebbe trasformato in un accertamento generale“.


I giudici hanno rigettato il motivo “essendo pacifica nella giurisprudenza di questa Corte l’affermazione secondo cui ove nel corso di un accesso legittimamente disposto emergano elementi diversi rispetto all’oggetto originario dell’accesso stesso, tali ulteriori elementi sono legittimamente utilizzabili”.



Brevi riflessioni




Sono comunque utilizzabili tutti gli elementi acquisiti dai verificatori. E’ questo il principio che si ritrae dalla lettura della sentenza.


Dire che l’attività di verifica è senza limiti è sicuramente una frase forte ma certamente vicina al vero.


Non vigendo in materia tributaria la regola dell’inutilizzabilità della prova acquisita irritualmente, nessun limite viene frapposto ai verificatori.




1 febbraio 2010


Francesco Buetto

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