La Cassazione inciampa ancora sulla prova negativa

di Danilo Sciuto

Pubblicato il 22 ottobre 2021



In caso di accertamento analitico-induttivo, spesso il libero professionista si trova nella difficoltà di opporre al fisco una prova negativa impossibile da dimostrare, soprattutto in caso di mancato pagamento da parte dei clienti.

accertamento reddito professionale prova negativaLa Cassazione torna sul tema dell'accertamento presuntivo con un'ordinanza, certamente da criticare, in tema di ricostruzione analitico-induttiva del reddito professionale.

Secondo la Suprema Corte, pur in presenza di una contabilità formalmente regolare, l’Agenzia delle entrate può ricostruire in via analitico-induttiva il reddito professionale del lavoratore autonomo sulla presunzione, che deve essere avvalorata da indizi gravi, precisi e concordanti, secondo cui a una prestazione professionale portata a termine, per effetto dell'esaurimento o della cessazione dell'incarico, consegue l’incasso del relativo compenso fiscalmente rilevante.

 

Presunzione di evasione e prova negativa impossibile

La presunzione di evasione può essere superata solo se il contribuente fornisce idonea prova contraria della mancata corresponsione dei compensi.

Pertanto, è legittimo l’accertamento nei confronti dell’avvocato sulla base del numero delle sentenze depositate presso le cancellerie degli uffici giudiziari, se il professionista non fornisce adeguata dimostrazione dell’insussistenza dei compensi accertati e non dichiarati.

Tale pronuncia arriva dopo che entrambi i Giudici di merito avevano accolto le ragioni difensive.

A giudizio della Corte di cassazione, la Ctr non ha correttamente attuato i principi su enunciati perché non ha dato rilevanza alla presunzione dell’ufficio finanziario, secondo cui il compenso per attività professionale può ragionevolmente considerarsi corrisposto quando la prestazione è portata a termine, salvo ovviamente idonea prova contraria, che nel caso in esame il contribuente non era stato in grado di fornire.

In sede di contraddittorio endoprocedimentale, il professionista non era infatti stato in grado di giustificare la mancata corresponsione dei compensi accertati e, quindi, di superare la presunzione di maggior reddito.

Da qui l’emissione dell’avviso di accertamento.

Sebbene la determinazione del reddito professionale avvenga secondo il criterio di cassa, ossia al momento dell’incasso derivante dall’attività professionale, la Corte di cassazione ha precisato che:

“il corrispettivo della prestazione del professionista legale si debba presumere conseguito quando la prestazione è condotta a termine per effetto dell'esaurimento o della cessazione dell'incarico professionale”.

Nel procedimento in questione, l’ufficio finanziario ha accertato l’ammontare dei compensi dello studio prendendo, a base della rettifica, le sentenze acquisite e presumendo che ognuna di queste attestasse l’esaurimento o la cessazione dell’incarico professionale, coincidente con il momento della effettiva percezione del reddito.
 
A parere della Corte di legittimità la presunzione utilizzata dall’ufficio è legittima perché, a fronte della prova indiziaria costituita dalle sentenze acquisite in sede di controllo, sarebbe stato onere del contribuente provare l’insussistenza dei compensi accertati, dimostrando di non aver conseguito alcun reddito.

La prova poteva consistere, ad esempio, nella produzione della diffida ad adempiere o delle richieste di decreto ingiuntivo nei confronti dei clienti, o provando l'infruttuosità dell’esecuzione.

In buona sostanza, il professionista che avesse voluto superare la presunzione di evasione avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza di fattori che avevano impedito, o che astrattamente erano stati idonei ad impedire, l'incasso dei compensi.

Ai fini della contestazione, inoltre, a nulla rileva la mancata emissione della fattura in quanto, nell’ipotesi in cui l’ufficio presuma il conseguimento del compenso, “appare ragionevole ritenere che tale fattura non sia stata emessa al fine proprio di sottrarsi al pagamento delle imposte”.

 

Il problema del mancato pagamento da parte dei clienti

Il tema della prova del mancato incasso non è nuovo nel panorama giurisprudenziale della Suprema Corte.

Purtroppo, a volte si è concluso, come in questo caso, con decisioni prive di minima cognizione di causa.

Non resta che auspicare un repentino cambiamento di rotta per evitare di innescare filoni pericolosi per tutti quei contribuenti che oltre ad aver subito il danno del mancato pagamento, si troverebbero la beffa di dover pagare imposte su redditi mai conseguiti.

 

Fonte: Ordinanza Cassazione n. 24255 del 9 settembre 2021

 

A cura di Danilo Sciuto

Venerdì 22 ottobre 2021