Il fallito non può impugnare l’atto già valutato negativamente

L’imprenditore fallito non è legittimato a impugnare l’avviso di accertamento al posto del curatore quando questo abbia assunto una esplicita presa di posizione negativa circa l’utilità per la massa dei creditori di promuovere la lite fiscale.
E’ questo, in estrema sintesi, il principio che si ricava dalla lettura dell’ordinanza della Cassazione n. 8132 del 3 aprile 2018, che ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la quale aveva dedotto il difetto di legittimazione attiva del legale rappresentante della società fallita.
Per gli Ermellini “nel caso di specie non vi era stata una semplice inerzia della curatela fallimentare, quanto piuttosto vi era stata una esplicita presa di posizione negativa circa la utilità per la massa dei creditori di promuovere la lite fiscale de qua. Deve in conclusione affermarsi che la correlativa eccezione preliminare processuale dell’agenzia fiscale è fondata e che quindi non sussiste la legittimazione dell’ex legale rappresentante della società contribuente fallita ad impugnare gli avvisi di accertamento in oggetto”.
Brevi note
La capacità processuale si sostanzia nell’attitudine del soggetto che ha la titolarità dell’azione a proporre la domanda ed a compiere validamente gli atti processuali.
Sul punto, la Corte di Cassazione, nella recente sentenza n. 7216 del 13 aprile 2016, sulla questione oggetto del nostro esame, ha affermato che “la dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta la perdita della capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, spettando la legittimazione processuale esclusivamente al curatore; a questa regola, enunciata dal R.D. n. 267 del 1942, art.  43, fanno eccezione soltanto l’ipotesi in cui il fallito agisca per la tutela di diritti strettamente personali e quella in cui, pur trattandosi di rapporti patrimoniali, l’amministrazione fallimentare sia rimasta inerte, manifestando indifferenza nei confronti del giudizio (ex plurimis, Cass. n. 24159 del 2013; Cass. n. 4448 del 2012).
Nel caso di specie, non sussiste una situazione di disinteresse o di inerzia degli organi fallimentari – tanto che il curatore ha proposto ricorso per cassazione – sicchè non ricorre l’eccezionale legittimazione processuale suppletiva del fallito o di colui che aveva assunto la qualità di liquidatore della società relativamente ai rapporti patrimoniali compresi nel fallimento. Qualora poi la curatela abbia dimostrato il suo interesse per il rapporto dedotto in lite, il difetto di legittimazione processuale del fallito assume carattere assoluto ed è opponibile da chiunque e rilevabile anche d’ufficio (Cass. sezioni unite n. 7132 del 1998; Cass. n. 5571 del 2011)”.
Fermo restando, secondo la Cassazione – sent. 5392/2016 – che l’avviso di accertamento, concernente crediti fiscali i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente, deve essere notificato sial al curatore che al fallito (la dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta, a norma dell’art. 43 L. fall.[1], la perdita della sua capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, spettando la legittimazione processuale esclusivamente al curatore), l’imprenditore fallito, tuttavia, conserva la legittimazione ad agire per la tutela dei suoi diritti patrimoniali, ed entra in gioco in caso di inerzia del Curatore e non quando vi sia stata una valutazione negativa in ordine alla convenienza della controversia (Cass.ord.n. 13814/2014).
Solo l’inerzia o il disinteresse del curatore o del liquidatore può determinare l’eccezionale legittimazione processuale suppletiva del fallito ovvero il mancato esercizio di azioni che avrebbero potuto determinare l’annullamento della pretesa impositiva (autotutela) ovvero una sua diversa determinazione (…

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