Iscrizione a ruolo solo dopo la mancata riassunzione

Vengono ulteriormente chiariti i termini della riscossione in caso di mancata riassunzione del giudizio dopo una sentenza della Suprema Corte che cassa con rinvio.
Sostanzialmente la Corte ha svilito, con la sent. n. 27306/2017, le possibilità di eccezioni, relative alla prescrizione del diritto alla riscossione, da parte del contribuente che riceve una cartella sortita dalla iscrizione a ruolo per la mancata riassunzione dopo il tipo di pronuncia dianzi descritto.
Il parere della Cassazione
La citata decisione è utile anche ai contribuenti perché concede all’impositore la possibilità di iscrizione a ruolo solo a far data dal momento della mancata riassunzione e non da quello di deposito della decisione della Corte di Cassazione.
In effetti, la Suprema Corte aveva già rappresentato che “l’omessa riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio determina l’estinzione del processo, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 63, comma 2 e la definitività dell’avviso di accertamento impugnato. Il termine di prescrizione della pretesa tributaria, necessariamente incorporata nell’ atto impositivo, in questi casi decorre dalla data di scadenza del termine utile per la non attuata riassunzione, momento dal quale l’Amministrazione finanziaria può attivare la procedura di riscossione” (Cass. n. 556/16; Cass. n. 19476/16; Cass. n. 15480/16).
Secondo l’indirizzo del giudice di legittimità, il termine di prescrizione della pretesa fiscale decorre da tale data, perchè, ove venisse meno l’effetto sospensivo previsto dall’art. 2945 c.c., comma 2, la prescrizione maturerebbe anteriormente a tale definitività in favore dell’ unica parte processuale (il contribuente) interessata alla riassunzione, proprio al fine di evitare che l’atto impugnato diventi definitivo (Cass. n. 23502 del 18/11/2016).
Molte sono le ragioni che convergono per l’applicazione del principio appena esposto ma quelle principali attengono alla incompatibilità tra la fattispecie descritta e il disposto generale di cui all’ art. 2945 c.c., comma 3 e dall’osservazione sulla natura impugnatoria del processo tributario e, in particolare, la natura amministrativa, e non processuale, rivestita dall’atto impositivo, il quale costituisce non atto di impulso del processo, ma il suo oggetto (Cass. n. 21143/15; Cass. n. 16689/13; Cass. n. 5044/12).
Viene così svilita le tesi ruotante intorno al contenuto dell’art. 2945 c.c., comma 3, (“se il processo si estingue, rimane fermo l’effetto interruttivo ed il nuovo periodo di prescrizione comincia dalla data dell’atto interruttivo”) e alla sua riferibilità all’ art. 393 c.p.c., per il caso di estinzione per mancata riassunzione del giudizio a seguito di cassazione con rinvio. Partendo da tale contesto, il teorema rigettato dalla Corte, invocava poi un indirizzo giurisprudenziale (consolidato) incentrato su osservazioni attinenti gli effetti della domanda giudiziale sia in ordine ad un suo effetto interruttivo istantaneo (art. 2943 c.c., comma 1 e art. 2945 c.c., comma 1), sia in relazione ad un effetto sospensivo (definito anche “interruttivo permanente”), con la conseguenza che “la prescrizione non corre fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio” (art. 2945 c.c., comma 2).
La giurisprudenza invocata, in tale specie, era ancorata alla soluzione interpretativa, in particolare, espressa da Cass. SS. UU., n. 15756/07 e da Cass. n. 5570/10, secondo cui “nell’ipotesi di estinzione del giudizio ai sensi dell’art. 50 c.p.c., comma 2, che può essere dichiarata dal giudice della riassunzione (o della prosecuzione) o dal giudice appositamente adito, ovvero, incidenter tantum, da quello dinanzi al quale è proposta nuovamente la stessa domanda di merito, la notifica dell’atto introduttivo del primo giudizio ha soltanto effetto interruttivo della prescrizione, e non anche sospensivo, poichè quest’ultimo è operante, ai sensi dell’art. 2945 c.c., solo se l’estinzione del …

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