Contabilità in nero: sì ai ricavi, ma i costi vengono riconosciuti?

A fronte di maggiori ricavi, ricostruiti attraverso una contabilità “in nero”, viene legittimato l’accertamento analitico-induttivo da parte dell’ufficio, senza il parallelo riconoscimento di costi.
Sono queste le conclusioni cui giunge la Corte di Cassazione nella sentenza n.20110 del 16 novembre 2012, che ribalta il pensiero espresso dai giudici di merito, che avevano accolto le osservazioni del titolare di un sexy shop sulla omessa considerazione di maggiori costi.
 
Il processo
L’agenzia delle entrate notificò al contribuente – titolare di un sexy shop- due avvisi di accertamento in rettifica dei redditi dichiarati per gli anni 1998 e 1999.
Tali atti vennero basati sul rinvenimento, presso l’abitazione del contribuente, di documentazione extracontabile riferita agli effettivi incassi giornalieri, nonchè sull’individuazione di un conto corrente postale sul quale erano stati accreditati importi derivanti da vendite per corrispondenza di articoli per soli adulti.
Il contribuente propose ricorso, che la commissione tributaria provinciale accolse parzialmente, condividendo l’assunto circa la ingiustificata omessa considerazione, al pari dei maggiori ricavi, altresì di maggiori costi induttivamente determinabili. La sentenza venne confermata dalla commissione tributaria regionale.
Avverso la decisione di secondo grado l’agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione.
 
La sentenza
Per la Corte, l’affermazione del giudice d’appello che ha affermato che, essendosi nella specie trattato di accertamento induttivo, determinato dal reperimento, presso la residenza dell’imprenditore, di documentazione extracontabile, si sarebbe dovuto tener conto, ai fini della rettifica del reddito d’impresa, anche dei componenti negativi necessari allo svolgimento dell’attività, essi pure determinabili induttivamente – in pratica alla determinazione induttiva dei ricavi deve necessariamente seguire il riconoscimento, su base altrettanto induttiva, dei costi – “non è sorretta nè dal dato normativo (D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, comma 4, Tuir, nel testo che rileva pro tempore), nè dall’interpretazione offerta dai più recenti approdi della corte”.
La questione non pare incisa dalla circostanza di essere in presenza di un accertamento analitico-induttivo (siccome basato sul rinvenimento di contabilità parallela), anzichè un induttivo “puro” (basato, cioè, su presunzioni sprovviste dei connotati di gravita, precisione e concordanza).
Il punto nodale attiene invece alla struttura del processo che attinge l’accertamento tributario. La quale struttura la tesi della commissione territoriale sembra aver trascurato del tutto.
“Il processo che attinge l’accertamento tributario riguarda – nella specie – il contenuto della dichiarazione del reddito d’impresa. E i dati della dichiarazione sono intangibili in senso favorevole se non in virtù di una rettifica proveniente dallo stesso dichiarante”.
“La diretta dipendenza di una componente del reddito dichiarato dai costi necessita di dimostrazione a onere del contribuente, e con le modalità proprie della rettifica della dichiarazione. Giacchè altrimenti, in base alle previsioni del Tuir, il reddito viene correttamente tassato nella misura conseguente ai ricavi, rimanendo l’oggetto del processo tributario delimitato dal contenuto dell’atto impositivo impugnato. Tale atto, nella specie, ha dunque legittimamente inciso soltanto sui ricavi, e non sui costi. Tanto si suole esprimere, in giurisprudenza, a mezzo del rinvio al principio di tipicità degli atti di accertamento, nel cui ambito, fatta eccezione per i provvedimenti adottati in via di autotutela o su richiesta di rimborso…

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