Autotutela sostitutiva e impugnabilità dell’atto

Con la pronuncia odierna, i Giudici di piazza Cavour tornano ad occuparsi del potere di autotutela dell’Amministrazione Finanziaria ed, in particolar modo, di quello specifico potere cosiddetto di “autotutela sostitutiva”, attraverso il quale la pubblica amministrazione può sostituire un precedente provvedimento “viziato” con uno nuovo scevro di tali vizi.
Prima di esaminare il caso specifico, affrontando il quale la Cassazione ha delineato, in generale, l’ambito di applicazione del predetto potere, è opportuno illustrare sinteticamente il contesto normativo in cui esso si colloca.
 
L’autotutela e la “sostituzione” degli atti impositivi illegittimi
Come già anticipato, l’autotutela è il potere-dovere della Pubblica Amministrazione di correggere o eliminare, su propria iniziativa o su istanza di chi ne abbia interesse, gli atti già posti in essere, che, tuttavia, ad un successivo esame, risultino illegittimi o infondati.
Tale manifestazione del potere amministrativo trova fondamento, innanzitutto, nell’articolo 97 della Costituzione1, che sancisce i principi di buon andamento ed imparzialità dei pubblici uffici e che, peraltro, viene richiamato anche dall’articolo 1 dello Statuto dei diritti del Contribuente2.
In ambito tributario, l’autotutela è disciplinata normativamente dall’articolo 2-quater del D.L. 564/19943, a cui è stata data attuazione con il decreto ministeriale 11 febbraio 1997, numero 374, con il quale è stato principalmente stabilito che:

il potere di annullamento e di revoca o di rinuncia all’imposizione in caso di autoaccertamento spetta all’Ufficio che ha emanato l’atto illegittimo o che è competente per gli accertamenti d’ufficio ovvero in via sostitutiva, in caso di grave inerzia, alla Direzione regionale o compartimentale dalla quale l’ufficio stesso dipende;

l’Amministrazione Finanziaria può procedere, in tutto o in parte, all’annullamento o alla rinuncia all’imposizione in caso di autoaccertamento, senza necessità di istanza di parte, anche in pendenza di giudizio o in caso di non impugnabilità, nei casi in cui sussista illegittimità dell’atto o dell’imposizione;

tra le cause di illegittimità vi sono: errore di persona; evidente errore logico o di calcolo; errore sul presupposto dell’imposta; doppia imposizione; mancata considerazione di pagamenti di imposta, regolarmente eseguiti; mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza; sussistenza dei requisiti per fruire di deduzioni, detrazioni o regimi agevolativi, precedentemente negati; errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall’Amministrazione;

non è possibile procedere all’annullamento d’ufficio, o alla rinuncia all’imposizione in caso di autoaccertamento, per motivi sui quali sia intervenuta sentenza passata in giudicato favorevole all’Amministrazione finanziaria;

l’autotutela deve essere prioritariamente impiegata in relazione alle fattispecie di rilevante interesse generale e, fra queste ultime, a quelle per le quali sia in atto o vi sia il rischio di un vasto contenzioso;

il “criterio di economicità”, che deve informare la complessiva azione amministrativa, impone di abbandonare le liti già iniziate, sulla base della probabilità della soccombenza e della conseguente condanna dell’Amministrazione finanziaria al rimborso delle spese di giudizio;

dell’eventuale annullamento, o rinuncia all’imposizione in caso di autoaccertamento, deve esserne data comunicazione al contribuente, all’organo giurisdizionale davanti al quale sia eventualmente pendente il relativo contenzioso nonché – in caso di annullamento disposto in via sostitutiva – all’ufficio che ha emanato l’atto.

L’Amministrazione Finanziaria ha …

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