Antieconomicità della gestione: è nullo l’accertamento senza precisi riscontri probatori

di Massimo Conigliaro

Pubblicato il 17 gennaio 2012

la gestione irragionevole di un'impresa costituisce solo un mero indizio di comportamenti antieconomici che possono nascondere fatti di elusione fiscale

L’accertamento “automatico” basato sulla mera antieconomicità della gestione subisce un primo colpo da parte della giurisprudenza di merito: “l’ufficio impositore non può desumere dalla gestione aziendale antieconomica l’inattendibilità delle scritture contabili nel loro complesso e, per l’effetto, determinare i ricavi in via induttiva, ai sensi dell’art. 39 del DPR 600/73”. E’ quanto stabilito dalla CTP di Siracusa con la sentenza n. 324/02/11 (leggibile in calce al presente articolo), con la quale ha accolto il ricorso di una società che si era vista recapitare una rettifica del reddito sulla base dei soli dati dichiarati, ritenuti modesti, e non in linea con l’obiettivo di “massimizzare i profitti”, insito in ogni attività imprenditoriale. Un avviso di accertamento “automatico” basato sulla elaborazione di alcuni dati presenti nella dichiarazione del contribuente, senza alcun riscontro della situazione effettiva né delle condizioni dell’attività svolta. I giudici tributari, però, hanno censurato tale comportamento dell’Agenzia delle Entrate ed annullato integralmente l’avviso di accertamento.

Nel caso affrontato dai giudici siracusani, l’ufficio impositore aveva rilevato dal modello Unico 2007 alcuni dati della dichiarazione dei redditi di una s.r.l. desumendone una “situazione economicamente irragionevole”; aggiungeva che la situazione di antieconomicità “cristallizzata nel corso degli anni successivi” valeva a togliere attendibilità alle scritture contabili nel loro complesso, con ciò legittimando l’ufficio all’accertamento induttivo. Applicava quindi una percentuale di incidenza dei costi di diretta imputazione sui ricavi complessivi del 60% - percentuale rilevata da imprese che operano nel settore in condizioni di una normale gestione economica nonché da dati, notizie ed informazioni presenti presso l’A.T. o comunque in possesso dell’ufficio - ed accertava maggiori ricavi per € 173 mila euro (a fronte dei 370 mila dichiarati). Presumeva infine la distribuzione degli utili ai soci, emettendo i relativi avvisi di accertamento in capo alle persone fisiche. L’azienda, operante nel settore della vendita di centraline telefoniche, eccepiva che tale assunto era infondato e privo di supporto probatorio, mancando quei requisiti di gravità, precisione e concordanza che la legge impone per far assurgere le presunzioni al rango di prove. Evidenziava la carenza di motivazione dell’accertamento ed il fatto che le presunzioni dell’ufficio impositore fossero prive di supporto probatorio oltre che attinenza con la realtà economica locale; rilevava infine che non era dato di sapere quali fossero le imprese operanti nel settore con i margini ipotizzati dall’ufficio.

I giudici siracusani hanno accolto la tesi del contribuente, precisando che una gestione aziendale “antieconomica” può costituire soltanto un indizio di evasione, che senza altri elementi, gravi e convergenti, non è idonea a provare l’esistenza di maggiori redditi.

E’ possibile affermare quindi che si tratta di un metodo di accertamento di tipo induttivo che viene giustificato con il riscontro di una situazione economicamente irragionevole, altrimenti detta anti-economica; se poi tale situazione si “cristallizza nel corso degli anni successivi”,