Proventi illeciti: possono essere qualificati redditi diversi in capo all’amministratore di fatto di una società?

di Isabella Buscema

Pubblicato il 11 febbraio 2022

Al dominus di un’organizzazione criminale dedita alla commissione di reati tributari e riciclaggio è imputabile l’Irpef, come "redditi diversi", per i redditi illeciti derivanti dall’Iva evasa nell’ambito di un sistema di fatture false?
È corretto presumere che l’amministratore di fatto di una società cartiera, abbia percepito le somme in contestazione, sicché spettava alla parte privata dimostrare che le stesse somme non erano entrate nella sua disponibilità?

Un caso di realizzazione di proventi illeciti tramite società cartiera

proventi illeciti redditi diversiI redditi illeciti derivanti dall’evasione dell’Iva effettuata tramite una società "cartiera", costituita per emettere fatture per operazioni inesistenti riguardanti la compravendita, su scala transnazionale, di supporti informatici in completa evasione dell’Iva e dei diritti SIAE, possono essere imputati come redditi diversi all’amministratore di fatto della predetta società.

In tal caso, la persona giuridica è una mera “fictio” creata nell’interesse della persona fisica, esclusiva beneficiaria delle violazioni, sicché non vi è alcuna differenza fra trasgressore e contribuente.

In tal caso, il dominus ha agito nel proprio esclusivo interesse, utilizzando l’ente con personalità giuridica quale schermo o paravento per sottrarsi alle conseguenze degli illeciti tributari commessi a proprio personale vantaggio.

Tale assunto è stato statuito dalla Corte di Cassazione.

 

Il caso di Cassazione: verifica fiscale su società di capitali per presunta frode fiscale  attuata tramite società cartiere

Una verifica fiscale nei confronti di una società di capitale, scaturita da un procedimento penale, ha ascritto ad un soggetto(contribuente) il ruolo di dominus di un’articolata frode fiscale, su scala transnazionale, attuata tramite l’interposizione fittizia di una rete di società "cartiere", intestate a prestanome, ma gestite di fatto dal predetto soggetto (indagato), costituite per emettere fatture per operazioni inesistenti nel settore della compravendita di supporti informatici con la correlata evasione delle imposte dirette, dell’Iva e dei diritti SIAE.

La ripresa fiscale a carico del contribuente era d’importo pari al debito Iva sulle fatture attive della società di capitale [1].

Il predetto contribuente, amministratore di fatto della società di capitale, ha impugnato l’avviso di accertamento, ai fini Irpef, per il 2006, notificato il 30/12/2015, che recuperava a tassazione "redditi diversi" derivanti da proventi illeciti, per un ammontare di euro 965.520,00.

Il giudice del gravame ha respinto l’appello dell’ufficio sul rilievo che l’informativa di reato della Guardia di Finanza del 19/11/2010 (ritualmente prodotta in giudizio dall’ufficio), che aveva dato avvio al procedimento penale sopra menzionato, non forniva elementi idonei a dimostrare il presupposto del recupero fiscale, ovverosia l’effettivo conseguimento, da parte del predetto soggetto, di redditi illeciti derivanti dall’evasione dell’Iva.

E ciò anche in ragione del fatto che non vi era stato alcun accertamento s