Responsabilità tributarie e sanzionatorie dell'amministratore di fatto

L’amministratore di fatto, a determinate condizioni, risponde, in solido con la società delle sole sanzioni amministrative pecuniarie conseguenti alle violazioni tributarie accertate a carico della stessa società.
Le sanzioni amministrative relative al rapporto tributario sono, in generale, esclusivamente a carico della persona giuridica, anche quando sia gestita da un amministratore di fatto, ma tale principio non può però ritenersi operante anche nell’ipotesi di società artificiosamente costituita, dovendo comunque sussistere una differenza tra trasgressore e contribuente, non presente nel caso in cui la persona fisica sia esclusivo beneficiario delle violazioni contestate.

amministratore di fatto responsabilitàResponsabilità amministratore di fatto: un caso di studio della Cassazione

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 1904 del 28/01/2020, ha chiarito un rilevante profilo in tema di applicazione di sanzioni in caso di amministratore di fatto.

Nel caso di specie, l’Amministrazione finanziaria, sulla scorta delle risultanze di un PVC redatto dalla Guardia di Finanza a carico di una società cooperativa risultata emittente di fatture per operazioni inesistenti, aveva recuperato a tassazione maggiori imposte, a fini IVA, IRES ed IRAP, con riferimento all’anno d’imposta 2008, notificando l’atto impositivo all’amministratore di fatto della stessa società.

A seguito di impugnazione proposta da quest’ultimo, la Commissione Tributaria Provinciale di Roma annullava l’accertamento, con sentenza poi riformata dalla Commissione Tributaria Regionale, la quale riteneva superflua l’allegazione del processo verbale di constatazione all’avviso di accertamento, che ne riportava il contenuto essenziale, e corretto l’operato dell’Agenzia delle entrate, che aveva individuato nell’amministratore di fatto della società il responsabile degli illeciti tributari, con recupero delle maggiori imposte accertate ed applicazione, a suo carico, delle relative sanzioni amministrative pecuniarie, stante l’artificiosa costituzione della società e l’ingerenza dell’amministratore di fatto nella gestione della stessa.

 

Primo motivo di ricorso

Avverso tale statuizione il contribuente ricorreva infine per cassazione, deducendo la violazione e falsa applicazione dell’art. 42 del Dpr. n. 600 del 1973, e censurando la sentenza impugnata per avere la Commissione Tributaria Regionale ritenuto superflua l’allegazione all’avviso di accertamento del PVC della GdF.

 

Secondo motivo di ricorso

Con un secondo motivo di ricorso, il contribuente deduceva poi la violazione e falsa applicazione degli artt. 145 cod. proc. civ., 60 e 62 Dpr. n. 600 del 1973, sostenendo che la Commissione Tributaria Regionale aveva errato a ritenere legittimamente effettuata la notifica al ricorrente, quale amministratore di fatto, dell’avviso di accertamento (e relative maggiori imposte), emesso nei confronti della società cooperativa.

 

Terzo motivo di ricorso

E infine, con una terza censura, si deduceva la violazione dell’art. 7, comma 1, del DL n. 269 del 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 326 del 2003, per avere la Commissione Tributaria Regionale erroneamente esteso all’amministratore di fatto la responsabilità per le sanzioni amministrative pecuniarie applicate alla società.

 

Responsabilità dell’amministratore di fatto: la risposta della Cassazione

 

Primo motivo inammissibile

Secondo la Suprema Corte il primo motivo era inammissibile, oltre che infondato.

Evidenziano infatti i giudici di legittimità che, sotto lo schermo della violazione di legge, che nella specie non sussisteva, avendo la Commissione Tributaria Regionale accertato (in ossequio all’art. 42 cit., che, al comma 2, ultima parte, prevede che «Se la motivazione [dell’atto impositivo] fa riferimento ad un altro atto non conosciuto né ricevuto dal contribuente, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama, salvo che quest’ultimo non ne riproduca il contenuto essenziale») che nell’atto impositivo notificato al contribuente era stato riprodotto il contenuto essenziale del PVC, il ricorrente mascherava un vizio motivazionale, richiedendo alla Corte una non ammissibile rivalutazione delle risultanze processuali, sulla base delle quali i giudici di appello avevano ritenuto l’atto impositivo congruamente motivato.

L’obbligo di motivazione dell’atto impositivo era dunque soddisfatto, avendo l’Amministrazione posto il contribuente in grado di conoscere la pretesa tributaria, esplicitando, in particolare, in maniera esauriente, le ragioni per le quali la società era stata ritenuta una “cartiera”, nonché le ragioni per le quali il ricorrente ne era stato ritenuto…

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