Falcidiabilità Iva - i recentissimi indirizzi operativi

Come si ricorderà, sul profilo dell’indisponibilità del credito IVA in ragione della natura comunitaria di tale imposta, cioè della tesi propugnata anche dalla prassi amministrativa, interveniva la Corte di Giustizia europea che, in occasione della sentenza C-546/14 del 7 aprile 2016, “Degano trasporti”, affermava che il pagamento dell’IVA finanche parziale da parte di un imprenditore insolvente proposto nell’ambito di un procedimento di concordato preventivo può corrispondere – al verificarsi di alcune inderogabili condizioni – ad uno strumento di efficace tutela della riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione europea, necessario alla sopravvivenza della stessa e, pertanto, di rilevanza pubblica.

Tale conclusione, tra l’altro anticipata da qualche decisione di merito nazionale[1], ebbe un’efficacia dirompente nel nostro ordinamento tributario, tant’è che il legislatore decise di adottare scelte conformi adottando delle modifiche nell’ambito dell’art 182-ter che superassero l’interpretazione secondo cui il tributo IVA doveva considerarsi irrinunciabile perché costituente una risorsa propria dell’Unione europea[2].

Nell’occasione la Corte di Giustizia ebbe a  rimarcare la rigorosità dei presupposti applicativi della procedura di concordato preventivo e, quindi, della sussistenza di garanzie sufficienti al recupero dei crediti privilegiati, compresi, quindi, quelli afferenti all’IVA; in particolare, il giudice comunitario richiamava il contenuto dell’art. 160 , secondo comma, L. fall., secondo cui il pagamento parziale di un credito privilegiato può essere ammesso soltanto se un esperto indipendente – in possesso dei requisiti previsti dall’art. 67, terzo comma, lett. d), L. fall. – attesti che tale credito non riceverebbe un trattamento migliore nel caso di fallimento del debitore, in ragione della collocazione preferenziale, «avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione».

Alla luce di ciò la Corte di Giustizia precisava come la procedura di concordato preventivo debba pertanto identificarsi come idonea a consentire di accertare che, a causa dello stato di insolvenza dell’imprenditore, lo Stato membro interessato non sia in grado di recuperare il proprio credito IVA in misura maggiore; il che era equivalso a dire che l’interesse pubblico dell’Unione europea a incassare il più alto tasso di risorse comunitarie effettivamente disponibili si manifesti “parallelo” a quello del singolo Stato che vada a beneficiare dell’incasso parziale dell’IVA – al netto della parte messa a disposizione del bilancio dell’Unione quale risorsa propria in caso di accordo – evitando il rischio dell’incasso nullo che sorge quando il patrimonio del contribuente si manifesta incapiente o inesistente.

Come accennato, la conclusione del giudice europeo veniva recepita nello scenario descritto dal testo del nuovo art. 182-ter L. fall., così come modificato dall’art. 1, comma 81, della citata legge n. 232/2016, ai sensi del quale la ristrutturazione del debito tributario e previdenziale può aver luogo “esclusivamente” mediante un’istanza apposita e può prevedere il pagamento anche “parziale” di qualsiasi tributo a condizione, però, che:– il piano, su cui si fonda il concordato preventivo, ne preveda la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile attraverso un’alternativa liquidazione, tenuto conto del valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali sussista la causa di prelazione dell’erario, attestato da un professionista asseveratore, munito dei requisiti di cui all’art. 67 della legge fallimentare, – la percentuale, i tempi di pagamento e le eventuali garanzie offerte all’erario non siano inferiori o non siano meno vantaggiose rispetto a quelle offerte ai creditori che hanno un grado di privilegio inferiore e, a maggior ragione, a quelle…

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