Presupposti per la deducibilità delle spese di sponsorizzazione

La presunzione legale di inerenza/deducibilità delle spese di sponsorizzazione di società sportive dilettantistiche, sancita dall’art. 90, comma 8, della L. n. 289 del 2002, opera in virtù della ricorrenza dei presupposti previsti dalla norma. Laddove la società non risulti iscritta presso la banca dati CONI, ciò comporta il difetto in capo alle beneficiarie dello status di società o associazioni sportive dilettantistiche e quindi il difetto di prova in ordine ad uno dei requisiti in relazione ai quali l’art. 90 consente la presunzione legale assoluta in ordine alla qualificazione delle spese di sponsorizzazione come spese di pubblicità.
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La Commissione Tributaria Regionale della Toscana, con la sentenza n. 805/8/18 del 23.04.2018, ha esposto molto chiaramente quali sono i presupposti di deducibilità delle spese di sponsorizzazione e quando opera la presunzione assoluta, di cui all’art. 90, comma 8, della legge 289/2002.
Nel caso di specie, la società contribuente proponeva appello avverso la sentenza di primo grado che ne aveva respinto il ricorso.
Con particolare riferimento al recupero a tassazione di costi per sponsorizzazione, la CTP ne aveva infatti ritenuto la natura indeducibile, per violazione del principio di inerenza, per non essere rivolte le attività sponsorizzate alla clientela potenziale della società e quindi non essere in grado di influenzare positivamente le vendite della sponsorizzante.
La Commissione Tributaria Regionale aveva poi respinto l’appello della contribuente, osservando, in particolare, che la ripresa fiscale riguardante la non inerenza dei costi per sponsorizzazioni era fondata, dato che l’inerenza avrebbe implicato una loro effettiva utilità nella produzione, oppure, la caratteristica per cui dovevano essere inevitabilmente sostenuti.
In difetto di legame fra l’attività svolta ed il pubblico a cui era rivolta la promozione non si trattava quindi, secondo la CTR, di pubblicità, ma di erogazioni liberali, laddove, peraltro, il costo di sponsorizzazione appariva decisamente sproporzionato rispetto all’utile conseguito, contrastando con le finalità di un’impresa, che deve sempre operare per la riduzione dei costi ed il miglioramento dei profitti.
Avverso la decisione di appello la società contribuente aveva infine proposto ricorso per cassazione, deducendo, tra le altre, violazione dell’art. 90, comma 8, legge 289/2002.
Tale censura veniva ritenuta fondata dai giudici di legittimità, i quali, pur premettendo che la questione dell’applicabilità dell’art 90, comma 8, legge 289/2002 era di merito ed andava quindi affrontata dalla CTR, evidenziava come tale norma avesse introdotto una presunzione legale assoluta circa la natura pubblicitaria e non di rappresentanza di dette spese, ponendo precise condizioni per la sua applicabilità e precisamente che:

il soggetto sponsorizzato sia una compagine sportiva dilettantistica;
sia rispettato il limite quantitativo di spesa;
la sponsorizzazione miri a promuovere l’immagine e i prodotti dello sponsor;
il soggetto sponsorizzato abbia effettivamente posto in essere una specifica attività promozionale (es. apposizione del marchio sulle divise, esibizione di striscioni e/o tabelloni sul campo da gioco, etc.).

La sentenza impugnata non aveva valutato alcuno di tali requisiti e quindi andava cassata, con rinvio allo stesso giudice di appello, in diversa composizione.
Con il ricorso in riassunzione la parte contribuente rimetteva dunque la vicenda all’esame della CTR, evidenziando come la sentenza poi cassata aveva violato il principio di libertà di iniziativa economica, non potendo il giudice sindacare le strategie aziendali.
Inoltre, evidenziava ancora la società, la sproporzione tra costo di sponsorizzazione ed utile conseguito poteva indurre ad individuare un profilo di antieconomicità, che però era un mero elemento indiziario, di per sé insufficiente a fondare l’indeducibilità del costo.
L’Agenzia, …

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