Rinuncia da parte dei soci ai crediti vantati verso la società: la prassi da seguire

In prossimità della fine dell’anno i contribuenti devono effettuare una verifica degli adempimenti da porre in essere per evitare pesanti ricadute fiscali. Uno di questi adempimenti riguarda la comunicazione del socio alla società partecipata del valore fiscalmente riconosciuto del credito qualora il socio stesso abbia rinunciato al relativo incasso.
La previsione è contenuta nell’art. 88, comma 4–bis del TUIR aggiunto a seguito dell’approvazione del D.Lgs n. 147/2015, c.d. internazionalizzazione.
Prima dell’ultimo intervento normativo il precedente comma 4 prevedeva l’irrilevanza fiscale delle sopravvenienze attive originate dalle operazioni di rinuncia dei soci alla restituzione dei crediti vantati nei confronti della società partecipata. Il ricorso a queste operazioni è molto frequente. In particolare se, in passato, i soci hanno versato ingenti somme, a titolo di finanziamento, nelle casse della società, potrebbero ora procedere alla ricapitalizzazione delle società medesime per azzerare o ridurre le ingenti perdite accumulate nel corso degli anni.
La cancellazione nell’attivo di bilancio del credito vantato dal socio determina, ai fini civilistici, il rafforzamento patrimoniale della società. Conseguentemente l’incremento del patrimonio netto può essere legittimamente destinato, come ricordato, alla copertura delle perdite dell’esercizio.
Ai fini fiscali emerge una sopravvenienza attiva che in precedenza, anteriormente all’approvazione del D.Lgs n. 147/015, era in ogni caso non tassabile per l’intero importo. Il contribuente non aveva neppure la necessità di sterilizzare la sopravvenienza ai fini fiscali in quanto la stessa non transitava per il conto economico.
Il legislatore si è però reso conto che il comma 4 in rassegna, nella formulazione precedentemente precedentemente in vigore determinava comportamenti elusivi. Si verificavano dei veri e propri “salti” di imposta con un grave danno per le casse dell’erario. Si consideri ad esempio il caso in cui un socio acquisti il credito che una banca vanta nei confronti della società partecipata. Si consideri il caso in cui il valore nominale ammonti a 100.000 euro e l’acquisto è effettuato a 80.000 euro. La banca è correttamente legittimata a considerare in deduzione quale perdita l’importo di 20.000 euro. A sua volta se il socio avesse rinunciato all’incasso del credito acquistato dalla banca la sopravvenienza attiva sarebbe risultata completamente esclusa dalla tassazione. L’operazione così descritta risultava asimmetrica in quanto a fronte di un soggetto, la banca, che deduceva un costo di 20.000 euro, un altro soggetto, cioè la società, fruiva della detassazione integrale della sopravvenienza realizzata.
Il nuovo comma 4–bis di cui al citato articolo 88 riconosce ora la neutralità della sopravvenienza attiva in caso di rinuncia nei limiti del valore fiscalmente riconosciuto del credito. In buona sostanza la cancellazione del credito per un importo pari a 80.000 euro dà luogo all’emersione di una sopravvenienza attiva tassabile per un importo pari a 20.000 euro. In questo caso la società subisce un prelievo su un componente positivo di reddito di importo esattamente equivalente a quello considerato in deduzione dalla banca. L’operazione è ora perfettamente simmetrica.
Tuttavia è necessario continuare a distinguere il piano civilistico rispetto a quello fiscale. In particolare, la cancellazione del credito iscritto in bilancio al valore nominale di 100.000 euro continuerà a determinare, come in passato, un incremento del patrimonio netto equivalente. Invece ai fini fiscali la società dovrà rilevare in sede di dichiarazione dei redditi una sopravvenienza tassabile per 20.000 euro. In questo caso l’indicazione sarà effettuata con un’apposita variazione in aumento all’interno del quadro RF del Modello dichiarativo.
Deve però considerarsi che la società, al fine di determinare correttamente …

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