Redditi, pensioni e stipendi prodotti all’estero da dichiarare (oppure no) in Italia

Devono necessariamente costituire oggetto di adempimento dichiarativo:

gli stipendi;

le pensioni;

i redditi assimilati ai predetti;

che risultano percepiti nel corso dell’anno o periodo d’imposta di riferimento da parte dei contribuenti residenti in Italia, se i medesimi risultano prodotti in un Paese estero con il quale:

non esiste la convenzione contro le doppie imposizioni, nel qual caso si rende operativo, ai sensi dell’art. 165 del Tuir, il diritto al credito per le imposte pagate all’estero a titolo definitivo;

esiste la convenzione contro le doppie imposizioni in relazione alla quale tali redditi devono essere assoggettati a tassazione sia in Italia, sia nello Stato estero, nel qual caso, come nell’ipotesi precedente, si rende operativo, ai sensi dell’art. 165 del Tuir, il diritto al credito per le imposte pagate all’estero a titolo definitivo;

esiste la convenzione contro le doppie imposizioni in base alla quale tali redditi devono essere assoggettati a tassazione esclusivamente in Italia, tenendo in considerazione che se i redditi hanno subito un prelievo fiscale anche nello Stato estero di erogazione, il contribuente residente in Italia, non ha diritto al credito d’imposta, ma al rimborso delle imposte pagate nello Stato estero, da richiedere con specifica istanza all’autorità estera competente in relazione alle procedure in merito concordate.

Ai fini procedurali, si ritiene opportuno puntualizzare che per quanto attiene:

agli stipendi corrisposti da un datore di lavoro privato a un soggetto residente in Italia, in quasi tutte le convenzioni contro le doppie imposizioni, come, a titolo meramente indicativo, quelle con:

Argentina;

Australia;

Belgio;

Canada;

Germania;

Regno Unito;

Spagna;

Svizzera;

Stati Uniti;

si rende operativa la tassazione esclusiva in Italia quando esistono contemporaneamente le seguenti condizioni:

il lavoratore residente in Italia presta la sua attività nel Paese estero per meno di 183 giorni;

le remunerazioni sono pagate da un datore di lavoro residente in Italia;

l’onere non è sostenuto da una stabile organizzazione o base fissa che il datore di lavoro ha nell’altro Stato;

ai redditi prodotti all’estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto non sono più esclusi dalla base imponibile in seguito all’abrogazione dell’art. 3, comma 3, lettera c), del Tuir. Infatti, ai sensi del comma 8-bis dell’art. 51 del Tuir, il reddito dei lavoratori dipendenti che nell’arco di dodici mesi soggiornano nello Stato estero per un periodo superiore a 183 giorni, deve necessariamente risultare determinato sulla base delle retribuzioni convenzionali definite annualmente con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali (vedere, per il periodo d’imposta 2016 inerente alla dichiarazione Redditi 2017, il decreto interministeriale del 25 gennaio 2016). Tale particolare modalità riguarda quei soggetti che pur avendo soggiornato all’estero per più di 183 giorni sono considerati residenti in Italia, in quanto hanno mantenuto nel territorio dello Stato italiano:

i propri legami familiari;

e/o:

il centro dei propri interessi patrimoniali e sociali.

Pertanto, i redditi dei soggetti residenti nel territorio dello stato, derivanti da lavoro dipendente prestato all’estero, in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto, in zone di frontiera ed in altri Paesi limitrofi, sono imponibili ai fini Irpef per l’anno 2016 per la parte che eccede l’entità di € 7.500,00, tenendo presente che se vengono richieste prestazioni sociali agevolate alla pubblica amministrazione, deve essere dichiarato l’intero ammontare del reddito prodotto all’estero, compresa, quindi, la quota esente, all’ufficio che dovrà erogare la prestazione per la valutazione della situazione …

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